Al pubblico la Vqr viene presentata come una operazione di pulizia domestica, sul genere di quella che ciascuno di noi compie periodicamente per le proprie mutande: si identificano quelle vecchie e consunte, che si buttano via, e si tengono le altre. Ma per valutare ai fini di scartare qualcosa, occorre disporre di un eccesso del bene valutato, e questo non è il caso delle Università italiane che non bastano a coprire il fabbisogno di laureati del paese e ospitano una popolazione di docenti e ricercatori per milione di abitanti che è la metà di quella degli altri paesi sviluppati. In secondo luogo, valutare allo scopo di scartare e distruggere, richiede che il bene valutato sia facilmente sostituibile. E questo, di nuovo, non è il caso di nessun servizio pubblico, men che meno della scuola e dell’Università. La Vqr è stata e continua ad essere svolta (male) come se si valutassero mutande anziché Atenei. E il sistema dell’istruzione nel nostro paese è rimasto col sedere scoperto.

FFO_2005_2015_rev2

Qualche giorno fa avevo commentato con un post su questo giornale i dati pubblicati da Sapienza Università di Roma sul calo del Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università italiane, che rivelano un vero e proprio abbandono dell’Università pubblica da parte dello Stato. Avevo aggiunto che, per coprire il disimpegno dello Stato nei confronti di un diritto dei cittadini sancito dalla Costituzione, i governi in carica nel decennio scorso avevano fatto ricorso al miraggio di una “valutazione meritocratica” (la Valutazione della Qualità della Ricerca, Vqr) finalizzata a spostare il possibile biasimo dei cittadini elettori dal governo all’istituzione valutata. Avevo scritto: “Si fa finta di valutare allo scopo di poter dire che le università hanno avuto meno soldi per colpa del loro scarso valore scientifico”. Non era una opinione esclusivamente personale: molte Università, la Conferenza dei Rettori, e recentemente anche il Consiglio Universitario Nazionale (Cun), hanno raccomandato la sospensione della Vqr per ragioni analoghe.

Alcuni lettori hanno interpretato il mio articolo come un rifiuto delle valutazioni meritocratiche tout court o limitato ad un momento di riduzione di finanziamenti; ma il problema della valutazione dell’efficienza dei servizi pubblici è troppo complicato per pretendere di compendiarlo in un post. In generale io penso che la valutazione abbia senso solo se è finalizzata al miglioramento del servizio offerto al cittadino, non alla sua distruzione. Se un servizio (ad esempio: una Università) viene valutato e si scopre che funziona male, il problema che la politica deve porsi è quello di migliorarlo, non di tagliargli i finanziamenti a scopo punitivo fino a strangolarlo, come sta succedendo attualmente con il sistema universitario italiano. Si può commissariarlo, se necessario, o licenziare i dipendenti comprovatamente inadempienti, ma la distruzione del servizio va a danno dei cittadini-utenti. Io sono quindi in totale disaccordo col Prof. Sergio Benedetto, coordinatore nazionale della Vqr 2004-2010, che in una intervista al quotidiano Repubblica aveva dichiarato: “Qualche sede dovrà essere chiusa”.

BenedettoRepubblica

Molti, in Italia, apprezzano uno scandalismo ingenuo, sul modello di “Striscia la Notizia”, il cui messaggio “sono tutti farabutti” genera indignazione, ma lascia le cose sostanzialmente come stanno (avrebbe Berlusconi tollerato nelle sue televisioni un programma di vera e costruttiva denuncia sociale?). Lo stesso scandalismo permea l’uso punitivo della Vqr: la valutazione è infatti costruita in modo tale da garantire che uno scandalo da punire esista sempre perché ogni classifica avrà dei primi e degli ultimi, a prescindere dalla qualità media del servizio offerto. Al pubblico la Vqr viene presentata come una operazione di pulizia domestica, sul genere di quella che ciascuno di noi compie periodicamente per le proprie mutande: si identificano quelle vecchie e consunte, che si buttano via, e si tengono le altre. Se poi uno eccede nella valutazione meritocratica delle proprie mutande, e rischia di restare col sedere scoperto, va al supermercato e si compra qualche mutanda nuova.

Eurostat_2015_Laureati

Ci sono differenze tra la Vqr delle proprie mutande e quella dell’Università: in primo luogo per valutare ai fini di scartare qualcosa, occorre disporre di un eccesso del bene valutato, e questo non è il caso delle Università italiane che non bastano a coprire il fabbisogno di laureati del paese e ospitano una popolazione di docenti e ricercatori per milione di abitanti che è la metà di quella degli altri paesi sviluppati. In secondo luogo, valutare allo scopo di scartare e distruggere, richiede che il bene valutato sia facilmente sostituibile: lo si deve poter buttare via senza rimpianto e produrre nuovamente senza gravi costi e questo, di nuovo, non è il caso di nessun servizio pubblico, men che meno della scuola e dell’Università. La Vqr è stata e continua ad essere svolta (male) come se si valutassero mutande anziché Atenei. E il sistema dell’istruzione nel nostro paese è rimasto col sedere scoperto.

Eurostat_2015_Researchers

(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano)

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27 Commenti

  1. la VQR è un’ipocrisia, in quanto la sanzione consiste nell’impedire all’ateneo di assumere: ma chi ci rimette? Per caso ci rimette l’ateneo? No!, chi è dentro rimane dentro anche se non ha minimamente contribuito perché non ha prodotti della ricerca ma non viene licenziato!
    Ci rimette il PRECARIO, che non può essere assunto, ma che magari, avendo un curriculum abbastanza grande (benché precario), avrebbe potuto contribuire a migliorare la Valutazione, ma non l’ha potuto fare in quanto esterno.
    Che ne pensa di questa mia impressione?

  2. L’articolo fa una gran confusione fra lo stanziamento complessivo del ministero, il FFO, e la ripartizione di una sua quota (dal 7% del 2009 a circa il 20% nel 2015) a fini premiali.
    Il FFO è diminuito a partire dal 2009 per effetto delle varie leggi finanziarie o di stabilità dei governi che si sono succeduti; una quota della cifra disponibile ogni anno viene ripartita fra i vari atenei su base premiale.
    Ciò accade dal 2009 ed i criteri di ripartizione premiale erano inizialmente basati per 1/3 sui risultati della didattica e per 2/3 su quelli della ricerca. Dal 2009 fino al 2012 i criteri di ripartizione premiali per la ricerca erano legati principalmente al successo nel finanziamento da parte di ricercatori dell’ateneo in progetti competitivi (PRIN, FIRB, progetti quadro europei,..) e solo dal 2013 si utilizzano i risultati della VQR 2004-2010.
    Quindi l’utilizzo della VQR negli ultimi tre anni di per se non ha alcuna conseguenza sullo stanziamento complessivo, l’FFO, e quindi non penalizza il sistema ma al limite solo quegli Atenei che ha avuto risultati negativi nella VQR.
    Nemmeno poi tanto, visto che nella ripartizione del FFO per il 2015 c’è una clausola di salvaguardia per cui un ateneo non può perdere più del 2% complessivo rispetto all’anno precedente.
    Un sistema di finanziamento in cui una parte della torta complessiva è distribuita fra gli atenei in maniera competitiva su base premiale è piuttosto diffusa in Europa, vedi la REF in Inghilterra:

    https://www.timeshighereducation.com/news/winners-and-losers-in-hefce-funding-allocations/2019306.article

    E come si vede dalla tabella della ripartizione in Inghilterra non ci sono clausole di salvaguardia e c’è chi perde anche il 17%

    Tornando all’Italia, se non si dovesse completare la VQR 2011-2014, il miur potrebbe tranquillamente utilizzare per la ripartizione premiale del FFO i risultati della VQR 2004-2010 o i vecchi criteri utilizzati nel 2009-2012..
    L’articolo fra l’altro utilizza per l’FFO non i dati ufficiali del miur ma i “dati pubblicati da Sapienza Università di Roma” senza verificare la loro correttezza.
    Dal primo grafico si vede per il FFO una cifra di 6.453.909 MEuro mentre il decreto ministeriale di giugno 2015 di assegnazione del FFO, stanzia 6.923.188 MEuro,
    come si legge nell’incipit del Decreto Ministeriale 8 giugno 2015 n. 335:

    http://attiministeriali.miur.it/anno-2015/giugno/dm-08062015.aspx

    “VISTO lo stanziamento disponibile sul cap. 1694 dello stato di previsione della spesa di questo Ministero per l’esercizio finanziario 2015 pari ad € 6.923.188.595, comprensivo dei seguenti finanziamenti….”

    Il taglio del FFO ovviamente c’è ed è pure abbastanza pesante, ma non quello riportato e non a causa della VQR!

    Insomma, un po’ di informazione corretta e meno preconfezionata – come altre volte ROARS ha fatto – non guasterebbe…

    • meritator: “L’articolo fa una gran confusione fra lo stanziamento complessivo del ministero, il FFO, e la ripartizione di una sua quota (dal 7% del 2009 a circa il 20% nel 2015) a fini premiali.”
      ___________________
      Nessuna confusione. L’articolo spiega chiaramente che la VQR ha una valenza ideologica:
      ___________________
      “la valutazione è infatti costruita in modo tale da garantire che uno scandalo da punire esista sempre perché ogni classifica avrà dei primi e degli ultimi, a prescindere dalla qualità media del servizio offerto.”
      ___________________
      In questo modo funge da foglia di fico per i tagli che, come Meritator conferma, ci sono stati e sono stati pesanti. Come spiega Bellelli:
      ___________________
      “Si fa finta di valutare allo scopo di poter dire che le università hanno avuto meno soldi per colpa del loro scarso valore scientifico”
      ===================
      meritator: “Un sistema di finanziamento in cui una parte della torta complessiva è distribuita fra gli atenei in maniera competitiva su base premiale è piuttosto diffusa in Europa, vedi la REF in Inghilterra”
      ___________________
      Questo è un non sequitur: “è piuttosto diffusa” richiede qualcosa di più di un singolo esempio. Tanto più che anche il REF è oggetto di critiche piuttosto severe dall’esterno (http://theconversation.com/how-the-refs-regime-of-excellence-is-changing-research-for-the-worse-37187), ma anche dall’interno (https://www.timeshighereducation.com/comment/why-i-had-to-quit-the-research-excellence-framework-ref-panel). L’idea che lo “strangolamento premiale” corrisponda ad un sistema che gode di largo consenso/applicazione in ambito internazionale andrebbe argomentata in modo più solido che citando il (controverso) caso del REF.
      ===================
      meritator: “L’articolo fra l’altro utilizza per l’FFO non i dati ufficiali del miur ma i “dati pubblicati da Sapienza Università di Roma” senza verificare la loro correttezza. Dal primo grafico si vede per il FFO una cifra di 6.453.909 MEuro mentre il decreto ministeriale di giugno 2015 di assegnazione del FFO, stanzia 6.923.188 MEuro”
      ___________________
      Se si legge il documento della Sapienza (per arrivarci bisognava andare sul precedente post di Bellelli sul FQ, adesso ho inserito un link diretto: http://www.uniroma1.it/sites/default/files/FFO_2014.pdf), si vede che nei dati del MIUR c’è il “trucco” dato che sono state inserite nell’FFO voci che nei precedenti anni erano collocate in appositi capitoli distinti dall’FFO. Come specificato nel grafico completo (che avevo tagliato per non appesantire la lettura, ma adesso è riportato nella sua interezza) si tratta di 381.248 Milioni.


      Pertanto
      6.923.188 – 381.248 = 6.541.940.
      Anche così, si tratterebbe di una cifra un po’ superiore (circa 88 milioni) a quella fornita dalla Sapienza, ma meritator non si è reso conto che non tutti gli stanziamenti del decreto FFO sono etichettabili sotto la voce FFO, dato che nello stesso decreto sono compresi altri interventi. Le voci etichettate come FFO sono:
      1) quota base FFO: 4.910.393.516
      2) Quota premiale FFO: 1.385.000.000
      3) Intervento perequativo FFO: 105.000.000
      Il totale ammonta a circa 6.4 MLD, come risulta anche dalla Tabella 5 allegata al decreto ministeriale. Nel documento della Sapienza è chiaro che sono stati scorporati interventi transitori come il piano straordinario associati (il che sembra concettualmente corretto).


      In ultima analisi, il valore di FFO fornito dalla Sapienza (6.453.909) è persino leggermente superiore a quello desumibile dalla Tabella 5 del MIUR (6.399.292). Anche Bellelli deve aver fatto queste verifiche, visto che scrive:
      ______________________
      “I dati di Sapienza corrispondono a quelli del Miur, a meno di piccole variazioni dovute evidentemente all’inclusione o esclusione di voci accessorie, quindi penso che siano affidabili.”
      http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/11/06/universita-tutti-daccordo-a-premiare-il-merito-meglio-di-no-grazie/2195666/
      ______________________
      Insomma, meritator può dormire sonni tranquilli: c’è ancora chi vigila per fornirgli “informazione corretta e meno preconfezionata”.

  3. Tutto condivisibile, ma solo un dubbio relativo ad alcune affermazioni che si riflette nella domanda:
    Come mai la DIDATTICA svolta non entra nella benvenuta valutazione quando la maggior parte dei problemi universitari nasce proprio da essa?
    Ovviamente anche nei precedenti concorsi la didattica non ha mai avuto l’importanza ad essa a mio parere dovuta e adesso con questo tipo di valutazione la sua importanza (strategica anche da parte dei giovani) diminuisce ancora visto che “non serve” (sic).
    Mi sembra strano che vista l’origine dell’Università, i suoi compiti si parli solo ed esclusivamente di ricerca.
    Stefano Chimichi (UNIFI)

  4. Skhim ha perfettamente ragione … questo vale soprattutto per quelli fuori dall’università che hanno avuto l’abilitazione e ora si trovano “catapultati” a fare i PA, senza essere mai stati sottoposti ad una valutazione per le loro capacità didattiche da loro pari… invece gli attuali PA (vecchio tipo) hanno fatto gavetta, hanno subito una valutazione didattica, ora risultano abili dal punto di vista scientifico (hanno parametri Anvuriani superiori a molti attuali PO; corenza Anvuriana vorrebbe che fossero premiati) e stanno al palo, in attesa di chissà cosa … a quando un piano straordinario PO?

  5. Mah, penso che il commento di Skhim tocchi un tema sul quale sarebbe utile un approfondimento.
    Trovo veramente discutibile, direi anzi vergognoso, che la cosiddetta quota premiale venga distribuita all’85% su parametri, diciamo legati alla ricerca ed il 15% sulla qualità della didattica, tra l’altro utilizzando indici surrogati ed opinabili.
    La missione delle Università è promuovere il progresso e la crescita delle società non solo con lo sviluppo ma anche con la trasmissione delle conoscenze e della innovazione che produce.
    Chiaro è che valutare la qualità della didattica possa essere difficoltoso, ma è questo un tema sul quale dovremmo porre maggiore impegno.

  6. tonymig dice cose giuste, la valutazione della didattica è un tema cruciale e dovrebbe essere fatta in modo serio ed a tutti i livelli! Ma alla didattica bisognerebbe dedicare anche spazi formativi per quanti entrano nell’università … prima di diventare RTD (obbligati a fare didattica) bisognerebbe fare dei corsi formativi seri!

  7. Bene, ringrazio tonymig e Paolo e mi auguro che anche altri facciano sapere i loro pareri al riguardo di questo punto che,a mio parere, concerne una delle funzioni, se non la principale, delle Università.
    Comunque, come ben sottolineato dai Colleghi, rendiamoci anche conto che un giovane non fa a tempo ad entrare come RTD che gli viene assegnata la responsabilità di uno o spesso due corsi spesso a livello formativo iniziale! Tali corsi, oltre a essere spesso ad alta numerosità, sono anche i più “difficili” da un punto di vista didattico e richiederebbero una certa esperienza didattica. Dati i criteri di valutazione attuali, lascio ai Colleghi immaginare quanto del proprio tempo un giovane in visione del proprio futuro, possa e voglia dedicare all’insegnamento. Per me questo è un grave problema in visione della qualità e formazione dei nuovi “laureati” che dovrebbero rappresentare il futuro del Paese.

    • Ho appena preso servizio come RTDb, effettivamente nel contratto è prevista la didattica da un minimo di 6 a un massimo di 12 cfu. Ho alle spalle 3 anni di dottorato, 7 anni di assegni di ricerca nei quali ho sempre collaborato alla didattica in forma di seminari, esercitazioni ed esami, numerosi tutoraggi, infinite tesi e 4 anni di docenza a contratto. Penso la mia esperienza didattica sia adeguata agli incarichi che mi verranno affidati. Come me, c’è una intera generazione di “precari” che ha voglia e capacità di dedicarsi all’insegnamento. Calibrare il tempo in funzione della massimizzazione del mio futuro è un atteggiamento che non mi appartiene, ho una visione è più ampia. Sono certo di non essere in minoranza. Abbia più fiducia nelle capacità di giovani colleghi.

    • Vedo che per quanto riguarda l’attribuzione di carichi didattici a ricercatori RTD b, ha già risposto uno dei direttamente interessati..
      Vent’anni fa avrei dato anch’io la stessa risposta, attualmente posso solo concordare.
      Un commento invece per quanto riguarda la valutazione della didattica e il suo utilizzo nella distribuzione della quota premiale del FFO, ridotta al 10% nel 2014 e al 15% nel 2015, dal 34% degli anni precedenti.
      Certo che se gli indicatori utilizzati sono quelli proposti nel 2015:
      7% in base ai risultati della didattica con specifico riferimento alla componente internazionale;
      8% in base ai risultati della didattica con specifico riferimento al numero di studenti regolari che hanno acquisito almeno 20 CFU;
      o anche quelli del 2013 e precedenti:
      17% Studenti iscritti regolari nell’a.a. 2011/12 che abbiano conseguito almeno 12 crediti nel 2012, distinti per gruppo di corso;
      17% Rapporto tra CFU effettivamente acquisiti nel 2012 e CFU previsti per gli studenti iscritti nell’a.a. 2011/12, distinti per gruppi di corso;
      forse che la quota premiale ripartita sulla base della didattica sia bassa non è un grave problema, anzi!
      Faccio però notare che di fatto, anche se in maniera implicita, una ripartizione del FFO basata sulla didattica è stata introdotta in maniera molto forte nel 2014, quando si è deciso che l’intera quota base del FFO (ad oggi l’80% del totale) sarebbe stata progressivamente distribuita in proporzione al peso di ciascuna università come risultante dal modello del costo standard di formazione per studente in corso (in pratica in proporzione del numeri degli iscritti in corso pesati per il tipo di corso di studio). Il processo sarebbe dovuto andare a regime in cinque anni partendo con una frazione del 20% della quota base nel 2014 ed aumentando la frazione del 20% l’anno per andare a regime in 5 anni. In realtà, causa pressioni CRUI, nel 2015 la progressione è stata bloccata al 25% invece che al previsto 40%, ma stiamo parlando sempre di 1.200 MEuro a fronte di 1.385 MEuro dell’intera quota premiale.
      Si potrebbe quindi affermare che la distribuzione premiale sulla base della valutazione didattica la stanno facendo gli studenti con le loro scelte..
      Questo d’altronde è il modello più diffuso a livello europeo (basato sul numero di iscritti o di laureati, i fuori corso sono una realtà quasi solo italiana)

    • meritator: “i fuori corso sono una realtà quasi solo italiana”
      _______________________
      No, non sono una una realtà quasi solo italiana. Su questo abbiamo scritto a più riprese:
      https://www.roars.it/online/profumo-italia-unico-paese-con-i-fuoricorso-ma-e-vero/
      https://www.roars.it/online/abracadabranel-luniversita-fantastica-di-corrieretv/
      Riguardo alla distribuzione premiale effettuata dagli studenti in fuga, basterà osservare che:
      1. Se un servizio pubblico viene messo in condizione di non funzionare o funzionare male, gli utenti scapperanno (come ovvio) e la fuga sarà un’ottima giustificazione per ulteriori sottrazioni di risorse.
      2. Lasciare intere regioni prive di centri di formazione universitaria in grado di offrire formazione, ricerca e cultura di qualità è una scelta politica (in contrasto con il dettato costituzionale) che contribuisce all’impoverimento e al degrado di una parte importante del paese.
      3. Che questa scelta venga mascherata mediante l’uso di criteri premiali apparentemente neutrali è proprio quello che cerca di spiegare Bellelli.

    • OK. I precari fanno didattica e poi diventano RTD (precari) e continuano a fare didattica, ma chi li ha mai giudicati sulla loro capacità di fare didattica???
      Il costo standard di formazione per studente con la valutazione della didattica, in una realtà composita come è quella italiana, c’entra come cavolo a merenda…gli studenti non scelgono in base alla qualità dell’università … al massimo scelgono in base al portafogli di papà e mamma … buona serata

    • Può anche darsi che il criterio di ripartizione del FFO sulla base del numero di iscritti (lasciamo perdere i fuori corso che è un altro discorso), non possa essere considerato in generale un criterio premiale di valutazione della didattica, quella mia era solo un’affermazione d’effetto nell’ambito di una discussione sulla valutazione della didattica.
      Sicuramente la maggioranza degli studenti si iscrive ad un’università vicino casa per motivi economici, ma un numero non trascurabile va fuori sede e quelli sicuramente sceglieranno per la qualità dell’ateneo, la specificità del CdS preferito.. (magari anche per la ricchezza del territorio e le successive opportunità di lavoro..)
      Ma una cosa è certa: in un sistema in cui il FFO serve di fatto quasi solo a pagare gli stipendi del personale delle università, e in particolare dei docenti, questa è la cosa di gran lunga più logica. Se si fissa un rapporto docenti/studenti standard, diventa anche una questione di aritmetica..
      O vorremmo avere atenei con pochi studenti ma con un alto FFO e quindi con tanti docenti pagati per non fare didattica?? O magari atenei con tanti studenti ma pochi docenti?
      Ma poi qualcuno ha chiari i criteri alla base dell’attuale ripartizione “storica” del FFO? Si parte da una fotografia di quello che il ministero spendeva per i vari atenei oltre 20 anni fa (soprattutto in stipendi) prima che entrasse in vigore autonomia universitaria, più i vari (piccoli) complessi ed arzigogolati correttivi succedutisi nei vari anni (e la quota premiale negli ultimi 6 anni ma piccola e comunque sempre con una rigida clausola di salvaguardia)…
      E’ così logico questo modello??
      Qualche paese adotta qualcosa del genere?!?

      Di fatto tende ad irrigidire gli atenei alle dimensioni di vent’anni or sono..
      Quindi gli squilibri che si sono venuti a creare riguardano spesso i nuovi piccoli atenei in espansione rispetto a quelli medio-grandi e storici, che gli atenei del nord rispetto quelli del sud.
      Facciamo un esempio, non reale ma molto verosimile:
      Nel 1995:
      Ateneo A: 40.000 studenti e 1500 docenti
      Ateneo B: 10.000 studenti e 500 docenti
      Nel 2015:
      Ateneo A: 20.000 studenti (supponiamo per forte perdita di attrattività) ma ancora almeno 1100-1200 docenti (visto che il FFO assegnato è diminuito di poco)
      Ateneo B: 20.000 studenti (supponiamo perché in espansione nel proprio territorio) ma sempre 600 docenti o poco più (visto che il FFO assegnato è aumentato di poco).
      E’ logico che per gli stessi studenti ci siano il doppio di docenti in un ateneo rispetto all’altro? Secondo me, no!
      Certo, nel passare dal vecchio sistema di distribuzione del FFO al nuovo si creeranno alcuni squilibri in fase transitoria
      ma credo che alla lunga ci siano poche alternative..

    • Nessuno intende difendere la perpetuazione di ripartizioni frutto di innumerevoli incrostazioni storiche. Il punto centrale (che Bellelli ha colto perfettamente) è riassunto nel seguente grafico:


      Se questa è la situazione, premere sul pedale della “premialità” ha gli effetti di cui scrive Bellelli.

  8. Dopo una notte di (inconsapevoli) sonni tranquilli, prendo atto che il documento dell’Università di Roma – adesso disponibile – aveva effettuato una meritoria analisi delle singole voci presenti nel FFO degli ultimi anni cercando di produrre un grafico in cui lo stesso set di voci del FFO viene riportato in funzione dell’anno per gli ultimi 11 anni. Data la variabilità dei decreti di ripartizione del FFO negli anni l’esercizio non è banale, e probabilmente nemmeno univoco, dipendendo dall’anno di riferimento, ma il fatto che il documento sia redatto a cura dell’ Area Contabilità, Finanza e Controllo di Gestione Area Supporto Strategico e Comunicazione della Sapienza lo rende sicuramente affidabile e comunque, anche se dal documento e dal decreto FFO 2015 non è evidente il calcolo dei 381 MEuro, è certo che alcune voci precedentemente presenti in altri capitoli di finanziamento siano state a partire dal 2014 incluse nel decreto FFO, in primis il finanziamento delle borse post lauream, per almeno 300 MEuro.
    Anche considerando i 381 MEuro, rimarrebbe a rigore uno scarto di 88 MEuro, ma stiamo parlando di poco più dell’1% e ci possiamo accontentare.
    Vedo anche che il grafico ad inizio articolo è stato aggiornato e quindi sull'”informazione corretta” di Roars prendo atto che posso dormire sonni abbastanza tranquilli.
    Un po’ meno concordo con i dati aggiunti a supporto per sostenere che il valore di FFO calcolabile (6.541.940) o direttamente fornito dalla Sapienza (6.453.909) è persino superiore a quello desumibile dalla Tabella 5 del MIUR (6.399.292). Infatti la tabella 5 fra riferimento solo alle prime tre voci del FFO 2015: vi sono altre voci riportate nel decreto FFO 2015 che erano presenti anche nei precedenti decreti FFO e considerate nelle tabelle 1-4; inoltre gli importi relativi all’ultima voce del FFO sono stati definitivamente ripartite solo a dicembre e in fondo al decreto sono state da poche settimane aggiunte ulteriori tabelle (tabella 6 – tabella 9) con la relativa ripartizione fino al totale previsto di 6.923.188 MEuro.
    http://attiministeriali.miur.it/anno-2015/giugno/dm-08062015.aspx
    Ma alla fine nella ad almeno 6541 MEuro ci si arriva, l’eventuale discrasia resta dell’ordine del centinaio di MEuro, e quindi i miei sonni restano tutto sommato tranquilli, al più con qualche sogno agitato…

    Continuo invece a restare molto perplesso riguardo il giudizio sulla ripartizione premiale basata o meno sulla VQR, “Si fa finta di valutare allo scopo di poter dire che le università hanno avuto meno soldi per colpa del loro scarso valore scientifico”. Diciamo però che un tale giudizio ha valenza ideologica ed è quindi soggettivo per cui c’è poco da discutere…

    Rinvio invece al mittente l’affermazione del De Nicolao che “Un sistema di finanziamento in cui una parte della torta complessiva è distribuita fra gli atenei in maniera competitiva su base premiale è piuttosto diffusa in Europa, vedi la REF in Inghilterra” sia un non sequitur. Io direi che è piuttosto, se mi si passa il gioco di parole, un “non informatur”
    Io avevo fatto solo l’esempio più noto, anche perchè quasi trentennale, ma non occorre essere esperti di valutazione dei sistemi universitari internazionali per rendersi conto che una valutazione della ricerca con ricadute dirette o indirette a livello di finanziamenti sia stata adottata in molti paesi europei negli ultimi 10-15 anni.
    Sotto giusto un link ad documento ufficiale della commissione europea che da un’idea della situazione in numerosi paesi europei già qualche anno fa:

    https://www.kowi.de/Portaldata/2/Resources/fp/assessing-europe-university-based-research.pdf

    Per non citare il fatto che in quasi tutti i paesi cifre ben superiori ai nostri miseri 92 MEuro del PRIN 2015 (spesso di un ordine di grandezza) sono distribuiti da agenzie nazionali su base competitiva.
    Proviamo a sentire cosa ne pensa un collega svedese del fatto che è con questi fondi che si deve pagare una grossa quota del suo stipendio, nonché gli stipendi dei suoi collaboratori (dottorandi, post-doc, ricercatori…)

    Quindi, per quanto riguarda il “preconfezionamento” della “corretta informazione” forse qualche goccina di benzodiazepina per dormire più tranquillamente potrebbe ancora essere utile….

    • meritator: “Rinvio invece al mittente l’affermazione del De Nicolao che “Un sistema di finanziamento in cui una parte della torta complessiva è distribuita fra gli atenei in maniera competitiva su base premiale è piuttosto diffusa in Europa, vedi la REF in Inghilterra” sia un non sequitur. … non occorre essere esperti di valutazione dei sistemi universitari internazionali per rendersi conto che una valutazione della ricerca con ricadute dirette o indirette a livello di finanziamenti sia stata adottata in molti paesi europei negli ultimi 10-15 anni.
      Sotto giusto un link ad documento ufficiale della commissione europea che da un’idea della situazione in numerosi paesi europei già qualche anno fa:

      https://www.kowi.de/Portaldata/2/Resources/fp/assessing-europe-university-based-research.pdf
      __________________
      In realtà, è lo stesso documento della Commissione Europea a dipingere un quadro più articolato di quello suggerito da meritator. Se si esamina la “Appendix IV. Case Studies of the Research Assessment Experience”, si vede che il modello non è così esteso e consolidato nel tempo. Se mettiamo a parte le classifiche internazionali (ARWU, QS, etc) e le valutazioni interne degli atenei (UNIVERSITÉ LIBRE DE BRUXELLES, Univ. Helsinki, etc), rimangono:
      __________________
      – UK dal 1986 (nome attuale: REF)
      – Australia dal 2010 (ERA)
      – Francia (da ricordare però la recente chiusura dell’AERES per “delirio burocratico”: https://www.roars.it/online/les-adieux-la-francia-chiude-la-sua-agenzia-di-valutazione/)
      – Ungheria CIV 2007 (“22 indicators from which each HEI has to select 3‐4 indicators by their own strategic plan. Theoretically the institutes could select the best indicators suit to their strategy plan”)
      – Norvegia dal 2006
      – Svezia dal 2008
      ___________________
      Per la Germania si parla di un “pilot study” (FORSCHUNGSRATING), dei ranking condotti da CHE (“an independent non‐profit organisation”) e della Initiative for Excellence (“placed somewhere in the middle between evaluation and application for funding, and because there is no information available about the indicators used”). L’esercizio olandese ha valenza reputazionale. Nel complesso, ci sono sei esempi più o meno paragonabili a quello italiano di cui quattro hanno meno di 10 anni di vita.
      Per tutti i Case Studies, il documento riporta un paragrafo sulle “Intended and Unintended Consequences”, la cui lettura aiuta a comprendere i potenziali rischi di questi schemi. Insomma, diffusione e consenso sono parziali. Di certo, l’uso di criteri premiali per distribuire risorse indispensabili alla sopravvivenza (ai migliori è concesso di essere stare a galla o di essere puniti di meno) sembra un’ulteriore caratteristica peculiare del caso italiano.
      Ribadisco che meritator può dormire sonni tranquilli senza ausili farmacologici di cui è meglio non abusare.

    • Prendo atto che la mia precedente affermazione, che distribuzione delle risorse finanziarie in maniera competitiva su base premiale fosse piuttosto diffusa in Europa, aveva un “sequitur” piuttosto lungo ed articolato..
      Concordo che il dibattito è recente e non sempre le valutazioni della ricerca sono utilizzate per distribuire fondi ordinari, specie la dove grosse quote aggiuntive di risorse per la ricerca sono distribuite da agenzie nazionali (per lo più su base competitiva e a progetti specifici più che a singole università).
      Forse più che a colpevolizzare “a prescindere” la ripartizione premiale e la VQR, la critica principale che si dovrebbe fare all’approccio italiano è quella di ripartire in modo premiale le risorse vitali per il funzionamento del sistema (ad occhio e croce, dei circa 6.5 MEuro del FFO quasi 6 sono per gli stipendi degli strutturati), come vedo che De Nicolao ha giustamente osservato, “Di certo, l’uso di criteri premiali per distribuire risorse indispensabili alla sopravvivenza (ai migliori è concesso di essere stare a galla o di essere puniti di meno) sembra un’ulteriore caratteristica peculiare del caso italiano.”.
      Ne posso quindi concludere che, se se ben stimolato, Roars riesce a fornire informazione corretta e tutto sommato critica, per cui potrei seguire il consiglio di De Nicolao e dormire sonni tranquilli senza ausili farmacologici, anzi, rinunciando pure alla mia usuale tisana serale per rilassarmi prima di andare a letto..

    • A proposito dell’AERES francese: in Italia avremo mai un ministro dell’Istruzione, Università, e Ricerca in grado di (ri)dare dignità a queste parole ed elimini anche qui da noi i “deliri burocratici”?

      Come si suol dire: “Chi può fare qualcosa… ha il dovere di farlo”!

    • Ringrazio Meritator per i commenti e Giuseppe De Nicolao per le documentatissime risposte. Preciso soltanto che eccedere con la precisione del calcolo in questo caso è un errore: le voci del FFO sono un po’ complicate, qualche analisi ne include di più e qualche altra ne include di meno. Il succo della storia però è che: 1) dal 2009 ad oggi il FFO è diminuito del 15% circa (in termini assoluti di 1 miliardo di euro, da 7,5 a 6,5); 2) che la VQR è stata usata come copertura di questa operazione (presentata come una “razionalizzazione basata sul merito”). Qualunque ragionamento del tipo “Sapienza trascura la voce tot che invece il MIUR include” finisce per oscurare, anziché esplicitare la semplice verità delle due affermazioni precedenti.

  9. In risposta al commento di Augh: non si tratta di aver fiducia, ma semplicemente a livello di RTD e più ancora di associati, fare una breve indagine…e comunque non stando torto alcuno a chi si accorge sulla propria pelle che l’unica cosa che conta (vedi gli attuali criteri delle procedure) è quanto, dove e come ha pubblicato.
    Se si guarda al passato neanche troppo lontano (fatte anche i dovuti raffronti tecnologici), alcune ricerche fondamentali che sono durate anni prima di giungere a risultati, non sarebbero mai state finanziate o reputate convenienti. Quando ero giovane, correva voce che era necessario pubblicare almeno due lavori l’anno altrimenti…e comunque non era poi importante che apparissero artcicoli con “A Correction…..”.
    Caro Augh, lasci passare del tempo e si accorgerà di quanto sia complesso e difficile fare, in particolare attualmente e in corsi di BASE, una buona ed efficace didattica e solo l’esperienza (personale di ognuno) potrà dimostrarglielo.

  10. Meritator, l’università non è fatta di tabelle. Il numero di docenti non è una semplice funzione del numero degli studenti, ma anche della possibilità di arruolare coloro che hanno talento, spirito e attitudine alla ricerca.
    Il numero dei fuoricorso (che esistono ovunque) è un dato negativo? Dipende: laurearsi in fretta con una scarsa preparazione non mi sembra meglio di chi impiega un po’ di tempo in più perché è scrupoloso. Quanto ai lavativi che si parcheggiano all’università: perché dovrebbe essere un problema nostro? E se pagano, cosa importa al ministero? Perché non si mostrano preoccupati di quegli insegnamenti che hanno duecento studenti e un solo docente?

  11. Il problema del’uiversita’ italiano non e’ quello della qualita’ della sua ricerca e della sua didattica, che sono miracolosamente e tenacemente ancora altissime nelle condizioni al contorno date. Senza alcun bisogno di far intervenire ANVUR o VQR, dalla consulazione online del database SCIMAGO (Scopus) http://www.scimagojr.com/, si evince che l’italia e’ settima tra tutte le nazioni del mondo per la “produzione” di articoli peer-reviewed in biochimica, computer science, matematica ed ottava per chimica e fisica, preceduta (e neppure per tutte le discipline) da giganti come USA, Cina o Giappone o Russia, o da nazioni che investono molto piu’ di noi nel sistema universitario, come Francia Germania,
    Regno Unito. Il vero problema dell’universita’ italiana e’ quello del continuo svilimento e marginalizzazione del ruolo della docenza e della ricerca che si
    traduce in un cronica e costante mancanza di risorse, stornate, nel caso disgraziatissimo e grottesco di anvur/vqr, verso una burocrazia costosissima ed autoreferenziale in stile minitrue della quale il sistema universitario italiano deve trovare la forza di fare a meno se vuole ritrovare la propria autentica missione di promozione della conoscenza. Anche con il boicottaggio della VQR.

    • Mi permetto solo di notare che probabilmente sarebbe meglio non mescolare la “qualità” della ricerca con la “quantità” (che io magari mal interpretando le tue parole assumo come sinonimo di produzione) di articoli (seppur) peer-reviewed.
      Per il resto sarei daccordo anche se ritengo che l’ambiente della ricerca (non solo italiano intendiamoci) ogni tanto dovrebbe farsi un esame di coscienza, senza il quale il risultato è la proliferazione della burocrazia autoreferenziale di cui parli.

  12. […] Da ANVUR ci dicono che la VQR sia uno strumento per “la valutazione dei risultati della ricerca scientifica”. Al massimo è un tentativo maldestro per definire degli indicatori per l’assegnazione di risorse agli Atenei. In teoria si porrebbe l’obiettivo di dare più fondi a chi lavora bene, nell’interesse della qualità complessiva del sistema universitario. È basata invece su premesse e meccanismi che rischiano di ottenere l’effetto opposto come ampiamente argomentato in precedenza su ROARS (p. es. https://www.roars.it/online/universita-qualche-perplessita-sui-metodi-di-valutazione). […]

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