Dopo mesi nel corso dei quali il governo Berlusconi è apparso incapace di portare a termine le tante riforme che sarebbero necessarie per restituire competitività al nostro paese, ecco un segnale incoraggiante. Può sembrare un dettaglio, ma l’annuncio da parte del ministro Maria Stella Gelmini di un sistema di distribuzione di una quota dei fondi destinati alle università che tiene conto dei risultati ottenuti è un passo importante nella giusta direzione. Si rompe in questo modo con una tradizione che ha abituato gli atenei a fare la propria programmazione senza prendere in considerazione la possibilità di essere chiamati a rispondere di scelte poco oculate, e si sancisce invece il principio che il merito paga. In concreto, il nuovo sistema funziona in questo modo. Sulla base di una graduatoria stilata da un organismo di valutazione – che nei progetti del ministro dovrebbe diventare una  struttura che opera in autonomia dalla politica, i cui membri vengono nominati con un decreto del Presidente della Repubblica – si ripartiscono i fondi disponibili tenendo conto di una serie di parametri che misurano la qualità delle università. Si tiene conto del tipo di servizio offerto agli studenti, del modo in cui è organizzata la didattica, del successo nella ricerca. Chi supera in modo positivo il vaglio degli esperti riceve i fondi, chi invece si trova in difetto subisce un taglio. In questo modo, si introdurrebbe finalmente un primo meccanismo di regolazione che dovrebbe – insieme con gli altri che riguardano i concorsi e la governance – garantire una competizione virtuosa tra gli atenei pubblici italiani, sulla scia di quel che avviene già da tempo in altri paesi.

Ovviamente, come accade sempre quando si devono riformare istituzioni complesse come sono le università, il diavolo si nasconde nei dettagli, e quindi ci vuole del tempo per capire se i cambiamenti annunciati sono sufficienti a ottenere l’effetto desiderato. Tuttavia, almeno sulla carta, si tratta di un’iniziativa da giudicare in modo positivo. Da segnalare è in particolare l’intenzione di impiegare standard di valutazione trasparenti, come i successi ottenuti dai progetti di ricerca promossi dalle università e la capacità che esse hanno di attirare fondi provenienti dall’estero. In questo modo si mettono a disposizione degli organismi di governo degli atenei le informazioni rilevanti per compiere le proprie scelte in modo oculato, destinando le risorse disponibili dove hanno maggiori probabilità di ottenere l’effetto desiderato. Certo, molto rimane ancora da fare per portare le nostre università al livello di quelle di altri paesi europei. Un passaggio cruciale è l’annunciata riforma del sistema di reclutamento. La speranza è che nel varare questo provvedimento il ministro resista non solo alle pressioni corporative, ma anche ai furori ideologici di certi opinionisti che scrivono della riforma dell’università come se fosse la ristrutturazione di una fabbrica di pneumatici. L’esperienza delle grandi università americane e inglesi mostra che il successo di un ateneo non dipende soltanto dai sistemi di valutazione, ma anche dallo spirito di corpo, dalla motivazione – economica e morale – dei docenti e dei ricercatori, dalla promozione del senso di un’identità condivisa. Questi fattori, è sempre l’esperienza internazionale a mostrarlo, sono cruciali in particolare quando, come probabilmente deve accadere anche da noi, le università devono reperire una parte dei fondi di cui hanno bisogno attraverso le rette pagate dagli studenti e le donazioni dei privati. Da questo punto di vista, l’autonomia coniugata alla responsabilità rimane la politica migliore.

In conclusione, ci permettiamo di dare un suggerimento al ministro. Nei giorni scorsi uno studioso indiano si è visto costretto a rinunciare al proprio incarico presso un’università italiana per via delle difficoltà incontrate nell’ottenere il permesso di soggiorno. Ci rendiamo conto che non è compito di un ministro intervenire sui casi individuali, ma certamente rientra tra le sue competenze sollevare il problema perché il governo prenda le misure necessarie per fare in modo che il nostro paese sia accogliente e disponibile nei confronti dei talenti che vengono dall’estero. Non è solo la fuga dei cervelli a essere un sintomo del nostro declino.

Pubblicato su Il Riformista il 25 luglio 2009

 

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