Gli aspiranti riformatori di casa nostra sono fiduciosi nei poteri taumaturgici dell’ennesima bacchetta magica che prende il nome di “uscita dalla Pubblica Amministrazione”. Ma cosa succede in un ordinamento, come quello statunitense, che non conosce il diritto amministrativo, nel senso proprio e tipico che è del nostro sistema, e nel quale molte università non hanno natura pubblica? Anche lì, come testimoniato dal recente rapporto di un’apposita task force federale, si verificano eccessi di regolazioni, a dimostrazione che le regolazioni (e i loro eccessi) scaturiscono non tanto dalla natura del soggetto, ma dalla funzione esercitata e dagli interventi che i poteri pubblici sono comunque chiamati ad effettuare, a tutela e a garanzia dei sistemi educativi e dell’istruzione. Insomma, per disboscare la burocrazia inutile, più che la fede nella magia, ci vogliono determinazione e lavoro serio.

Recalibrating

È stato pubblicato il Rapporto Finale della US Task Force on Federal Regulation of Higher Education sulla ricalibrazione dei regolamenti delle università e dei college:

Recalibrating Regulations of Universities and Colleges

Report of the US Task Force

on Federal Regulation of Higher Education

 

Il Report è frutto di un’iniziativa bipartisan partita due anni fa. La sua lettura suggerisce alcune utili considerazioni.

  1. Anche in uno Stato (gli Stati Uniti) in cui il “diritto amministrativo” assolve ad un ruolo, sia per ambiti che per regole, molto differente e limitato, rispetto a quello che gli è proprio nel nostro sistema, e in cui le Università hanno spesso veste che noi diremmo “privata”, si verificano eccessi di regolazioni. Ciò a dimostrazione che le regolazioni scaturiscono non tanto dalla natura del soggetto, ma dalla funzione esercitata e anche dall’intervento diretto e indiretto della parte pubblica. Nemmeno negli Stati Uniti è immaginabile una università che opera senza bisogno di interventi pubblici e questi portano con sé regole, e nemmeno poche. Al punto che i fenomeni di ipertrofia burocratica si osservano anche nell’esperienza statunitense.
  2. Negli Stati Uniti si sono resi conto del “peso” del problema, riconoscendo in particolare che l’eccesso di regolazione può diventare una barriera all’innovazione, come già rilevato dall’OCSE che da tempo mette in guardia su questo aspetto.
  3. Che sia stata riconosciuta la rilevanza del problema e la sua capacità di essere ostacolo all’efficienza delle università, è testimoniato dalla natura bipartisan dell’iniziativa.

Sono considerazioni che potrebbero tornare utili, in particolare, agli aspiranti riformatori di casa nostra, fiduciosi nei poteri taumaturgici  dell’ennesima bacchetta magica che prende il nome di “uscita dalla Pubblica Amministrazione”. Ma come dimostrano gli Stati Uniti, quelli veri e non quelli immaginari di tanti editorialisti nostrani, per disboscare la burocrazia inutile, più che la fede nella magia, ci vogliono determinazione e lavoro serio.

 

Mickey

Send to Kindle

8 Commenti

  1. La Relazione è vieppiù interessante alla luce del fatto che molta altra normativa è di derivazione Statale e non Federale (la competenza primaria in materia di istruzione è dei singoli Stati), e che la normativa per l’Accreditamento delle Istituzioni e dei Corsi di Studio (quelli “professionali”) è di responsabilità di Enti (“Agenzie”) non-profit, non direttamente gestite dall’Autorità Pubblica.
    Il complesso di norme, anche cavillose (molte di quelle federali quivi discusse appaiono effettivamente tali), impegna le singole Università in uno sforzo notevole per l’adeguamento e il rispetto dei relativi canoni.
    Vorrei tuttavia cogliere l’occasione per dare il giusto credito al ruolo delle regole, giacchè proprio il caso statunitense ci mostra che la Qualità nasce anche dalla definizione e applicazione di Norme, e non solo, o non tanto, dalla loro assenza.

  2. Ma perché non copiamo da chi la semplificazione la sa fare davvero?
    Noi non ci riusciremo mai perché sbagliamo metodo e non abbiamo chiare le finalità.

    IL LORO MODO DI LAVORARE (pag.1 delle 141 del Documento):
    Colleges and universities find themselves enmeshed in a jungle of red tape, facing rules that are often confusing and difficult to comply with. They must allocate resources to compliance that would be better applied to student education, safety, and innovation in instructional delivery. Clearly, a better approach is needed. In 2013, a bipartisan group of U.S. Senators recognized that the pending reauthorization of the Higher Education Act (HEA) creates an opportunity to consider these issues in depth. They established a task force of college and university presidents and chancellors to study federal regulation of higher education broadly and identify potential improvements.

    IL NOSTRO MODO DI LAVORARE:
    1) il partito di Governo prima scrive un documento di poche pagine pieno di vaghe dichiarazioni di intenti
    2) lo stesso partito apre una consultazione pubblica, già a priori ritenuta inutile perché le conclusioni erano già scritte prima
    3) viene presentata una proposta di legge che non c’entra niente con il documento di cui sopra
    4) esplodono le proteste degli studenti, dei sindacati, dei professori e dei ricercatori
    5) il Governo accusa il mondo universitario di essere conservatore e denuncia oscure alleanze fra baroni, sindacati e studenti politicizzati
    6) si procede con l’ennesima riforma a costo zero con nuove complicazioni per la semplificazione
    7) la si approva con voto di fiducia in Parlamento
    8) dopo pochi giorni tutti sono pronti a rinnegare la riforma e a rimpiangere com’era prima
    9) dopo pochi mesi tutti invocano la necessità e l’urgenza di semplificazione, perché così non si può più andare avanti
    10) ritorna al punto 1)

    Adesso siamo al punto 2). Aspettiamo con ansia.

    LE LORO CONCLUSIONI: (pag.42 delle 141):
    Simplicity is possible without compromising the overall effectiveness of the government’s oversight abilities. In his book “Simpler: The Future of Government”, Sunstein writes, “…without a massive reduction in its current functions, government can be far more effective, far less confusing, far less counterproductive, and far more helpful if it opts, wherever it can, for greater simplicity.” We need to be smarter about the regulation of higher education. To that end, we have summarized the current regulatory landscape, outlined some of the challenges that make compliance onerous, detailed many specific concerns that are particularly problematic, and suggested a number of reforms that could help improve the process of regulation.

    LE NOSTRE CONCLUSIONI (ipotesi verosimile):
    Le università statali, nel quadro del complessivo processo di riordino della pubblica amministrazione, provvedono, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, a modificare i propri statuti in materia di organizzazione e di organi di governo dell’ateneo, nel rispetto dei principi di autonomia di cui all’articolo 33 della Costituzione, ai sensi dell’articolo 6 della legge 9 maggio 1989, n. 168, secondo principi di semplificazione, efficienza, efficacia, trasparenza dell’attività amministrativa e accessibilità delle informazioni relative all’ateneo, con l’osservanza dei seguenti principi e criteri direttivi … il resto già lo sappiamo.

    MORALE:

    Gli presentano il progetto per lo snellimento della burocrazia. Ringrazia vivamente. Deplora l’assenza del modulo H. Conclude che passerà il progetto, per un sollecito esame, all’ufficio competente, che sta creando. (Ennio Flaiano, Diario Notturno)

  3. Io penso che la giurisdizione entri come problema nel funzionamento dell’Università.
    Esempio. Per acquistare qualunque cosa oltre i 50 euro occorre avanzare una richiesta, formulata su apposita scheda, sulla quale a va scritto ogni dettaglio: ad esempio giustificare con specifica dichiarazione se si vuol comprare un particolare tipo di computer oltre la gamma generalissima proposta dall’amministrazione (portatile/fisso; tipo di processore/ dimensioni dello schermo) .
    La domanda viene inoltrata dall’amministrazione universitaria ad una centrale di acquisto pubblica (cosip) che svolge aste periodiche per blocchi di richieste, pare per spuntare prezzi migliori. Però occorre raggiungere un certo numero di richieste locali per tipologia di beni richiesti per procedere alla operazione.
    Qualche volta poi, le richieste sono raccolte dal Cosip, ma la pratica viene gestita da centrali decentrate, ad esempio, i centri di acquisto delle regioni. Risultato: per acquistare un pc ci vogliono in media da 3 a 6 mesi.
    Perché il Cosip non funziona come Amazon ?
    Io credo che c’entri qualcosa il diritto amministrativo. Infatti ogni livello della gestione amministrativa è regolato da responsabilità precise, minuziosamente previste in ogni passaggio e chi sta nella catena dell’ordine tende a tutelare se stesso invece che la soddisfazione dell’ordine nel più breve tempo possibile, come fa Amazon.
    Renato Giannetti

    • Di Consip aveva già discusso, con la sua consueta brillantezza, Nicola Casagli:
      _____________________
      Very MePa
      https://www.roars.it/online/verymepa/
      _____________________
      In particolare, Casagli aveva notato che l’obbligo non sussisteva per le università. A dimostrazione che – ancora una volta – non è questione di uscire dalla PA quanto di uscire dal gregge di chi applica regole che non è nemmeno obbligatorio applicare.
      ____________________
      “E’ chiaro tuttavia che l’iniziale formulazione del comma 450 disponeva l’obbligo del ricorso al MePa per le amministrazioni statali centrali e periferiche ad esclusione, fra le altre, delle istituzioni universitarie.

      Il ricorso al MePa è stato poi genericamente esteso a tutta la PA, tuttavia lo stesso comma tratta esplicitamente le Università statali, riconoscendone le particolari specificità e rimandando a delle linee guida da adottare con decreto del MIUR.

      Poiché la norma prevede una disposizione specifica sulle Università, come tra l’altro previsto dalla legge sull’autonomia universitaria, la prescrizione generale – e piuttosto generica – non si dovrebbe applicare.

      Quindi pare che non sussista affatto l’obbligo per l’Università al ricorso al mercato elettronico, finché ciò non sarà disciplinato dallo specifico decreto del MIUR.

      Invece qualcuno, non si sa chi, ha deciso che siamo obbligati: sarà stata la CRUI, o forse il CODAU, o magari gli stessi Atenei coordinati all’unisono nell’espletamento della propria autonomia?”

    • Giuseppe De Nicolao fa bene a richiamare quel mai abbastanza famoso articolo pubblicato da ROARS un paio di mesi fa. Ma vorrei sottolineare che tra i commenti in coda a quell’articolo lo stesso Nicola Casagli si era reso conto, dietro segnalazione di un altro utente, chi fosse stato a sancire quest’obbligo. È nella circolare n. 2 (5/2/2013) della Ragioneria Generale dello Stato, a firma dell’allora ministro Grilli (scaricabile qui: http://www.rgs.mef.gov.it/VERSIONE-I/CIRCOLARI/2013/Circolare_del_5_febbraio_2013_n_2.html): “si evidenzia che l’articolo 1 [della legge di stabilità 2013], comma 149, prevede di estendere anche agli istituti ed alle scuole di ogni ordine e grado, nonché alle istituzioni educative ed alle istituzioni universitarie, l’obbligo previsto attualmente per le amministrazioni statali centrali e periferiche ai sensi dell’articolo 1, comma 450, della legge 27 dicembre 2006, n. 296. Pertanto, i predetti organismi sono tenuti a ricorrere al mercato elettronico della pubblica amministrazione o al sistema telematico messo a disposizione dalla centrale regionale di riferimento per gli acquisti di beni e servizi al di sotto della soglia di rilievo comunitari” (pagg. 18-19).

  4. La burocrazia USA potrà forse essere asfissiante in certi ambiti, ma lo stato (inteso sia come stato federale che ciascuno dei 50 stati) non interviene in reclutamento, avanzamenti di carriera, progressioni stipendiali e mobilità dei docenti. Non mi pare poco.

    • Infatti il nostro sistema, per come venutosi a caratterizzare a forza di decreti di urgenza, finanziarie e circolari ministeriali, è simile solo a quello dell’Unione Sovietica.
      E poi c’è chi parla di competizione internazionale. L’URSS ha perso la guerra fredda anche per la burocrazia, il centralismo esasperato e la limitazione della libertà.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.