Ieri è stata pubblicata l’edizione 2014 della classifica di Shanghai riguardante le “migliori” 500 università del mondo. Una classifica la cui validità metodologica è del tutto discutibile, ma oggi ci occupiamo di come è stata riportata la notizia dai media italiani: nessuna università Italiana nelle prime 150 e, soprattutto, una “graduatoria” in Italia che vede nell’ordine Bologna (“al 151mo posto”, “la prima università Italiana” che addirittura “migliora la sua posizione”) Milano, Padova, Pisa, Roma Sapienza. Ma su cosa è basata questa classifica nazionale? Orribile sospetto: B-(ologna), M-(ilano), PA-(dova), PI-(sa), R-(oma Sapienza), T-(orino). Ma… non è l’ordine alfabetico? Proprio così. La classifica di Shanghai mette in fila solo le prime 100 università. Per quanto riguarda le posizioni dalla 151 alla 200 l’ordine all’interno del segmento è puramente alfabetico, Ma nessuno in Italia se n’era accorto.

BolognaTopShanghai

La scorsa settimana c’eravamo occupati delle classifiche di università. Ribadisco che, secondo la mia opinione, sono uno strumento inutile, dannoso, funzionale per lo più a scrivere articoli sensazionalistici, e soprattutto pericoloso in mano ad inesperti. Qualcuno dei commentatori (che ringrazio soprattutto dei suggerimenti scritti con spirito di critica costruttiva) mi ha fatto notare che una classifica “ci vuole” ed è meglio una valutazione “approssimativa” che nessuna valutazione.

Bene. Forse sono stato davvero eccessivamente duro. Troppo?

Ieri è stata pubblicata dall’ateneo Jiao Tong di Shangai, come avviene ogni anno dal 2003, l’edizione 2014 della classifica riguardante le “migliori” 500 università del mondo. Questa graduatoria è una delle più famose perché tra le prime a essere stata compilata, inaugurando l’età delle classifiche.

Com’è stata riportata la notizia dai media italiani? Nessuna università Italiana nelle prime 150 (che non significa nulla se non si considerano i finanziamenti enormemente differenti con le prime della classe) e soprattutto una “graduatoria” in Italia che vede nell’ordine Bologna (“al 151mo posto”, “la prima università Italiana” che addirittura “migliora la sua posizione”) Milano, Padova, Pisa, Roma Sapienza (e Torino, aggiungo io). Ad esempio, come riportato qui e qui.

Ma su cosa è basata la classifica nazionale? Orribile sospetto: B-(ologna), M-(ilano), PA-(dova), PI-(sa), R-(oma Sapienza), T-(orino). Ma… non è che questo sia semplicemente l’ordine alfabetico? Possibile che lo studente in procinto di scegliere un’università piuttosto che un’altra si veda propinare una non classifica?

Purtroppo è tragicamente così. La graduatoria di Shanghai mette in fila solo le prime 100 università. Per quanto riguarda le posizioni dalla 101 -150, 151-200 e così via l’ordine all’interno del segmento è puramente alfabetico, che giustifica la pessima posizione (ultima nel gruppo) della Z-(hejiang University).

ExAequoShanghai2

La classifica di Shanghai fornisce i “total scores” solo per le prime 100 università che sono ordinate una per una. Le altre sono raggruppate a blocchi di 50 (da 101 a 150, da 151 a 200, etc) senza “total scores” e collocate solo in ordine alfabetico. Nel blocco da 151 a 200, ci sono 6 università italiane che vanno pertanto considerate a pari merito, come d’altronde facilmente verificabile dalla colonna “National Rank” che indica “1-6” per tutte e sei. Non c’è pertanto nessuna ragione per dire “Bologna la migliore” come affermato, tra altri, da ANSA, RAI News, Sole 24 Ore, la Stampa e QN.


 

Come potrebbe il nuovo rettore di Sapienza, il quale sarà eletto il prossimo settembre, portare in con un colpo da maestro il proprio ateneo in cima al gruppo delle sei migliori secondo la classifica di Shanghai?

Cambiando nome all’ateneo, in omaggio al vernacolo romano e attualizzando il nome dell’ateneo vecchio di  700 anni ascoltando l’opinione degli studenti “Aho! Qual è ‘a mejo università de Roma?” “’A Sapienza!”. Bologna trema, la tua posizione è in pericolo…

 

da Il Fatto Quotidiano del 17 agosto 2014

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110 Commenti

  1. Non per sminuire il bel post di Marco Bella sull’ordinamento alfabetico delle università italiane, ma solo per la precisione bisogna osservare che non si è svelato nessun “arcano”: basta fare click sulla bandierina italiana posta al fianco dell’università per dissipare immediatamente il suo congetturale “orribile sospetto”, in quanto così si ha la classifica delle università italiane, con scritto sotto – ben chiaro – il criterio dell’ordinamento alfabetico! Sono pertanto macroscopici l’analfabetismo e insieme la tendenziosità dell’informazione italiana. Faccio inoltre notare che l’italia piazza 21 università tra le prime 500, cioè quasi il 25% delle sue università. Risultato non da sottovalutare se si considerano le diversità di finanziamento tra quelle italiane e le straniere specie quelle americane, e la politica di contrazione dell’ultimo decennio del sistema universitario italiano.
    Faccio anche notare che secondo la Carnegie Foundation le università di tutti i tipi esistenti negli USA sono circa 4.634, quelle in classifica tra le prime 500 sono (se ho contato bene) 146, quindi la percentuale è del 3,15%. Di gran lunga inferiore a quella italiana.
    Infine osservo a commento di tutto questo (come ho sostenuto in un mio precedente articolo su Roars) che per le università italiane può esser fatto lo stesso discorso che nel 1999 ha portato l’Onu a classificare il sistema sanitario italiano come il secondo migliore al mondo: risultato che desta stupore quando si abbia davanti agli occhi il degrado di certi reparti ospedalieri, ma che diventa plausibile se si tiene conto della sua copertura media sulla popolazione e non solo dei centri di eccellenza scientifica. E così il nostro sistema universitario è complessivamente di buon livello, nel senso che esso assicura una qualità media diffusa sul territorio senza molti picchi ma anche senza molte deficienze gravi. Ed inoltre il numero di università su tale medio livello è considerevole, visto che ci posiziona come il quarto paese al mondo per numero di università che rientrano tra le prime 500 (ben 27 nel NTU Rankings; 21 nell’ARWU; 25 nel CWTS Leiden Rankings).

    • @Coniglione: Faccio anche notare che secondo la Carnegie Foundation le università di tutti i tipi esistenti negli USA sono circa 4.634, quelle in classifica tra le prime 500 sono (se ho contato bene) 146, quindi la percentuale è del 3,15%. Di gran lunga inferiore a quella italiana.
      =======
      le università di tutti i tipi negli USA sono tante, ma quelle che sono oggetto di questa classifica sono solo quelle che fanno ricerca, che sono, con un criterio molto elastico, meno di 300 (queste 300 si distinguono in 100 che fanno molta ricerca, in 100 che ne fanno poca raccogliendo qualche briciola in termini di fondi di ricerca, e in altre 100 che rilasciano qualche dottorato). I teaching college, anche quelli molto selettivi e prestigiosi come Amherst o Haverford, non rientrano in questa classifica. In somma i community college e i teaching college non fanno testo in questo tipo di classifiche. Pertanto, gli USA piazzano una elevatissima quota rispetto a quelle paragonabili italiane.

      La piccola Svizzera fa più impressione, le piazza pressoché tutte tra le top.

    • Francesco Lovecchio> “Pertanto, gli USA piazzano una elevatissima quota rispetto a quelle paragonabili italiane.”
      _______________________
      Per quanto queste classifiche non mi appassionino, non direi che siamo “outperformed” dagli USA. SCIMAGO nel suo SIR 2013, riporta 448 istituzioni classificate come Higher Education di cui valuta la ricerca. Per l’Italia, ne conta 76. Se decidiamo di calcolare la percentuale solo guardando alle università che producono una certa quantità di ricerca (se non erro, SCIMAGO chiede almeno 100 articoli nell’anno considerato), le percentuali di atenei che entrano nelle top 500 sarebbero:
      USA: 32,6%
      ITA: 27,6%
      Rimane il fatto che gli USA sono pieni di università “for profit” che spillano soldi fornendo un servizio molto discutibile agli utenti e alla società. Da noi, per fortuna il problema, se esiste, è per il momento più limitato.
      Inutile dire che vale la pena di ricordare la sproporzione tra le risorse investite:

    • Anche a voler fare la correzione indicata da Lovecchio, non mi pare che lo stacco tra USA e Italia sia proporzionale a quanto è invece l’abisso che ci separa in termini di finanziamento. Se potessimo valutare la produttività dei ricercatori italiani in termini di prodotti rispetto a finanziamento, ritengo che surclasseremmo gli USA. Inoltre faccio notare che se consideriamo solo le università statali (che sono quelle che entrano in classifica ARWU, ad eccezione della Cattolica), vediamo che la percentuale è del 34,5%, più elevata di quella USA (dove si prendono in considerazione pubbliche e private).

    • Ringrazio il prof. Coniglione per il bel commento. “L’orribile sospetto” è un artificio letterario e nasce per creare un po’ di suspense. Dire direttamente che praticamente tutti i media italiani avevano riportato una notizia in modo errato sull’università mi sembrava troppo banale…

      Aggiungerei che su una nota testata giornalistica è riportato che:
      ————-
      “In tutto, nella classifica generale mondiale si contano solo 21 atenei italiani, cifra ben lontana dalle 146 presenze statunitensi.”
      ————-
      Travisando completamente l’aspetto ben messo in luce dal commento del prof. Coniglione.

      Inoltre, si legge anche che:
      —————
      Tra gli indicatori presi ad esame per la valutazione, ci sono la qualità dell’insegnamento…
      —————-
      Qualità dell’insegnamento?? E come si potrebbe valutare su 500 atenei di diverse nazioni? Va riconosciuto a chi compila lo “Shanghai Ranking” che parte da dati misurabili, mai opinioni.

      Orribile sospetto: e se chi ha scritto l’articolo ha letto tra i vari criteri “alumni”, ovvero quanti ex-studenti hanno conseguito Premio Nobel o Medaglia Fields, e lo ha interpretato come “qualità dell’insegnamento”??

    • Caro Bella, in ogni caso – anche se non avevi notato l’avviso posto in calce nel ranking sull’ordine alfabetico – hai avuto buon occhio ad accorgertene!
      Buon lavoro e alla prossima.

    • @De Nicolao, negli USA ai teaching college non è vietato fare ricerca, quindi ci possono essere casi, sporadici o costanti, in cui affiliati di teaching college pubblicano. Ad esempio, l’Harvey Mudd College è un teaching college molto selettivo i cui studenti hanno una probabilità più elevata degli studenti dell’MIT di concludere un PhD in una top research university. Questo però non fa dell’Harvey Mudd una istituzione diversa da un teaching college. Anche includendo questi casi, non cambia il fatto che tra le top 100, o top 200, l’Italia è sottorappresentata. Poi si recupera in media classifica. Consolazione, anche se nella ricerca conta chi arriva per primo, e non il secondo.

      Non capisco il riferimento alle for-profit, che non credo siano rilevanti in questo caso.

      @Coniglione, il risultato è quello (quasi tutti i ranking raccontano una storia simile) se poi vogliamo allargare il discorso alle cause lo possiamo fare, ma non credo sia lo scopo dei ranking. La questione dei finanziamenti (pubblici e privati) può spiegare il divario tra Pisa e l’MIT, ma tra le due ci sono tante sfumature, sistemi e modelli di gestione che potremmo contemporaneamente assolvere e accusare chiunque.

    • Lovecchio: “La questione dei finanziamenti (pubblici e privati) può spiegare il divario tra Pisa e l’MIT, ma tra le due ci sono tante sfumature, sistemi e modelli di gestione che potremmo contemporaneamente assolvere e accusare chiunque.”
      =========================
      Io non vedo molte sfumature in questi due grafici:



    • Lovecchio: “Non capisco il riferimento alle for-profit, che non credo siano rilevanti in questo caso.”
      ===============
      La scelta del denominatore (tutte le università, incluse le “for profit” oppure solo le università che fanno ricerca) fa differenza nel confronto Italia-USA solo perché negli USA, la piaga delle “for profit” ha dimensioni preoccupanti (al punto da essere motivo di indagini federali. Le pratiche spregiudicate delle “for profit schools” vanno a colpire soprattutto i ceti più deboli, più esposti alle pratiche di marketing e reclutamento aggressive e persino ingannevoli, come documentato da un’indagine condotta nel 2010 dal U.S. Government Accountability Office (http://www.gao.gov/index.html).
      ____________
      In Italia non siamo ancora a questo punto ed è positivo il fatto che la grande maggioranza delle università abbia i requisiti di ricerca per essere valutata nei rankings. È anche chiaro che ci sono forti spinte per andare verso un modello statunitense che danneggia pesantemente utenza e società. Quello che si profila è la riduzione dell’offerta formativa di qualità a favore di un’offerta privata con basso rapporto qualità/costo, ma contro la quale difficilmente (o mai) leggeremo tonanti editoriali dalle prime pagine del Corriere. D’altronde,negli USA è già così:
      _____________
      La Washington Post Company possiede la Kaplan higher education, e costringe il Washington Post a pubblicare articoli con imbarazzanti apprezzamenti sulle università a scopo di lucro. L’università leader del settore, quella di Phoenix, è addirittura entrata in società con la rivista Good, finanziando un redattore specializzato nei temi dell’istruzione. Grazie a questi contatti, ai miliardi spesi in pubblicità e ai quasi nove milioni di contributi alle lobby e alle campagne elettorali solo nel 2010, nell’ambito dell’istruzione statunitense il settore delle università a scopo di lucro cresce più di ogni altro.
      http://www.internazionale.it/la-bolla-universitaria/

    • Non mi stupiscono, con questi indicatori, le performance di USA (e Svizzera).
      Le research university americane hanno sistemi di selezione di studenti e docenti molto rigidi e sono profondamente attrattive per studenti esteri (possibilmente ricchi). Chi ha lavorato in una delle top university americane si rende conto di vivere in vere e proprie città dentro le città: ci sono assicurazioni sanitarie e perfino un corpo di polizia interno.
      Un qualsiasi “assistant professor” selezionato dalle top university ha a disposizione un fondo di start up che è paragonabile a un ERC grant europeo. Si mette, cioè, un potenziale docente selezionato fra centinaia (da comitati interni e con lettere di endorsement dei professori precedenti, non da concorsoni nazionali), nella condizione di sfruttare a pieno le sue potenzialità.
      Ci sono differenze così sostanziali e nette fra le research university americane e quelle italiane, a tutti i livelli, che misurare brutalmente gli output, al di là delle incertezze e manipolazioni proprie di queste classifiche, semplicemente non ha alcun senso.
      Quelle misure, al netto di incertezze (ma nei ranking solo americani gli indicatori sono diversi) per le università americane che fanno ricerca al top sono target di perfomance stabiliti nella creazione stessa di istituti di eccellenza, e costituiscono la misura della loro attrattività sul mercato (degli studenti e dei finanziamenti) e quindi della loro stessa sopravvivenza.
      Non si capisce, quindi, in base a cosa si possa stabilire che le performance italiane siano in assoluto peggiori, dato che le università italiane non nascono con in mente target così ambiziosi (e strumenti/sistemi per realizzarli) legati essenzialmente ad una competizione di mercato.
      Non c’è bisogno quindi di Shanghai per capire che la competizione, con quegli indicatori, è persa in partenza e non ha senso dire che un sistema è migliore di un altro, quando i sistemi sono profondamente diversi sia a livello di logiche che di obiettivi.
      Se l’intenzione fosse di stravolgere il nostro sistema per renderlo paragonabile a quello americano e portare diverse nostre università nelle prime 100 del mondo, al di là del ranking di Shanghai, lo Stato italiano dovrebbe prendere decisioni drastiche e decidere di finanziare in maniera seria la parte almeno pubblica di una cinquantina di research university, che sono quelle che in Italia corrisponderebbero alle 240 americane. Lasciando però vive altre decine di realtà universitarie che farebbero soprattutto didattica senza richiedere tasse esose, pena una percentuale di laureati troppo bassa.
      Poi, forse, quella competizione inizierebbe ad essere alla pari.

    • @De Nicolao, sulle cause potremmo anche essere d’accordo, però non sono questi gli argomenti giusti. Mi limito al confronto Italia vs USA. Il primo grafico mostra che negli USA la spesa dei privati e del settore pubblico è più alta che in Italia. Le ragioni sono ovvie e note, ma ricordiamole: oltre al fatto che circa il 50% di quella spesa è privata, vi è una quota maggiore della popolazione USA che frequenta le università, anche dopo l’età canonica (tutti i dati sono estraibili dalla stessa pubblicazione da dove è tratto il grafico 1). Andrebbero confrontate istutuzioni simili, tipo La Sapienza con una analoga istituzione USa (o anche UK, francese etc.)

      E ciò porta dritto dritto al secondo grafico, che oltre alla palese confusione tra costi operativi e costo del personale dell’FFO (che è un “di cui” della voce “costi operativi”), non tiene conto del fatto che quei costi operativi per Harvard non sono solo per la didattica e la ricerca, ma anche per finanziare borse, per attrarre studenti, per gestire ospedali, per gestire l’endowment, per pagare la polizia e gli stadi, per attrarre fondi di ricerca, per mantenere una publishing house etc. Insomma, quei costi servono per stare sul mercato. Ma il punto non è il confronto con powerhouse della ricerca come Harvard o Johns Hopkins, ma con università meno famose, come ad esempio l’Arizona State University, che benché pubblica costa al contribuente americano meno di quanto costi la Federico II di Napoli, nonostante abbiano entrambe un nunmero di studenti simile, ma la prima figura nel ranking tra i primi 100 e abbia qualche premio Nobel a libro paga. Ad esempio dal Financial Report dell’Arizona State University, risulta che lo stato finanzia circa il 20% del totale dei costi di quella Università.

      Sarà questo a spiegare la differenza?

      @Lilla, questo è il punto, i due sistemi sono diversi e hanno obiettivi diversi. Non sono in concorrenza.

    • Lovecchio: “Il primo grafico mostra che negli USA la spesa dei privati e del settore pubblico è più alta che in Italia”
      __________________
      Il sistema di finanziamento è diverso. Lo sanno anche i sassi che negli USA ci si indebita non poco per studiare. In questo ambito stiamo evidenziando la sproporzione di risorse a disposizione. Che arrivino attraverso la fiscalità generale o attraverso il sistema dei prestiti, la sproporzione rimane.
      ==================
      Lovecchio: “E ciò porta dritto dritto al secondo grafico, che oltre alla palese confusione tra costi operativi e costo del personale …”
      __________________
      Cito me stesso:
      “Nei libri per bambini ti mostrano la grande balena bianca vicino alla torre di Pisa per aiutare il lettore a farsi un’idea delle proporzioni. Il senso dell’illustrazione è chiaro (ai bambini, quanto meno) e nessuno trae la conclusione che la torre di Pisa vada raddrizzata dandole da mangiare il plancton. Mettere a fianco a fianco le spese operative di Harvard con il Fondo di Finanziamento Ordinario che il MIUR eroga per l’intero sistema universitario italiano ha esattamente la stessa funzione. Fa capire in un attimo che nelle classifiche degli atenei sono paragonate istituzioni che, in quanto a disponibilità di fondi, stanno su pianeti diversi.”
      https://www.roars.it/online/ricerca-italiana-tra-le-piu-citate-ma-fanno-notizia-solo-le-classifiche-negative/comment-page-1/#comment-20707
      ====================
      Lovecchio: “non tiene conto del fatto che quei costi operativi per Harvard non sono solo per la didattica e la ricerca, ma anche per finanziare borse, per attrarre studenti, per gestire ospedali, per gestire l’endowment, per pagare la polizia e gli stadi, per attrarre fondi di ricerca, per mantenere una publishing house etc. Insomma, quei costi servono per stare sul mercato”
      ____________________
      Queste spese, nel loro complesso, sono appunto quelle che permettono di primeggiare nelle classifiche. Le borse e le strutture del campus permettono di avere i migliori studenti da tutto il mondo (e in molte classifiche l’internazionalizzazione, fa guadagnare punti). Sapere di avere i migliori studenti, a sua volta attrae i ricercatori più in vista che possono contare sui fondi di ricerca e sulle strutture di contorno, etc.
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      Lovecchio:”Ma il punto non è il confronto con powerhouse della ricerca come Harvard o Johns Hopkins, ma con università meno famose, come ad esempio l’Arizona State University, che benché pubblica costa al contribuente americano meno di quanto costi la Federico II di Napoli”
      ___________________
      Cito me stesso:
      “Forse, è bene farsi un’idea dell’entità dei finanziamenti alla ricerca di cui dispone chi lavora all’Arizona State University:
      ____________
      “During fiscal year 2012, external funding received for research and other projects increased seven percent from fiscal year 2011, with fiscal year 2012 awards totaling $316 million. The U.S. Department of Energy recently selected ASU to lead a $15 million private-public partnership for advancements in sustainable algal production to help meet the nation’s energy challenges.”
      http://www.asu.edu/fs/documents/annual_reports/ASU_2012_Financial_Report.pdf, pag. 3
      ____________
      A scopo comparativo, si ricordi che il finanziamento PRIN 2012 sull’intero territorio nazionale era pari a € 38.259.894.”
      https://www.roars.it/online/piu-classifiche-per-tutti-ecco-webometrics/comment-page-1/#comment-20626
      ____________
      Non ha senso confrontare “le spese per il contribuente” trascurando il fatto che negli USA vige il sistema dei prestiti. Per Arizona State Univ, circa metà delle spese operative sono coperte da “tuition and fees”, che alla fine escono anche loro dalle tasche del contribuente.

    • @De Nicolao, per quanto riguarda i for-profit, continuo a non capire che rilevanza hanno con il discorso in questione. Shanghai si limita a:
      ===
      ARWU considers every university that has any Nobel Laureates, Fields Medalists, Highly Cited Researchers, or papers published in Nature or Science. In addition, universities with significant amount of papers indexed by Science Citation Index-Expanded (SCIE) and Social Science Citation Index (SSCI) are also included. In total, more than 1200 universities are actually ranked and the best 500 are published on the web.

      ===

    • Lovecchio: “per quanto riguarda i for-profit, continuo a non capire che rilevanza hanno con il discorso in questione. Shanghai si limita a …”
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      Ho parlato chiaramente di denominatore perchè stavamo parlando del rapporto tra università nella top 500 e totale delle università di una nazione. Coniglione aveva mostrato che l’Italia batteva gli USA e gli è stato obiettato che non era giusto contare nel denominatore le università che non fanno ricerca (anche così, ho mostrato che il confronto USA-ITA vede numeri un po’ sopra o sotto il 30% per entrambe le nazioni). Io ho osservato che per gli USA il calcolo del rapporto variava in modo così forte a seconda dell’esclusione o meno delle università che non fanno ricerca (dove ricade gran parte della galassia “for profit”) proprio perché negli USA buona parte del sistema universitario è predatorio e dequalificato. Rimane discutibile che nel calcolare la frazione di atenei di eccellenza, questa debolezza debba essere condonata al sistema statunitense. Coniglione non ha tutti i torti a mettere al denominatore tutto. In fin dei conti, perchè rifilare ai ceti più deboli “l’istruzione truffa” e poi fingere di avere una elevata percentuale di eccellenza?

    • @De Nicolao, le for-profit continuano a essere irrilevanti per il discorso in questione. Il loro numero e la loro influenza sono irrilevanti. NOn rientrano tra le research e nemmeno tra i teaching college. Sono solo un fenomeno, e soddisfano esigenze particolari che nemmeno i community college riescono a soddisfare.

      Per ASU, anche considerando i grants per la ricerca non cambia il fatto che il grosso delle risorse le università pubbliche se le devono cercare sul mercato privato, attirando studenti che sennò se ne vanno da un’altra parte. Inoltre, il confronto tra fondi prin e grants non è appropriato. I grants fanno parte dello stipendio, e senza grants lo stipendio del ricercatore si abbassa, le cattedre spariscono, i phd vengono meno. Lo stipendio di un p.o. già include quello che negli USa è svolto da un research grant. La differenza è che negi USA senza ricerca non arrivano i grant, in Italia non arriva il prin. E questo può fare tutta la differenza.

      Aspetto di vedere un ranking internazionale sull’efficienza nell’uso di risorse e nell’efficacia nell’ottenere un output (qualunque esso sia: citazioni, nobel, pubblicazioni top etc.). Al momento tutti i rank sono concentrati solo sull’output, e ignorano l’input.

    • Lovecchio: “le for-profit continuano a essere irrilevanti per il discorso in questione”
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      Nel dibattito USA le istituzioni “for profit” sono ben presenti e destano preoccupazione:
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      The Obama administration on Friday took an aggressive step to crack down on for-profit career training colleges, proposing a regulatory regimen that could shut down hundreds of degree programs — enrolling a million students in fields ranging from accounting to air-conditioning repair — for failing to place graduates in well-paying jobs.
      The administration framed the move as a bold step to protect Americans from predatory institutions that leave students with high debt and few marketable skills.
      http://www.politico.com/story/2014/03/barack-obama-education-for-profit-colleges-104661.html
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      Lovecchio: “Il loro numero e la loro influenza sono irrilevanti.”
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      L’articolo sopra citato parla di “a million students”. Su wikipedia, una lista (incompleta) ne elenca circa 150 a cui vanno aggiunte una quindicina a distanza. Nel momento in cui si confrontano due sistemi educativi, non vedo perché il “buco nero” dell’istruzione superiore USA debba essere accantonato.
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      Il resto del discorso mi sembra fumoso e a corto di argomenti. Alla fine, ciö che conta sono le risorse disponibili, che in Italia ed USA hanno origini diverse (da noi non c’è la NSF e l’NIH e non possiamo fingere che ci siano). La sproporzione di risorse esiste ed è forte. Con le risorse disponibili i risultati italiani sono tutt’altro che disprezzabili, a meno di non truccare le carte, come spesso è stato fatto.
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      Lovecchio: Aspetto di vedere un ranking internazionale sull’efficienza nell’uso di risorse e nell’efficacia nell’ottenere un output (qualunque esso sia: citazioni, nobel, pubblicazioni top etc.)
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      Eccolo per pubblicazioni e citazioni:

    • @Lovecchio: le private for profit sono irrilevanti.
      In effetti dalla Carnegie Classification la loro percentuale sul totale delle università è il 26,2%. Se consideriamo solo i Master’s Colleges and Universities sono il 7,5, 9,2 e il 19,8 % (a seconda se hanno larger, medium o small programs). Per i Baccalaureate Colleges sono l’1,5, il 12,5 3 il 58,5% (a seconda della tipologia dell’università; la fetta più consistente è per i baccalaureate/Associate’s colleges). La loro irrilevanza è quasi totale solo per le Research Universities (solo il 7,5% per le Doctoral/Research Universities, che rilasciano il titolo di dottorato, ma sono meno prestigiose di quelle con very high research activity o con high research activity).

    • @Lovecchio che lo Stato finanzi il 20% dell’Arizona che significa? Il governo federale, lo Stato dell’Arizona o in generale i finanziamenti pubblici, anche quelli derivanti dai contratti di ricerca (il cui 45/50% va per le spese generali all’università)? Perché in effetti per le università di ricerca pubbliche americane nel 2003 il 25% sono finanziamenti pubblici diretti, il 30% finanziamenti pubblici per contratti di ricerca e solo il 7% vengono da fondi privati. Se poi consideriamo le entrate di tutte le università pubbliche che conferiscono il degree, abbiamo (2006-07) il 12% dal governo federale, il 25% dai governi statali, il 5% dai governi locali ecc. Puoi vedere le relative tabelle al sito http://www.francescoconiglione.it/Italia_che_affonda/Italia_che_affonda/Quadro_4.30.html

    • @Francesco (Lovecchio): infatti, siamo d’accordo. Eppure la classifica le mette tutte insieme.
      Neanche identificare “pari merito” è facile, casomai.
      Lavorare in queste top research university è un’esperienza esaltante per un ricercatore. Si toccano con mano il lusso e il cuore pulsante della ricerca a livello mondiale.
      D’altra parte esiste il lato meno lucente della medaglia, quello che deriva da una competitività estrema.
      Harvard e MIT detengono ad esempio il record di suicidi fra studenti. Tanto che l’Harvard Crimson ha aperto in questi anni un’inchiesta su questo triste primato:
      http://news.panorama.it/esteri/Le-tristi-notizie-di-Harvard
      .
      Anche tra i professori, soprattutto con tenure track, lo stress è alto, con tutte le sue conseguenze.
      Diciamo che tutto ha un costo, che non è soltanto monetario.
      .
      In questo momento non serve attaccare indistintamente e pesantemente l’università italiana, rischiando concretamente di danneggiare una certa qualità della nostra ricerca, che esiste.
      Occorre lavorare su soluzioni valide e per adesso le ricette non vanno, purtroppo, in questa direzione.
      Benvengano i suggerimenti costruttivi.

    • @Coniglione, le for-profit sono irrilevanti per il discorso in questione, come sono irrilevanti i teaching college. Il ranking si limita alle research universities. Harvey Mudd, per fare un esempio, è un teaching college che per reputazione e qualità è meglio per il teaching e la preparazione a intraprendere phd presso highly intensive research universities di pressoché tutte le stesser highly intensive research universities, ma non rientra, e non può rientrare, nella graduatoria di Shangai fintanto che Shanghai si concentra solo sulla ricerca. Metterla sul sociale, o sul peso che hanno in alcuni contesti, non è rilevante per discutere del significato del ranking in questione.

      Per quanto riguarda il finanziamento pubblico, sono d’accordo, ed è quanto ho scritto nel commento delle 15:06, il 50% circa è di origine privata, che vuol dire: i community college saranno finanziati quasi totalmente dal pubblico, le research institution pubbliche molto meno della media. Alla fine istituzioni come la Arizona State costano al contribuente meno o uguale rispetto a un’italiana analoga per dimensione.
      ===

      @De Nicolao, mi riferivo al ranking delle università, comunque i due grafici sono tratti da “Performance of the UK research base: international comparison 2011” che metteva in guardia il lettore su come i dati italiani sovrastimassero la produttività. Comunque se può interessare, l’edizione 2013, mostra per l’Italia dati ancora più esaltanti nel rapporto quantità e spesa herd. Just in case.
      https://www.gov.uk/government/publications/performance-of-the-uk-research-base-international-comparison-2013

      ===

      @Lilla, le graduatorie sono crudeli, e questa non fa eccezione (almeno per chi le prende troppo sul serio). Si riferisce alla qualità, più che qualità, della ricerca. Tutte le ulteriori considerazioni sociali sui poveri studenti dell’MIT che rischiano di perdere il sonno le capisco ma non sono centrali se non in terza battuta. Questo ranking, come altri (compresi quelli sulla reputazione accademica, sulla employability etc.) tendono a essere correlate (o cograduate) e concludono che al top ci sono quelle e non altre.

    • Lovecchio: “@Coniglione, le for-profit sono irrilevanti per il discorso in questione”
      _____________
      Lo ripeto per la terza o quarta volta: le for-profit sono entrate nel discorso perchè si voleva misurare quale percentuale delle istituzioni di formazione terziaria entrava nella top 500. Escludere dalla conta i diplomifici è un modo troppo facile per far sembrare più alta la qualità media del sistema formativo statunitense che viene troppo superficialmente portato a modello.
      ==============
      Lovecchio: “Alla fine istituzioni come la Arizona State costano al contribuente meno o uguale rispetto a un’italiana analoga per dimensione.”
      ______________
      Non direi. Se prescindiamo dalle “tuition and fees” (che escono dalle tasche dei cittadini),non più del 20% delle entrate di Arizona State è di provenienza privata (donazioni, grant da industrie). Qualche tempo fa avevamo già visto che le spese di Arizona State erano grosso modo equivalenti a quelle della Sapienza di Roma che però eroga didattica ad un numero di studenti che è il 150% di quello dell’ateneo statunitense.
      ==============
      Lovecchio: “che metteva in guardia il lettore su come i dati italiani sovrastimassero la produttività”
      ______________
      Raccontiamola giusta: metteva in guardia rispetto ai dati di produttività pro-capite, non rispetto a quelli di produttività relativa alla spesa. E non a caso ho mostrato questo grafico e non quello della produttività pro-capite. Lo abbiamo già dibattuto e abbiamo anche mostrato che i dubbi sul conteggio del costo di assegnisti/dottorandi non sono in grado di cambiare il senso del risultato: la ricerca accademica italiana è complessivamente efficiente a fronte delle risorse impegnnate. Non capisco perché riprovare a dare informazioni parziali quando credo di aver dimostrato in più occasioni di non essere distratto.
      ==============
      Lovecchio: “@Lilla, le graduatorie sono crudeli, e questa non fa eccezione (almeno per chi le prende troppo sul serio). Si riferisce alla qualità, più che qualità, della ricerca. ”
      ______________
      Nel caso di Shanghai è falso che la quantità non conti. Solo l’ultimo indicatore è normalizzato pro-capite (e pesa solo il 10%). Con la fusione di due università tutti gli altri indicatori si sommerebbero. Non a caso la prima italiana è la Sapienza di Roma.

    • @Francesco: che la graduatoria “Si riferisce alla qualità, più che qualità, della ricerca” è un’affermazione che ho discusso: posto che il ranking sia una misura esaustiva di qualità (cosa vera fino ad un certo punto) la qualità non viene dal nulla, soprattutto “tanta qualità”, che è quello che il ranking misura con i suoi indicatori (non dico somme, perché sommare noci e castagne ha un senso discutibile).
      Ad esempio: io sono ingegnere e la mia ricerca è sperimentale. La qualità della sperimentazione è strettamente legata alla qualità delle attrezzature, a sua volta direttamente proporzionale al loro costo. Parliamo anche di centinaia di migliaia di euro. Comprare, rinnovare, fare manutenzione delle attrezzature costa. Senza fondi adeguati, tanta ricerca di qualità di tipo sperimentale semplicemente non si fa.
      Questo è uno degli aspetti, poi bisogna considerare che per fare “tanta ricerca di qualità” servono collaboratori bravi e preparati, che possibilmente nel tempo abbiano prospettive reali di carriera e quindi possano pensare di lavorare con la sicurezza che deriva da una stabilità crescente.
      Per accrescere la propria popolarità presso le comunità scientifiche e quindi anche la probabilità di essere citati, bisogna poi partecipare a conferenze in giro per il mondo. Registrazione, viaggio e alloggio costano.
      “Tanta ricerca di qualità” richiede, come minimo, tanti fondi.
      In Italia, in questo momento, dallo stato non arriva più nulla, né sull’FFO né su bandi per la ricerca di base. Le aziende sono spesso in ginocchio e le prime voci tagliate sono quelle sulla ricerca e le consulenze, casomai. I fondi europei sono diventati terreni di caccia per tutti gli stati europei, che a volte non se la passano molto meglio di noi. La percentuale di successo nei bandi è scesa sotto il 10%.
      Per il nostro sistema, che mette sullo stesso piano tutti gli atenei pubblici, che non vive di tasse studentesche pur non annullandole, che ha un tessuto industriale in difficoltà ancora più grande, non è possibile competere a determinati livelli.
      Eppure, pubblichiamo e siamo citati. Diciamo che resta forte, a scapito della situazione di base e ora contingente, la grande motivazione che alcuni hanno nel fare il proprio lavoro e l’impegno di tanti a fare comunque il meglio possibile: l’iniziativa individuale cioè.
      .
      Possiamo quindi scommettere che l’anno prossimo ai primi posti del ranking di Shanghai ci saranno le stesse, a meno che King Abdulaziz University non si ingegni di più per scalare i vertici della classifica. E che le italiane, tutto considerato, potrebbero anche scendere ancora.
      .
      “Tutte le ulteriori considerazioni sociali sui poveri studenti dell’MIT che rischiano di perdere il sonno le capisco ma non sono centrali se non in terza battuta.”
      Detto con amarezza, non saranno certamente 25 studenti in meno su 100.000 a compromettere le performance di Harvard o del MIT.
      Ma quello che volevo dire è che l’apologia tout court di un modello, che è uno dei modelli possibili, è contraddetta da limiti importanti.
      Il modello di università americana non nasce dal nulla, ma corrisponde ad una determinata concezione politica, sociale e culturale.
      Si può anche pensare di non volere ottenere grandiosi output di ricerca abbracciando un modello che ignora certi limiti.
      Personalmente, se devo scegliere fra modelli esteri, preferisco il modello svedese:
      “Terza via o meno, la Svezia sembra aver faticosamente elaborato, nel corso degli anni, un modello economico promettente. Che cerca di superare sia il dogmatismo liberista, sia l’assistenzialismo della sinistra tradizionale. Supportando un capitalismo di successo, e al contempo una società egualitaria. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.”
      http://www.linkiesta.it/modello-economico-svedese

  2. Condivido completamente il post di Francesco Coniglione. Aggiungo che entrare nelle prime 500, indipendentemente dal valore che si voglia o non voglia attribuire ai ranking internazionali, significa essere, perlomeno, nel miglior 5% delle Università mondiali. Non credo sia poco anche tenuto conto, ad esempio, che il budget della sola Harvard è vicino al 50% del finanziamento complessivo degli Atenei Italiani. Il tutto in un periodo in cui gli Atenei del nostro Paese sono stati stati schiacciati da una riforma che ha portato più problemi che soluzioni e da un livello di burocrazia che potremmo definire insopportabile.

  3. Spero che non si arrivi al solito: se nella classifica non ci sono atenei italiani, la classifica è fatta male; se ci sono, è invece un segnale oggettivo che la qualità degli atenei italiani è buona. Dal mio punto di vista, queste classifiche non hanno alcun senso, se non quello di far fare un sacco di soldi a poche persone. Il peggio è quando un rettore (e non parlo solo dell’Italia) dichiara di mettere in campo soluzioni per salire in questi ranking!
    A volte mi chiedo se le mie ricerche non siano solo un oggetto di mercato…

  4. Mi sembra completamente condivisibile il commento di Francesco Coniglione. Aggiungerei anche che il ranking di Shangai è calcolato in massima parte contando premi nobel e medaglie Fields di ex-studenti e attuali ricercatori degli atenei. Sul primo campo gli atenei Italiani hanno uno svantaggio tecnico, avendo fino a qualche anno fa offerto solo lauree a ciclo unico e pochi o nessun dottorato. A fronte di una università USA (bachelor + master + phd, o simili, tutto in sedi diverse), ad esempio, il punteggio gli alumni nobel sarà praticamente un terzo. Sulla seconda parte, l’Italia ha uno svantaggio di natura differente. Oltre ad avere a disposizione meno fondi per la ricerca rispetto a Università statunitensi blasonate, ad esempio, gli atenei Italiani non possono offrire stipendi consistentemente più appetibili della media ai ricercatori più produttivi, che quindi hanno ragionevolmente un motivo in più per non venire in Italia.

  5. E’ tutto molto bello, ma soprattutto rassicurante. Nulla cambia: siamo “bruti e cativi”, i giornalisti prendono lucciole per lanterne, “le università americane, quelle sì”, “superati anche da -inserire paese del terzo mondo-“, “nessuna università italiana fra le prime 150”.
    Ho guardato anch’io la classifica per vedere chi c’era, ad esempio, nella fascia dove finalmente fanno comparire anche noi, cioè la fascia 151-200.
    Essere superati da Sao Paolo do Brazil, che sta nella fascia sopra, be’, insomma, vediamo. Non è mica il calcio. Ma essere accanto, proprio lì vicino a “King Abdulaziz University” è un po’ troppo.
    Abdulaziz, no.
    Sono andata allora a farmi un giro per vedere se si capiva un perché, e ho trovato una cosa interessante qui:
    http://www.universityworldnews.com/article.php?story=20140715142345754
    .
    In sostanza, nella categoria HCR (Highly Cited Researchers) si vede che l’Arabia Saudita avrebbe 170 rappresentanti, dei quali, però, solo 31 risultano avere il “primary address” in Arabia Saudita. Quindi, l’82% di questi HCR non fa la sua attività in King Abdulaziz university ma altrove.
    Ma questa è solo una delle “cheap way” per fregare i giornalisti&C mondiali.
    L’autore, il canadese Yves Gingras, conclude l’articolo dicendo che:
    “We leave it to the reader to ponder the meaning of these tendencies, but they surely raise important questions about research ethics in a world based more and more on simplistic evaluations of the ‘quality’ of research and researchers”.

    • Questo trucco di far contare ricercatori stranieri o di centri di ricerca tra i propri ranghi è molto sfruttato dalle university anglosassoni.
      Il titolo di visiting professor (anche pagato) o un contratto al 20% (valido anche per il REF UK) sono spesso usati per barare (un po’, senza esagerare).

  6. Il titolo del post e’ fuorviante: sembra che a sbagliare sia stato ARWU, e non i giornalisti italiani (cosa che non fa notizia: farebbe notizia se ne imbroccassero una).
    ;-|

    Sinceramente a me invece dispiace la posizione in classifica delle nostre universita’, ed in particolare della mia. E non trovo giustificazioni, se non il livello non eccellente di certi settori.
    :-(

    Noto comunque che in Fisica UNIBO è 50sima (da sola) nel mondo e 15ma in Europa, mentre UNIPD è 51esima (con altre 25, nessuna altra italiana) nel mondo e quindi 16ma in Europa.
    :-)

    La soluzione immediata sarebbe quella di creare l'”Università di Fisica del Fiume Po”, UNIFFO, unendo di dipartimenti di Fisica di UNIBO e UNIPD.
    ;-)

    • È difficile condensare nel titolo tutta la storia. Per un quotidiano sarebbe stato persino troppo lungo. Già nell’abstract e poi nel testo è spiegato chiaramente che la bufala è tutta dei giornali italiani.

    • Caro Luca,
      Il post lo ho scritto io, il titolo lo sceglie la redazione del Fatto. Mi hanno lasciato la libertà di scrivere quello che volevo, anche di criticare apertamente un loro articolo.
      Aggiungo che per quello che mi risulta, sono stati fino ad adesso gli unici a correggere il proprio articolo di tutti i siti di informazione.

  7. E’ interessante notare che anche oggi molti siti rilanciano la notizia “Bologna migliore università Italiana”

    https://news.google.com/news?ncl=dyHbPNMaqKXToHMiIDLAKywtzdYhM&q=classifica+universit%C3%A0+italiane+bologna&lr=Italian&hl=it&sa=X&ei=WVHyU_7qNKPXyQOnj4GIDA&ved=0CCwQqgIwAA

    Da segnalare anche che il corriere ha coperto la notizia nell’edizione di Bologna:

    http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2014/18-agosto-2014/alma-mater-scala-classifica-cinese-top-200-prima-italiane-223753587777.shtml

    E’ riportata questa interessante dichiarazione:

    ——
    Negli ultimi anni eravamo un po’ discesi, direi che la risalita è sempre un fatto positivo — commenta il prorettore XXXX —, senza fare trionfalismi, è consolante essere la prima italiana».
    —–

    NB: dal 2003 (da quando esiste lo Shanghai ranking) al 2013 Bologna è stata SEMPRE nella fascia 200-300. Come è possibile che fosse “discesa negli ultimi anni”??

    http://www.shanghairanking.com/World-University-Rankings/University-of-Bologna.html

    Comunque, anche io eviterei di “fare trionfalismi” per essere la prima italiana.

    • Adesso diventa più chiaro il senso del commento che il prorettore alla ricerca dell’Università di Bologna, Dario Braga, ha postato sulla pagina facebook del Gruppo Roars:
      __________________________
      «Con tutte le riserve sulle validità di questo ranking (nato, non dimentichiamolo, per decidere dove mandare a studiare studenti cinesi …) il fatto che mi interessa rispetto a UniBo è il trend non il posizionamento. Meglio andare su che scendere»


      Aveva già rilasciato la (inopportuna) dichiarazione al Corriere e questa mattina ha scoperto di aver preso una cantonata colossale. Ecco, allora che ripiega sul discorso del trend.
      Persino il prorettore di una delle più importanti università italiane vanta trofei di cui non capisce la natura. Non poteva esserci conferma più autorevole del fatto che per i nostri organi di governo accademici queste classifiche sono “magia nera” i cui responsi sono oggetto di trepida attesa, senza avere idea di cosa misurino e se siano minimamente affidabili.
      Credo che questo sia un segno di decadenza molto più autentico e preoccupante di non avere alcun ateneo nei primi 100 o nei primi 150. Conosciamo il livello con cui i giornali e i media trattano l’informazione riguardante l’università, ma dai colleghi sarebbe lecito attendersi qualcosa di più, soprattutto dai prorettori alla ricerca. Altrimenti, siamo veramente perduti.

    • In ogni caso, mi sono chiesto come il “trend” possa variare negli anni 2003-2013 essendo il posizionamento identico. Il grafico dovrebbe essere una linea retta in quel periodo, se la metodologia negli anni è rimasta immutata.
      Orribile sospetto: e se variasse semplicemente a causa dell’ordine alfabetico? (un anno ho più atenei con la lettera A e l’anno dopo meno)

    • ——–
      Con tutte le riserve sulle validità di questo ranking (nato, non dimentichiamolo, per decidere dove mandare a studiare studenti cinesi …)
      ———
      A dire il vero lo Shanghai Ranking è nato per tutt’altro motivo: per valutare come le università cinesi si piazzassero rispetto al resto del mondo… se adesso è utilizzato in questo modo non saprei…

      ————–
      Although the initial purpose of ARWU was to find the global standing of top Chinese universities, it has attracted a great deal of attention from universities, governments and public media worldwide. ARWU has been reported by mainstream media in almost all major countries
      —————
      http://www.shanghairanking.com/aboutarwu.html

  8. Scusate se insisto.

    I dati di ARWU sono veramente terribili per l’Italia.

    Solo poche universita’ (quasi solo pubbliche) in ben precisi settori scientifici sono non troppo in basso.
    Tra l’altro la Fisica e’ proprio uno dei settori che alimentano in maniera impressionante la fuga dei cervelli dall’Italia (che giustamente all’estero prendono subito).

    Negli anni 80 eravamo la 6ta o 7ma potenza industriale per PIL. Abbiamo 60 milioni di persone piu’ di 60 universita’.

    Certamente c’e’ un problema enorme legato alla mancanza di finanziamenti.

    Anche se la cosa non mi convince completamente:

    i) In certe regioni di confine (con Francia, Svizzera, Austria, e Germania) le universita’ capaci possono fare accordi di ricerca e di cooperazione molto vantaggiosi.

    ii) Le universita’ capaci possono fare accordi sinergici con gli Enti pubblici di ricerca.

    Queste cose sono proprio quelle che succedono nelle universita’ meno peggio, e proprio nei settori meno peggio. Emblematico il caso dell’INFN, i cui dipendenti sono in larga parte ospitati (nelle Sezioni INFN) presso i dipartimenti di Fisica delle universita’.

    Perche’ non si fa lo stesso in altri settori, tipo biologia o chimica, o medicina? Perche’, ad esempio, il CNR italiano non si comporta come il CNRS francese (che fa sostanzialmente come l’INFN italiano)?

    Dobbiamo cercare di sfruttare meglio quello che ancora abbiamo. Le aree CNR dovrebbero essere dentro le universita’. Completamente mischiate con le universita’. E non a 10 km di distanza.

    • Salasnich: “Stiamo parlando della disciplina “astologica” chiamata “scientometrics”?”
      =====================
      Sì, come dice il nome, è la disciplina che studia le aste. Per chi sa leggere e scrivere, poi, è possibile notare che “an MCDM view” significa
      “a multiple criteria decision making view”.
      Infatti, Billaut, Bouyssou e Vincke analizzano la classifica di Shanghai in modo rigoroso alla luce dei metodi di “multiple criteria decision making”, che sono un po’ più che “astologici”. In ambito scientifico è buona norma leggere e capire prima di pronunciarsi.

    • Come ho gia’ scritto, non mi fido molto dei dati dei fisici sperimentali (che solitamente sono bravini), figurarsi se mi fido di altri dati (soprattutto se forniti da bevitori accaniti di acqua del Ticinio).

      D’altra parte, a occhio mi sembra difficile che “l’errore di calcolo” sia tale che un 150 possa diventare un 1 o 10.

      Anche la recente VQR ha mostrato che certe universita’ e certi settori sono meno peggio di altri. E sostanzialmente i risultati, considerando le grandi universita’, sono simili a quelli del ARWU.

      E’ sempre la solita favola Esopo-ROARS:

      “Fame coacta vulpes alta in vinea uvam adpetebat…”.

    • I risultati VQR miei e del mio SSD sono ottimi, come pure è ottima la classifica di Pavia. Però mi rimane quel barlume di onestà intellettuale che serve a distinguere la fuffa dalle cose fatte bene e a dirlo pubblicamente, anche quando non ho niente da guadagnarci. Non tutti sono fatti così, non c’è bisogno che qualcuno ce lo ricordi.
      ===============
      Salasnich: “D’altra parte, a occhio mi sembra difficile che “l’errore di calcolo” sia tale che un 150 possa diventare un 1 o 10.”
      _______________

    • Salasnich: “Perchè una schermata del 2010-2011?”
      ===================================
      Eccone una del 2012. Se poi la domanda diventa “Perchè una schermata del 2012?”, la risposta (oltre alla raccomandazione di non smettere le pastiglie) è di inserire nel proprio feed RSS l’ottimo blog University Ranking Watch (http://rankingwatch.blogspot.it/) e dedicare alla lettura un tempo almeno uguale a quello impiegato per scrivere commenti.



    • La SylosLabinite è veramente una butta malattia. La cosa grave è che non c’è cura. Qualcuno ha provato con l’acqua del Ticino ma l’effetto è stato opposto.

    • Attenzione che Sylos Labini ha il griletto sul “ban” più facile del mio. Una specie di Clint Eastwood-Dirty Harry (anzi Dirty Sylos, direi) che punta la sua 44 magnum su Salasnich sibilando:
      “Coraggio, sù, fatti bannare”
      Lo sento sul punto di premere il grilletto (ops il tasto del ban). Se non fosse che ha problemi di connessione, temo che avrebbe già sparato. Io invece sono tanto buono, quasi un “good cop” ;-)

    • attenzione che Dirty-Sylos sta per tornare e potrebbe ringhiare “make my day, Lusa” :-)

  9. A proposito dell’affidabilità del ranking di Shanghai, è interessante osservare che per quanto riguarda i dipartimenti di fisica italiani, la classifica 2013 è

    51-75 Padova, La Sapienza

    76-100 Scuola Normale, Bologna, Pisa

    101-150 Torino

    Quella 2014

    50 Bologna, il cui score è 50.1, quindi con 3 cifre significative.

    51-75 Padova

    76-100 La Sapienza

    101-150 Scuola Normale, Firenze, Pisa, Torino

    Sembra che quel 0.1 sia stato provvidenziale per il doppio salto bolognese, dal III al I gruppo, che culo!

  10. Con la pubblicazione della classifica delle università del mondo, stilata annualmente dalla Jao Tong University di Shanghai, si riaccende il consueto tormentone sulla utilità/inutilità o, addirittura, pericolosità di detto esercizio. Ho la sensazione che, in Italia, questa classifica venga accettata male, probabilmente perché, in essa, la università italiana non ha mai figurato bene. E allora la critica tende a ridicolizzare i criteri su cui si basa e a cercare di coglierne errori. Quest’anno la stampa ha focalizzato l’attenzione sul fatto che il “ranking” delle università italiane, che vede al primo posto (in Italia, ma al 151° posto nel mondo) Bologna, faccia sospettare che la classifica, di fatto, rispetta l’ordine alfabetico, piuttosto che la qualità. Ma, se così fosse, la prima non dovrebbe essere Ancona? Scherzi a parte, pur ritenendo che le classifiche non riflettano valori assoluti, credo che, nei grandi numeri, siano un riferimento qualitativo importante. Francamente, non mi preoccuperei tanto dell’alfabeto ma, piuttosto del perché nei primi 100 posti non compaiano università italiane a fronte di oltre 50 università USA, 8 britanniche, 5 svizzere, 5 francesi 4 olandesi etc. Secondo i saggi, che analizzano questi dati, la ragione è chiara: in Italia formazione e ricerca sono finanziate al minimo; quindi, è già molto quello che riusciamo a fare. Ma è proprio così? Se diamo uno sguardo ai dati OCSE 2013 sulla spesa per l’università in rapporto al PIL, cortesemente forniti, vediamo che, ad esempio, il Regno Unito che dedica, globalmente, all’università circa lo 0,4% in più dell’Italia, ne piazza 8 nei primi 100 e 2 nei primi 10 posti. D’altro canto il Cile, che spende più del doppio dell’Italia per l’università, sta molto peggio, con due sole istituzioni nelle prime…500! Il punto è che: è vero che chi investe poco non può pretendere miracoli; a Napoli, la saggezza popolare suggerisce: “come pavazio, così pittazio” (tradotto: costo e qualità della pittura sono direttamente proporzionali), ma è solo un problema di fondi? Onestamente, non ci credo. Le ragioni sono molto più complesse, e credo che, in gran parte, le conosciamo, ma non siamo in grado di correggerle.

    • Aloj: “Quest’anno la stampa ha focalizzato l’attenzione sul fatto che il “ranking” delle università italiane, che vede al primo posto (in Italia, ma al 151° posto nel mondo) Bologna, faccia sospettare che la classifica, di fatto, rispetta l’ordine alfabetico, piuttosto che la qualità. Ma, se così fosse, la prima non dovrebbe essere Ancona? ”
      _____________________
      Dall’articolo di Marco Bella si capisce che:
      1. Bologna non è al 151-esimo posto perché ARWU dà solo un ex-aequo 151-200 (c’è persino una figura colorata che lo spiega).
      2. Non c’è nulla da sospettare, dato che (ancora dalla figura con i colori vivaci) sono in ordine alfabetico tutte le unversità del mondo. Prima di Bologna (sempre nella figura con le scritte rosse e verdi) c’è Berna e dopo c’è Buenos Aires e così via.
      3. Osservazione su Ancona: nell’articolo è spiegato che
      _____________________
      “La graduatoria di Shanghai mette in fila solo le prime 100 università. Per quanto riguarda le posizioni dalla 101 -150, 151-200 e così via l’ordine all’interno del segmento è puramente alfabetico”
      _____________________
      Ancona non c’è per la semplice ragione che non si classifica nelle prime 150 posizioni. L’ordine alfabetico vale all’interno del segmento 151-200. Allo stesso modo tutte le università classificatesi nel segmento 101-150 sono riportate in ordine alfabetico, come pure quelle nei segmenti 201-300, 301-400 e 401-500.
      =====================
      Aloj: “Ma è proprio così? Se diamo uno sguardo ai dati OCSE 2013 sulla spesa per l’università in rapporto al PIL, cortesemente forniti, vediamo che, ad esempio, il Regno Unito che dedica, globalmente, all’università circa lo 0,4% in più dell’Italia, ne piazza 8 nei primi 100 e 2 nei primi 10 posti.”
      _____________________
      Per “Tertiary Education” l’Italia spende l’1.0% del PIL e il Regno Unito l’1.4%. Questo vuol dire che la spesa è del 140% più alta, non “circa lo 0,4%”.

  11. Mah, vedo proprio che il “sense of humour” sia carente. La scelta di “Ancona” è, evidentemente provocatoria. lo capisco anche io. A mio parere, l’articolo di Bella coglie aspetti poco rilevanti del ranking. Il punto è che a me interessa come vengono valutate le università italiane rispetto a tutte le altre. Senza entrare nel merito del valore più o meno discutibile dei criteri su cui vengono basati i rankings, quello che mi preoccupa è che tra le prime 100 università ce ne siano, oltre alle prime della classe anglo-americane, 5 svizzere, 5 francesi, 4 olandesi etc. E giustificare la performance penosa solo con la modestia dei finanziamenti è sbagliato. Certo, è chiaro che limitare alla differenza numerica (1,4% vs 1%) di investimento per Tertiary Education tra UK ed Italia è una forzatura (in realtà, se si guarda ai numeri dei rispettivi PIL recenti, si evince che Il Regno Unito investe un po’ meno del doppio di quanto investe l’Italia), per ribadire che io non credo affatto che la esiguità dei finanziamenti sia la sola causa della della performance italiana. Ho speso troppo tempo nell’università per crederlo.

    • Io non ho mai visto un cavallo che corre senza mangiare e senza bere. Non ci vuole molto a verificare la sproporzione di risorse investite (si può ovviamente credere che sia una coincidenza che i premi Nobel spuntino e scelgano di lavorare dove li pagano di più e dove ci sono più soldi per fare ricerca e per reclutare studenti bravi). Inoltre, la performance italiana nella ricerca è tutt’altro che scarsa. Il punto è che il peso scientifico di una nazione non si misura con il numero di università che entrano in qualche top-100 (senza entrare nel merito dell’arbitrarietà dei metodi usati, è un criterio che favorisce le concentrazioni di risorse o i poli molto grandi, non per niente la prima italiana per ARWU è Sapienza) . Su Nature l’hanno scritto appena un anno dopo l’uscita della prima classifica di Shanghai:
      _____________________
      The Shanghai Institute of Education has recently published a list of the top 500 world universities. The order is based on the number of Nobel laureates from 1911 to 2002, highly cited researchers, articles published in Science and Nature, the number of papers published and an average of these four criteria compared with the number of full-time faculty members in each institution. I believe none of these criteria are as reliable as citations.”

      D. A. King, “The scientific impact of nations – What different countries get for their research spending”, Nature, vol. 430|15, July 2004, http://www.nature.com/nature
      ______________________
      E se si va a vedere la produzione e la produttività aggregata non c’è dubbio che il sistema della ricerca accademica italiana è probabilmente una delle poche realtà competitive a livello internazionale di tutta la nostra nazione. Dagli studiosi le classifiche sono ritenute folklore, ed anche pericoloso, perché facilmente strumentalizzabile per stravolgere in direzioni insensate le politiche di higher education nazionali.
      ______________________
      “Concentrating research in a few institutions could reduce the overall national research capacity with perverse ‘knock-on consequences for regional economic performance and the capacity for technology innovation’ (Adams and Gurney, 2010; Lambert, 2003: 6). Furthermore, there is no evidence that more concentrated national systems generate higher citation impact than those in which output is more evenly distributed, because concentration is most relevant in only four disciplines of ‘big science’: biological sciences, clinical medicine, molecular biology/biochemistry and physics (Moed, 2006). The key factor underpinning improved national research performance and competitiveness is consistent investment.”
      E. Hazelkorn, World-class universities or world-class systems? Rankings and higher education policy choices, in: Rankings
      and Accountability in Higher Education – Uses and Misuses, P.T.M. Marope, P.J. Wells and E. Hazelkorn (eds)

    • ———–
      Senza entrare nel merito del valore più o meno discutibile dei criteri su cui vengono basati i rankings…
      ————
      il problema sta esattamente qui. I criteri sono studiati per i complilatori della classifica e di facile reperibilità sul web, non servono per nulla a valutare un’università. Non danno alcuna informazione utile a potenziali studenti.

      su questo illuminante articolo postato da De Nicolao:

      http://www.lamsade.dauphine.fr/~bouyssou/BillautBouyssouVinckeScientometrics.pdf

      sono illustrate le nefaste conseguenze per un ateneo se volesse migliorare la propria posizione in classifica. Una su tutte: se un’università eliminasse le facoltà di giurispudenza e tutte le scienze umane, e investisse questi soldi in prof emeriti ultracitati a fine carriera che avessero solo un’ “honorary affiliation”, probablmente avrebbe tra i suoi faculty members molti che la farebbero schizzare in avanti rispetto a molti indicatori. Sarebbe questa un’università migliore?
      Molti indicatori, in particolare quelli riguardanti le scienze umane, sono esclusi non perché i complilatori considerino queste inferiori alle “scienze dure” ma semplcemente perché troppo complessi da valutare e perché la raccolta di dati omogenei sarebbe problematica.

      Ecco perché inseguire classifiche come quella di Shanghai non solo è inutile, ma dannoso.

    • Marco Bella: ‘Una su tutte: se un’università eliminasse le facoltà di giurispudenza e tutte le scienze umane […]’
      Purtroppo qualcuno ci sta già facendo più di un pensierino…
      Ho una domanda da farle (e a chiunque mi può rispondere): al di là del caso specifico della classifica di Shangai qui discusso, sappiamo se poi effettivamente gli studenti utilizzano questi ranking per scegliere dove andare a studiare?
      Grazie.

  12. I confronti con gli Usa sono inappropriati perche’ riguardano un mondo totalmente diverso dall’Italia. Hanno molto piu’ senso i confronti con gli altri paesi europei, e come mette in evidenza Totò Aloj, non e’ un buon segnale avere 0 universita’ nelle prime 100 mentre UK, Olanda, Svizzera, Francia, Germania, ne hanno tutte almeno 4. Se il motivo sta negli scarsi finanziamenti delle universita’ italiane, chiediamoci se prima della riduzione dei finanziamenti statali iniziata nel 2008, le nostre posizioni in classifica erano migliori di ora.

    Riguardo al confronto con UK, se l’Italia spende 1% del PIL e UK l’1.4% del PIL, allora la spesa UK e’ piu’ alta del 40% (in termini di PIL), e **non** del 140%. Questo spiega la differenza tra 0 e 8? Anche qui sono d’accordo con Totò Aloj: “Le ragioni sono molto più complesse, e credo che, in gran parte, le conosciamo, ma non siamo in grado di correggerle”.

    • È interessante come i rankings riescano a paralizzare le capacità critiche anche degli scienziati. Siccome confermano alcuni pregiudizi, si salta a pié pari la verifica di attendibilità e la valutazione dei bias, come pure l’esame della letteratura scientifica. Un modo di procedere comprensibile nell’uomo della strada ed anche nel giornalista superficiale, ma non nell’uomo di scienza. Le università britanniche, oltre che poggiare su una grande tradizione (e la letteratura sottolinea anche questo lato confirmatorio dei rankings), hanno una maggiore gerarchizzazione di quelle italiane in modo tale che le risorse del sistema, oltre che maggiori, sono caratterizzate da maggiore concentrazione in alcuni poli. Che la conta del numero delle università che entra in classifica non misuri lo status scientifico di una nazione è stato sottolineato sin dal 2004, subito dopo l’apparizione del ranking di Shanghai (D. A. King, “The scientific impact of nations – What different countries get for their research spending”, Nature, vol. 430|15, July 2004, http://www.nature.com/nature). Un uomo di scienza dovrebbe anche non farsi abbagliare dai numeri ordinali. Stare tra la 150-esima e la 500-esima posizione può sembrare un disonore, ma lo è davvero se nel mondo ci sono 17.000 università? Si potrebbe benissimo titolare “Ventuno università italiane nell’elite del top 3% mondiale”. E in ogni caso rimane vero che le nozze non si fanno con i fichi secchi. E che le valutazioni di produzione scientifica aggregata mostrano addirittura un Italia che accresce la sua quota di produzione mondiale, mentre USA, UK, Francia e Germania calano.

  13. Mi sembra che la discussione prenda toni un po’ manichei. Si può ben essere daccordo che i rankings siano discutibili, e che possano avere effetti (secondari, e anche non tanto secondari) negativi.
    Mi sembra però che si esageri nel voler negare le evidenti disfunzionalità di almeno parte del sistema universitario italiano, almeno a confronto con quello di molti paesi europei. Questo dipende in parte dai minori finanziamenti, ma molto anche da problemi strutturali che non dipendono solo dalla mancanza di fondi. Tanto per dirne una, in molte università, anche prestigiose (non voglio generalizzare: la mia esperienza è limitata al centro e al sud; lavoro ora da diversi anni all’estero, ma ho trascorso in Italia tempo più che sufficiente per essere consapevole del fatto che non si tratta di problemi isolati o rari) il personale tecnico-amministrativo lavora con una piccola frazione dell’intensità che ho sperimentato all’estero, dove lavoro da diversi anni (in una delle università UK ben trattate nei famigerati rankings). In molti casi, inoltre, si tratta di assunzioni di personalle che non aveva in origine né ha mai acquisito le competenze minime per i compiti per cui è stato assunto. Per quanto riguarda il personale docente, in Italia ci sono punte eccellenti, ma ci sono spesso pochi strumenti (direi, in pratica, nessuno strumento) per incoraggiare o esercitare pressione verso i meno produttivi (che non sono pochi) e spingerli a collaborare in modo costruttivo all’interno delle strutture. E i meccanismi che devono portare a prendere decisioni strategiche assumendosene la responsabilità sulla propria pelle non esistono, o non sono minimamente efficienti. Per non parlare delle infrastrutture che talvolta sono addirittura fatiscenti (sepsso a seguito di decisioni a monte, politiche, che hanno danneggiato l’intera comunità). O della carenza degli strumenti di ricerca (leggi p.es. biblioteche, nel settore umanistico). Il risultato è che alcuni bravi studiosi riescono a svolgere il loro compito in maniera ammirevole, e che gli studenti più brillanti possono raggiungere risultati che impressionano anche all’estero: ma spesso si tratta di sforzi individuali all’interno di un sistema che, complessivamente, presenta notevoli disfunzionalità, solo parte delle quali dipendono dalla mancanza di fondi. Nei miei anni di esperienza all’estero ho visto cambiamenti e miglioramenti di anno in anno: certo, anche tantissima burocrazia, e livelli di lavoro stressanti (e scelte politiche scriteriate, dei governi e di alcuni dei responsabili degli atenei). Ma molti contributi costruttivi, anche dovuti al fatto che metà dei colleghi sono sotto i 40 (assunti in buon numero, a fronte anche dell’allontanamento, dopo contrattazione, di alcuni docenti più senior, anche professori, che non collaboravono o pubblicavano), e si fanno in quattro per migliorare e innovare, con la collaborazione di un personale amministrativo che lavora in modo impressionante. Insomma, se le università italiane hanno un problema di immagine pubblica (e i rankings sono solo un aspetto di questo), qualche ragione concreta (al di là del sottofinanziamento) c’è senz’altro.

    • Sì, possiamo essere d’accordo su tutti i punti di disfunzione elencati da DG. Ma il fatto è che non si è proceduto negli ultimi anni alla soluzione di essi, ma si è preferito una demagogica megariforma Gelmini che ha ulteriormente sfasciato l’organizzazione degli atenei, ha causato un inutile accentramento autocratico, ha dato luogo a una forsennata polemica contro i docenti universitari, ha creato un mostro burocratico come l’ANVUR che si sta ripercuotendo negativamente sulla vita accademica senza apportare alcun vantaggio tangibile, in nome di una valutazione assai abborracciata e discutibile nel modo in cui viene implementata. L’università italiana non abbisognava di un ulteriore scombussolamento, ma di oculati interventi di ingegneria su alcuni punti critici (e quelli elencati da DG stanno tra questi), con il finanziamento accorto di ciò che effettivamente era importante implementare per la sua migliore performance, non con la riduzione lineare del FFO. Ad es. perché creare l’ANVUR quando sarebbe bastato riformare e rendere più efficiente il CNVSU, che già svolgeva abbastanza bene una importante funzione? E poi, non sottovaluterei la questione dei finanziamenti: il fatto di avere il sistema universitario tra i meno finanziati nell’Ocse, qualche cosa vorrà dire e un certo impatto lo deve pur avere!
      Infine, questa polemica sui professori universitari nullafacenti è ormai insopportabile. A parte gli indicatori che ci dicono che non siamo mica male a produzione scientifica, anche in questo caso era necessario – invece che provocare una guerra civile tramite ANVUR (che è stata il più delle volte solo un’occasione per sovvertire gruppi di potere consolidati a favore di altri rampanti) – accompagnare con oculate misure un processo di crescita, di internazionalizzazione, di rinnovamento, premiando e incoraggiando i settori più attivi. Ma tutto ciò nella consapevolezza che ogni investimento in ricerca ha inevitabilmente dei passivi e che la selezione dei ricercatori non può essere effettuata col criterio dei concorsi alla posta: vi sono scuole, tradizioni, competenze che molte volte è opportuno preservare e non disperdere e per le quali il rapporto maestro-discepolo riveste ancora una certa importanza. Il fatto è che sull’università si è fatta solo demagogia, forse perché era un bersaglio facile, atto a nascondere ben più gravi forme di nepotismo e di demeritocrazia, ormai incistate in ogni settore della società?

    • DG: “Ma molti contributi costruttivi, anche dovuti al fatto che metà dei colleghi sono sotto i 40”
      ____________________________
      Beh, da noi è un po’ difficile. I fondi saranno solo un aspetto, ma se il reclutamento tende a zero c’èqualche piccola difficoltà ad avere metà dei colleghi sotto i 40:


      Sul piano generale, le analisi scientifiche si fanno sulla base dei dati e delle statistiche (e non certo sulla base di quel pasticcio che sono i rankings). Non sono in grado di pronunciarmi sulle competenze e sulla voglia di lavorare del singolo amministrativio meridionale (o settentrionale), ma posso misurare sia il finanziamento che i risultati complessivi. Ed il rapporto costo-prestazioni dice chiaramente che la percezione complessiva (la quale ha giustificato il massacro dell’istituzione) è largamente distorta, nonostante l’amministrativo incompetente e fancazzista e nonostante i “non pochi” improduttivi. Ma come fanno ad essere “non pochi” se la produttività dell’accademia italiana è più che competitiva con Germania, Francia, Giappone, USA? Le disfuzionalità ci sono e vanno sanate, ma avere una percezione corretta di come stanno le cose è decisivo e questi ultimi anni ce lo hanno insegnato. Io credo che per mettere le cose nella corretta proporzione bastino i soliti due grafici, che nessuno per ora è stato in grado di smentire:




  14. i due grafici non sono smentibili. ma partono dal 2006 se non sbaglio. forse la percezione si e’ formata nei due o tre decenni precedenti? ci sono dati analoghi per gli anni precedenti? qualcosa magari e’ cambiato. sarebbe interessante controllare.

    • filippo barbera: “ci sono dati analoghi per gli anni precedenti? qualcosa magari e’ cambiato. sarebbe interessante controllare.”
      _____________________________
      Ci sono questi grafici che partono dal 1996 e mostrano che la nostra quota mondiale di ricerca prodotta (marrone) è un po’ aumentata. Questo significa che abbiamo tenuto il passo con la crescita mondiale (la cui velocitàdi crescita risente dello sprint cinese e di altri paesi che stanno emergendo scientificamente). Questo nostro tenere il passo sul piano mondiale spiega anche perché la nostra quota europea (verde) è cresciuta, dato che altre nazioni europee (per es. UK, Germania, Francia) perdono quote di ricerca a livello mondiale ed anche europeo.

    • I soliti grafici colorati che mostrano l’ottima produzione scientifica italiana (nei settori bibliometrici), tenendo conto dell’esiguo numero di coloro che fanno (veramente) ricerca in Italia.

      E qui ci vorrebbe un “grazie ….”.

      Ma le cose non sono cosi rosee, ovviamente.

      1) Quale è la qualita’ di questi risultati? Cioè, quanti lavori italiani sono i più citati?

      2) Come si spiega l’esiguo numero di Premi Nobel e simili in Italia?

      3) Non è evidente la poca dimestichezza in Italia con l’inglese dei docenti e la quasi nulla dimestichezza del personale tecnico-amministrativo?

      4) Perchè in Italia si permette a moltitudini di studenti di iscriversi a corsi di laurea con sbocchi occupazionali non chiari?

      5) Non è controproducente la maleducazione (molto baronale italica) nei confronti degli studenti da parte di molti docenti?

      6) Perchè in Italia, in certe zone universitare, vi è una diffusa sottile illegalità (aule occupate, scritte sui muri, spaccio e consumo di droga)?

      7) Perchè negli enti pubblici di ricerca italiani vi sono cosi tanti amministrativi e dirigenti amministrativi?

    • Luca Salasnich: “1) Quale è la qualita’ di questi risultati? Cioè, quanti lavori italiani sono i più citati? ”
      ___________________________
      Se invece della quantità, consideriamo i lavori più citati (top 1% highly cited) la percentuale mondiale italiana è persino più alta, come mostrato dalla figura, tratta da International Comparative Performance of the UK Research Base – 2013 (https://www.gov.uk/government/publications/performance-of-the-uk-research-base-international-comparison-2013, pag. 42). Come scritto sulla figura,
      ____________________
      “A country for which the share of global articles and the share of highly-cited articles were equal would be placed on the line of parity”.
      ____________________
      L’Italia sta sopra la linea bisettrice e pertanto la sua quota mondiale di top 1% highly cites è maggiore della sua quota mondiale di “global articles”.

    • Luca Salasnich: “Come si spiega l’esiguo numero di Premi Nobel e simili in Italia?”
      ___________________
      Come diceva il titolo del bel libro di F. Sylos Labini e S. Zapperi, “I ricercatori non crescono sugli alberi” e lo stesso vale per i Nobel. No investimenti, no premi Nobel.

    • Luca Salsnich: “Non è evidente la poca dimestichezza in Italia con l’inglese dei docenti e la quasi nulla dimestichezza del personale tecnico-amministrativo?”
      _______________________
      Non sono abituato a ragionare a partire da “Non è evidente che …”. Non è scientifico. A occhio abbiamo meno dimestichezza degli anglofoni (ovvio, no?) e dei paesi nordici (NL, Danimarca, Svezia, etc). Non vedo divari spaventosi con altri paesi latini. Che dire? Bisogna migliorare e non si migliora se non si investe sul sistema scolastico ed anche sulla possibilità per i giovani (studenti, dottorandi, ricercatori, …) di visitare e stare presso centri di ricerca internazionali. Ma molti colleghi se la cavano bene, al punto di diventare presidenti di società scientifiche mondiali.

    • Luca Salasnich: Perchè in Italia si permette a moltitudini di studenti di iscriversi a corsi di laurea con sbocchi occupazionali non chiari?
      _________________________
      Come percentuale di laureati e dottori di ricerca nell’area tecnico-scientifica siamo sopra la media OCSE e alla pari con la Germania.

    • Luca Salasnich: “Non è controproducente la maleducazione (molto baronale italica) nei confronti degli studenti da parte di molti docenti?”
      _____________________
      È sicuramente controproducente, ma, di nuovo, cosa vuol dire “molti docenti”? Molti docenti nei corsi frequentati da Salsnich da studente, molti dei colleghi attuali, molti docenti padovani, molti docenti di fisica? Io ho conosciuto e conosco molti colleghi che non mi sembrano per nulla maleducati (e baronali) nei confronti degli studenti. Ci sono i questionari compilati dagli studenti e ci si può impegnare a migliorare (anzi si deve), ma non è corretto sparare nel mucchio.

    • Luca Salasnich: “Perchè in Italia, in certe zone universitare, vi è una diffusa sottile illegalità (aule occupate, scritte sui muri, spaccio e consumo di droga)? ”
      _________________
      Nelle aule pavesi, oltre ai contenitori per la raccolta differenziata, stiamo mettendo i raccoglitori di siringhe usate e, da tempo, accanto alla macchinetta del caffè c’è lo scambia-siringhe per prevenire la diffusione di AIDS ed epatite C … no, sto scherzando. Anche se trovo del tutto incivili gli studenti che imbrattano i muri, gli ambienti universitari che frequento non sono delle “cittadelle della droga”. Non so se a Padova la situazione sia così fuori controllo. Non mi sembra, ma potrei sbagliarmi.

    • Suvvia Giuseppe, almeno su una cosa Salasnich avrà ragione! Ho letto da qualche parte che gran parte dello spaccio di stupefacenti avviene nella aule universitarie, che hanno anche la più elevata percentuale densità di graffiti e scritte sui muri (misurate con quantità di inchiosto e colori per metro quadrato).

    • Luca Salasnich: “Perchè negli enti pubblici di ricerca italiani vi sono cosi tanti amministrativi e dirigenti amministrativi?”
      ______________________
      Il personale amministrativo del CNR rappresenta l’11,5% del personale interno.
      Il personale amministrativo del Max Planck rappresenta il 25,2% (= 4.283/16.998) degli employees.


      http://www.cnr.it/sitocnr/IlCNR/Datiestatistiche/Datiestatistiche_file/risorse_umane_finanziarie.pdf


      http://www.mpg.de/8238485/Annual_Report_2013_Central_Matters.pdf

  15. lo slogan è fenomenale: l’Universita’ italiana è ottima. Dateci piu’ soldi è tutto andra’ a posto! Sono sicuro che sia efficace.
    Poi pero’ andate a farvi una chiacchierata con un impiegato/a di un qualsiasi grants office di un’università inglese, tedesca o scandinava. Poi fate lo stesso con un impiegato/a dell’equivalente ufficio ricerca di un’universita’ italiana e (forse) capirete la differenza.
    V.

    • Sulla base di quali dati? Non ritengo corretto sparare nel mucchio, tanto meno nei confronti di altre categorie. È una questione di stile, ma anche di metodo. Di sicuro non avrei ragione di farlo nei confronti dell’ufficio ricerca del mio ateneo.
      In ogni caso, se anche fosse vero che i nostri uffici ricerca sono tutti da buttare, questo renderebbe ancora più encomiabili i risultati raggiunti dalla ricerca accademica italiana.

      Qualcuno mi deve ancora spiegare in nome di cosa stiamo uccidendo l’università italiana.
      – Per la scarsa produzione e produttività? Non regge come scusa.
      – Per l’inutilità della formazione universitaria? Siamo ultimi nell’UE come % di laureati.
      – Perchè spendiamo già troppo? Siamo penultimi nell’UE come spesa su PIL.
      Vagheggiare di incrementare l’output (papers, citazioni o laureati) tagliando la spesa di un sistema che è ai minimi di spesa europea ed OCSE ed è sopra media come efficienza (papers, citazioni, laureati per Euro) è una presa in giro.
      Diciamo chiaramente che vogliamo declassare il paese. È più onesto. Noi chiudiamo Roars e, mentre la nave affonda, almeno ci dedichiamo ai fatti nostri.

    • @Vladimir: Dateci piu’ soldi è tutto andra’ a posto! … Poi pero’ andate a farvi una chiacchierata con un impiegato/a di un qualsiasi grants office di un’università inglese, tedesca o scandinava. Poi fate lo stesso con un impiegato/a dell’equivalente ufficio ricerca di un’universita’ italiana e (forse) capirete la differenza.
      —————————————————-

      Un’importante differenza e’ la seguente: dove mi trovavo prima (in Italia), nell’ufficio ricerca lavoravano poche persone ben preparate che dovevano seguire i progetti di tutto l’ateneo. Nonostante questo, di solito rispondevano alle mie richieste nel giro di un giorno.

      Dove mi trovo ora, nell’equivalente ufficio lavora un numero maggiore di persone ben preparate; ognuna di queste persone segue una singola Scuola. Posso incontrarle molto piu’ spesso per discutere delle mie proposte. Con piu’ risorse a disposizione, cio’ sarebbe possibile anche in Italia.

      @De Nicolao: Qualcuno mi deve ancora spiegare in nome di cosa stiamo uccidendo l’università italiana.
      —————————————————-
      Perche’ con la cultura non si mangia?
      Perche’ in Italia si fanno belle scarpe e gli scienziati non servono?
      Per ridurre il numero di futuri oppositori politici?

  16. Guardi che io sono il primo che vorrebbe che si investisse su universita’ e ricerca. Ci troviamo purtroppo in un paese che non ha piu’ soldi da investire, produce poco o nulla e affoga sotto un debito insostenibile. È un dato di fatto che tagli inaccettabili stanno distruggendo l’universita’, come il sistema sanitario, come il patrimonio artistico. Ritengo che l’aver portato a zero i PRIN sia una nefandezza che non ha eguali nel mondo. Probabilmente anche in Uganda l’investimento in progetti di ricerca di interesse nazionale è superiore a zero. Sono scandalizzato, tanto dai tagli, quanto dal blocco del reclutamento. Vogliamo “declassare” il paese? Il paese è gia’ abbondantemente declassato, in un declino continuo ed apparentemente senza fine. Tutto cio’ pero’ non mi impedisce di vedere che l’Universita’ italiana è stata anche devastata dalle baronie, dal nepotismo, dalla de-meritocrazia. Qualcuno ha anche provato a dimostrarlo con i dati (https://files.are.ucdavis.edu/uploads/filer_public/2014/06/20/concorsitruccatidimostrazionematematica.pdf) ma come al solito, non gli è stato dato molto ascolto. Lo ripeto per l’ennesima volta: avete ragione da vendere sui tagli alla spesa, non c’e’ bisogno di ribadirlo. La vostra difesa corporativa della classe docentepero’ è molto difficile da tollerare, non fate che negare le enormi responsabilita’ che ha nel disastro attuale. Se il sistema avesse funzionato meglio, è probabile che i tagli ci sarebbero stati ugualmente ma probabilmente non ci sarebbe stata una spinta inarrestabile verso mostri come la riforma gelmini e l’anvur. È stato scritto molto bene sopra: l’anvur è stata “un’occasione per sovvertire gruppi di potere consolidati a favore di altri rampanti”. Se i PO/PA si fossero dedicati di piu’ alla ricerca, alla docenza, a coltivare l’indipendenza (questa sconosciuta) dei propri allievi, anziche’ al creare gruppi di potere in lotta tra di loro, forse oggi la situazione sarebbe un po’ diversa.

    • “non fate che negare le enormi responsabilita’ che ha nel disastro attuale. ”
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      Abbiamo dimostrato alla nausea che nel panorama di decadenza italiana, la ricerca universitaria guadagna quote sulla produzione mondiale ed europea. Credo che pochi altri settori del paese reggano il confronto internazionale. Se l’università fosse la sentina di tutti i mali che molti dicono, come si spiegherebbero questi risultati? Evidentemente, una parte consistente lavora e produce e distruggerla in nome della minoranza di cialtroni è autolesionista e suicida.
      Nessuno nega i problemi, ma in una logica di scelte politiche vanno messi sulla bilancia le risorse, i risultati e le necessità del paese. Sparare a zero – senza dati – sull’università aiuta il declino, la disuguaglianza sociale e soddisfa l’astio di chi – magari anche a ragione – ritiene di aver subito dei torti dall’accademia. Ma un paese non si governa senza ragionare sull’interesse generale e senza guardare ai dati.
      Comunque, si consoli: probabilmente avrà la soddisfazione di vedere la distruzione della (secolare) università italiana che scomparirà in un gorgo insieme al resto del paese. Un po’ come la distruzione si Sodoma e Gomorra, il tutto condito di classifiche demenziali, valutatori dadaisti e moralisti d’accatto che tuonano dai quotidiani senza essere capaci di aprire sito web del MIUR per contare quanti atenei ci sono in Italia.
      Uno spettacolo da ultimi giorni di Pompei dove ognuno recita la parte che gli è più consona. Credo che quella interpretata dalla redazione di Roars sia una delle più dignitose, anche se sappiamo bene che appellarsi ai numeri, al rigore scientifico e all’onestà intellettuale paga sempre molto poco.

    • De Nicolao: Le università britanniche, oltre che poggiare su una grande tradizione […] hanno una maggiore gerarchizzazione di quelle italiane in modo tale che le risorse del sistema, oltre che maggiori, sono caratterizzate da maggiore concentrazione in alcuni poli.

      Arthur: Ammettiamo che questo spieghi la posizione di alcune università come Cambridge, Oxford, UCL … La stessa spiegazione vale anche per Bristol, Cardiff, Leeds, Southempton, e poi Utrecht, Uppsala, Ghent, Aarhus, Leiden, Groninga, Bonn, Strasburgo, … ? Tutte queste universita’ hanno meno mezzi/personale di Roma Sapienza? Non e’ una domanda retorica, visto che non conosco la risposta in partenza, ma ho dei dubbi.

      De Nicolao: Che la conta del numero delle università che entra in classifica non misuri lo status scientifico di una nazione è stato sottolineato sin dal 2004, subito dopo l’apparizione del ranking di Shanghai. […] le valutazioni di produzione scientifica aggregata mostrano addirittura un Italia che accresce la sua quota di produzione mondiale, mentre USA, UK, Francia e Germania calano.

      Arthur: Mi e’ difficile cogliere un po’ di coerenza tra queste frasi, visto che
      1) sembra che non sia un problema per la nazione se abbiamo poche universita’ ottime — io credevo che fossimo tutti d’accordo (tranne qualche ministro) a sostenere che le universita’ sono il motore del paese, e che investire in esse e’ un investimento nel futuro;
      2) pare che possiamo rallegrarci che negli ultimi anni la produzione di ricerca in Italia e’ cresciuta rispetto al resto d’Europa.
      Lasciando perdere la coerenza (o non), il punto 2) e’ semplice da spiegare, almeno in alcuni settori. Da 2-3 lustri i giovani, piu’ o meno sotto 40 anni, hanno capito che l’aria e’ cambiata, e per sopravvivere bene nell’universita’ italiana non bastano i metodi di qualche decennio fa ma e’ necessario pubblicare qualcosa (anche se non necessariamente in maniera troppo dignitosa). Possiamo rallegrarci di questo, che e’ un cambiamento verso la direzione giusta, ma non darci troppe pacche sulle spalle. Dai grafici si vede che tuttora l’Italia produce assai meno di UK e Germania.
      Quello che Vladimir sostiene e’ completamente condivisibile: l’universita’ e’ stata devastata da baronie, dal nepotismo, dalla de-meritocrazia. Negli ultimi anni le cose sono migliorate un po’ (in un articolo recente Francesco Coniglione ha scritto del “sempre più residuale potere” dei baroni”) grazie a una maggiore trasparenza, grazie a qualche spinta dall’esterno, e grazie a qualche innovatore. Ma da quello che vedo intorno a me e quello che vedo quando vado all’estero, le classifiche di Shangai sono perfettamente plausibili per quanto riguarda l’universita’ italiana. Questo non implica che essa debba essere distrutta, ma se vogliamo migliorarla e renderla piu’ credibile dobbiamo riconoscere dove sono i problemi, non guardare solo agli aspetti positivi e ai miglioramenti recenti. De Nicolao afferma che “Nessuno nega i problemi”; sarà, ma su Roars il problema che viene principalmente evidenziato e’ quello dei finanziamenti. Questo e’ un problema enorme, ma non e’ il solo.

    • arthur: “Tutte queste universita’ hanno meno mezzi/personale di Roma Sapienza? Non e’ una domanda retorica, visto che non conosco la risposta in partenza, ma ho dei dubbi.”
      _____________
      Cambridge:
      Total Expenditure 1,091 MLN Euro
      Studenti: 18.899

      Roma Sapienza
      Spesa: Euro 1,194 MLN Euro
      Studenti: 113.000

    • Arthur: “sembra che non sia un problema per la nazione se abbiamo poche universita’ ottime — io credevo che fossimo tutti d’accordo (tranne qualche ministro) a sostenere che le universita’ sono il motore del paese, e che investire in esse e’ un investimento nel futuro”
      ______________________
      In questo momento di crisi (ma forse anche in generale) se concentro i fondi necessari perché (poche) università scalino le classifiche depaupero le unversità dove studia la maggior parte degli studenti. Non è come vincere i mondiali di calcio. Cosa me ne faccio del migliore ospedale del mondo che cura una piccola frazione della popolazione se lascio la grande maggioranza senza cure o con cure inadeguate? Ricopio di nuovo la seguente citazione.
      _____________________
      To Hazelkorn, the question remains as to why governments allocate huge resources to universities which only a small proportion of society attends.
      She said that “90 or 95% of our students … do not attend elite institutions. That’s what makes them elite. So the question then is why are we spending so much on what people aren’t attending as opposed to what they are attending.”
      Needing estimated yearly budget of €1.5 billion, universities ranked in the world’s top 100 may also detract resources from other important areas in national budgets, such as social care, as governments strive for that all-important “world class” label, the researcher says.
      That less renowned universities are unable to command the tuition fees of the elite institutions has implications for the education policy of governments wishing to compete on the domestic or international stage.
      “In order to compete at that kind of level that does mean in many cases significant sums in a budget,” she says. “We’re talking about an annual budget estimated to be called ‘world class’ of about $2 billion [€1.5bn] a year. Well, that’s fantastic but first of all it’s beyond many government budgets.
      “But for all countries we operate in a zero-sum world. If I give more to this area, I’m going to take more from here. We have problems in housing. We have problems in health. We have problems with pensions, problems in every area … Do we put all our eggs in one basket”, Hazelkorn said.
      The researcher says that the issue comes from the perception that “elite” institutions are driving national or regional economic and social development, which she says they “are not”.
      http://www.euractiv.com/innovation-enterprise/experts-warn-university-rankings-news-529259

    • Arthur: “il problema che viene principalmente evidenziato e’ quello dei finanziamenti. Questo e’ un problema enorme, ma non e’ il solo”
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      Facendo pari a 100 la spesa per ogni laureato italiano, la Francia spende 175; la Spagna 180; la Germania 207; la Svezia 225 (fonte OECD, 2013; la spesa è in dollari a parità di potere d’acquisto). Senza finanziamenti, si riduce la formazione, non c’è scampo. Senza soldi si chiude bottega (leggi: contrazione dell’offerta formativa e, in prospettiva, chiusura di sedi) mentre siamo già ultimi in Europa come percentuale di laureati. Senza soldi, non si fa ricerca ed è una follia perchè la struttura produttiva della nazione è arretrata (bassa produttività) mentre la qualità dell’accademia (fin quando sopravvive) è buona. Ormai, molti di noi stanno lavorando per formare personale qualificato destinato a lavorare all’estero, dove i nostri laureati vengono accolti a braccia aperte. Ormai facciamo ricerca commissionata da aziende straniere. I problemi sono molti, ma ci sono delle priorità: se non metti benzina nel serbatoio la macchina non cammina.

    • Arthur: “Ma da quello che vedo intorno a me e quello che vedo quando vado all’estero, le classifiche di Shangai sono perfettamente plausibili per quanto riguarda l’universita’ italiana.”
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      La classifica di Shanghai è un pateracchio che può essere scambiato per qualcosa di serio solo da chi non ha i mezzi tecnici per capire come funziona. Che poi degli accademici diano credito a qualcosa che non capiscono mi sembra un segnale di decadenza intellettuae più grave di quelli che essi sono soliti sventolare. Affermare che è plausibile perché conferma i propri pregiudizi è una affermazione altrettanto imbarazzante per uno scienziato. In ogni caso, anche se si volesse dar credito a questo pateracchio, bisognerebbe concludere che un terzo degli atenei statali italiani entra nel top 3% mondiale, un risultato che fa dell’università italiana la punta di diamante della nazione: basta tenere a mente questi due grafici:



    • Arthur: “Dai grafici si vede che tuttora l’Italia produce assai meno di UK e Germania.”
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      Ragionare sulla quantità senza cosiderare le risorse è un errore concettuale. Dai grafici si vede che la produttività è sì inferiore a UK, ma superiore a quella della Germania.

    • Arthur: “Quello che Vladimir sostiene e’ completamente condivisibile: l’universita’ e’ stata devastata da baronie, dal nepotismo, dalla de-meritocrazia. Negli ultimi anni le cose sono migliorate un po’”
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      A ripetere luoghi comuni sono bravi tutti. Al bar o alla bocciofila, può funzionare. In ambito accademico, le regole sono diverse e presumo che nei vostri settori di ricerca verreste presi a calci se faceste affermazioni prive di riscontri. Fuori i dati. Le statistiche bibliometriche mostrano un andamento del tutto competitivo a partire dal 1996 (anno da cui inizia la copertura di SCImago).
      I grafici seguenti, che partono dal 1996, mostrano che la nostra quota mondiale di ricerca prodotta (marrone) è un po’ aumentata. Questo significa che abbiamo tenuto il passo con la crescita mondiale (la cui velocitàdi crescita risente dello sprint cinese e di altri paesi che stanno emergendo scientificamente). Questo nostro tenere il passo sul piano mondiale spiega anche perché la nostra quota europea (verde) è cresciuta, dato che altre nazioni europee (per es. UK, Germania, Francia) perdono quote di ricerca a livello mondiale ed anche europeo.

  17. Così come non sono d’accordo su altri criteri quantitativi, anche i dati SCIMAGO sulla quantità di documenti scientifici prodotti in Italia mi lascia perplesso. E’ abitudine (cattiva) molto diffusa in Italia misurarsi col numero di pubblicazioni prodotte, e non con la loro qualità, che pure, anche se più difficilmente e senza pretendere di essere “scientifica”, è in qualche modo misurabile, come tentato (e secondo me riuscito abbastanza bene) nell’ultima VQR. E’ chiaro che un obiettivo della ricerca è anche quello di arrivare a grandi risultati, oltre che a tanti piccoli progressi. Ma per tante ragioni molti preferiscono puntare sul numero piuttosto che sulla qualità. Tuttavia le comunità scientifiche in genere si reggono su altri meccanismi. In Francia, ad esempio, nella comunità dei matematici è abbastanza chiaro a tutti chi siano i top researcher (senza però volere ordinarli in un ranking!), e nessuno si sognerebbe mai di mettere in discussione un talento da medaglia Fields (che come ognun sa, non sono pochi in quel Paese) solo sulla base del numero delle pubblicazioni.

    Detto questo, non esiste al mondo nessuno capace di farsi da solo un’idea chiara della qualità della produzione scientifica di un ricercatore di un altro campo (motivo per cui, tra l’altro, i commissari dell’ASN hanno avuto e hanno un compito impossibile da espletare) e quindi è necessario e naturale che emergano coloro che hanno la migliore “fama” all’interno della propria comunità. Volere misurare la qualità della ricerca (e dei ricercatori) coi numeri è quindi, oltre che sbagliato, anche innaturale ;-) E, ripeto e concludo, misurare la quantità è facile ma poco significativo. Preferirei vedere l’Italia messa peggio in quei grafici SCIMAGO ma avere più medaglie Fields italiane!

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