Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera aperta di Raul Mordenti al rettore di Roma Tor Vergata, Giuseppe Novelli, sulle modalità di distribuzione dei fondi di ricerca, avvenuta con un bando competitivo, con criteri discutibili, ed i cui risultati sono stati resi noti “senza alcuna informazione pubblica né sulle valutazioni riportate dai progetti finanziati né sulla composizione dei gruppi di ricerca e neppure sull’entità dei fondi assegnati a ciascun progetto”.  Perché un progetto valutato 9,5/10 non viene finanziato? Per rispondere a questa domanda è necessario riflettere sulle distorsioni nei comportamenti accademici indotti dai processi di valutazione. Prima tra tutti la pratica, in atto anche nella VQR, di assegnare comunque la massima valutazione ai colleghi del proprio settore disciplinare.

Lettera aperta di Raul Mordenti

“Niente mi sembra più riprovevole di un intellettuale che, di fronte a un’ingiustizia, volta la faccia da un’altra parte” (E. W. Said)

  • Alla Delegata del Rettore per la Ricerca, Chiar.ma Prof.ssa Silvia Licoccia

e, p. c.:

  • al Magnifico Rettore prof. Novelli, al Pro-Rettore Vicario prof. Franchini, ai Direttori dei Dipartimenti della Macro-Area di Lettere, proff. Paoli e Salvatori, alla Coordinatrice della Macro-Area di Lettere, prof.ssa Formica, ai/alle Componenti del Senato Accademico, alla comunità universitaria di Roma ‘Tor Vergata’

Cara Collega,

cari/e Colleghi/e, che leggete per opportuna conoscenza,

vi scrivo per rappresentarvi un problema che mi sembra cruciale per il presente e per il futuro della nostra Università: i criteri di assegnazione dei fondi di ricerca, un problema che si intreccia strettamente con la vexata quaestio della cosiddetta VQR e, forse, ci aiuta a conferire concretezza a quel dibattito che ci ha impegnati e divisi nei mesi scorsi.

1. Comincio da un apprezzamento doveroso: erano ben cinque anni che nella nostra Università non venivano assegnati fondi di ricerca, come se la ricerca unita alla didattica non fosse il cuore stesso del nostro lavoro, e come se non vedere garantite le condizioni materiali minime per svolgere ricerca fosse un particolare trascurabile.

Occorre dire (a nostra comune vergogna) che i professori di Tor Vergata non sembrano essersi occupati e preoccupati troppo di questa totale assenza di finanziamenti. Dunque sia benvenuta la scelta di tornare a finanziare la ricerca! Certo, si potrebbe osservare che un milione di euro per un Ateneo grande come il nostro è una cifra insufficiente ma – come si dice – è meglio di niente, e l’anno prossimo le cose potrebbero migliorare, dato che nella e-mail del 25/5/16 della Delegata alla Ricerca si annuncia già per il 2017 la cifra di 1.500.000 euro.

Tuttavia proprio questa lettera della Collega contiene a proposito della procedura utilizzata quest’anno un’affermazione davvero inquietante che cito:

Questo modello, esempio di best practice, sarà riprodotto nel nuovo bando per la Ricerca Scientifica di Ateneo che sarà pubblicato a breve…”

Confesso che proprio quest’affermazione mi ha fatto correre un brivido nella schiena, dato che personalmente considero il modello adottato ben diverso dalla migliore prassi e anzi – al contrario – penso che esso sia ingiusto, del tutto non trasparente, intollerabile.

Le righe che seguono vogliono cercare di argomentare questo giudizio.

2. Partiamo dunque dal Bando “Consolidate the Foundations” pubblicato con decreto rettorale in data 17 luglio 2015.

In primo luogo quel Bando poneva, secondo me assurdamente, sia un limite massimo dell’importo richiesto (€ 25.000) sia un limite minimo (€ 10.000), come se non potessero esistere ricerche che hanno bisogno di meno, o anche di molto meno, per potersi svolgere. Peraltro l’ammontare totale veniva già suddiviso, a monte, fra le aree CUN (si noti: non fra i Dipartimenti, che sono spesso attraversati da più aree CUN).

In secondo luogo tutta la procedura doveva svolgersi esclusivamente in lingua inglese, e io confesso che non riesco ad accettare che la comunità universitaria italiana rinunci con tanta irresponsabile leggerezza all’uso della lingua nazionale, e confesso altresì che non riesco a capire perché mai ricerche di Ispanistica o di Francesistica o di Latino o di Filosofia etc. debbano essere presentate in inglese e non – come mi sembrerebbe logico – nelle lingue di riferimento di quelle discipline, e comunque sempre in aggiunta e mai in alternativa all’italiano.

In terzo luogo veniva annunciata una “Commissione di Ateneo appositamente nominata dal Rettore” con il solo ed esclusivo compito (stando al Bando) di valutare gli ex aequo: “In caso di eventuali ex aequo, i progetti verranno successivamente valutati da una Commissione di Ateneo…”. Su questa strana Commissione torneremo più avanti.

3. Il risultato delle valutazioni ci è stato fornito nel modo seguente: solo l’elenco dei vincitori e l’area CUN di afferenza, senza alcuna informazione pubblica né sulle valutazioni riportate dai progetti finanziati né sulla composizione dei gruppi di ricerca e neppure sull’entità dei fondi assegnati a ciascun progetto.

Poiché l’unico dato a cui mi è stato consentito l’accesso riguarda la nostra ricerca, mi sia permesso di parlare brevemente di questa (ma – in nome della trasparenza – il nostro Progetto sarà offerto integralmente alla lettura di chiunque fosse interessato presso il mio sito personale: www.raulmordenti.it).

Il progetto prevedeva di digitalizzare e di mettere on line, presso la nostra Università, tutti i testi poetici della letteratura italiana delle Origini (attualmente irreperibili o presentati in modo non filologico), risalendo dallo spoglio condotto dall’OVI (Opera del Vocabolario Italiano) alle edizioni – ove disponibili –, scegliendo per ciascun testo l’edizione migliore e più attendibile e accompagnandolo con un’aggiornata scheda filologica di valutazione e di commento. Più “Consolidate the Foundations” di così non è possibile! A tale ricerca avrebbero partecipato (in nome della richiesta interdisciplinarità) oltre al professore ordinario di “Critica letteraria”, il professore ordinario di “Storia della lingua italiana”, il prof. Trifone, e i nostri colleghi che insegnano “Letteratura italiana” e “Filologia italiana”, i proff. Manica e Rea, oltre a un giovane Dottore di ricerca titolare di un assegno di studio, il dott. Silvi.

Ho appreso, grazie al cortese aiuto della prof.ssa Licoccia e dell’ingegner Genovese, che la valutazione da noi riportata era stata di 9,5/10. Copio qui di seguito il giudizio dei referees, con qualche imbarazzo tanto tale giudizio è lusinghiero:

a) Innovation of the project: Following in the footsteps of major European Projects, this research promises some interesting ground for innovation in Italian studies in Italy.

The research proposed shows signs of innovation and would add to the study of early Italian literature, although the field of digitalization is widely explored. 4,5.

b) Clearness, credibility and feasibility: The timeframe of the project and the composition of the research group confirm the feasibility of the research.

The description of the research is clear and the attainment of the results credible within the period that will be devote to this project. The collaboration of an expert in ICT is essential. 2,00.

c) Skills of the PI: The CV of the PI, as well as the PI’s previous experience wit (sic!) the PRIN confirm him as a highly qualified scholar to act as project director.

The principal investigator is qualified, thanks to his previous experience, to lead the ressearch (sic!) to success. 2,00.

d) Adequacy and approriateness (sic!) of the expenditures items: Expenditure forecasts are more than adequate and appropriate. The request will certainly cover the cost of the research project and will allow the group to achieve the results they expect in the envisaged timeframe.

the (sic!) budget appears to be appropriate for the described research. All the necessary items are clearly detailed.

Total Mark: 9,5.”

(Ho evidenziato con un (sic!) i tre-quattro errori di distrazione presenti nelle poche righe del giudizio, chiarendo che io ne farei molti ma molti di più, ma giusto per ribadire l’assurdità di utilizzare la lingua inglese. Nessuno di noi farebbe quattro errori in venti righe scrivendo in italiano.)

Domanda: come si fa a non finanziare una ricerca come questa? Risposta: c’era di meglio. Anzi – mi si è detto – c’è stato un progetto che ha riportato la valutazione di 9,95/10 e non è stato finanziato. Mi permetto di dire che quest’ultimo caso (della cui veridicità non dubito, data la fonte autorevolissima) mi sembra una vergogna.

Fatto sta che un progetto valutato 9,5/10 (o addirittura uno valutato 9,95/10!) non è stato finanziato perché tutti gli altri progetti finanziati hanno riportato una valutazione migliore; cioè – devo presumere – tutti 10/10?

4. Ho chiesto ripetutamente (e-mail del 20/6 e del 22/6) alla gentilezza della Delegata del Rettore, la prof.ssa Licoccia, di poter conoscere, in nome della trasparenza, anche i giudizi riportati dai progetti finanziati. Inoltre protestavo perché giudizi diversi di revisori diversi fossero stati fatti confluire in una medesima graduatoria comparativa e le chiedevo altresì informazioni sul ruolo svolto dalla Commissione rettorale di cui al Bando.

Io non sono un giurista e mi rimetto al parere di chi ne sa più di me e di cui mi fido ciecamente (primo fra tutti il Pro-Rettore Vicario), mi sembra tuttavia – ripeto: da profano del diritto – che ovunque c’è erogazione di denaro pubblico ci debba essere trasparente possibilità di controllo, e in questo caso mi sembra non si possano escludere né errori materiali né eventuali discordanze fra il giudizio verbale e quello conclusivo e numerico né, infine, l’eventualità che alcuni referees possano aver dimostrato nel loro giudizio trascuratezze clamorose e/o addirittura calchi di giudizi. Se i giudizi debbono restare segreti, chi può, e chi deve, effettuare tali controlli?

Riporto qui l’essenziale delle tempestive risposte della prof.ssa Licoccia:

“…mi preme sottolineare come i revisori siano stati selezionati sulla base del SSD e del settore ERC indicato nella domanda dall’Albo dei revisori gestito dal CINECA. Peraltro, come avviene in tutti i processi di revisione, l’anonimato dei revisori è assolutamente inviolabile. (…) In qualsiasi graduatoria o nella valutazione di manoscritti a peer review concorrono sempre revisori diversi.” (e-mail del 20/6)

In nessun processo di ‘peer review’ valutazioni e votazioni vengono diffuse a qualcuno che non sia l’autore del progetto/manoscritto valutato.” (e-mail del 25/6)

Quanto al ruolo svolto dalla Commissione di Ateneo (di cui chiedevo nominativi e verbali), la prof.ssa Licoccia scrive:

“…nel caso specifico non c’è stata alcuna valutazione interna all’Ateneo e la graduatoria è stata la conseguenza delle valutazioni dei revisori esterni.” (e-mail del 20/6)

Dunque la Commissione nominata dal Rettore non ha svolto alcun ruolo, non essendosi verificati (credo di capire) casi di ex aequo? Gli organi dell’Ateneo si sono limitati al ruolo di passivi passacarte dei referees del CINECA? Confesso che non ho capito bene la vicenda che riguarda tale Commissione.

Poiché la mia richiesta di conoscere i giudizi riportati dai progetti finanziati è stata ripetutamente respinta, posso solo avanzare due ipotesi per spiegare la nostra bocciatura:

a) che siano stati finanziati progetti con una valutazione inferiore alla nostra;

b) che tutti i progetti finanziati, cioè 59, cioè il 36% del totale, abbiano riportato la valutazione di 10/10.

Ripeto: non posso saperlo, non possiamo saperlo, perché alle mie ripetute richieste di conoscere questi dati è stato opposto un netto rifiuto (sottolineo: io non ho mai chiesto invece di conoscere i nomi dei referees).

5. Torniamo dunque alle due ipotesi: voglio senz’altro scartare l’ipotesi a), cioè che siano stati finanziati progetti con una valutazione inferiore alla nostra, perché questo contraddirebbe il Bando e le affermazioni della prof.ssa Licoccia; non resta allora che l’ipotesi b) quella che definirei del “todos caballeros”, tutti perfetti, tutti con il massimo dei massimi, tutti 10/10.

È questa una situazione, si converrà, assai rara in natura: in nessun insieme di fatti umani – credo – può accadere che il 36% del totale, più di un caso su tre, sia perfetto. È capitato anche a me, come a molti fra coloro che mi leggono, di svolgere il ruolo di referee per il CINECA: ebbene credo di aver dato poche volte, o forse mai, la valutazione di 10/10.

Di più: in questo caso fra le voci della valutazione ce n’era almeno una che sembra fatta apposta per penalizzare i giovani ricercatori: è la voce “Principal Investigator” (“Skills of the Principal Investigator”); faccio notare – en passant – che tale voce era del tutto assente nel Bando, che non parlava affatto di “Principal Investigator” (così costoro definiscono il coordinatore della ricerca) bensì di “Qualità del gruppo di ricerca”, una voce ben diversa, la quale poi è del tutto scomparsa nella valutazione dei referees. Dunque il Bando è stato disatteso dai valutatori (pardon: dagli Auditors)? Non basterebbe questo ad annullare tutto il procedimento? Certo è che attribuendo due punti su dieci al profilo del coordinatore della ricerca (o PI che dir si voglia) è assai difficile che un giovane (per ipotesi al suo primo progetto) possa riportare la valutazione massima; ma in questo caso – evidentemente – neanche questo limite è valso a impedire le tantissime valutazioni di 10/10.

Né è meno strana la generalizzata perfezione riguardo a tutte le altre voci della valutazione, cioè: “Merito scientifico e natura innovativa del progetto rispetto allo stato dell’arte” (tradotto: “Innovation of the project”); “Chiarezza, credibilità, fattibilità degli obiettivi e impatto del progetto” (tradotto: “Clearness, credibility and feasibility”); “Congruità e appropriatezza delle voci di spesa” (tradotto: “Adequacy and appropriateness of the expenditures items”).

È possibile, è credibile, che 59 progetti abbiano tutti riportato il massimo in ciascuna di queste voci?

6. Ma una spiegazione di tutti questi 10/10 forse c’è, anzi forse ce ne sono due, una meno lusinghiera dell’altra.

Anzitutto molti Colleghi hanno sorriso davanti alla mia ingenuità spiegandomi che se si ritiene un progetto degno di finanziamento, beh, allora non c’è altra strada che dargli un bel 10/10. E il dovere di giudicare secondo coscienza? E l’analiticità del giudizio? E la corrispondenza del giudizio al valore intrinseco del progetto, che fine fanno?

Ancora più inquietante è però la seconda spiegazione possibile: è invalsa in alcuni (molti?) Settori Scientifico Disciplinari l’abitudine di dare comunque la massima valutazione ai Colleghi del proprio Settore (“a prescindere”, come direbbe Totò), e questo per motivi (mi permetto di dire) biecamente corporativi. In tal modo il proprio Settore di studi si rafforza poiché si verifica verso di esso un afflusso di denaro e/o di potere accademico. Posso affermare con sicurezza che molti dei venticinque lettori di questa lettera aperta sanno per diretta esperienza che questo effettivamente si verifica.

E naturalmente tali pratiche poco commendevoli sono in atto anche nella VQR: ma è evidente che, essendo in gioco finanziamenti in un sistema di risorse limitate, favorire il proprio Settore Scientifico Disciplinare alla fine significa sfavorire qualcun altro, così come è evidente che colpire un Collega con una valutazione negativa significa favorire qualcun altro, per ipotesi il proprio Settore o la propria Università (si spiegano così alcuni assurdi “0” dati da valutatori della VQR a studiosi eccellenti?).

È questo l’insanabile conflitto di interessi che è intrinseco nella VQR, e aspetto ancora che qualche sostenitore della VQR risponda a questa obiezione fondamentale.

Dice Cicerone che “Un aruspice non può incontrare un altro aruspice senza mettersi a ridere”, perché l’aruspice sa bene quanto serie siano le basi dei giudizi del suo collega. aruspice

Io non so come facciano i Colleghi GEV dell’ANVUR a non scoppiare a ridere quando si incontrano fra loro.

7. Torniamo al più circoscritto problema dell’assegnazione di fondi nella nostra Università. Il problema di fondo mi sembra il seguente: una valutazione di merito di ogni singola ricerca è stata trasformata, del tutto surrettiziamente e senza alcuna garanzia, in una valutazione comparativa fra ricerche diverse.

È invece del tutto evidente che una cosa è valutare la ricerca X, e una cosa è mettere in competizione fra di loro la ricerca X con la ricerca Y con la ricerca Z. Nel primo caso (la valutazione di una singola ricerca) può essere ammesso che i valutatori siano diversi per ciascuna ricerca, e che dunque siano in una certa misura inevitabilmente diversi anche i criteri e i metri della valutazione, ma nel secondo caso (la valutazione comparativa) è assolutamente necessario che i valutatori siano gli stessi e che siano gli stessi i criteri e i metri del giudizio. Cosa penseremmo di altre valutazioni comparative che ci riguardano (dalle ammissioni al Dottorato fino ai Concorsi) in cui giudizi diversi di valutatori diversi confluissero poi a determinare un’unica graduatoria? Altro che “best practice”, cara Collega Licoccia!

Non vale neanche l’argomento che il confronto avviene all’interno delle medesime aree CUN. Sia perché comunque i referees di ogni ricerca sono diversi fra loro (come ha confermato la prof.ssa Licoccia) sia soprattutto perché all’interno di una stessa area CUN esistono discipline diversissime fra loro. Limitandomi a considerare alcuni progetti finanziati per “Consolidate the Foundations” nelle aree 10 e 11 del CUN e di cui posso conoscere i coordinatori: si va da un progetto sull’industria cinematografica italiana ad uno sugli archivi delle Fosse Ardeatine, da uno sul lessico delle lingue classiche ad uno sull’idea di natura nella filosofia, da uno sulla digitalizzazione dei testi dell’Ottocento italiano a uno sulla musica dei migranti o sullo sviluppo del turismo nella Regione Lazio. Che senso ha mettere in competizione con questi progetti un progetto rivolto alla filologia informatica dei testi poetici delle Origini?

Sarebbe come – scrivevo alla prof.ssa Licoccia il 23/6 – misurare con un metro elastico, mai eguale a se stesso, cani, gatti, uccelli e pesci e farne poi una graduatoria numerica unica.

8. Non mi sottraggo, in conclusione, ad avanzare qualche proposta pratica che rivolgo, con tutta modestia, alle nostre autorità accademiche per evitare che si ripeta, con il Bando del prossimo anno, lo scempio che ho finora descritto.

Credo che il punto fondamentale sia il ruolo dei Dipartimenti a cui – fino a prova contraria – l’ordinamento conferisce la responsabilità della ricerca universitaria.

Si attribuiscano in sede di Ateneo ai Dipartimenti dei budget proporzionati alle loro caratteristiche (dimensioni, numerosità, carichi di lavoro, specifiche necessità di spesa per le proprie ricerche etc.) e si eleggano in ciascun Dipartimento, in modo pubblico e trasparente, delle Commissioni di valutazione unitarie il più possibile rappresentative dei diversi Settori Scientifico Disciplinari presenti nel Dipartimento.

A questo punto il giudizio dei referees esterni (ammesso che lo si voglia confermare) svolgerà l’unico ruolo che può svolgere efficacemente, che non consiste certo nel comparare ricerche diverse fra loro e metterle in graduatoria ma solo nell’individuare, valutandole una per una, le ricerche che appaiono di per sé serie e degne di finanziamento (ad es. quelle che superano la valutazione di 8/10, come si accennava anche nel Bando di “Consolidate”).

Quanto assegnare a ogni ricerca non può invece che essere oggetto delle meditate scelte del Dipartimento e della sua Commissione Ricerca, che potrà di volta in volta – ad esempio – scegliere di privilegiare le ricerche dei giovani oppure quelle che non hanno altra possibilità di trovare finanziamenti o – al contrario – scegliere di concentrare tutti i fondi su un solo progetto, o attuare politiche di rotazione dei finanziamenti, e così via. Così come ogni Dipartimento deve essere libero di poter assegnare una quota, magari predefinita, dei fondi di ricerca ricevuti dall’Ateneo per esperienze di ricerca innovative, individuali o collettive, sperimentali, magari poco costose, ma spesso molto produttive.

Insomma una procedura in due momenti: uno esterno per valutare se una ricerca meriti oppure no, e uno interno, affidato ai Dipartimenti per compilare se necessario un’eventuale graduatoria delle priorità.

Meglio ancora se con l’occasione otterremo che tutto si svolga finalmente nella più assoluta trasparenza (chiedendo, se questo è giuridicamente davvero necessario, che tutti i Colleghi che chiedono fondi accettino preventivamente che siano resi pubblici i giudizi ricevuti dai loro referees).

Una vera best practice sarebbe, io credo, recuperare all’Università il compito che le compete di programmare e promuovere la ricerca. Nel rispetto di tutti/e noi e in primo luogo nel rispetto della trasparenza di ogni momento decisionale.

Roma Tor Vergata 11 luglio 2016

(prof. Raul Mordenti)

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39 Commenti

  1. Ottimo e magistralmente scritto: progetto di sterminio delle ricerche umanistiche, disprezzo della lingua italiana, disprezzo dei colleghi, pernacchie del potere ai docenti sotto vari pretesti. Noi ci rivolgiamo con tono civile e proposte sensate a persone pagate per annientarci con gli algoritmi.

  2. E’ la solita storia: si decide prima, con un giro di telefonate, mail o wa, chi deve vincere, e poi si sparano i voti che devono ratificare l’esito del giro di telefonate.
    Rivolgersi al giudice amministrativo, oltre che a ROARS, mi sembrerebbe il minimo.
    Qui c’è la stessa trasparenza che nella caverna platonica.

    • Si, e’ la solita farsa ignobile. Lei ha ragione, perche’ non rivolgersi al giudice? lamentarsi su ROARS serve a scaricare la rabbia pero’ non risolve nulla (e forse manco rivolgersi al giudice ma almeno ci si prova…).

  3. Be’ io un sic, anzi un sigh, lo metterei anche a “clearness”, che molto probabilmente voleva essere “clarity” 😀
    http://wikidiff.com/clarity/clearness
    .
    Neanch’io capisco l’uso dell’inglese in questo contesto, a meno che revisori stranieri non siano stati effettivamente coinvolti. Non mi sembrerebbe comunque neanche il caso di coinvolgerli in questo tipo di valutazioni. Se infatti, per esempio, si considerano le pratiche passate PRIN ecc…, *effettivamente* era ormai regola non scritta che passassero solo i progetti con il massimo dei voti (che poteva essere 10/10, tutte A, 60/60, 100/100, ogni volta si cambiavano criteri e voti corrispondenti). Una regola che rendeva la bocciatura semplice in moltissimi casi: bastava dare un 9 ma anche un 9,5 per sapere di aver eliminato il progetto, avendo indorato la pillola.
    Ora, si può benissimo pensare che un revisore straniero infilato a caso in un panel e non in un altro (non si è mai capito), può benissimo non essere consapevole di questo e quindi dare un 9 pensando di fare un gran favore, di essersi persino sprecato in lodi, ma mai, invece, di aver provocato la morte istantanea del progetto.
    Cioè, l’uso del revisore straniero deve essere pensato molto bene e non solo da questo punto di vista. L’impiego del commissario straniero ASN in passato ha fatto ugualmente parecchi danni, credo proprio soprattutto nel caso delle materie umanistiche.
    Se poi questo bando prevedesse effettivamente una graduatoria basata sul voto finale non saprei dirlo.
    .
    Per “tutelare” le aree umanistiche in effetti si prevede anche nell’attribuzione delle noccioline PRIN (o FIRB, ecc…) di dedicare risorse almeno divise fra le aree scientifica, umanistica, ecc… Che è una possibilità.
    .
    Sui commenti anonimi dei reviewers, effettivamente in nessuna pratica di valutazione che mi risulti (a parte i concorsi pubblici per le assegnazioni dei posti) questi vengono resi pubblici. Neanche la Commissione EU lo fa e ognuno riceve il suo rapporto di valutazione individuale in via privata.
    Non so quanto questo potrebbe migliorare le cose poi. Non è difficile scrivere rapporti di valutazione corrispondenti ai voti e non risulterebbero grandi differenze fra un 9,5 e un 10, tali da poter far gridare allo “scandalo”.

  4. Caro Mordenti,
    avevo segnalato la stessa cosa
    e, soprattutto, lo stesso senso di
    frustrazione su roars tempo fa.
    Nello stesso concorso che tu dici, io ho ricevuto
    9,65/10 ed ho avuto 0 euro. Non penso che ci siano estremi per ricorsi legali ma certamente il modo con cui certe selezioni avvengono e’ veramente poco trasparente ed estremente sensibile e piccolissime variazioni di punteggio che non giustificano un esito SI/NO ma al massimo un finanziamento proporzionale all’interno di un set di progetti che superano una certa soglia.
    Un altro punto cruciale e’ questa necessita’ opprimente che tutto deve essere delegato ad un solo uomo al comando: la commissione e’ nominata dal Rettore. Perche’? Una commissione dovrebbe essere espressione delle varie realta’ di un Ateneo comprese quelle minoritarie.

  5. Oh! caro buon vecchio 60%, per chi se lo ricorda. Era distribuito volutamente a pioggia ed a tutti. Ognuno aveva la possibilità di avere un contributo, se poi era bravo, avrebbe attirato ulteriori fondi dall’esterno o da altri bandi. Il 60% metteva insieme la gente e consentiva a tutti di lavorare. Adesso si mette uno contro l’altro e si impedisce a chi si vuole di lavorare. Il merito non c’entra nulla, come ben risulta dall’ottima lettera. Sono contro il merito? NO, NO e NO. Sono contro il falso merito che premia i ‘furbetti dell’indicino’ (little index in inglese)

  6. Credo che ci sia stato un grosso problema nell’interpretare il giudizio.
    Il punteggio non è di 9,5/10, ma di 9,5 su 20.
    Lo score funziona così: ad ognuna delle 4 voci viene assegnato un punteggio da 1 a 5, essendo uno il punteggio migliore. Viene quindi fatta la somma degli score. Un progetto con punteggio di 4 è ottimo, uno con punteggio di 20 pessimo, uno con punteggio 9,5… medio (e non finanziabile).

    Questo metodo di valutazione è molto comune, soprettutto all’estero.

    Quello che mi stupisce sono due cose:
    1) Da parte di chi si lamenta, ingiustificatamente, la non conoscenza di un metodo così comune (mai partecipato ad un bando competitivo?)
    2) L’incapacità da parte del personale amministrativo di fornire il facile chiarimento.

    Tengo a precisare che il giudizio non mi sembra così lunsighiero: “The research proposed shows signs of innovation and would add to the study of early Italian literature, although the field of digitalization is widely explored”.

    L’Inglese non sarà la lingua giusta per tutti i bandi, ma qui c’è scritto: La ricerca proposta mostra cenni di innovatività a contribuirebbe allo studio della letteratura Italiana delle Origini, sebbene il campo della digitalizzazione sia già ampiamente esplorato”.

    In pratica, il progetto è stato respinto perchè quasi privo di originalità.

  7. Letto e interpretato, Alberto Baccini. Si parla di un punteggio pari a 8/10 del massimo e non pari a 8/10. La differenza è sottile…
    Mi dispiace, l’interpretazione è quella che ho dato io. Altrimenti, di grazia, spiegatemi come funzionerebbe lo score.
    Per l’originalità è stato dato 4,5; 4,5 su cosa?

    Gli 8/10 traslati sulla scala utilizzata equivalgono ad uno score inferiore a 4.

    • “I revisori esprimeranno un giudizio sui seguenti criteri:
      – merito scientifico e natura innovativa del progetto rispetto allo stato dell’arte (punti 5);
      – chiarezza, credibilità, fattibilità degli obiettivi e impatto del progetto (punti 2);
      – qualità del gruppo di ricerca (punti 2);
      – congruità e appropriatezza delle voci di spesa (punti 1).
      I progetti che ottengono una valutazione inferiore agli 8/10 del punteggio massimo ottenibile sono esclusi
      dal finanziamento anche in presenza di fondi disponibili.”
      p. 3 del bando. Non è difficile.

    • AndreaF: «Mi dispiace, l’interpretazione è quella che ho dato io. Altrimenti, di grazia, spiegatemi come funzionerebbe lo score.
      Per l’originalità è stato dato 4,5; 4,5 su cosa?»
      __________________
      Sono stati dati 4,5 su 5 punti, come chiaramente descritto nel bando:


      __________________
      Concordo con Baccini: «Una buona regola è sempre leggere prima di commentare». Strano doverla ricordare a chi dovrebbe essere abituato al metodo scientifico.

  8. Che razza di giudizio è ‘sebbene il campo della digitalizzazione sia ampiamente esplorato?’. Non dovevamo essere tutti digitali?
    L’hanno messo tanto per scrivere qualcosa … di particolarmente stupido.

  9. Andrea F. ci sono i massimali su ogni voce
    e la somma fa 10, ci sono i giudizi non numerici (anche del mio progetto) che coincidono perfettamente con il punteggio massimo, inoltre le risposte del ProRettore
    confermano chiaramente che 9,50 e’ un punteggio quasi perfetto.

    Ecco il review su una voce del mio progetto:

    “””The scientific qualification of the PI is of international level, and its competences are specific and coherent with the proposal. We rank the project according to these criteria ****with 2 points out of 2 points***.”””

    Che altro ti serve? Che senso ha perseverare? Parafrasando le tue critiche: mai partecipato ad un bando?

    Ottime invece le osservazioni fatte da Mordenti sulla complessita’ della valutazione comparativa tra aree totalmente incomparabili e senza la necessaria presenza di tutte le parti in gioco.
    Qui stiamo parlando di denaro pubblico e le cose dovrebbero essere fatte con un processo molto piu articolato e ***condiviso*** rispetto a quello di scegliere 2 revisori esterni da parte di una Commissione decisa unicamente dal Rettore

  10. Scusate, ma come al solito vi state perdendo in tecnicalità. Il tema è: può un fondo di ricerca locale essere gestito con regole analoghe e revisione analoga ad un progetto Europeo o simili? Questa è la risposta da dare, che, secondo me è ovviamente NO. Infatti, a parte l’inglese che mi sembra di una provincialità assurda, si dovrebbe approfittare di un progetto locale per incentivare i gruppi a fare ricerche anche ‘eretiche’ rispetto ai temi Europei. Ognuno di noi avrà notato che le tematiche comunitarie sono poche e non necessariamente confacenti agli interessi nazionali. Cito due esempi opposti. Nel campo tecnico l’Italia avrebbe bisogno di ricerche che valorizzassero il tessuto delle PMI e le loro problematiche, totalmente ignorate in ambito Europeo. Nel campo umanistico dovremmo far in modo di diventare il paese trainante, vista la nostra naturale ‘superiorità’ rispetto a qualunque altro paese nel campo dei beni culturali ed architettonici. Scimmiottando i format Europei, necessariamente i fondi andranno ai soliti noti. Non importa se in modo formalmente corretto o fraudolento, ma andranno ai soliti noti e non ci sarà mai la possibilità che alcuni gruppi di frontiera possano emergere e dimostrare di avere valore. Questo è il tema che dovrebbe suggerire la lettere di cui stiamo discutendo. Perdersi in tecnicalità ci allontana dall’obiettivo politico che è quello di sconfiggere il pensiero unico che ci ‘ammorba’ e ci impedisce di crescere e di sviluppare un sistema di ricerca sano, collaborativo ed utile per noi e per il Paese.

    • Ci sono due piani del ragionamento.
      Il primo politico che è quello che fai tu. E che più volte abbiamo affrontato. Il miglior modo di distribuire risorse di ateneo è molto simile alla pioggia. Per salvaguardare la ricerca di base. Se poi proprio la pioggia non si può sopportare perché (sarcasmo on) antimeritocratica (sarcasmo off), allora estraiamo a sorte http://riviste.unimi.it/index.php/roars/article/view/3834.

      Il secondo è quello che chiami technicalities. Mostrare che gli argomenti non stanno tecnicamnete in piedi, alla lunga potrebbe avere effetti positivi. E’ questa la scommessa di Roars.

    • Concordo con Baccini. La contestazione delle linee strategiche viene spesso liquidata come “ideologica” e contrapposta a presunti approcci “oggettivi” che si fanno forti di una patina di “scientificità”. Mostrare che sotto questa patina c’è ben poco aiuta a rompere l’incantesimo che fa sembrare l’imperatore vestito di tutto punto.

    • Bene Baccini e bene De Nicolao. Siamo d’accordo. Dimostrare che gli argomenti non stanno tecnicamente in piedi è importante e (fortunatamente) anche facile. Ma se ci si concentra troppo su questo si rischia di far percepire ai lettori che qui si propongono metodi diversi, ma che hanno la stessa finalità (sbagliata). Invece, contrastare in radice la finalità ed argomentarla anche con le dimostrazioni degli strafalcioni ‘tecnici’ sarebbe una operazione diversa e forse potenzialmente più aggregante, perché basata su presupposti ‘politici’ semplici, immediati e più immediatamente condivisibili. Si parlava commentando un altro articolo di organizzare una ‘marcia dei 40000’ e qualcuno ironizzava che a fatica saremmo stati 400. La mia obiezione nasce proprio da questo: come è possibile aggregare 40000 persone che, secondo me ci sono? Fatto questo non credo manchino gli argomenti di merito per mettere in ridicolo i nostri comuni nemici.

    • A volte dubito che arriveremmo a 400. In altra situazione, non certo meno grave, mi sembra che si arrivò a 12 o giù di lì…

    • Calm and cold blood…giusto per usare l’inglese all’amatriciana 😀
      “Nel campo tecnico l’Italia avrebbe bisogno di ricerche che valorizzassero il tessuto delle PMI e le loro problematiche, totalmente ignorate in ambito Europeo.”
      In realtà esiste un programma di finanziamento europeo detto “SME Instrument”:
      https://ec.europa.eu/programmes/horizon2020/en/h2020-section/sme-instrument
      interamente dedicato alle PMI innovative.
      E qui devo dire che sono very orgoglious dell’Italia, perché è il paese che finora, in H2020, ha vinto più progetti:
      https://ec.europa.eu/easme/en/statistics-sme-instrument
      (cliccare la mappa o anche il file excel più a destra dove sono riportati i numeri dei vincitori per paese nel foglio “Phase 2 by country” – solo la Spagna, seconda, ha numeri vicini ai nostri.)
      .
      Direi poi che il modus operandi di questo bando è ormai in perfetta linea con lo scimmiottamento dei bandi europei per distribuire le noccioline nazionali (PRIN, FIRB, SIR) e ora, vedo, anche quelle locali.
      Solo che lo scimmiottamento, a parte apparire un po’ ridicolo per l’entità totale dei fondi messi a disposizione (si scomodano criteri ERC, nomi altisonanti come PI, settori ERC, ecc… per due soldi), presenta problemi di varia origine e natura. Uno è l’utilizzo dei revisori stranieri (nei bandi SIR era stato un problemone, se qualcuno ricorda la richiesta da parte del MIUR di liste di esperti alla EC), l’altro, e più grave, è che comunque la mentalità è rimasta quella pre-ERC, degli ex-60%, e cioè la presenza di un alto numero di progetti *perfetti*, con i voti massimi. Voti che restano l’unico modo per permettere al progetto di ambire alla spartizione delle noccioline.
      Probabilmente questo modus operandi si verificherebbe anche se i fondi fossero maggiori, come in effetti erano nel periodo post-60%.
      E’ la mentalità di queste valutazioni che va cambiata casomai.
      .
      Anch’io sono dell’idea che a livello locale, con fondi contenuti, e per la ricerca di base, un finanziamento a pioggia sarebbe la soluzione migliore. Anche perché, escludere dal finanziamento progetti comunque eccellenti (9.5/10!) significa privarci della possibilità di crescita come sistema di ricerca nazionale. Ed è poi verissimo, come dice il collega autore del post, che certe ricerche a volte hanno bisogno di fondi molto limitati.
      Perfino a livello di EC, dove comunque le dimensioni dei finanziamenti e l’impatto atteso sono di altri ordini di grandezza, si sta cercando da un po’ di trovare qualche modo per finanziare i “second best”, perché si tratta molte volte di progetti eccellenti rimasti fuori per poco e perché la competizione è molto alta.

    • Scusate, devo rettificare. Siamo il primo paese per numero di progetti presentati e poi siamo praticamente secondi a pari merito con la Gran Bretagna (ma ancora per poco visto che i furboni inglesi escono…eheheh) per quelli finanziati. Battiamo però Germania e Francia.
      Siamo anche secondi, sempre praticamente a pari merito con GB, per il numero di progetti non finanziati “above threshold”. 227 buoni progetti, cioè, che non possono accedere ai finanziamenti rispetto ad un totale di 760 progetti presentati e 33 finanziati.
      Ecco, almeno alcuni di quei 227 buoni progetti dovrebbero poter trovare in Italia altri canali di finanziamento ad esempio.

    • A Lilla. E’ vero H2020 ha una linea dedicata alle PMI, ma guardando i Topic ci si accorge che questi sono comunque ricompresi in quelli ‘inutili’ ed altisonanti delle tematiche tradizionali europee. Le esigenze peculiari del nostro paese non emergono, anche per colpa nostra, perché secondo H2020 ciascuno dovrebbe contribuire a definire le tematiche di interesse e questo passaggio non è mai avvenuto, vista la latitanza degli attori nazionali, in primis l’Università. Il fatto che con queste sfavorevoli condizioni al contorno gli italiani (bisognerebbe censire anche i partner universitari italiani) siano in buona posizione la dice lunga su quanto l’esigenza di fondi per le PMI sia sentita e rafforza i motivi della mia critica al sistema dei finanziamenti locali che minimamente si cura di queste esigenze.

    • Ciao braccesi. Sì, i topic sono quelli ai quali si è deciso di dare precedenza ma che comunque coprono molti settori. Se l’Italia ha fatto più di 700 domande significa che c’è molto interesse.
      Però, ecco, i fondi EU *non sono mai stati pensati per sostituire quelli nazionali*. Invece ci troviamo nella situazione in cui avviene l’esatto contrario.
      .
      Quello che sicuramente trovo incongruente nelle politiche EU, e che deve cambiare, sono proprio queste affermazioni, unite ad esempio alle raccomandazioni di aumentare livello di laureati e spesa per la ricerca rispetto al PIL, quando invece nella pratica sono state messe in atto politiche di austerità del tutto penalizzanti per i sistemi con istruzione pubblica (la maggior parte di quelli europei).
      Ma si è capito, anche grazie al suicidio inglese (io la Brexit la vedo così), che questa strada non è più percorribile. Ottimisticamente ci aspettiamo tempi migliori.

  11. l’osservazione sollevata da TAG (la riporto per comodita’ di lettura nel seguito), a cui mi associo e’
    ” … Lei ha ragione, perche’ non rivolgersi al giudice? lamentarsi su ROARS serve a scaricare la rabbia pero’ non risolve nulla (e forse manco rivolgersi al giudice ma almeno ci si prova…).”
    Espandendo l’osservazione, perche’ non si prova a fare partire una rubrica su ROARS in cui si aiuta “al rivolgersi al giudice”? Questo mi sembra essere l’unico strumento efficace per contrapporsi a chi abusa del proprio ruolo nella PA.
    Qual e’ la ritrosia nel rivolgersi alla magistratura sostituita dal lamentarsi con chi gia’ condivide le stesse opinioni o proporre l’n-sima raccolta firme?

    • Perché il Magistrato non risolve i problemi (i fatti nell’ambito della politica dovrebbero aver chiarito a chiunque questo banale concetto). Il Magistrato trova eventualmente comportamenti fraudolenti la cui punizione non inficia il criterio, anzi lo rafforza. Invece è proprio il criterio che va contestato e su questo nessun magistrato può far niente.

    • Non per ripetere cose dette già qui da molti, ma se non si ha nemmeno il coraggio di scrivere un post su un blog firmandosi con nome e cognome, come si potrebbe mai anche solo pensare di chiedere giustizia in un’aula di tribunale? (non è, ovviamente, il caso di Mordenti, ma di molti battaglieri commentatori del suo articolo).

  12. ringrazio braccesi e proietti per aver letto e aver trovato il tempo di rispondere al mio post.
    Sottolineo che il mio obiettivo non e’ discutere o polemizzare sul tema. Io ho un obiettivo molto piu’ terra terra, pratico, operativo: vorrei capire come organizzare una azione di contrappeso, ricorrendo alla magistratura, verso le storture in ambito accademico di cui siamo tutti testimoni. Rispondo nel seguito ad entrambi.

    @braccesi vero che il ricorso alla magistratura non risolve il problema politico. Questa e’ la scusa principe per non fare nulla. Io credo il contrario: rivolgersi alla magistratura serve per fare cessare un abuso di potere da parte della PA cioe’ mettere un freno a chi abusa del potere esecutivo esercitato al suo interno.
    All’interno dell’universita’ italiana, una piccola parte di docenti coopera al fine sfruttare le zone grigie delle regole amministrative per prendere il controllo delle universita’ (4 docenti controllano tranquillamente un dipartimento di 50 e piu’ docenti tramite relazioni di vassallaggio minore e minore, decidendo chi si promuove, chi insegna cosa, chi prende i fondi e chi no! (il ‘no’ e’ la goduria maggiore, guardate le loro espressioni quando si esprimo per non dare i fondi di ateneo a qualcuno soprattutto se egli/ella ha fatto lo sforzo di presentare una proposta palesemente ben fatta). Non e’ di questo che si parla nell’articolo? non e’ abuso di potere questo? Non e’ di competenza del TAR? ovviamente tre volte si’).

    La stessa cricca e’ notoriamente recidiva ed e’ passata dall’organizzare delle commissioni dei concorsi locali al “suggerire” e sostenere le politiche dell’ANVUR. Cambiano le forme, ma non la sostanza.

    Rivolgersi alla magistratura serve quindi come leva iniziale per scardinare un accordo di potere diffuso e distribuito su tutte le sedi universitarie.

    Purtoppo il solo scrivere su ROARS, R29Aprile, etc. ha sfortunatamente impatto alcuno sulla cricca. Bastasse questo saremmo a cavallo.

    Rivolgersi alla magistratura mettendo in evidenza le “incongruenze” sottostanti gli atti amministrativi che assumono la forma giuridica degli abusi di potere e’ un modo per rendere piu’ difficile l’operato della cricca, non crede braccesi?
    Immagini se in ogni dipartimento ci fosse qualcuno che in modo coordinato (da ROARS?) inviasse al TAR la richiesta di dichiarare illegittimo lo stesso tipo di atto quando fatto nelle varie sedi?

    @proietti l’uso degli pseudonimi (perche’ non si tratta di anonimato) nella proposta di organizzare una azione giuridica verso una organizzazione di cui si fa’ parte ma di cui non si condivide l’operato mi sembra ovvio e necessario. L’anonimato non serve se si appoggia chi detiene il potere, no? Non confonda la prudenza e la riservatezza a livello di pianificazione con altro.

    In aggiunta, occorre tenere conto che i tempi di pronunciamento della magistratura italiana si misurano in decenni e non giorni. Quindi prima di arrivare a sentenza definitiva passano anni in cui l’organizzazione (cioe’ la cricca di cui sopra) ha tutto il tempo per fare di tutto e il peggio verso i promotori di una azione giuridica a loro opposta in quanto ovviamente il potere esecutivo e’ sempre loro fino a sentenza.
    Basta ricordare le vicende dei whistleblower nel contesto statunitense per avere un chiaro quadro dello svolgimento di situazioni similari.

    Pero’ a me non appassiona per nulla la retorica. Io non voglio convincervi di nulla. A me interessa sapere come sia possibile ma non c’e’ nessuno che invece di dedicare tempo a fare le ricerche piu’ astruse per comparare grafici e percentuali (sui fondi di ricerca europei e non), trovare senso a cio’ che senso non ha (cito e non plagio il titolo di un post recente sulle formule matematiche anvuriane),
    abbia invece voglia di capire come impostare una azione giuridica efficace contro le storture che osserviamo tutti i giorni in universita’?

    Possibile che tra tutti i lettori non ci siano giuristi che sappiano impostare (non e’ necessario che la presentino loro in prima persona) una strategia giuridica interdittiva sui vari atti giuridici a cui assistiamo: VQR, ASN, assegnazioni di fondi locali e non, etc.?
    Se non fa qualcosa chi ha un posto fisso all’universita’, chi lo puo’ fare? Il ricercatore a tempo determinato o l’assegnista di ricerca? con l’ansia della riconferma ogni 12 mesi e la necessita’ di mantenersi simpatico a chi deve rinnovargli il contratto?

    • Io ho dei dubbi sull’opportunità (e forse anche sulla stessa possibilità) che Roars suggerisca e coordini azioni legali. Il lavoro redazionale necessario per fornire informazioni e analisi, già gravoso del suo, non trarrebbe giovamento dalla commistione di ruoli. Il fatto che qualche collega cominci a valutare possibili azioni legali riflette un livello di indignazione che sarebbe meno bruciante senza anni di informazioni e analisi puntuali che hanno messo a nudo l’inconsistenza e la tossicità delle retoriche che ammorbano l’aria.
      Sarei personalmente molto contento se qualcuno passasse dalle parole ai fatti: vuoi con azioni legali vuoi con l’impegno negli atenei a tutti i livelli (dipartimenti, senati, cda, campagne elettorali rettorali, etc). Tuttavia, è necessaria una divisione dei compiti: chi si impegna negli atenei non ha il tempo di andare a caccia di notizie, di monitorare la letteratura scientometrica internazionale, di smontare le bufale dei media e così via. Questo lavoro viene svolto quotidianamente da Roars e viene messo a disposizione di chi vuole rimanere aggiornato e non si rassegna a trangugiare panzane. Una risorsa preziosa per navigare nel caos accademico quotidiano senza perdere la bussola (e con un gran risparmio di tempo).
      Continuare a offrire questa risorsa comporta costi umani enormi (tempo, fatica, stress) e non è nemmeno detto che ce la si faccia ad andare avanti. Se la comunità accademica continua a subire più o meno passivamente la distruzione del sistema e della propria dignità, potremmo concludere che non vale la pena di tenere accesi i riflettori sulla decomposizione di un cadavere. Se anche chiudessimo i battenti domani, in 5 anni avremmo fatto e dato di più di quello che molti colleghi fanno e danno in tutta la loro carriera.
      Conclusione: sarà bene che qualcuno si dia una mossa. Roars più che tenere accesi i riflettori non può fare. Illuminiamo il baratro, ma anche qualche strada per evitarlo. Ma non possiamo condurre per mano i colleghi come fossero bimbi della scuola materna. Che si sveglino oppure tanto vale che spegniamo la luce.
      _________
      P.S. A fronte di tanti bellicosi intenti, le firme per le dimissioni del direttivo Anvur sono a quota 1.548 (https://www.roars.it/online/la-vera-primavera-delluniversita-inizia-con-le-dimissioni-del-direttivo-anvur/(. Ricordiamo che questo direttivo include chi è finito sulle Iene per quelle che il programma televisivo ha chiamato “scopiazzature” (https://www.roars.it/online/le-iene-vogliamo-dire-scopiazzature-la-nomina-del-consigliere-anvur-finisce-in-prima-serata/), include un presidente che fa spallucce dichiarando che per un documento presentato per una selezione pubblica per un posto di altissima responsabilità (e compenso) non si può parlare di plagio perché non è un articolo scientifico (https://www.roars.it/online/graziosi-assolve-miccoli-il-documento-e-privato-i-plagi-si-fanno-negli-articoli-scientifici/), include chi auspica la chiusura di Medicina e Giurisprudenza al sud perché «lì non servono» (https://www.roars.it/online/anvur-il-sud-si-e-suicidato-la-cura-piu-serie-b-meno-giurisprudenza-e-medicina-li-non-servono/), include chi manda al MIUR e fa protocollare il documento sulle soglie ASN e dopo poche ore lo ritira (https://www.roars.it/online/anvur-soglie-asn-non-sono-affidabili-la-causa-un-erroneo-invio-di-informazioni-da-parte-di-anvur-al-miur/), etc, etc. Se avete voglia di ruggire, cominciate a firmare la petizione per le dimissioni. Qualcuno si è domandato perché è in prima pagina da due mesi? Forse perché vogliamo dare un’ultima occasione ai colleghi per battere un colpo prima di concludere che è inutile spendere del tempo per loro. Sono solo 1.548 i colleghi che non ne possono più di questo andazzo indecoroso? Cosa siete ancora disposti ad accettare? Oppure, la verità è molto semplice e triste: la maggioranza dei colleghi non ne può più, ma per opportunismo preferisce non metterci la faccia perché “non si sa mai”.
      A questo punto la domanda è d’obbligo: perché mai la redazione di Roars dovrebbe metterci il sudore a beneficio di chi non mette nemmeno una firma?

    • Tutta l’attività di informazione, fact checking e denuncia che fa ROARS coi suoi commentatori non è mai stata una “perdita di tempo”. Ha diffuso cultura, ci ha fatto forse per la prima volta sentire tutti parte di una istituzione (da difendere), ha difeso la dignità del nostro lavoro, ha ispirato azioni di ogni genere.
      “Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo” – i frequentatori di questo sito riconoscono questo verso senza bisogno di cit.
      Detto in maniera poco sofisticata: a me ROARS piace così e mi sono anche divertita mille volte – cosa assolutamente non trascurabile di questi tempi.
      .
      Sull’opportunità di azioni legali contro le “cricche”. Bisogna ricordarsi che finché le attività di commissioni, giunte, panelli e pannellini verranno approvate a maggioranza nei vari consigli, dove tutti sono chiamati a partecipare, gli estremi per eventuali azioni legali saranno ridotti. Questo significa anche che è proprio in questi consessi che prima di tutto bisogna intervenire e far sentire la propria voce. Nonché candidarsi per le cariche universitarie, a diversi livelli, per intervenire in maniera ancora più incisiva.
      .
      Dopodiché, chi vuol passare alle azioni legali può benissimo rimboccarsi le maniche, promuovere gruppi, diffondere le informazioni, cercare adesioni ecc… Posto che si sia verificato che ci siano gli estremi per procedere, naturalmente. Conosco più di una iniziativa in questo senso. Ad esempio, una recente dei ricercatori TI alla quale partecipo.
      .
      Collegandomi a questo…forse bisognerebbe farsi sfiorare dal dubbio che dove sia necessario intraprendere azioni delle quali si è convinti, e quindi metterci la faccia, dalla propria sede fino a livello nazionale, gli “anonimi” ci mettano nome e cognome 😉

    • A parte la conclusione , condivido il punto di phd1. I ‘quattro docenti’ che, con il loro stuolo di votanti fedelissimi, controllano i Dipartimenti. Ma più che il giurista, servirebbero Rettori con la schiena diritta, che non delegano la gestione degli Atenei a 3 o 4 prorettori, investendoli di un potere assoluto. I prorettori alla ricerca fanno davvero l’interesse dell’Ateneo o invece cercano di portare a casa risorse per se stessi, oltre che compiacere amici e parenti? Come fare, anche e soprattutto in piccoli atenei, come Verona, a prendere posizione contro tali meccanismi e continuare a lavorare fino alla fine del mandato rettorale senza venire distrutti? Forse questa e’ la vera domanda: cosa ognuno di noi può’ fare?

    • ringrazio De Nicolao, Lilla, Olympe per aver letto e risposto al mio commento.
      Solo una piccola nota: “Bisogna ricordarsi che finché le attività di commissioni, giunte, panelli e pannellini verranno approvate a maggioranza nei vari consigli, dove tutti sono chiamati a partecipare, gli estremi per eventuali azioni legali saranno ridotti.”
      Questa affermazione pero’ e’ giuridicamente errata: l’approvazione anche all’unanimita’ da parte di un organo istituzionale di un atto illegittimo non modifica la sua illegittimita’ e non riduce ne’ aumenta gli spazi per le azioni legali.
      I TAR hanno proprio questa funzione: valutano se un atto approvato ed esecutivo e’ o meno illegittimo e quindi da annullare.
      Concordo su quanto si legge tra le righe dei commenti e cioe’ che per potere impostare un’azione legale occorra trovare uno o piu’ giuristi in grado di scrivere un atto di citazione che metta in evidenza le irregolarita’ degli atti di interesse.
      La scrittura del ricorso e’ sicuramente cosa non semplice infatti richiede un’attivita’ di ricerca ed analisi giuridica impegnativa e competente.

  13. appunto un’altra petizione che nulla serve.
    Ad ogni petizione che non produce effetti segue un’altra petizione che raccoglie ancora meno firme.
    E non puo’ che essere cosi’. E’ strutturale, fisiologico, prevedibile, ovvio. Se un tipo di azione non produce effetti, le persone si scoraggiano e non la ripetono piu’.
    Sembra simile alla parabola (intesa come curva a forma di ‘U’ rovesciata) dell’interesse verso i talk show politici televisivi (escludo Report per ora). A fronte di denunce pubbliche con cadenza settimanale di atti inaccettabili, nulla cambia. L’interesse del pubblico verso questi talk show non puo’ che calare. Crozza ne fa una parodia geniale e crudele allo stesso tempo.
    Ecco perche’ mi chiedo se non sarebbe piu’ proficuo sostituire ogni raccolta firme con una bella citazione giudiziaria che puo’ produrre effetti se ben pensata e scritta.
    P.S. Lungi da me criticare Roars e le altre associazioni che hanno mantenuto viva l’attenzione sul degrado dell’universita’ italiana. Ringrazio e spero che continuino la loro attivita’ a lungo.
    P.P.S. La mia modesta richiesta che rinnovo e’: giuristi che leggono Roars ed in grado di pianificare un’azione giudiziaria in merito a quanto viene denunciato ce ne sono?

  14. Non penso proprio che la magistratura possa risolvere un problema che non è legale, ma culturale.

    Se crediamo nell’autonomia universitaria dovremmo essere in grado di rispondere a queste domande…

    1) Ci sono le risorse per finanziare tutti i progetti proposti?
    2) Tutti i progetti proposti sono meritevoli di finanziamento?
    3) Se almeno una risposta alle due domande precedenti è NO, come costruire una procedura di selezione dei progetti, tale per cui anche chi non viene ammesso al finanziamento possa essere convinto che la sua proposta è stata valutata in maniera equa e ritorni nel suo laboratorio/stanza a formularne una migliore per la prossima tornata di selezione anziché perdere il tempo a rimuginare ricorsi alla magistratura?

    Per professione dovremmo essere in grado di comunicare al prossimo e saper mettere i voti: con gli studenti (forse) ci riusciamo, fra di noi assolutamente no…

  15. Il problema e’ certamente culturale ma e’ anche, in molti casi, “legale”. Non credo sia ragionevole pensare che ROARS debba (o possa) sobbarcarsi il peso del coordinamento di eventuali azioni legali, nemmeno in casi eclatanti. Di sicuro gli abusi non mancano, ce n’e’ per tutti i gusti, minacce di ritorsioni e ritorsioni vere e proprie incluse, soprattutto per chi si espone essendo in posizione precaria.

  16. Caro ‘noi siamo domati’, il progetto andava bene ma le sempre piu’ scarse risorse fanno andare sempre piu’i soldini nelle tasche dei soliti noti. Scritta in inglese, risulta una presa per i fondelli piu’ kul e internescional. Chiaro?

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