Cos’è l’università italiana secondo i media? Un secchio bucato, in cui è inutile riversare altri fondi. Ci sono troppi atenei, troppi corsi di laurea, troppi professori, veri e propri nababbi, pagati fino a 13.000 euro al mese. Ma è anche ora di alzare le tasse universitarie: ci sono troppi studenti che affollano le aule, anche perché l’università è quasi gratuita. Le risorse investite sono proprio sprecate: non solo siamo l’unico paese al mondo dove esistono i fuoricorso, ma, come dimostrano le classifiche internazionali degli atenei, l’università italiana non occupa un posto di rilievo nel panorama scientifico internazionale. Cosa c’è di vero in tutte queste affermazioni? Ben poco, se si ha la pazienza di sottoporle ad uno scrupoloso esercizio di fact-checking.


Ha ragione Roberto Perotti: il sistema universitario e della ricerca in Italia non sono riformabili. Serve un cambiamento radicale perché riversare più fondi in questo sistema è come buttarli al vento (R. Alesina e F. Giavazzi 2003, www.lavoce.info)

Un’università di scarsa qualità, costosa e sprecona: un vero e proprio “sacco bucato” in cui non ha senso versare risorse preziose. Questa immagine, convalidata da rinomati economisti come Alberto Alesina, Francesco Giavazzi e Roberto Perotti, non solo è diventata il fulcro del discorso intorno all’università italiana, ma ha giustificato l’urgenza della riforma Gelmini come pure i robusti tagli degli ultimi anni. Inutile lanciare grida di allarme a fronte del sottofinanziamento e della fuga dei giovani dall’università. Infatti, quando all’inizio del 2013 il Consiglio Universitario Nazionale denuncia il calo degli immatricolati che stanno regredendo ai valori dei primi anni duemila, chi crede al “sacco bucato” non può che accogliere la notizia con soddisfazione:

Nei concitati mesi che precedettero l’approvazione della riforma, la narrazione del “sacco bucato” ebbe un ruolo chiave per contenere la mobilitazione di ricercatori e studenti che si opponevano alle politiche governative leggendovi l’intento di un sostanziale ridimensionamento del sistema universitario statale. A quasi tre anni di distanza, è giunto il momento di porre questa narrazione sul tavolo anatomico e  di sezionarne i singoli elementi per capire, al di là della retorica e dell’ideologia, cosa raccontano davvero le fredde cifre delle statistiche internazionali. Lungi dall’avere una valenza puramente retrospettiva, questa indagine è di bruciante attualità perché da essa dipendono il ruolo e le risorse da attribuire al sistema dell’università e della ricerca. Nel seguito, le affermazioni dei “profeti del sacco bucato” ci faranno da guida per individuare gli argomenti da trattare. Per ogni affermazione, forniremo i riscontri che consentono di valutarne la veridicità


In Italia abbiamo 100 università, una per provincia. Sono troppe?  Dipende … Il problema è che tutte e 100 le nostre università offrono, oltre ai corsi di triennio, corsi di biennio e di dottorato (F. Giavazzi, 2010)

Un sistema universitario sovradimensionato richiede una sforbiciata. Ma è davvero così?

Nel momento in cui Giavazzi scriveva queste righe sul sito del MIUR si poteva leggere che il numero totale degli atenei non era 100, ma era pari a 89 di cui 61 statali e 28 non statali, tra i quali vi erano 11 atenei telematici. Attualmente, in Italia contiamo 96 atenei: 67 atenei statali tra cui 58 università e 9 Istituti speciali (Scuola Normale di Pisa, Università per stranieri di Perugia, etc) e 29 atenei privati tra cui 11 università telematiche. Sono pochi o sono tanti rispetto agli abitanti? Nel saggio “Malata e denigrata” (Donzelli 2009) è riportato un confronto con USA, UK, Germania, Francia, Spagna e Paesi Bassi. Se si contano le università e gli altri istituti di formazione terziaria l’Italia è ultima, persino includendo nel conteggio tutte le università non statali, telematiche incluse. Se ci si limita alle sole università, l’Italia è superata da USA, UK e Spagna e si colloca poco sopra Germania e Francia.


È inaccettabile che ci siano 5500 corsi di laurea, mentre in Europa ne troviamo la metà (M. Gelmini 2008)

Anche in questo caso citiamo un confronto riportato in “Malata e denigrata”. Nel 2008 il numero di corsi di laurea per milione di abitanti in Italia (101,4 corsi/milione) era inferiore a quello di Paesi Bassi (107,2) e Germania (154,1), mentre risultava meno facile un confronto accurato con Regno Unito, Spagna e Francia. Da notare che tra il 2007 e il 2011 il numero dei corsi di laurea italiani è ulteriormente diminuito del 17%.


Che nell’università ci siano troppi professori è un fatto (F. Giavazzi 2010)

In questo caso, per avere un raffronto internazionale ci riferiamo al rapporto annuale dell’OCSE “Education at a Glance”.

L’edizione 2013 riporta i dati relativi al 2010 secondo i quali su 26 nazioni siamo 21-esimi come rapporto docenti/studenti, seguiti solo da Belgio, Repubblica Ceca, Slovenia e Indonesia. Se invece ci riferiamo alla percentuale di docenti e ricercatori universitari sul totale degli occupati, è ancora l’OCSE a dirci che nel 2007 eravamo terzultimi su 20 nazioni considerate.


[i professori ordinari] con 13.667 euro mensili lordi al mese sono proprio i più pagati dell’Unione Europea, seguiti dai britannici, che incassano 12.554 euro e dagli olandesi che guadagnano 10.685 euro. (Francesca Gallacci, il Giornale 26-5-2012)

Come dimostrato da Roars (La bufala: “13.000 euro al mese dei nostri prof”. Inciampa Italia Oggi e il Giornale segue a ruota), la fantasmagorica cifra di 13.000 euro mensili deriva dalla mancata conversione da franchi svizzeri in euro delle cifre riportate in un giornale svizzero. In realtà, se si considera la media degli stipendi erogati dal MIUR, i valori netti mensili (13 mensilità, calcolo tramite irpef.infoper Regione Lombardia, al netto dei contributi sociali) sono:

  • 4.021 €: Professori Ordinari a tempo pieno
  • 2.920 €: Professori Associati conf. a tempo pieno, i
  • 3.434 €: Totali Professori
  • 2.059 €: Totali Ricercatori
  • 2.830 €: Totali Professori e Ricercatori

Se si vogliono effettuare delle comparazioni con altre professioni o con gli universitari di altre nazioni, va tenuto cconto che l’età media degli universitari italiani è particolarmente elevata. Questi i dati nel 2011(Fonte: CNVSU – Undicesimo Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario, p. 136):

  • 59,2 anni: Professori Ordinari
  • 53,2 anni: Professori Associati
  • 45,5 anni: Ricercatori
  • 51,6 anni: Professori e Ricercatori

È risibile il tentativo di qualcuno di collegare la bassa qualità dell’Università italiana alla quantità delle risorse erogate. Il problema, come ormai hanno compreso tutti, non è quanto si spende (siamo in linea con la media europea) (M. Gelmini 2009)

Come spesa rapportata al PIL l’Italia è 32-esima su 37 nazioni con un valore inferiore al 63% della media OCSE. Le uniche due nazioni europee che spendono meno di noi sono l’Ungheria e la Repubblica Slovacca (fonte: Education at a Glance 2013).


non possiamo più permetterci  un’università quasi gratuita (F. Giavazzi 2010)

In Europa, l’università italiana è lontana dall’essere “quasi gratuita”. Infatti, su 15 nazioni europee esaminate dall’OCSE solo Regno Unito e Paesi Bassi hanno tasse universitarie più alte. Inoltre, siamo agli ultimi posti (16-esimi su 19 nazioni in ambito mondiale) per percentuali di studenti che beneficiano di sostegni economici sotto forma di prestiti o borse di studio (fonte: Education at a Glance 2013).


Siamo sicuri che questo paese davvero abbia bisogno di più laureati? (F. Giavazzi 2012)

Se consideriamo la fascia di età 25-34 anni, che è quella più giovane considerata nelle statistiche OCSE, risulta che l’Italia è ultima in Europa per percentuale di laureati. Nella classifica generale, con una percentuale pari al 21% contro una media OCSE del 38%, siamo 34-esimi su 37 nazioni, seguiti solo da Turchia, Brasile e Cina (fonte: Education at a Glance 2013).


Questo è un Paese incapace di mantenere i tempi, è un Paese sempre in ritardo. Il baco è la scuola: è l’unico Paese al mondo dove esistono i fuoricorso (F. Profumo 2012)

Lungi dall’essere un fenomeno tipicamente italiano, l’allungamento della durata degli studi oltre i limiti teorici è un fenomeno in espansione a livello mondiale. Negli USA, per fare un esempio, solo il 30% di chi segue un corso biennale si laurea entro tre anni dall’inizio e solo il 58% di chi segue un corso quadriennale si laurea entro sei anni dall’inizio (fonte: U.S. Department of Education, National Center for Education Statistics).


la spesa italiana per studente equivalente a tempo pieno diventa 16.027 dollari PPP, la più alta del mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia (R. Perotti 2008)

Questa leggenda è dovuta a Roberto Perotti che nel suo libro l’Università truccata (Einaudi 2008) ha effettuato una correzione “fai-da te” dei dati OCSE, “aggiustando” il solo dato italiano della spesa media per studente sulla base del falso presupposto che i fuoricorso esistessero solo in Italia.

Non solo il presupposto è errato, ma l’OCSE sconsiglia esplicitamente di confrontare la spesa media per studente. Infatti, proprio per tener conto delle diverse durate dei corsi di studio e dei fuoricorso, l’OCSE usa un indicatore apposito, ovvero la spesa cumulativa per studente lungo tutta la durata degli studi. Secondo questo indicatore, l’Italia è 16-esima su 25 nazioni con una spesa per studente inferiore al 73% della media OCSE (fonte: Education at a Glance 2013).


l’università italiana non ha un ruolo significativo nel panorama della ricerca mondiale (R. Perotti 2008)

L’Italia è attualmente l’ottavo produttore mondiale di articoli scientifici dopo USA, Cina, Regno Unito, Germania, Giappone, Francia, Canada ed è ottava anche come numero di citazioni (elaborazione SCImago su dati Scopus 1996-2012 ). Dal 1996 al 2012 la percentuale di ricerca mondiale prodotta in Italia è lrimasta stabile, con un leggero incremento dal 3,3% al 3,5% (mentre la quota mondiale degli USA è passata dal 29,0% al 22,1% a causa dell’ascesa della Cina). La percentuale di ricerca europea prodotta in Italia è passata dall’11,0% al 12,6%. Nello stesso periodo, quella del Regno Unito è passata dal 24,4% al 22,6%, quella tedesca è rimasta stabile, passando dal 21,3 al 21-2%, quella francese è lievemente calata dal 15.9% al 15.1% (fonte: elaborazione SCImago su dati Scopus).


La classifica del Times conferma clamorosamente quello che abbiamo sempre sostenuto cioè che il sistema universitario va riformato con urgenza […] Tutto questo deve finire. Mi auguro di non dover più vedere in futuro la prima università italiana al 174° posto (M. Gelmini 2009)

“the league tables include roughly 1% to 3% of universities (200-500 universities) out of approximately 17,000 universities in the world. Secondly, it is important to note that the rankings producing global league tables use methodologies that simply cannot produce stable results for more than 700-1200 universities in global league tables and just around 300 universities in subject area rankings).”

Figura e citazione da Andrejs Rauhvargers,  “Global university rankings and their impact – EUA report on rankings 2011“.


Nel mondo ci sono almeno 10.000 università (circa 17.000 secondo Andrejs Rauhvargers). Entrare nelle prime 100, significa far parte del top 1%, un club riservato a chi investe risorse adeguate. A titolo di esempio, nel 2012 le spese operative della sola Harvard equivalgono al 44% del fondo di finanziamento ordinario dell’intera università italiana.

Ciò nonostante, proprio le classifiche internazionali mostrano che  università italiane sono mediamente di buon livello: secondo la classifica di Shanghai il 37% delle università italiane entra nelle prime 500 mondiali (ovvvero il top 5%) contro 41% di Germania, 32% di UK, 25 di Francia e 16% di Spagna. Secondo la classifica di Leiden, che una delle poche che tiene conto delle diverse dimensioni degli atenei, la percentuale di università italiane che entra tra le prime 250 mondiali (top 2,5%)  è pari al 40% contro il 32% di quelle del Regno Unito (fonte: “Malata e denigrata”). È comunque bene ricordare che ci sono fortissime riserva sulla validità scientifica delle classifiche internazionali degli atenei, basate sulla miscela empirica dei più disparati indicatori. Sicuramente, il numero di articoli scientifici e di citazioni è considerato un indicatore molto più appropriato della dimensione e dell’impatto della produzione scientifica nazionale.


Affermare che l’Italia spende poco per l’università è falso. Il nostro Paese spende molto ma lo fa male, alimentando sprechi e privilegi non più sostenibili (M. Gelmini 2010)

Abbiamo già visto che come spesa rapportata al PIL siamo terzultimi in Europa e che la spesa cumulativa media per studente è inferiore al 73% della media OCSE. Inoltre, a parità di spesa per la ricerca universitaria, l’università italiana produce più articoli e riceve più citazioni di Germania, Francia e Giappone (fonte: International Comparative Performance of the UK Research Base 2011).

A conclusione di questa disamina, è bene precisare che questi numeri non devono giustificare indebiti trionfalismi. Che l’università italiana attraversi gravi difficoltà è sotto gli occhi di tutti. In primo luogo, non diversamente dal resto del paese, è troppo soggetta all’influsso di gruppi di potere che si adoperano a favore di interessi particolari. Come esempio valga quello dei concorsi truccati, una piaga che, per quanto non generalizzabile, ha causato gravi danni, anche sul piano dell’immagine. Ma ciò nonostante, le statistiche internazionali mostrano che non esiste un’anomalia italiana che possa giustificare tagli inauditi e interventi approssimativi, ispirati da logiche emergenziali. Piuttosto, la vera eccezionalità sembra essere la capacità di reggere la competizione scientifica internazionale disponendo di risorse limitate reperite in un contesto nazionale poco indulgente verso l’istituzione universitaria se non addirittura ostile. La vera urgenza è superare le narrazioni mitologiche ed entrare in un’era di razionalità in cui l’ideologia cede il passo all’esame scientifico dei dati sia nella formulazione delle diagnosi che nell’elaborazione delle ricette.


Una versione preliminare di questo articolo è stata pubblicata sul periodico CISL “Sindacato Università”, che ringraziamo per l’autorizzazione alla riproduzione del testo.

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31 Commenti

  1. articolo bellissimo ed ottimamente documentato. Effettivamente bisognerebbe dargli il massimo risalto possibile sulla stampa.
    Tra l’altro dimostra che non esisteva un’emergenza università, tale da giustificare i provvedimenti punitivi della riforma gelmini. Con la fine del ruolo a tempo indeterminato dei ricercatori e la demotivazione dei docenti, conseguente alla riduzione dei finanziamenti ed alla scomparsa dell’organo deliberante di facoltà , le cose andranno certamente molto peggio. A meno che qualcuno non si decida a proporre l’abrogazione della legge gelmini.

  2. Ottimo. Complimenti e grazie per la documentata reazione alla disinformazione sistematica di cui siamo vittime da anni come “operatori nel settore” o anche come semplici cittadini. Divulgherei agli organi di stampa. Se puo’ essere utile, possiamo sottoscrivere una petizione a che i citati quotidiani vogliano considerare queste pagine.

  3. Gentile Professor Giuseppe De Nicolao,
    mi sento chiamata in causa anche se nel suo articolo non vengono citati articoli che portino la mia firma. Nella foto che illustra il pezzo però appare il titolo di un mio articolo, .
    Ovviamente questa non è una mia opinione ma la sintesi di quanto evidenzia una classifica stilata da Times Higher Education, World Reputation Rankings.
    Nell’articolo sottolineo che .
    Sono d’accordo: è necessario non trascurare il fatto che a seconda dei parametri usati le classifiche possono dare risultati molto diversi. Negli ultimi anni però le nostre Università stanno scomparendo non dalle prime 10 ma anche dalle prime 50, dalle prime 100, dalle prime 200. Non si tratta di miti o leggende purtroppo ma di cifre e dati attendibili che poi contano molto per la crescita o la perdita di prestigio di un Ateneo con tutte le conseguenze che sicuramente Lei conosce meglio di me.
    Francamente questo mi dispiace e mi preoccupa. Le scrivo quindi non per fare polemica ma per capire che cosa dovrebbe fare chi si occupa in generale di Education. Ignorare le classifiche internazionali? Tenere conto soltanto di quelle nelle quali gli Atenei italiani risultano migliori? Proprio Times Higher Education segnala negli anni più recenti la scalata delle Università asiatiche rispetto anche alle istituzioni occidentali più prestigiose. L’Italia dunque non deve essere la sola a preoccuparsi. Non ritiene che esista un problema di insofferenza verso qualsiasi forma di valutazione da parte di molti docenti in Italia? Forse se ci fosse maggiore disponibilità tra le altre cose si potrebbe pensare a classifiche “alternative” a quelle esistenti che possono essere messe in discussione…

    • Cara Angeli, prima di tutto la ringrazio per l’attenzione che dimostra nei confronti del nostro blog. È giusto precisare che, a differenza di altri casi, la notizia del “sorpasso” dei Turchi non era tecnicamente una bufala. Si trattava, come lei ricorda correttamente, di una classifica reputazionale (Times Higher Education, World Reputation Rankings) in cui, un’università turca era finita davanti a quelle italiane. Tuttavia, il titolo sensazionalistico sparato a quattro colonne rende molto bene l’idea della “narrazione dominante” in tema di università e ricerca. Siamo di fronte ad una classifica basata su “interviste” raccolte su base volontaria (io stesso ho ricevuto tali questionari, senza mai rispondere). Chi risponde il più delle volte si basa sul sentito dire o sulla tradizione accademica delle sedi che conosce. Non c’è trasparenza sui dati raccolti, ma è comunque verificabile che dopo le primissime posizioni (50 posizioni per THE) queste classifiche sono fatte a blocchi di 50 o 100 università alla volta (http://www.timeshighereducation.co.uk/world-university-rankings/2013/reputation-ranking), probabilmente perché i pareri raccolti sono così pochi da produrre un elevato numero di sostanziali ex-aequo. Sospetto che i numeri in gioco siano così piccoli da rendere possibili oscillazioni casuali abbastanza sostanziali facilitando anche possibili “giochi di squadra” (non è possibile votare per il proprio ateneo, ma se ci si organizza tra due o più atenei basta spostare pochi voti per guadagnare posizioni).

      Più in generale, sulla debolezza metodologica delle classifiche c’è una letteratura estesa che purtroppo non riesce a scalfire l’impatto che esse hanno nei confronti dell’opinione pubblica e dei giornalisti. C’è un consenso scientifico sul fatto che contare il numero di università che entrano nelle prime 50,100, 200 o 500 non è il modo corretto per misurare il funzionamento di un sistema universitario. Non è in gioco l’insofferenza verso qualsiasi forma di valutazione, ma l’insofferenza verso forme di valutazione prive di base scientifica. Su Roars abbiamo pubblicato diversi articoli al riguardo (ne elenco alcuni alla fine della mia risposta). Provo a sintetizzare le principali debolezze delle classifiche:
      =================
      1. Sono compilate da organizzazioni private poco trasparenti nei metodi e nelle competenze che nel passato hanno inanellato svarioni anche clamorosi. I 10 svarioni più clamorosi della QS Quacquarelli Symonds Ltd (QS) sono riportati qui: http://rankingwatch.blogspot.it/2008/06/resumption-of-posting-teaching-and.html
      La classifica Times Higher Education è quella che aveva commesso un clamoroso svarione proprio nell’anno in cui dichiarava che aveva pubblicato la classifica metodologicamente più rigorosa di tutti i tempi. “Questionable science behind academic rankings”: questo il titolo dell’articolo del New York Times (http://www.nytimes.com/2010/11/15/education/15iht-educLede15.html?pagewanted=all) che denunciò il clamoroso infortunio della classifica 2010 di THE (Times Higher Education). Nella classifica citazionale, l’Università di Alessandria d’Egitto si era piazzata quarta, davanti a Stanford, Rice e Harvard (vedi figura), un exploit che aveva contribuito a proiettarla al 147° posto nella classifica globale. Sul sito di THE si erano persino congratulati, senza sospettare che il risultato degli egiziani era frutto di indicatori bibliometrici talmente fragili da schizzare alle stelle a causa di un singolo ricercatore abituato a pubblicare massicciamente sulla rivista di cui era direttore.
      =================
      2. La scelta degli indicatori e la loro miscela è arbitraria. In particolare, quasi nessuna classifica tiene conto dei costi per gli studenti e per il contribuente. Un po’ come fare la classifica delle automobili in base alla velocità massima senza mai considerare i Km per litro di benzina. È interessante notare che le classifiche internazionali provocano in Francia e Germania reazioni non molto diverse da quelle italiane. Qualche tempo fa, abbiamo commentato un’uscita di Renzi (https://www.roars.it/online/matteo-renzi-e-universita-parliamo-di-cose-concrete/) facendo presente cosa spende Harvard in un anno rispetto al findo di finanziamento ordinario dei 66 atenei statali.


      =================
      3. La letteratura scientifica usa altri strumenti per valutare la ricerca prodotta dalle nazioni: “The Shanghai Institute of Education has recently published a list of the top 500 world universities. The order is based on the number of Nobel laureates from 1911 to 2002, highly cited researchers, articles published in Science and Nature, the number of papers published and an average of these four criteria compared with the number of full-time faculty members in each institution. I believe none of these criteria are as reliable as citations.”
      Se usiamo gli strumenti appropriati vediamo che l’Italia, nonostante investa meno in proporzione ad altri paesi, ciò nonostante occupa una posizione del tutto in linea con le dimensioni e la ricchezza del paese

      D. A. King, “The scientific impact of nations – What different countries get for their research spending”, Nature, vol. 430|15, July 2004, http://www.nature.com/nature

      Se si adottano le misure accettate dalla comunità scientifica, si vede che nelle scienze dure la produttività italiana è superiore a quella di Germania, Francia e Giappone, come illustrato sotto:



      =================
      4. Anche se si prendessero sul serio le classifiche, un’analisi più approfondita dei risultati italiani svela aspetti interessanti che raramente vengono menzionati dalla stampa.
      Questo tipo di analisi è stata condotta nell’ottimo libro “Malata e Denigrata” a cura di M. Regini (Donzelli 2009). Riporto la figura che riassume le prestazioni degli atenei italiani nel ranking QS. Per aiutarne la lettura, ho commentato graficamente i punti salienti.


      Come si vede, gli atenei italiani reggono bene il confronto sul piano scientifico (Peer review, Citations) mentre stanno indietro nel rapporto docenti/studenti e nell’internazionalizzazione, dove però non va sottovalutato il fattore linguistico. Per esempio, credo che esso costituisca una possibile spiegazione della migliore internazionalizzazione della Spagna rispetto all’Italia.
      A fronte del sottofinanziamento, se consideriamo la percentuale di atenei “top performers” (classificati nei primi 500 e, nel caso della classifica di Leiden, nei primi 250) si potrebbe persino dire che l’Italia ne esce bene:


      Ricordo che nel mondo ci sono non meno di 10.000 università (20.000 secondo alcune stime). Entrare nelle prime 500 significa essere almeno nel top 5%. Una gran parte delle università italiane rientrano in questo segmento, nonostante i finanziamenti all’osso.
      =================
      5. Da ultimo, però va detto che le classifiche degli atenei sono scientificamente indifendibili (https://www.roars.it/online/andrea-bonaccorsi-e-le-classifiche-degli-atenei-voodoo-rankings/). Come reazione alla proliferazione incontrollata delle classifiche degli atenei, l’Institute for Higher Education Policy (Washington) e l’UNESCO European Centre for Higher Education (UNESCO-CEPES) hanno fondato l’International Ranking Expert Group (IREG) che nel 2006 ha pubblicato i cosiddetti Berlin Principles, un elenco di sedici requisiti che dovrebbero essere soddisfatti da una classifica che voglia essere di qualità. Tutte le classifiche in circolazione violavano in maniera più o meno estesa i Berlin Principles. Quando si è provato a valutare la soddisfazione dei Berlin Principles usando una scala da 1 (nessuna congruenza) a 5 (congruenza eccellente), su 25 classifiche ne sono state trovate 13 che non raggiungevano nemmeno il 3 (congruenza accettabile), tra cui anche la classifica THE-QS, allora ancora unificata, che otteneva un misero 2.25, molto vicino al 2 (congruenza scarsa) . Nel dicembre 2011, l’IREG ha reso nota la possibilità di ottenere una certificazione di qualità “IREG approved” per le classifiche che si fossero sottoposte ad una procedura di audit basata sui Berlin Principles . Solo recentemente alcune classifiche QS hanno ottenuto la certificazione.

      =================
      BIBLIOGRAFIA
      https://www.roars.it/online/classifiche-che-passione/
      https://www.roars.it/online/andrea-bonaccorsi-e-le-classifiche-degli-atenei-voodoo-rankings/
      https://www.roars.it/online/ranking-a-go-go-e-promemoria-per-il-nuovo-ministro/
      https://www.roars.it/online/pensateci-bene-prima-di-puntare-ad-harvard/
      https://www.roars.it/online/universita-cio-che-bisin-e-de-nicola-non-sanno-o-fingono-di-non-sapere/
      https://www.roars.it/online/c%E2%80%99e-ranking-e-ranking/
      https://www.roars.it/online/luniversita-italiana-e-davvero-inadeguata/
      https://www.roars.it/online/chi-denigra-la-ricerca-italiana/
      https://www.roars.it/online/l%E2%80%99universita-e-la-ricerca-italiane-nelle-classifiche-internazionali/
      https://www.roars.it/online/quanto-valgono-la-ricerca-e-l%E2%80%99universita-italiana/
      https://www.roars.it/online/ununiversita-egiziana-supera-harvard-e-stanford-vero-o-falso/

    • L’insofferenza nei confronti dei ranking non è un’esclusiva dell’accademia italiana (insofferente – o meno – verso qualsiasi forma di valutazione). L’Australian ha recentemente intervistato un “esperto” che, senza mezzi termini, ha detto che alcuni rankings sono “spazzatura”.
      http://www.theaustralian.com.au/higher-education/ranking-of-unis-is-bad-science-says-simon-marginson/story-e6frgcjx-1226740536595


      Tuttavia, lascia perplessi, che l’intervistato cambi registro quando passa a considerare la classifica di Shanghai:
      ________________
      “A leading authority on institutional league tables, Professor Marginson also serves on the advisory board for the Shanghai-based Academic Ranking of World Universities.

      He said the Shanghai ranking, as well as the University of Leiden and the Scimago league tables, used “objective, externally referenced, solid metrics though we can complain about (the counting of a university’s) Nobel Laureates”.
      ________________
      In realtà, i presunti fondamenti della classifica di Shanghai sono stati oggetto di una vera e propria demolizione scientifica:
      ________________
      Jean-Charles Billaut • Denis Bouyssou • Philippe Vincke
      Should you believe in the Shanghai ranking? An MCDM view
      Scientometrics (2010) 84:237–263 DOI 10.1007/s11192-009-0115-x
      http://www.lamsade.dauphine.fr/~bouyssou/BillautBouyssouVinckeScientometrics.pdf
      ________________
      Lo spettacolo sembra quello di classifiche scientificamente deboli che giocano a screditarsi a vicenda.

  4. Grazie per la prontissima e più che esauriente risposta. Leggo sempre con molto interesse il vostro blog. Le classifiche giornalisticamente funzionano non soltanto per l’Università ma per tutti i campi. Anche chi le critica usa poi altre classifiche per sostenere le proprie ragioni quindi ho paura siano inevitabili. Certamente uno degli elementi che gioca a sfavore dell’Italia è la lingua. Forse si potrebbero incrementare i corsi in inglese soprattutto nelle facoltà scientifiche.

    • Gentile angi,
      potrei sbagliarmi, ma non penso che il prof De Nicolao con l’osservazione sulla lingua intendesse parlare di una presunta maggiore conoscenza dell’inglese all’estero, fatto che per quanto riguarda l’esperienza personale mia e dei miei amici parrebbe un mito persino in ambito abbastanza bene istruito (ma so di non fare statistica), quanto al fatto, se si pensa al paragone esplicito con la Spagna, che semplicemente molte altre nazioni hanno nazioni “compagne” in cui si parla la stessa lingua (non solo inglese, ma spagnola, portoghese, francese…), e questo sicuramente facilita molto lo scambio “internazionale” (ma non necessariamente interlinguistico!).
      Almeno, io ci ho letto questo…

    • Quanto all’inglese nelle facoltà scientifiche… non so, al solito non faccio testo, ma almeno a Fisica almeno dal 3° anno in poi i libri di testo sono quasi tutti in inglese, e in generale qualsiasi sia la facoltà chiunque si trovi ad avere a che fare con la produzione scientifica legge necessariamente quella lingua, per cui non mi pare che il problema si ponga visto che per forza di cose ci si fa l’abitudine…

  5. […] Cos’è l’università italiana secondo i media? Un secchio bucato, in cui è inutile riversare altri fondi. Ci sono troppi atenei, troppi corsi di laurea, troppi professori, veri e propri nababbi, pagati fino a 13.000 euro al mese. Ma è anche ora di alzare le tasse universitarie: ci sono troppi studenti che affollano le aule, anche perché l’università è quasi gratuita. Le risorse investite sono proprio sprecate: non solo siamo l’unico paese al mondo dove esistono i fuoricorso, ma, come dimostrano le classifiche internazionali degli atenei, l’università italiana non occupa un posto di rilievo nel panorama scientifico internazionale. Cosa c’è di vero in tutte queste affermazioni? Ben poco, … … la vera eccezionalità sembra essere la capacità di reggere la competizione scientifica internazionale disponendo di risorse limitate reperite in un contesto nazionale poco indulgente verso l’istituzione universitaria se non addirittura ostile.  […]

  6. Gentile De Nicolao,
    il dato sul numero di pubblicazioni scientifiche prodotte, riguarda l’intero “sistema” della ricerca italiano (Università + enti di ricerca, ad es. CNR etc.) o le pubblicazioni di ricercatori “italiani” afferenti, ad es., anche ad istituzioni straniere?
    Grazie per la disponibilità e per avere fatto il punto sulla campagna mediatica di discredito, in atto ormai da alcuni anni, ai danni della nostra università.
    Cari saluti,
    Lorenzo Mancini

    • In questo tipo di statistiche la nazionalità è relativa all’affiliazione degli autori. Nell’articolo, i dati e grafici tratti da SCImago fanno riferimento all’intera ricerca italiana. Il dato sulla produttività riportato alla fine dell’articolo (tratto da Internat. Comparitive Performance of the UK Reasearch Base) è riferito al solo settore universitario.

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