Il rapporto ANVUR 2013 sullo stato dell’università  indica tre problemi strettamente connessi. Il primo è il basso numero di laureati nella popolazione giovanile italiana, il secondo è l’alto numero di abbandoni degli studi, il terzo è l’altissima percentuale di ritardi negli studi. Ma come mai tra i tanti interventi sul sistema universitario non ce ne è uno che affronti questi problemi? La risposta non è difficile: Parlamento e Governo sono intervenuti su sollecitazione di docenti universitari più interessati alle beghe interne che al funzionamento del sistema di istruzione superiore. Così il problema centrale dell’università italiana  è divenuto il sistema di reclutamento e promozione dei docenti e con esso l’inseguimento del Santo Graal, ovvero dello strumento perfetto per misurare la “qualità della ricerca scientifica”.

Non si può dire che il mondo politico, negli ultimi quattro o cinque anni, abbia  trascurato l’università. Nel bene o nel male, i governi che si sono succeduti, sono intervenuti più volte, con leggi, decreti e circolari ( ed anche con un taglio massiccio del finanziamento statale, che è diminuito, in termini reali, di circa il 18% tra il 2008 e il 2013).

A parte i tagli dei finanziamenti, gli interventi normativi più incisivi sono quelli derivanti dall’applicazione della cosiddetta “riforma Gelmini” entrata in vigore nel gennaio del 2011. La riforma ha modificato radicalmente l’assetto della docenza universitaria, sopprimendo il ruolo iniziale dei ricercatori universitari (e generando così costi suppletivi per il sistema), ha rivoluzionato il sistema di reclutamento e promozione dei docenti, ha aumentato i poteri e le competenze dell’Agenzia Nazionale per la Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR), la quale a sua volta ha dettato “criteri e parametri” per la valutazione della qualità della ricerca scientifica, ai fini di un gigantesco “esercizio” di valutazione della ricerca che è stato svolto a cura dell’ANVUR, ma anche ai fini della valutazione di candidati alle posizioni di docente universitario. Infine, sempre attraverso l’ANVUR, il Ministero, sta definendo procedure per “l’accreditamento dei corsi di studio”.

E’ lecito però chiedersi fino a che punto l’attivismo del Ministero e del Parlamento abbia contribuito alla soluzione dei principali problemi del nostro sistema universitario. Quali sono dunque i problemi principali? A questa domanda risponde compiutamente il rapporto 2013 sullo stato dell’università presentato dall’ANVUR  nel gennaio scorso. Si parte da un meditato confronto internazionale per indicare tre problemi strettamente connessi. Il primo è il basso numero di laureati nella popolazione giovanile italiana, il secondo è l’alto numero di abbandoni degli studi tra gli iscritti, il terzo è l’altissima percentuale di ritardi negli studi che portano ad una durata media di oltre cinque anni per un corso di studi che dovrebbe durare tre anni.

Il rapporto dell’ANVUR precisa che non siamo molto distanti dalla media europea quanto a percentuale di diplomati nella popolazione giovanile, né è molto diverso il tasso di passaggio dalla scuola secondaria all’università, anche se da noi sono pochi gli studenti di età più matura che si iscrivono dopo una esperienza lavorativa di qualche anno. E’ dunque principalmente l’alto tasso di abbandoni a determinare il basso numero di laureati.

E’ troppo facile osservare che le molte riforme degli ultimi cinque anni non tentano nemmeno di affrontare questi difficili problemi. (Osserviamo subito che si tratta di problemi difficili perché non avrebbe senso forzare le università ad aumentare la proporzione dei laureati sugli immatricolati, rendendo semplicemente più facili le promozioni.)

Versione apparsa su l’Unità , 23 luglio 2014

Ma come mai tra i tanti interventi sul sistema universitario non ce ne è uno che affronti questi problemi? La risposta a questa domanda non è difficile: Parlamento e Governo sono intervenuti su sollecitazione di docenti universitari più interessati alle beghe interne e alle rivalità tra “scuole”, che al funzionamento del sistema di istruzione superiore. Così il problema centrale dell’università italiana  è divenuto il sistema di reclutamento e promozione dei docenti e con esso l’inseguimento del Santo Graal, ovvero dello strumento perfetto per misurare la “qualità della ricerca scientifica”. Si tratta di una impresa impossibile: la ricerca scientifica è (anche) un’attività creativa la cui qualità, come la qualità della produzione artistica non è misurabile oggettivamente; come per le credenze religiose, sono in molti però a ritenere che le proprie valutazioni soggettive abbiano il carattere dell’oggettività.

In ogni caso i problemi principali del sistema universitario sono passati in secondo piano, perché non interessavano i professori.

Eppure il rapporto dell’ANVUR arriva a conclusioni precise:

Il fatto che quasi  un terzo degli immatricolati abbandoni o cambi corso di studi dopo il primo anno indica la difficoltà del passaggio scuola-università. I dati sulla dispersione (quasi il 40%) e sul tempo medio per il conseguimento della laurea mostrano inoltre una bassa produttività del sistema, con costi diretti ed indiretti di difficile quantificazione ma sicuramente elevati. Basti pensare  ai ritardi nell’ingresso nel mondo del lavoro in un contesto quale quello italiano che a sua volta impone tempi di inserimento dei giovani estremamente lunghi.”

Ma di queste conclusioni non si tiene conto nemmeno quando l’ANVUR affronta i problemi della  “qualità della didattica”. Si interviene allora con  la cosiddetta “Autovalutazione, Valutazione periodica, Accreditamento” (AVA) che, indipendentemente dai suoi meriti,  è rivolta a migliorare l’insegnamento all’interno dei singoli corsi di studio. Si elude così il problema principale segnalato dall’ANVUR stesso: le difficoltà del passaggio scuola-università.

Non ci sono ricette di immediata applicazione per risolvere questi problemi. È  probabile però che sia necessaria una maggiore flessibilità degli insegnamenti del primo semestre rivolti alle matricole, e soprattutto un maggiore investimento delle risorse di docenza nell’insegnamento del primo anno. Il governo anziché accodarsi all’inseguimento del sistema perfetto di reclutamento dei docenti dovrebbe almeno indicare come prioritaria la soluzione di questo problema.

 

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25 Commenti

  1. Di questi problemi non interessa nulla a nessuno. L’Università italiana e’ totalmente autoreferenziale, dopo quasi 20 anni che ci sto dentro una cosa e’ chiara: 1 lo studente e’, in grandissima parte, una perdita di tempo. 2 a lezione, se posso, non ci vado e mi faccio sostituire. 3 bravo che ti sei laureato, ora avanti un altro.
    Del resto se si fa una riforma della docenza in cui non conta nulla che uno sia stato docente (chi prova a smentirmi lo fulmino!) e dove i vecchi ricercatori ad esaurimento, che mai hanno superato una prova di docenza, tengono in piedi la docenza! Che cosa mi importa delle difficoltà degli studenti, come è sempre stato, i bravi combineranno qualcosa, i meno bravi no! Ma che non si perda tempo ad aiutare i meno bravi…che ci stanno a fare all’Università?…andassero a lavorare.
    Intanto, il sistema, che ti consente di essere fuoricorso a vita e di rifare lo stesso esame 50 volte, più di così non può aiutarti.
    Ma quando mi trovo lo stesso imbecille davanti per la 12ma volte come faccio a ribocciarlo (dopo che magari il Preside di Facoltà mi ha detto che dobbiamo “produrre” più’ laureati!)?
    Allora, sapete che si fa?, prove scritte con le crocette per tutti, non si deve fare nemmeno la fatica di ascoltare sti disperati che manco parlano l’italiano e poi mi posso occupare dei fatti miei.
    Alla fine, di laureati ne abbiamo pure troppi, mi perdoni roars, nel senso che per la media di semi-analfabeti che arrivano dalle superiori italiane, i nostri numeri sono miracolosi!
    E, infatti, è pieno di laureati che continuano ad essere semi-analfabeti perché l’alfabetizzazione non è compito dell’Università!
    Non la pensavo così quando iniziai, adesso so solo che sono uno stupido a non averlo capito per tempo…adeguandomi

  2. Sono d’accordo con questo amaro commento di Desolation, ma non del tutto con l’articolo di Figa’ Talamanca (e probabilmente neanche’ con il rapporto ANVUR citato).
    Non e’ confrontabile il sistema italiano con altri sistemi europei in termini di capacita’ di produzione di laureati. Sui grandi numeri, il problema secondo me non sta nell’attivita’ di orientamento, ne’ nella mancanza di borse di studio (che e’ certamente un problema grave), ma nel meccanismo stesso degli esami, e nella possibilita’ (tutta italiana) di ripeterli “ad libitum”. Per fare un esempio, in Francia l’universita’ e’ organizzata come una scuola media: bisogna sostenere tutti gli esami di quell’anno entro l’anno, ci sono gli scrutini a fine anno e se, ad es., uno studente di un corso di laurea in Storia ha passato l’esame di Storia Medioevale ma non quello di alfabetizzazione informatica (avendolo tentato una volta ancora — l’unica altra possibilita’) lo si ammette all’anno successivo e gli si *abbuona* l’esame, mica si attende che lo studente ritenti dodici volte, con perdita di tempo per tutti… Stessa cosa mi risulta succeda anche in altri paesi europei.

    Dovrebbe essere pacifico che in questo modo in Francia (non ce l’ho con la Francia in particolare, ma e’ solo per essere coerenti con l’esempio di sopra) si producono piu’ laureati che in Italia, altro che questioni di produttivita’ del sistema, ecc. Semplicemente gli studi in Italia, per come e’ strutturato il meccanismo degli esami, tendono ad essere piu’ difficili che altrove. Non parliamo poi degli Stati Uniti, realta’ che conosco abbastanza bene…

    Mi pare un po’ ingeneroso affermare che “Parlamento e Governo sono intervenuti su sollecitazione di docenti universitari più interessati alle beghe interne e alle rivalità tra scuole”. Produrre piu’ laureati, e avvicinare universita’ ad impresa sono stati gli obiettivi della riforma del 3+2, precedente alla “Gelmini”. Ci si e’ riusciti? Un po’ si (in assoluto), ma in confronto agli altri paesi europei sicuramente no.

    Si vogliono produrre piu’ laureati? Si vogliono ridurre gli abbandoni ? Bene, si cambino *radicalmente* le regole stesse degli esami.
    Si badi bene: non sto avallando sistemi come quello francese, sto solo dicendo che i sistemi sono cosi’ diversi che un confronto e’ del tutto iniquo.

  3. Mi piace l’articolo e lo sfogo del commento.
    Sull’articolo io personalmente sono visceralmente contro l’ANVUR che una ne fa e due ne sbaglia: l’alta burocratizzazione dell’Università, come ricerca, didattica, concorsi, è un ramo secco dell’evoluzione e di tutto è responsabile non l’ANVUR, ma in ultima analisi la legge Gelmini, che è un mostro che ha creato un mostro… non riforma dell’Università ma affossamento dell’Università.
    Sullo sfogo è tutto vero: ma quanti di noi sulla base di queste considerazioni non si applicano per un miglioramento del sistema? I test di ingresso all’Università sono fatti in modo serio e competente? Chi fa il proprio dovere fino in fondo? Chi tratta gli studenti come il prossimo suo anzi come il datore di lavoro? …
    Viene in mente una trattativa tra Dio e Abramo, per salvare Sodoma e Gomorra: Dio se ci sono cinquanta giusti distruggerai le città? Se ci sono trenta giusti le risparmio. Ma se ce ne saranno 25? …
    Alla fine della trattativa si arriva a 10 giusti: il problema fu che non si trovano neanche 10 giusti… c’è solo Lot, la moglie e le due figlie…
    Forse nell’Università italiana ci sono più di quattro giusti…

  4. La spinta a produrre più laureati e in tempi brevi porta di fatto ad abolire il valore legale del titolo di studio, poiché si realizza con un condono generalizzato. “Abbuonare” gli esami è una grande svendita, un gioco con le carte truccate.
    I laureati triennali con la media del venti (che non influirà sul voto della specialistica) sono il futuro di un paese? Mah …

  5. No, mi dispiace, alla logica dei 4 giusti non ci sto.

    Io solo da Maggio a oggi non ho fatto meno di una decina di riunioni, più svariate discussioni singole, assieme a colleghi sul tema: come diminuire le bocciature nei primi anni senza abbassare il livello delle nostre richieste. E negli ultimi dieci anni non ricordo un anno che nelle Facoltà in cui ho insegnato non ci si fermasse a ragionare su cosa modificare dell’anno precedente per migliorare nell’anno successivo.

    Tutoraggi, lezioni aggiuntive (ovviamente mai conteggiate nei registri), ricevimenti in aula, didattica assistita, prove in itinere, compiti a casa, esercizi in aula con il professore, o con un dottorando perchè il professore gli incute timore, o con un bravo laureando perchè così si sentono stimolati dai loro pari.
    Non da solo: io e molti miei colleghi. Se nell’Università di Paolo Biondi ci son meno di 4 giusti è un problema suo e della sua Università. La mia esperienza è di tutt’altro segno.

    Gli studenti non sono nè il prossimo mio nè il mio datore di lavoro, visto che la didattica non è il mio unico obbligo lavorativo. E’ una delle componenti del mio lavoro a cui dedico la stessa attenzione che alle altre. E sinceramente per una volta sono in totale disaccordo con Figà Talamanca. Per fortuna la politica non si è preoccupata di questo problema. Ci mancherebbe solo che la pervasività delle norme di legge arrivasse pure a questo livello, dio ce ne scampi. Tutte le volte che lo ha fatto ha solo prodotto un aumento degli ostacoli di natura burocratica (con una unica eccezione che è controproducente nominare: tutti sembrano aver dimenticato che l’apertura delle sedi universitarie distaccate fu fatta anche per combattere gli abbandoni. Ma sembra che lezioni nei cinema negli anni ’80-’90 non le ricordi più nessuno…).

  6. Sono d’accordo con il ragionamento esposto in questo intervento del professor Figa` Talamanca.

    .

    Vorrei anche indicare alcuni punti che andrebbero affrontati, a mio avviso, per migliorare le cose.

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    I punti sono tre, ma altri probabilmente verranno in mente a quei lettori che vorranno seguire lo spirito del mio ragionamento (che e` pari a quello dell’autore dell’articolo che stiamo commentando, e che ringrazio per aver autorevolmente iniziato un discorso di questo tipo): l’orario delle lezioni, il curriculum, e l’orientamento.

    .

    L’orario delle lezioni. Immaginate di approdare al primo anno di studi universitari, e di trovare un orario a macchia di leopardo (perche’ e` stato fatto pensando alle esigenze dei professori e non a quelle degli studenti): in alcuni giorni avete lezione la mattina presto, e poi, dopo una pausa di alcune ore, avete lezione la sera; in altri giorni avete giornata piena; in altri giorni ancora avete giorno libero. Mi sembra chiaro che un orario siffatto NON consente a uno studente di darsi un ritmo giornaliero costante di studio.

    .

    Immaginate un curriculum, cioè un piano di studi, messo in piedi NON tanto pensando alle esigenze culturali degli studenti di quel particolare corso di laurea, ma ottenuto invece come risultante di compromessi tra le diverse aree, che tentano sempre di imporre esami del proprio raggruppamento (anche in misura incongrua con le esigenze culturali che dovrebbero essere una caratteristica di un certo corso di laurea) per poter poi più facilmente piangere miseria quando bisogna chiamare nuovi professori. Similmente, immaginate un curriculum in cui mancano materie fondamentali. Ecco che, come conseguenza di queste scelte, gli studenti difficilmente saranno motivati a continuare gli studi, cioè difficilmente resteranno affascinati da quel percorso di studi che, invece di essere organico, e assicurare un approfondimento progressivo della propria preparazione, si limita a essere raccogliticcio, un pastiche di materie diverse prive di un disegno unitario di formazione culturale, con ripetizioni di argomenti (duplicati cioè in insegnamenti diversi, vuoi a causa di uno scarso coordinamento tra i professori, vuoi a causa del tentativo di moltiplicare i pani e i pesci, per i motivi già descritti).

    .

    L’orientamento dovrebbe iniziare già dal terzo anno delle superiori, in questo modo: ogni corso di laurea dovrebbe specificare bene quali sono le materie in cui gli studenti si devono preparare bene per potervi accedere senza incontrare, nel seguire le lezioni, difficoltà reali (di natura culturale, non burocratica). Visto che l’accesso ai corsi di laurea e` in buona parte liberalizzato, queste indicazioni sono importantissime. Per le matricole andrebbe applicato in maniera intelligente l’articolo 6 del D.M. 270 del 2004, che impone ai corsi di laurea di predisporre un test di ingresso, che NON dovrebbe essere un surrogato del numero chiuso, e che dovrebbe essere preparato con serietà (evitando ad esempio di porre domande esotiche rispetto ai contenuti che devono essere verificati). Il Cisia (un consorzio interuniversitario con sede a Pisa) sta svolgendo un ottimo lavoro in questo senso. Agli studenti in difficoltà con il test di ingresso dovrebbe essere offerto un corso di recupero serio. La verifica dell’assolvimento dell’obbligo formativo aggiuntivo (attribuito agli studenti che non sono stati in grado di superare il test) dovrebbe coincidere non tanto con il superamento di un esamino al termine del corso di recupero, ma con il superamento di almeno N crediti in esami del primo anno, entro il primo anno (dove N e` un parametro che può essere variato a seconda delle circostanze): chi non ci riesce, si può solo iscrivere al primo ripetente, a meno che non cambi corso di studi (un iscritto al primo ripetente può fare solo esami del primo anno). Questi meccanismi assai semplici, anche se non sono perfetti, consentono sia di mettere in atto un meccanismo virtuoso (che induce gli studenti a prepararsi meglio, prima di iscriversi a un determinato corso di studi) sia di suonare un campanello di allarme rivolto agli studenti che entro il primo anno non riescono a sbloccarsi (che e` molto meglio del silenzio ipocrita, da parte dei professori, che accompagna questi casi); solo un campanello di allarme, un segnale che indica loro che c’e` qualcosa che non va, ma nulla di drastico come la esclusione. Infatti, l’esperienza insegna che a volte le difficoltà iniziali sono contingenti, non essenziali, e che sarebbe un errore applicare regole troppo rigide, anche perche’ il percorso di crescita culturale dovrebbe essere come un grafo piuttosto che come un albero (= grafo senza circuiti).

  7. Ecco il commento che mi aspettavo e che testimonia, secondo me, il fallimento del “successo” dell’università italiana, e cioè il perché, lingua a parte, non attrarremo mai studenti stranieri.
    Ma è possibile che all’università ci si debba preoccupare dello studente che ha timore del professore, che un dottorando debba perdere tempo con uno studente che fa fatica, che si debbano fare lezioni per chi non riesce con quelle dell’orario normale?
    Ma questa non è Università, non è neanche un liceo, sono le medie! che è quello dove è arrivata la ns università di successo!
    Caro Professore, lei non dovrebbe dedicare un minuto a chi non riesce con i corsi ordinari, ma le ore, i migliori dottorandi e dare e chiavi delle biblioteche a chi riesce meglio a chi ha voglia di approfondire etc.
    L’Università, nei paesi che tanto decantiamo sul punto, è crescita delle eccellenze, miglioramento di chi è portato allo studio e all’analisi critica.
    Mi dice che me ne faccio del suo studente “aiutato” che dopo 6/7 anni (se va bene) si laurea con 66 e due figure ed è pronto ad occuparsi di una pompa di benzina?
    Intanto, l’impostazione ormai diffusa da anni è tale per cui tutti hanno “diritto” alla laurea che quindi non vale più niente e impedisce a tanti ragazzi la scoperta che avrebbero potuto imparare un mestiere, di quelli che non vuole fare più nessuno, ma che ci hanno reso, anche, i migliori artigiani del mondo.
    Non c’e’ soluzione perché abbiamo confuso il ruolo dell’Università, ne abbiamo abbassato irrimediabilmente il livello e quelli di noi che pensano di fare bene il loro lavoro…aiutano chi non ce la fa…non a capire che ha sbagliato strada…ma a ingolfare il sistema.
    Per quanto riguarda l’ultimo intervento sui corsi a macchia di leopardo e la programmazione delle ore sono perfettamente d’accordo, ma tutto dipende dal fatto che decidono i professori sulle loro esigenze mica su quelle degli studenti. Questi, in massima parte disoccupati parcheggiati, non protesteranno mai, tanto l’importante è dire a casa che si va all’Università!

    • @Desolation, però chiarisci. Qual è il tuo problema? All’Università questi problemi non interessano oppure interessano e si da una risposta sbagliata?

      Perché hai sostenuto entrambe le cose e sono due affermazioni logicamente incompatibili tra loro.

    • “aiutano chi non ce la fa…non a capire che ha sbagliato strada…ma a ingolfare il sistema.”
      ___________________________________
      È vero, abbiamo troppi laureati.
      ___________________________________

  8. Fa piacere scoprire di essere avanti rispetto alle altre Università italiane…

    Il punto 1: cerchiamo di farlo. Il vincolo non sono gli orari di professori brutti, sporchi e cattivi ma la disponibilità di aule adeguate… (oltre che il sacrosanto principio della impenetrabilità dei corpi e l’impossibilità di apparire in due posti contemporaneamente).

    Il punto 2: cerchiamo di farlo. Riunione di tutti i docenti in cui ciascuno ha avuto dieci minuti per descrivere il suo corso, per evidenziare eventuali sovrapposizioni. Questionari agli atudenti post-esame per chiedere loro se e quali sovrapposizioni di contenuti hanno riscontrato e su quali argomenti si fossero trovati in difficoltà. Stesura comune di un syllabus di conoscenze irrinunciabili.

    Il punto 3: cerchiamo di farlo. Il test d’ingresso (Cisia) si può fare già dal quarto anno delle superiori; corsi di recupero, possibilità per chi non lo ha superato di iscriversi comunque al primo anno con varie prove per risuperarlo. Coinvolgimento docenti delle scuole superiori nel test d’ingresso.

    Non lo so, veramente mi viene spontaneo interrogarmi. Ma solo nella mia Università (o nelle Facoltà in cui lavoro io, nella mia Università) queste cose sono GIA’ il pane quotidiano (e non da oggi, da anni)? E lo stesso non producono clamorosi risultati in termini di diminuzione dei “fallimenti”.

    Per carità, magari siamo gli unici virtuosi. Ma per tornare al punto dell’articolo: considerato che ci sono Università dove queste cose GIA’ si fanno, e considerato l’incombente AVA, veramente sentite il bisogno di ulteriori interventi di natura legislativa-ministeriale su questi argomenti?
    Io proprio no.

  9. E’ proprio come dice Desolation. L’idea è che tutti abbiano diritto alla laurea, di chiudere un occhio e di lasciar passare (e l’ANVUR t bacia in fronte). Nel mio ateneo esistono test, open days, orientamenti di ogni genere e da quando esistono non è cambiato assolutamente niente, anzi, credo che abbiano funzionato da attrattiva per studenti che avrebbero dovuto dedicarsi ad altro. E’ come se tutto il percorso educativo, lentamente e inesorabilmente, sia stato risucchiato verso il basso.

  10. Per Ciccoli: mi dispiace se non ti sono sembrato chiaro, il concetto è che all’Università non interessano i problemi degli studenti in generale, ma che, nei fatti, gli consentiamo di bivaccare a vita nei nostri corridoi (la storia di 50 volte lo stesso esame), affinché non arrivi qualche collettivo studentesco a rompere le scatole con il diritto allo studio e similari.
    Poi, di fronte alla tua difesa dell’Università mamma, rifletto che si tratta di un tipo di non-Università ma di prolungamento della scuola che non serve a nulla…se non che a garantire, non so per quanto, i ns. (miseri) stipendi.
    Per De Nicolao: nel primo post mi sono anche scusato con Roars sul punto, qui la questione non è il numero, è la qualità media più il fatto che quelli bravi se ne vanno. A me l’incremento dei laureati con il 3 più 2 fa orrore. Siamo il paese del triplice dottore! Triennale, Specialistico, Dottorale! Ma che vuol dire? Facciamo ridere il mondo!
    Purtroppo è tutto il sistema educativo che è fallito, basta, kaputt.
    E non lo riprendi certo dalla testa, la ns. Università, ma, almeno teoricamente, solo dai piedi, via via per il corpo, la scuola.
    Non so se a voi è capitato, ma 8 anni fa, non ieri, da noi si è discusso di pre-corsi settembrini di italiano! Perché ci si era resi conto che i diplomati avevano problemi con la loro lingua! CI siamo rifiutati, credo giustamente, ma il livello degli studenti da allora è ulteriormente peggiorato. Il concetto generale è che, al momento, dovremmo occuparci solo dei migliori e fare di tutto per farli rimanere in Italia. Magari in attesa che succeda qualcosa nella scuola.

  11. Se il livello degli studenti è desolantemente basso, e lo è, ciò evidentemente è il risultato, e non la causa, dell’abbassamento del livello della nostra Università, dovuto essenzialmente – anche se, probabilmente, non solo – al bassissimo livello degli investimenti su istruzione e ricerca negli ultimi vent’anni. Uno studente valido, oggi, se appena ne ha la possibilità e/o la voglia, va all’estero per iscriversi non solo a un dottorato, ma anche a una magistrale. E non mi sento di biasimarlo.

    • Va bene l’autocritica, ma la sindrome autoflagellatoria non mi sembra opportuna e nemmeno giustificata. La mia esperienza è allineata con il tentativo di offrire un servizio formativo decentemente organizzato (orari, appelli, coordinamento dei contenuti dei corsi) facendo fronte alle esigenze (ed alle necessità degli studenti che abbiamo di fronte). Non siamo ottimali, ma sarebbe ingeneroso minimizzare gli sforzi dei colleghi, soprattutto quelli più coinvolti negli aspetti organizzativi.
      Anche se non ci sono più i giovani di una volta, mi sembra evidente la necessità di espandere la quota di popolazione che usufruisce di una formazione terziaria (altrimenti non raggiungeremo neppure il miserevole target del 26-27% nella fascia 30-34 anni che pure è il *più basso* dell’UE). Non sono e non diventeranno tutti premi Nobel, ma una società più formata e istruita serve a tutti noi.
      Io continuo a vedere studenti validi che ottengono qui da noi una formazione che non ha molto (e talvolta proprio nulla) da invidiare a quella che conseguirebbero all’estero. La dimostrazione è fornita dall’accoglienza e dai successi che ottengono quelli che emigrano per un dottorato, un post-doc o anche solo per lavorare.
      Quello che manca in Italia è la convinzione della natura prioritaria di una scommessa a favore dell’istruzione (universitaria e non solo). Con questa convinzione, i problemi relativi al livello degli studenti in ingresso o alle loro difficoltà a proseguire sarebbero affrontati per quello che sono, ovvero problemi da analizzare per puntare ad una soluzione (che non sia solo del tipo “c’é chi è nato per studiare e chi ènato per zappare”, cit. da Domenico Starnone). Se la priorità è percepita come tale, diventa sensato anche mettere in gioco delle risorse per rimuovere gli ostacoli.
      Ma se l’idea è che tutto sommato ci va bene una società in cui l’accesso alla formaziome universitaria è riservato ad una percentuale di popolazione che è la più piccola di tutti le altre nazioni UE (perchè questi “eletti”, vuoi per doti naturali, per opportunità famigliari, o solo per buona sorte sono gli unici “degni”), affonderemo tutti insieme.

  12. Basta mettersi d’accordo su quello a cui serve l’educazione Universitaria che, mi scusi, non riesco a chiamare “terziaria”.
    Purtroppo la semplificazione sui “premi Nobel” e’ terribilmente distorsiva, se mi iscrivo a giurisprudenza, medicina, ingegneria e, addirittura, lettere(!) non è però detto che sia destinato ad essere un bravo (non eccezionale, attenzione, ma bravo lo pretenderei), avvocato/giudice, medico, ingegnere, insegnante.
    Per me l’università dovrebbe farmi capire, anche, che quella non è la mia strada, che al terzo 18 e al quarto 20, magari pure sudati, è meglio che faccia qualcos’altro.
    Altrimenti, altro che elevazione culturale, ci trasformiamo (e 240.000 avvocati, non so quanti medici, non moltissimi ma molti ingegneri – che lì un po’ ti cacciano – per non parlare del numero degli insegnanti, stanno lì a dimostrarlo), in un popolo di laureati frustrati senza lavoro e di lavoratori, laureati ma non idonei, che non so quanto migliorino la situazione.
    Che poi il 5 il 7 il 10% dei nostri laureati siano, nonostante tutto, fenomenali non può che rendermi felice, ma subito torno Desolation quando non riusciamo a trattenerli (come, del resto, non riusciamo a sostituirli con altri brillanti provenienti dall’estero).
    Per questo, ribadisco, usare i pochi fondi che continueranno ad arrivare per far lavorare qui (con premi, occasioni vere di lavoro, collegamenti seri con le imprese/Stato etc.) quelli bravi, anziché per aiutare quelli zoppicanti, mi sembra la cosa più sensata da fare.
    Se poi aumenteranno i soldi se ne riparlerà.

  13. Aggiungo, non mi va certo bene una società in cui l’accesso alla preparazione universitaria sia limitato come indica lei…ma nemmeno una in cui una in cui, una volta che ci sia stato l’accesso, ci si debba preoccupare di portare tutti, o quasi tutti, al risultato finale.
    Questa, e non vedo ancora chi me lo contesta, è una preoccupazione della scuola, e continuare a sostenerlo tra di noi dimostra, se mi permette, che abbiamo perso il nostro ruolo e il senso del nostro lavoro.
    Io, dopo 20 anni di studenti come i miei, pur avendo scritto non dico quanto ed essere stato “certificato” (hihi) dall’Anvur come significativamente superiore alla media di tutto il mio settore, mi sento di sapere molto di meno e di avere molta meno voglia di approfondire…per spiegarlo poi a chi?

  14. Cercherò di essere lucida nonostante la notizia appena letta sul rinnovo del blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici. Anzi, anche per questo.
    Sono anni che si attuano politiche distruttive della cultura e della ricerca con la stampa di regime che le sostiene.
    Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Italia può tranquillamente definirsi oggi un paese (scritto volutamente con la p minuscola) povero, di ignoranti, pieno di precari e disoccupati, incapace di competere e di innovare.
    Questo è il risultato di decenni di politica miope, portata avanti da governi composti spesso in larga parte da incompetenti, corrotti e ignoranti.
    Non ultimi gli attuali, che pretendono di sbloccare l’Italia con gli 80 euro. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse invece da piangere.
    Una classe politica, l’ennesima, priva di una qualsiasi vera visione del futuro, di un serio piano industriale, di una qualsiasi strategia su temi vitali e centrali come l’innovazione e la ricerca.
    Il vuoto pneumatico, il nulla.
    Falsamente coperto da slide, siti web colorati, parole insulse e decorative.
    L’Europa conta solo per gli “indicatori economici”, non conta nulla quando parla di riduzione del precariato, spesa di almeno 3% del PIL per la ricerca, aumenti sostanziali del numero di laureati, dell’occupazione femminile, della capacità di trasferimento tecnologico, dell’istruzione allargata e di massa.
    La laurea porta ad un incremento della cultura generale, del benessere, del PIL stesso, della CIVILTA’ di un Paese (scritto con la P).
    Massificare nei termini stabiliti in sede europea la cultura, l’accesso e l’ottenimento dei titoli di studio non è regresso ma progresso.
    Ed è un progresso che ha bisogno del coinvolgimento e del ruolo attivo di tutti gli attori principali, dallo Stato, alla Scuola, all’Università, all’Industria. Di una visione e di un coordinamento che possano portare ad un percorso di istruzione-formazione-collocamento virtuoso-formazione permanente, ad oggi compromesso dalle fondamenta quando in molti casi inesistente.
    Perché oggi l’importante, la visione di lungo termine, la strategia cardine, la mission del Governo, è confermare gli 80 euro.

  15. In termini comparativi, l’Italia è un paese con un sistema produttivo arretrato, come pure arretrato è il ceto imprenditoriale e manageriale. Sempre in termini comparativi, l’università (forse ancora per poco) regge il confronto internazionale e negli ultimi anni aveva persino guadagnato terreno. Quale soluzione? Investire in formazione e cultura per non perdere del tutto di vista il resto dell’Europa e tenere almeno il passo della Turchia? Iniettare quella cultura e quelle competenze tecniche indispensabili per rimanere un paese progredito e per rinnovare un sistema produttivo che arranca? Oppure un feroce downsizing del settore della formazione e della ricerca universitaria per abbassarlo al livello del sistema produttivo e consolidare una retrocessione irreversibile della nazione? A voi la risposta.
    Per una documentazione di questa analisi si vedano i seguenti grafici.










  16. Sì, infatti, ormai do come per scontato che i lettori di ROARS sappiano bene, anzi che debbano saper bene, le cifre sulla competitività scientifica italiana :-)
    Cifre che invece i vari governanti dimostrano di ignorare, come del resto ignorano tante altre cose, anche basilari. Ci vorrebbero molti più laureati a partire dalle amministrazioni locali.
    .
    Ci sono altri dati interessanti qui:
    .
    http://ec.europa.eu/research/innovation-union/pdf/competitiveness_report_2013.pdf
    .
    Dall’introduzione:
    “In their conclusions of the European Council 2013, the Heads of State and of Government stated that “Investment in research and innovation fuels productivity and growth and is key for job creation. Member States that have continued to invest in research and innovation have fared better in the current crisis than those that have not.”
    This Innovation Union Competitiveness report 2013 confirms this assessment, while providing evidence on how to further improve Europe’s performance.
    It shows that, as a whole, Europe has been more successful than the United States in remaining competitive in the context of the accelerating internationalisation of research and innovation. Europe is a world leader in science and technology for aeronautics and automobiles, as well as clean transport, waste management and renewable energy. However, it risks falling behind in innovation in other emerging global growth markets addressing societal challenges, such as energy and environment, or health and biotechnology.
    The findings of the report confirm that public investment in research and innovation, coupled with deep seated reforms of research and innovation systems, are the key to a lasting recovery.

    The Commissioner also draws the attention to the diversity of performance level of the Member States, depending on which dimension is analysed.
    In this respect, main findings at National level indeed show that the innovation systems do not follow a unique model and that:
    .
    – Countries making sustainable efforts in research and innovation have been more resilient to the economic crisis. In Malta, Luxembourg, Estonia, the Czech Republic, Denmark, Germany, Austria, Croatia, Slovenia and Poland, public investments in R&D have been protected or increased in spite of fiscal constraints.
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    – Research excellence is the highest in Switzerland, the Netherlands, Denmark, Sweden and Israel.
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    – The strongest innovation output is found in Sweden, Germany, Ireland, Luxembourg, Denmark, Finland and the United Kingdom.
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    L’Italia non ha saputo reagire alla crisi nella maniera giusta.
    Ma ora con gli 80 euro si risolverà tutto.

  17. Paradisi dell’innovazione e della ricerca … impresa … tecnologia … può darsi. Ma spendete qualche minuto sul parere di un’umile antichista che vede le tesi sui programmi televisivi messe alla pari con quelle su Eschilo. L’Europa ha svenduto un patrimonio umanistico secolare ovunque, e in Italia persino meno che altrove. Non contano nella formazione dell’individuo il saper scrivere, la conoscenza del passato, l’approccio critico e lento ai problemi. Ottanta matricole umanistiche su cento hanno gravi lacune di italiano scritto. All’estero andrà meglio? O succederà quello che sta succedendo alla Sorbona, dove si seguono corsi di letteratura bizantina in cui gli studenti non sanno il greco? Che valore hanno questi titoli di studio? E’ stato questo il modo di aumentare il numero dei laureati? E il percorso scolastico dell’obbligo garantisce qualcosa o è diventato semplicemente un attestato di frequenza? Certo che ho bravi studenti, ma quelli assai meno bravi si laureano con gli stessi voti dei primi e su argomenti infimi. I docenti collaborano con il sistema, taluni lo sostengono persino apertamente in una sorta di abbraccio letale tra demagogia sessantottina e aziendalismo spinto. Sinceramente, non vendo ancora un’alba dopo questo tramonto e non saranno certo le ricette tipo introdurre nelle scuole più economia e inglese …

    • Su alcuni dei tuoi punti, Indrani, che condivido, ho commentato più sotto. Qui invece volevo solo aggiungere qualche considerazione sul rapporto che ho linkato sopra, e quindi sul tuo dubbio che scienza e tecnologia offuschino il valore e producano un ridimensionamento delle scienze sociali e umanistiche.
      In quel rapporto ci sono una serie di indicatori in qualche modo quantificabili, come spese per investimenti, numero di ricercatori nelle aziende, brevetti, ecc… riportati con il fine di valutare la competitività delle aziende dell’UE.
      A parte che un’operazione simile è molto problematica per le scienze sociali, resta comunque importante il fatto che l’Europa, se non vuole soccombere nel mercato globale diventando una succursale americana o cinese, deve valorizzare i settori industriali che le consentono di essere competitiva. Per far questo deve adottare una strategia su ricerca e innovazione, in modo da concentrare e concertare gli sforzi dei Paesi membri e associati in certe direzioni.
      Le scelte fatte in ambito di Horizon2020 corrispondono a queste strategie.
      Ma i cosiddetti pilastri di H2020, oltre a non comprendere tematiche apparentemente solo scientifiche e tecnologiche, riguardano anche in modo specifico temi solo umanistici e sociali, patrimonio culturale incluso (sezione “Europe in a changing world – inclusive, innovative and reflective societies”).
      Dico poi “apparentemente” perché, in un’ottica del tutto simile a quella di un post di un po’ di tempo fa nel quale si parlava di legame indissolubile fra discipline scientifiche e umanistiche, i temi sociali sono tutti strettamente ricompresi nelle sezioni su sviluppo industriale, salute, cibo, energia, trattamento rifiuti, … che non a caso si chiamano “societal challenges”, sfide sociali.
      Il concetto e’ espresso bene qui:
      http://ec.europa.eu/programmes/horizon2020/en/area/social-sciences-humanities
      e un elenco più dettagliato delle tematiche sociali coinvolte si trova qui:
      http://www.net4society.eu/_media/Net4Society_SSHOpportunities_H2020_PreliminaryReport_final.pdf
      .
      Non essendo io poi di professione umanista, lascio agli addetti ai lavori le considerazioni più puntuali sulla quantificazione di queste misure.

  18. Non credo che quesat sia una rappresentazione veritiera e onesta dell’Università Italiana. nessuno in oltre 20 anni mi ha mai chiesto di promuovere qualcuno che non ritenessi meritevole e non è vero che a nessuno importa degli studenti e che i docenti fanno a gara per non andare a lezione. Questa è forse la situazione che qualcuno vive, ma non è la REALTA’. Forse il problema è a monte, scarsi invetsimenti, scarsi fondi di ricerca, scarse occasioni di confronto, scarsi sbocchi occupazionali, ma lasciando da parte la demagogia resta il fatto che la qualità degli studenti e lauretai italiani è ottima e chiunque visiti dipartimenti nel mondo lo sa. Poi certo solo meno del 30% dei manager ha la laurea e allora perchè stupirsi se pur invetendo il doppio dei tedeschi, in rapporto al PIL, l’Italia ha una così bassa produttività del lavoro e dei fattori di produzione? L’abilitazione è stata spesso scandalosa, ma chi ha spinto per avere una maggiore discrezionalità nell’interpretazione dei parametri di valutazione? Strano paese questo, ma forse il roblema è sempre lo stesso, quello che denunciava B. Brect nel suo immenso Galileo!

  19. Tutti abbiamo la ns. “realtà”, a meno di non lavorare in almeno metà delle sedi e metà dei SSD.
    Tuttavia, quello di cui parlo l’ho visto e lo vedo in quattro Facoltà della mia piccola Università e in due, se non tre, Atenei di quelli grandi per la stessa Facoltà.
    Per rispetto della privacy non le giro l’introduzione di una mia aspirante laureanda triennale ricevuta stamane, mi basti dire che mi chiede cosa deve intendersi per “indice”.
    Chiaramente, le ho risposto, anche educatamente, e l’ho convocata per un colloquio…l’Università-mamma…
    Ps. se è demagogia dire che il livello di gran parte dei laureati non è soddisfacente (che poi non mi pare neanche di averlo detto), chissà cos’e’ dire che “la qualità degli studenti e laureati italiani è ottima”? E, allora, di che ci preoccupiamo??

  20. Ottimo e pessimo sono due estremi e come tali caratterizzano le code delle distribuzioni. Quindi forse basarsi su queste code per definire la qualità non è metodologicamente appropriato. Circa le epserienze personali, sono rilevanti, ma come affermava qualcuno ben più autorevole le generalizzazioni sono astrazioni e soprattutto non credo che adotare il metodo induttivo porti molto lontano, non parliamo poi del sillogismo. Invece si dovrebbe parlare di fatti che qualcuno, a costo della ripetitività, con ammirevole pazienza ci ricorda con grafici e tabelle. Circa la qualità degli studenti, forse la riforma del 3+2 non ha fatto altro che generalizzare quanto avevamo osservato nei nostri studi oltre Oceano e oltre Manica: una scarsa competenza e conoscenza. Ma qui le colpe sono a monte e a valle si raccolgono solo le macerie. Infine sull’attrattività dei ns corsi per gli stranier, vorrei far presente che i numeri sono ancora bassi, ma non marginali e si vedono a lezioni studenti russi, albanesi, ceki, ungheressi, ucraini, indiani, africani e persino cinesi, che si pagano privatamente, quindi non con borse statali una secilistica in Italia. Certo non siamo Harvard o Columbia, o Cambridge, ma non abbiamo i loro soldi e forse se riusciamo a rappresentare un pur flebile attrattore è perchè, in una comparazione internazionale, non siamo così male come qualcuno, ma poi chi?, ci vuole rappresentare!

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