Domenica 22 aprile,Il Corriere e Il Sole 24 Ore hanno pubblicato i risultati provvisori della consultazione on line del Ministero dell’Istruzione sul tema del riconoscimento del valore legale del titolo di studio. La consultazione, composta da quindici quesiti ed iniziata giovedì 22 marzo, è giunta al termine il 24 aprile. Come è noto, l’operazione è stata criticata sin dal suo inizio, e Roars non ha mancato di dedicarle la dovuta attenzione (a questo link trovate l’elenco di tutti gli interventi). Nonostante il Ministro Profumo abbia dichiarato di attribuirle valore indicativo, e non scientifico, molte sono state le critiche all’impianto medotologico della consultazione: capzioso, nelle forzature cui la struttura delle domande induceva il votante, e lasco nei controlli, al punto da consentire ai medesimi partecipanti di votare più volte. Soprassedendo alle critiche metodologiche, gli esiti provvisori resi noti dalle due testate sono interessanti. Al netto di considerazioni metodologiche, i dati evidenziano 20.089 risposte complete su 31.282 registrazioni iniziali. Secondo Il Corriere, il 73% dei votanti si è espresso a favore del riconoscimento del valore legale della laurea, e più di 11 mila votanti pensano che sia giusto dover avere il “pezzo di carta” per accedere al pubblico impiego. L’articolo del Sole chiarisce come in generale circa 15 mila votanti giudichino positivamente il possesso del titolo di studio come prerequisito per l’accesso alle professioni e all’esame di abilitazione, e come in modo positivo, bensì con un numero di votanti leggermente più basso, sia visto il possesso del titolo di studio per l’accesso alla pubblica amministrazione. La forbice si restringe, recita l’articolo, sull’opportunità di pesare il titolo. Qui la differenza tra “tradizionalisti” e “modernisti” (questa la definizione che il Sole 24 Ore attribuisce rispettivamente a chi è favorevole e contrario al riconoscimento del valore legale del titolo di studio) si assottiglia. Le domande comprese tra la 12 e la 14 – volte rispettivamente a motivare le ragioni dell’utilità della differenziazione qualitativa tra titoli di studio, le modalità di differenziazione, e gli istituti legittimati ad operare le relative valutazioni e differenziazioni – hanno ricevuto risposte ravvicinate in termini quantitativi. La maggioranza delle risposte relative al “che cosa” bisognerebbe valutare ai fini di un’eventuale differenziazione di titoli equivalenti si sofferma sull’opportunità di valutare tanto l’istituto che ha rilasciato il titolo, quanto il curriculum del candidato (7300 voti). 11000 risposte sono inoltre favorevoli all’individuazione di un organismo centrale che dovrebbe valutare i titoli di studio rilasciati da ciascun istituto autorizzato, mentre 5500 voti sostengono l’opportunità di attribuire la valutazione a ciascuna commissione d’esame o di concorso. Rete della Conoscenza, l’organizzazione studentesca, ha invitato a lasciare queste domande non compilate, come previsto dagli ideatori del questionario, in quanto “costruite con il preciso obiettivo di differenziare il valore dei titoli di studio”. “Non è utile differenziare il titolo di studio per nessuna finalità”, recita il prontuario delle risposte al questionario preparato dall’organizzazione. Effettivamente, la decisione di differenziare titoli di laurea equivalenti pone il problema dell’organismo accreditante: potrebbe questa divenire un’ulteriore funzione dell’Anvur? Chissà. Nel frattempo viene dalla Convenzione Università e Scuola Bene Comune l’invito a compilare un controquestionario. La prima domanda recita semplicemente “siete favorevoli o contrari all’abolizione del valore legale del titolo di studio?”. “Oggi il titolo di studio ha lo stesso valore su tutto il territorio nazionale”, recita la domanda numero 4: “siete favorevoli o contrari a questo modello?”. Questa domanda è assente nel questionario ministeriale, che non considera la possibilità di non differenziare i titoli di studio. Parimenti assente è la domanda di poco successiva: “Ritenete che la discussione del valore legale del titolo di studio sia una priorità per il sistema universitario italiano?”. Le altre domande chiamano in causa la condizione generale in cui versa l’università italiana, il decreto 436 e 437, la Legge 240/2010, o la distinzione tra teaching e research university.E se i votanti si esprimessero contro la differenziazione dei titoli di laurea? Non ci resta che attendere di conoscere le risposte alle due consultazioni.

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