Il rapporto ANVUR 2013 sullo stato dell’università  indica tre problemi strettamente connessi. Il primo è il basso numero di laureati nella popolazione giovanile italiana, il secondo è l’alto numero di abbandoni degli studi, il terzo è l’altissima percentuale di ritardi negli studi. Ma come mai tra i tanti interventi sul sistema universitario non ce ne è uno che affronti questi problemi? La risposta non è difficile: Parlamento e Governo sono intervenuti su sollecitazione di docenti universitari più interessati alle beghe interne che al funzionamento del sistema di istruzione superiore. Così il problema centrale dell’università italiana  è divenuto il sistema di reclutamento e promozione dei docenti e con esso l’inseguimento del Santo Graal, ovvero dello strumento perfetto per misurare la “qualità della ricerca scientifica”.

Non si può dire che il mondo politico, negli ultimi quattro o cinque anni, abbia  trascurato l’università. Nel bene o nel male, i governi che si sono succeduti, sono intervenuti più volte, con leggi, decreti e circolari ( ed anche con un taglio massiccio del finanziamento statale, che è diminuito, in termini reali, di circa il 18% tra il 2008 e il 2013).

A parte i tagli dei finanziamenti, gli interventi normativi più incisivi sono quelli derivanti dall’applicazione della cosiddetta “riforma Gelmini” entrata in vigore nel gennaio del 2011. La riforma ha modificato radicalmente l’assetto della docenza universitaria, sopprimendo il ruolo iniziale dei ricercatori universitari (e generando così costi suppletivi per il sistema), ha rivoluzionato il sistema di reclutamento e promozione dei docenti, ha aumentato i poteri e le competenze dell’Agenzia Nazionale per la Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR), la quale a sua volta ha dettato “criteri e parametri” per la valutazione della qualità della ricerca scientifica, ai fini di un gigantesco “esercizio” di valutazione della ricerca che è stato svolto a cura dell’ANVUR, ma anche ai fini della valutazione di candidati alle posizioni di docente universitario. Infine, sempre attraverso l’ANVUR, il Ministero, sta definendo procedure per “l’accreditamento dei corsi di studio”.

E’ lecito però chiedersi fino a che punto l’attivismo del Ministero e del Parlamento abbia contribuito alla soluzione dei principali problemi del nostro sistema universitario. Quali sono dunque i problemi principali? A questa domanda risponde compiutamente il rapporto 2013 sullo stato dell’università presentato dall’ANVUR  nel gennaio scorso. Si parte da un meditato confronto internazionale per indicare tre problemi strettamente connessi. Il primo è il basso numero di laureati nella popolazione giovanile italiana, il secondo è l’alto numero di abbandoni degli studi tra gli iscritti, il terzo è l’altissima percentuale di ritardi negli studi che portano ad una durata media di oltre cinque anni per un corso di studi che dovrebbe durare tre anni.

Il rapporto dell’ANVUR precisa che non siamo molto distanti dalla media europea quanto a percentuale di diplomati nella popolazione giovanile, né è molto diverso il tasso di passaggio dalla scuola secondaria all’università, anche se da noi sono pochi gli studenti di età più matura che si iscrivono dopo una esperienza lavorativa di qualche anno. E’ dunque principalmente l’alto tasso di abbandoni a determinare il basso numero di laureati.

E’ troppo facile osservare che le molte riforme degli ultimi cinque anni non tentano nemmeno di affrontare questi difficili problemi. (Osserviamo subito che si tratta di problemi difficili perché non avrebbe senso forzare le università ad aumentare la proporzione dei laureati sugli immatricolati, rendendo semplicemente più facili le promozioni.)

Versione apparsa su l’Unità , 23 luglio 2014

Ma come mai tra i tanti interventi sul sistema universitario non ce ne è uno che affronti questi problemi? La risposta a questa domanda non è difficile: Parlamento e Governo sono intervenuti su sollecitazione di docenti universitari più interessati alle beghe interne e alle rivalità tra “scuole”, che al funzionamento del sistema di istruzione superiore. Così il problema centrale dell’università italiana  è divenuto il sistema di reclutamento e promozione dei docenti e con esso l’inseguimento del Santo Graal, ovvero dello strumento perfetto per misurare la “qualità della ricerca scientifica”. Si tratta di una impresa impossibile: la ricerca scientifica è (anche) un’attività creativa la cui qualità, come la qualità della produzione artistica non è misurabile oggettivamente; come per le credenze religiose, sono in molti però a ritenere che le proprie valutazioni soggettive abbiano il carattere dell’oggettività.

In ogni caso i problemi principali del sistema universitario sono passati in secondo piano, perché non interessavano i professori.

Eppure il rapporto dell’ANVUR arriva a conclusioni precise:

Il fatto che quasi  un terzo degli immatricolati abbandoni o cambi corso di studi dopo il primo anno indica la difficoltà del passaggio scuola-università. I dati sulla dispersione (quasi il 40%) e sul tempo medio per il conseguimento della laurea mostrano inoltre una bassa produttività del sistema, con costi diretti ed indiretti di difficile quantificazione ma sicuramente elevati. Basti pensare  ai ritardi nell’ingresso nel mondo del lavoro in un contesto quale quello italiano che a sua volta impone tempi di inserimento dei giovani estremamente lunghi.”

Ma di queste conclusioni non si tiene conto nemmeno quando l’ANVUR affronta i problemi della  “qualità della didattica”. Si interviene allora con  la cosiddetta “Autovalutazione, Valutazione periodica, Accreditamento” (AVA) che, indipendentemente dai suoi meriti,  è rivolta a migliorare l’insegnamento all’interno dei singoli corsi di studio. Si elude così il problema principale segnalato dall’ANVUR stesso: le difficoltà del passaggio scuola-università.

Non ci sono ricette di immediata applicazione per risolvere questi problemi. È  probabile però che sia necessaria una maggiore flessibilità degli insegnamenti del primo semestre rivolti alle matricole, e soprattutto un maggiore investimento delle risorse di docenza nell’insegnamento del primo anno. Il governo anziché accodarsi all’inseguimento del sistema perfetto di reclutamento dei docenti dovrebbe almeno indicare come prioritaria la soluzione di questo problema.

 

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25 Commenti

  1. Non seguo bene i diversi commenti. La “massificazione” dei titoli di studio, con particolare riferimento all’istruzione superiore, mi pare venga identificata necessariamente con una svalutazione degli stessi, sostenendo quindi in fondo che le reali percentuali di chi merita una laurea, ad esempio, non sarebbero molto lontane da quel 20 e qualcosa percento. Un diplomato su cinque, cioè.
    Cercare di aumentare questo numero sarebbe quindi regalare un titolo, squalificando la formazione superiore e sprecando risorse in termini di tempo e denaro.
    Credo che questo non sia un atteggiamento meno sbagliato di quello di chi, al contrario, crede di poter raggiungere dei “target” (ormai si parla così in burocratese) attraverso meccanismi premio-punitivi come la quota-parte del fondo premiale FFO destinata alle università con il rilascio del titolo più veloce del west. In entrambi i casi si preferisce non affrontare i problemi reali.
    Problemi come il calo del 20% di immatricolazioni negli ultimi dieci anni (1 giovane su 5 perso in partenza), l’insufficienza dei fondi per il diritto allo studio, le alte percentuali di chi abbandona al primo anno e la durata eccessiva degli studi. Problemi di certo non slegati da quelli del ciclo di istruzione che inizia dalla scuola primaria. Motivo per cui non è possibile non pensare, appunto, ad un percorso virtuoso nel quale la Scuola, anzi le Scuole e l’Università non vengano viste come entità separate. Quando questo tipo di percorso sarà reso virtuoso nel senso soprattutto della qualità, allora si potrà magari iniziare a dire che abbiamo raggiunto una “massificazione”, che non equivalga quindi ad un declassamento ne’ al regalo di un titolo di studio. Certo, le responsabilità sono anche interne al mondo universitario.
    Purtroppo non mi pare che si vada casomai nella direzione auspicata. “La buona scuola”, da quello che ho potuto capire, piuttosto che creare una scuola di qualità introduce alcuni meccanismi di falso riconoscimento del merito che noi abbiamo già sperimentato con Anvur. Si parla di nuovo di buoni e cattivi, eccellenti e fannulloni, distinti in base a crediti accumulati a suon di corsi di aggiornamento e simili. Come se la qualità dell’insegnamento si potesse valutare dal numero di corsi seguiti, a prescindere dal contenuto e dalla loro utilità in termini di miglioramento della didattica del singolo docente. Un po’ come valutare la capacità scientifica con la prima mediana Anvur, che conta le pubblicazioni di un periodo qualunque senza entrare in alcun merito, neppure quello della congruenza col settore.
    C’è poi da dire, a livello di quanto questi temi siano realmente strategici per il Governo, che a monte dell’operazione di (supposta) stabilizzazione di più di centomila precari della scuola c’è una multa pendente di 4 miliardi di Euro decisa dalla Corte di Giustizia Europea, per aver violato le norme europee sul precariato della scuola:
    http://it.blastingnews.com/lavoro/2014/07/precari-scuola-se-l-italia-non-li-assume-sanzione-da-4-miliardi-dall-ue-00114290.html
    Misura che, con quella degli 80 euro, ha la sua parte nel rinnovo dei blocchi stipendiali. Anni di malgoverno che si sommano, ma che quindi non sono finiti.

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