Cosa dovrebbe fare un ministro alla luce della mole di informazioni fornite dal Rapporto sullo stato dell’università e della ricerca dell’ANVUR? Fabio Matarazzo, già Direttore Generale del MIUR, non solo dà qualche suggerimento, ma sottolinea l’urgenza di rottamare alcuni vacui ritornelli: “Le 615 pagine del rapporto ci consentono ora di conoscere da vicino, come mai finora, le specifiche situazioni in cui si articola il sistema. … E’ importante, migliorarne standard e risultati. Ma se si vuole intraprendere questa via, l’unica, a mio parere, in grado di assicurare il progresso di tutte le diversificate realtà con un percorso di continuo accompagnamento, deve dimenticarsi il risonante ma, alla prova dei fatti, vacuo ritornello della competitività, del merito, dei premi che poi non arrivano e delle punizioni che poi si rivelano impossibili.”

L’Agenzia di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) ha presentato a Roma, il 18 marzo, il suo primo rapporto biennale, cioè il “Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca per il 2013”. La versione integrale, di ben 615 pagine, si può consultare al seguente indirizzo:

Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2013

E’ tuttavia disponibile anche una più agile versione di sintesi:

Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2013 – SINTESI

La dettagliata fotografia della situazione dell’Università e delle ricerca del nostro Paese conferma, sostanzialmente, pur con la dovizia dei dati ed ampiezza di analisi – che, in aggiunta a ciò che era tradizionalmente presente nei Rapporti annuali del Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario, CNVSU, comprendono ora anche gli enti di ricerca e le istituzioni AFAM – una malattia conosciuta da tempo. Ne segnalano il degrado progressivo e viepiù preoccupante, senza che, alle viste, si intravveda alcun accenno di inversione di tendenza. L’Italia risulta, ancora una volta, tra i paesi con la più bassa percentuale di laureati anche tra i più giovani e, nonostante l’incremento dei titoli in questa fascia di età, non si è affatto ridotto lo scarto rispetto ai valori medi europei, di gran lunga superiori. E’ sempre più evidente la progressiva disaffezione dei nostri diplomati nei confronti dell’Università. Il tasso di passaggio scuola-università risulta di ben 11 punti inferiore a quello medio europeo. Gli immatricolati con almeno 25 anni sono soltanto l’8% del totale contro un valore medio del 17%. E’ notevole la flessione del numero delle immatricolazioni.

Nonostante la difficoltà per i diplomati di trovare lavoro, l’Università non rappresenta più, evidentemente, un’appetibile area di parcheggio in attesa di prospettive future migliori né, tanto meno, l’utile ascensore sociale che ne ha caratterizzato la funzione negli anni passati. Rimane alto, nonostante il 3+2, il numero degli abbandoni e basso il numero di coloro che ottengono il titolo, anche di primo livello, negli anni previsti. La media, per una laurea triennale, è di 5,1 anni. Eppure la laurea conviene, ce lo dice da tempo ‘AlmaLaurea’, lo conferma il rapporto. Conviene per le possibilità di impiego e per la gratificazione anche economica che ne deriverà nel corso degli anni. Questa constatazione non è però in grado di motivare a sufficienza studenti e famiglie a proseguire gli studi. Incide negativamente, forse, l’opinione, di cui si fa cassa di risonanza il sistema mediatico ma anche qualche celebrato opinionista, secondo cui il nostro sistema produttivo non ha bisogno, e anzi in qualche modo osteggia i laureati, per rivolgersi a tecnici e diplomati con preparazione calibrata meglio per le esigenze delle piccole e medie industrie.

Diminuiscono le spese; diminuisce l’offerta formativa, permane l’assurdo fenomeno delle idoneità senza borsa nel diritto allo studio. Nel prossimo futuro mancheranno almeno 9000 professori. Il rapporto tra la spesa per l’istruzione universitaria e il PIL segna un meno 37% rispetto alla media OCSE. Insomma, i numeri sono tutti a disposizione e non c’è ragione di insistere per descrivere il piano inclinato sul quale ormai da tempo sta scivolando la nostra università e con essa la nostra capacità di progresso e di ruolo attivo nella società e nell’economia della conoscenza, di cui pure esaltiamo ad ogni piè sospinto l’importanza.

Questo quadro fosco, del quale lo stesso Ministro si è dimostrata preoccupata, non sembra tuttavia aver suscitato nelle sue prime parole, e nei commenti che si sono letti sulla stampa, quel moto di reazione determinato e consapevole della necessità, non più procrastinabile, di quella “scossa”, del “cambiare verso”, che in altri campi contraddistinguono tanta parte del messaggio mediatico dell’attuale governo. Per l’università e la ricerca, pilastri essenziali della strategia governativa, più volte evocati quale teste di capitolo di una opportuna riscrittura del patto sociale, non sembra profilarsi una volontà di contraddire le linee di tendenza delle politiche che in questi anni hanno accompagnato, al di là delle diverse accentuazioni e dell’alternarsi dei ministri e dei governi, questa parabola declinante quasi fosse un esito scontato e irreversibile di un pensiero unico e di un contesto economico immutabile.

La Ministra riconosce nel sapere e nella conoscenza un essenziale strumento di riscatto sociale e giustamente considera il calo delle immatricolazioni una questione politica, etica ed economica allo stesso tempo, ma, detto questo, non enuncia, almeno per ora, propositi concreti per affermare discontinuità di azione dai suoi predecessori. Certo, afferma la necessità di migliorare l’immagine del nostro sistema universitario per renderlo nuovamente attrattivo per gli studenti ed i docenti stranieri. La semplificazione delle procedure di accesso e di selezione torna ancora una volta nelle dichiarazioni del Ministro, così come l’urgenza di potenziare l’orientamento e il tutoraggio per ridimensionare abbandoni e i fuori corso. Anche per il diritto allo studio è stato apprezzabile sentire la Ministra denunciare l’ignominia degli idonei senza borsa, ma anche questa dichiarazione soffre della ripetitività con cui viene ribadita da tutti senza risultati concreti. Sono intenzioni positive che non possono non essere condivise ma sono attese alla verifica dei fatti. Troppi annunci analoghi abbiamo ascoltato in questi ultimi anni, e nessuno di essi è stato capace di frenare l’incremento dei numeri che abbiamo letto.

Le 615 pagine del rapporto ci consentono ora di conoscere da vicino, come mai finora, le specifiche situazioni in cui si articola il sistema. Mettono in chiaro che esso non è costituito da entità uniformi che possano essere regolate in maniera unitaria e omogenea; pongono in luce che non possono essere giudicate in base a processi burocratici preordinati ed astratti, ma, e su questo sembra consentire e insistere la Ministra, sui risultati conseguiti. E’ importante, credo, questa possibilità di avvicinare, con l’azione di governo, ciascuna realtà e operare rispetto alle sue concrete esigenze per migliorarne standard e risultati. Ma se si vuole intraprendere questa via, l’unica, a mio parere, in grado di assicurare il progresso di tutte le diversificate realtà con un percorso di continuo accompagnamento, deve dimenticarsi il risonante ma, alla prova dei fatti, vacuo ritornello della competitività, del merito, dei premi che poi non arrivano e delle punizioni che poi si rivelano impossibili.

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18 Commenti

  1. La versione sintetica sono 124 pagine incredibilmente dense e scritte con caratteri piccoli (10pt). Se era una battuta, non l’ho capita.

    (Sintesi: Operazione mentale che compendia una quantità di dati conoscitivi in una conclusione unitaria ed essenziale.)

  2. “Conviene per le possibilità di impiego e per la gratificazione anche economica che ne deriverà nel corso degli anni.”

    Un tipico postdoc con 15 anni di ricerca alle spalle prende 1400 euro al mese per 12 mesi, quando va bene.

    Il portiere del mio condominio, assunto a tempo indeterminato, prende 1300 euro netti per 13 mesi e ha gratis un appartamento in dotazione. E abbiamo dovuto mettergli il wi-fi in guardiola perchè si annoiava a non far niente tutto il giorno. (Un amico ha anche provato a farsi avanti per quel posto, ma non era sufficientemente raccomandato.)

    • Con gli aneddoti si riesce a giustificare tutto e il contrario di tutto. I dati a nostra disposizione sulle possibilità di impiego e sui redditi sono i seguenti e confermano quanto scritto da Matarazzo.



    • “Un tipico postdoc con 15 anni di ricerca alle spalle prende 1400 euro al mese per 12 mesi, quando va bene.”
      ======================
      Nel caso peggiore, dovrebbero essere circa 1.450 Euro al mese per 12 mesi in base al Decreto Ministeriale 9 marzo 2011 n. 102 (http://attiministeriali.miur.it/anno-2011/marzo/dm-09032011.aspx):
      _____________
      “L’importo minimo lordo annuo degli assegni di ricerca, banditi ai sensi dell’art. 22 della legge 30 dicembre 2010, n. 240, è determinato in una somma pari a 19.367 euro.”
      ______________
      Tenendo conto del contributo INPS, il minimo dovrebbe aggirarsi sui 1.450 euro mensili.

    • @ De Nicolao
      La cifra esatta dovrebbe essere 1.375 euro/netti al mese (il lordo minimo attuale è 23.075 euro/anno, e l’INPS è al 29.5%).
      Io non ho mai visto importi superiori al minimo (neanche quando ho bandito assegni su fondi miei personali, l’Ateneo mi ha permesso di indicare un importo superiore al minimo).
      E’ chiaro comunque che tutta questa amarezza deriva da esperienze personali, con le quali non si fa statistica.
      Inoltre un laureato ovviamente può fare lavori più remunerativi del postdoc.

    • Solo un terzo dell’INPS dovrebbe essere a carico dell’assegnista, secondo quanto mi è stato riferito dall’amministrativo consultato. Mi spiace per le vicende personali poco felici, ma qualche assegno sopra il minimo viene bandito anche se ciò credo accada in aree che hanno più facile accesso a finanziamenti congrui. In ogni caso convengo che in percentuale saranno pochi.

    • “Quando va bene” invece si riferisce al fatto che nell’intervallo fra due contratti un ricercatore può tranquillamente rimanere vari mesi senza stipendio.

    • Errata: volevo dire che l’INPS è al 28.5%. L’importo finale di 1.375 euro è giusto.

    • Quando ero assegnista (09/2013) prendevo 1435€, adesso ho un contratto di insegnamento a titolo gratuito per 70 ore (10CFU). Però mi è stata concessa l’Abilitazione Scientifica Nazionale di II fascia. Tuutavia non ha avuto un grande impatto sul mio salario di 0€ mensili.

      Meno male che nel frattempo ho ottenuto una posizione di Visiting Professor all’estero che a breve mi parte.

      Ad ogni modo, il mio commento serve a puntualizzare che il problema non sono i 1400€ oppure i 1450€ al mese di assegno, ma le mensilità a 0€ che il precario/disoccupato della ricerca subisce. Penso fosse questo ciò a cui si riferiva Shakerato_non_mescolato. Allora davvero è meglio essere portiere di un condominio: mestiere tranquillo e salario continuativo.

    • Oops, non avevo fatto il refresh della pagina, e quindi visto il reply di Shakerato_non_mescolato.
      Sorry.

    • Già prima di iniziare l’università le abilità erano diverse tra quelli che non proseguono gli studi e quelli che li proseguono, pertanto il grafico di almalaurea non può essere utilizzato per affermare che la laurea dà maggiori possibilità di impiego rispetto ai diplomati. I diplomati che si laureano avrebbero comunque avuto più probabilità di impiego rispetto agli altri anche senza percorso universitario.

    • Certamente, meno studi più trovi lavoro, hai un ottimo reddito e per di più vivi con la tua donna:


      Per di più quello che ha studiato per laurearsi vive ancora con i suoi genitori ed è un vero sfigato.

    • Ho fatto il postdoc per 9 anni (e poi per altri 6 anni l’RTD). Ho sempre arrotondato (raddoppiato) allo stragrande insegnando in 3 o 4 università diverse in contemporanea (tutte in regioni diverse). Quasi tutte posizioni di docenza a contratto trovate navigando in internet. Consiglio UNIBZ, che elargisce compensi favolosi. E di imparare bene la MATEMATICA, che non la sa quasi nessuno (neppure quelli che dovrebbero saperla: ho visto cose…).

    • Fame coacta vulpes alta in vinea uvam adpetebat, summis saliens viribus. Quam tangere ut non potuit, discedens ait: “Nondum matura es; nolo acerbam sumere.” Qui, facere quae non possunt, verbis elevant, adscribere hoc debebunt exemplum sibi.

    • @De Nicolao, quel grafico di almalaurea non poteva essere utilizzato per sostenere quello che gli si voleva far sostenere. Detto questo, il manifestino è suggestivo ma non pretende nemmeno di usare la statistica (salvo non dire Luca vs Andrea sia una statistica credibile). Il primo è certamente più sofisticato del secondo.

    • “Un tipico postdoc con 15 anni di ricerca alle spalle”.
      Un postdoc con 15 anni di ricerca alle spalle non dovrebbe esistere.

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