“an effective system is not simple and a limited system is not effective”

(KNAW 2011)

 

Con la piena operatività della Agenzia nazionale della Valutazione (ANVUR) hanno preso avvio e si sono intensificate in Italia una serie di attività (e di discussioni) relative alla misurazione e alla valutazione della ricerca.

Gli scopi di queste attività ai vari livelli (sistema nazionale, atenei, dipartimenti, gruppi, singoli) sono molteplici e una certa confusione regna rispetto a che utilizzo destinare le informazioni disponibili., Infatti, da un lato, si conferma l’esigenza di verificare i risultati ottenuti a fronte dei finanziamenti stanziati per poter meglio decidere come allocare le risorse (finanziarie ed umane) per una gestione più efficace delle politiche della ricerca, mentre, dall’altro, la necessità di meccanismi di reclutamento trasparenti, basati su criteri oggettivi e verificabili, costituisce da sempre un tema che appassiona gli accademici e genera reazioni e considerazioni nell’opinione pubblica, anche a fronte di scandali e irregolarità.

Uno dei problemi classici è come fare analisi quantitative (e o qualitative)  che permettano il confronto fra aree disciplinari molto diverse fra loro. Mentre per le scienze dure sono stati sviluppati e affinati a livello internazionale modelli e indicatori condivisi sufficientemente robusti e tendenzialmente (quasi sempre) accettati dalle comunità scientifiche, per le scienze umane spesso non si riesce ad andare al di là della mera conta dei lavori di ricerca.

Il nostro paese  sconta oltre a un ritardo significativo nello sviluppo di modelli di valutazione della ricerca[1], per le aree umanistiche anche il fatto di parlare una lingua diversa dall’inglese per cui la ricerca di importanza nazionale tende ad esprimersi in italiano (si pensi alla giurisprudenza, alla filologia, alla letteratura delle varie epoche, ad alcune aree delle scienze sociali, all’economia aziendale)

In questo contesto, segnato da forti limiti rispetto alla disponibilità di informazioni e di modelli di riferimento si collocano una serie di studi  italiani pubblicati di recente la cui ratio comune è quella della applicabilità di modelli sviluppati per le scienze dure alle scienze umane una volta che il problema degli strumenti a disposizione sia stato risolto[2]. Sembra che l’utilizzo della bibliometria o comunque di indicatori quantitativi possa così diventare la soluzione alla attuale assenza di indicatori per le scienze umane e un buon sostituto (o meglio un complemento) della peer review. In questo testo si cercherà di dimostrare come la complessità delle aree umanistiche sia (ancor più che nelle scienze dure) difficilmente riducibile, e come alla comprensione della stessa concorrano molti elementi  alcuni dei quali si traducono con difficoltà in linguaggio sintetico, come la taglia unica poco si adatti a queste discipline e che solo un modello che tenga conto della specificità della ricerca umanistica, dei diversi canali di comunicazione e dei loro target, del loro uso e delle modalità di riconoscimento del valore scientifico possa fornire un quadro attendibile e utilizzabile.

(Pubblicato su Astrid Rassegna 25-11-2013)

  1. http://www.slideshare.net/giuseppedn/baccini-latecomer-new-roars
  2. Si veda in particolare il testo di A. Bonaccorsi Potenzialità e limiti dell’analisi bibliometrica nelle aree umanistiche e sociali. Verso un programma di lavoro (marzo 2012)

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1 commento

  1. Non concordo con Paola Galimberti.

    Intanto la ricerca e quel poco che si fa in Italia si presenta in inglese quasi sempre e a volte gli studi mirati su tematiche storiche e socioeconomiche quando servono ai politici sono a volte in italiano.

    L’articolo rivendica in sostanza maggiore attenzione e più investimenti in ricerca. Tutto Ok. Bisogna però tenere conto che in Italia non c’è partecipazione extra a quelli che sono gli addetti ai lavori.

    Le nuove generazioni di ricercatori e nei vari livelli di responsabilità s’intende e con gradi diversi pensano di essere una via di mezzo tra un Padre Eterno e un Gesù Cristo. Naturalmente non fanno eccezione le donne che sono uguali agli uomini e in qualche caso anche peggio.

    Finché la ricerca sarà gestita solo dagli Addetti ai Lavori questo è risultato. Non comprendo perché Paola Galimberti si lamenta.

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