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Università in declino: sempre meno ricerca, sempre peggiore didattica

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Iniziata dieci anni fa, con fredda determinazione, dai ministri Tremonti e Gelmini, la distruzione dell’università pubblica italiana ha proceduto alacremente con tutti i governi susseguitisi fino a Renzi e Gentiloni, ed è ormai largamente compiuta. Dopo aver ripetutamente scritto per cercare di fermare il disastro, insieme con tanti altri colleghi, penso sia necessario trarre alcune conclusioni.

1. Abbiamo perso la nostra battaglia in difesa dell’università pubblica italiana. Ammettere l’evidenza è necessario e, anche se si vuole continuare a combattere, oggi non si tratta più di salvare l’università pubblica ma di ricostruirla. Infatti, in dieci anni, il finanziamento pubblico alle università è diminuito del 20% ed il personale docente è calato nella stessa misura, a causa di pensionamenti non rimpiazzati da nuove assunzioni. Le cifre della sconfitta sono inequivocabili. L’ultimo Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin 2015) stanziava per l’intera ricerca pubblica del paese circa 90 milioni di euro, la stessa cifra che il governo Renzi ha cercato a più riprese di garantire a copertura di un torneo di golf.

2. A fronte della riduzione del personale e dell’investimento economico, sono aumentati gli obblighi di vario genere. Vanno dalle procedure necessarie per acquistare beni e servizi alle rendicontazioni valutative escogitate dall’Agenzia nazionale di valutazione dell’università e della ricerca (Anvur). Questi obblighi aggravano il problema della carenza di personale e di fondi, e sono imposti in totale disprezzo dell’ovvia considerazione che richiedere un adempimento ad una struttura equivale ad accollarle un costo. Se io uso un’ora del mio tempo per compilare un rapporto, quella è un’ora di stipendio che non uso a favore degli studenti o della ricerca e si traduce in minore capacità produttiva della struttura.

3. La carenza di fondi per borse di studio e servizi si traduce in un drastico calo delle immatricolazioni. La domanda del pubblico nei confronti dell’università rimane alta solo nelle aree che garantiscono maggiori prospettive di inserimento (ad esempio, Medicina). Il calo degli studenti, disastroso per il paese, è più o meno proporzionato al calo dei docenti e non si traduce in un aumento delle risorse disponibili per ciascuno studente, anzi di fatto la qualità dell’offerta formativa nelle condizioni presenti è destinata a calare per l’obsolescenza delle strutture. Ciò che si può fare è cercare di offrire un servizio decoroso, valutando caso per caso quali diminuzioni di qualità siano accettabili in funzione della sostenibilità dell’offerta formativa.

4. Nelle facoltà scientifiche, il problema da affrontare è più acuto perché la didattica pratica nei laboratori scientifici è costosa e richiede adempimenti irrinunciabili inerenti alla sicurezza. In molti casi questo comporta la chiusura dei laboratori didattici o il loro grossolano ridimensionamento: non è accettabile che gli studenti corrano un rischio né che i docenti, per l’inadempienza alle norme di sicurezza, diventino dei criminali. La giurisprudenza ha ampiamente stabilito che sugli adempimenti per la sicurezza dei luoghi di lavoro non è ammissibile il condizionamento economico, ed è una curiosa coincidenza che l’inizio dello strangolamento economico dell’università pubblica e l’istituzione dell’Anvur siano quasi contemporanei all’approvazione del testo unico sulla sicurezza (D.Lgs. 81/2008). È impossibile che sia sfuggita alla politica la consapevolezza che la riduzione dei finanziamenti all’università pubblica rende impossibile l’avanzata della didattica a causa dell’insostenibilità dei costi della sicurezza.

L’università pubblica italiana declina, necessariamente e qualunque cosa ne dica la politica. Declina perché non è possibile mantenere i livelli della ricerca e della didattica che erano stati raggiunti nel passato. Certo, le strutture esisteranno ancora per un bel po’: le mura si sgretolano lentamente. Ma dentro quelle mura si farà progressivamente sempre meno ricerca e sempre peggiore didattica.

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49 Commenti

  1. Ma spendiamo anche due paroline sulle ex-facoltà umanistiche:
    peccato essere fatti oggetto da vent’anni di disprezzo, accuse di inutilità, minacce di chiusura;
    peccato aver avuto un ministro che ha detto ‘il greco antico non serve a comprendere il presente’;
    peccato conoscere studenti liceali che vorrebbero iscriversi a Lettere ma sono costretti dalle famiglie a fare ingegneria o economia;
    peccato il clima mortuario nei consigli e le continue proposte di riciclarsi come comunicatori, organizzatori di spettacoli e promoter di iniziative sul territorio;
    peccato chiudere corsi validissimi perché ritenuti poco attrattivi in termini di iscrizioni;
    peccato non potersi vendicare di tutto questo male.
    Perché è il male.

    • …. le continue proposte di riciclarsi come comunicatori, organizzatori di spettacoli e promoter di iniziative sul territorio…
      BEN DETTO! Da noi molti studenti sono costretti a lasciare le lezioni frontali verso le h 18/18,30 per andare ad
      acquisire CFU presso il teatrino dell’ateneo in veste di guardarobiere, maschere di sala, bigliettai e volantinatori. Dimenticavo: presidiare anche i banchetti dei gadgets….
      Ma più CFU = più laureati, così la UE è contenta di noi

  2. La guerra per la difesa dell’Università pubblica è stata persa, non c’è dubbio. Secondo me, però, il vero problema è che il grosso dei docenti non l’ha mai combattuta, nel momento in cui era ancora possibile vincerla: nel 2010, quando la legge Gelmini non era ancora stata approvata. Invece, si sono combattute – senza troppa convinzione – tante micro-battaglie (a volte di sapore vagamente corporativo: vedi gli scioperi VQR per gli scatti o le richieste di ope legis da parte di cordate di abilitati) negli anni successivi, quando tutte le cose che erano scritte a chiare lettere in quella legge sono state via via attuate: la precarizzazione del ruolo dei ricercatori, l’ASN e le sue astruse modalità, i concorsi locali, la verticizzazione degli Atenei in mano a Rettori-manager e l’annullamento del principio della rappresentanza negli organi di gestione, la previsione di Collegi di disciplina di nomina rettorale come fucili puntati contro ogni dissenso, l’istituzionalizzazione della disuguaglianza nella retribuzione attraverso gli scatti “meritocratici”, gli incentivi una tantum e il fondo per il merito, il demenziale sistema di accreditamento dei corsi di laurea, il pazzesco sistema di assicurazione della qualità di ateneo. Altre cose ancora non le vediamo, ma le vedremo presto: la fusione forzata tra Atenei ridotti alla fame, ad esempio.
    Tutte queste cose sono nella legge 240/2010: e non “tra le righe”, ma scritte in modo chiarissimo. Quella è stata una riforma assolutamente coerente nel perseguire la distruzione dell’Università pubblica: un processo di cui ancora non si vede la fine, ci vorrà qualche altro anno. Temo, quindi, che anche parlare di ricostruzione sia alquanto prematuro.

    • Condivido: ma allora? Vorrei che queste voci condivisibili trovassero spazio sui giornali nazionali. Non accade nella misura necessaria a far riflettere non solo sul disagio del settore, ma sui riflessi sulla formazione delle giovani generazioni

    • E’ vero che l’università ha combattuto poco rispetto a ciò che ci si poteva attendere per il numero degli addetti, e che sono state fatte micro battaglie per gli scatti stipendiali. Però non dimentichiamo che Roars è stato fondato proprio per combattere questa battaglia; che tanti di noi hanno scritto e scrivono in merito sui quotidiani nazionali e su riviste internazionali; che alcuni hanno organizzato petizioni per il finanziamento della ricerca (vengono alla mente le iniziative di Giorgio Parisi e di Gilberto Corbellini) e che moltissimi le hanno firmate.

  3. Volete saperne un’altra?
    ci sono tantissimi giuristi di italiani chiara fama, anche internazionale, che non raggiungono il requisito n. di articoli in riviste fascia A?
    Sapete perché?
    Perché nel frattempo hanno scritto tantissime opere importantissime in quelli che vengono chiamati “contributi o saggi in volume”.
    Ci sono autori che hanno scritto da soli (o almeno così appare interi trattati).
    Ci sono autori che hanno scritto tantissimi libri, frequentemente citati (ma questo non conta perché il diritto non è bibliometrico).
    Opere imprescindibili, che valgono meno di un articolo, magari scritto da uno “sbarbatello di 26 anni” di fascia A.
    Luminari del diritto che (senza colpa) non hanno il “requisito classe A”, perché in tutta la loro carriera (sino a 4 o 5 anni fa non c’era la rivista “A”)
    Sono bravissimi, ma il sistema della valutazione li ignora, non vi sembra assurdo?

  4. Forse bisognerebbe fare fuori un pò di avvocati, of council, commercialisti e gente che usa il titolo di professore solo per acquisire una rendita di posizione…
    Che ricerca vuoi che facciano? Relazioni a Convegni, e scritti che valgono poco, e servono solo a fare numero.

    E come credi facciano la didattica? sempre di corsa e malvolentieri, perchè é tempo sottratto al loro vero lavoro.

    Se fare il professore non fosse un hobby la ricerca andrebbe sicuramente meglio, e la didattica anche.

    E che ricerca vuoi che faccia un cardiochirurgo? Ovviamente (e giustamente) non ha tempo per fare ricerca.

    Bisogna anche dirsele queste cose. Non é tutta colpa del ministero che non ci dà i soldi se siamo scarsi: qualcuno soldi ne prende anche troppi per quello che fa.

    • Lara: «Se fare il professore non fosse un hobby la ricerca andrebbe sicuramente meglio»
      _____________
      A guardare dati, si dovrebbe concludere che ci siano tanti hobbisti bravi e produttivi. O forse che, prima di sparare luoghi comuni un tanto al chilo, bisognerebbe documentarsi un po’.

    • Lara: «Non é tutta colpa del ministero che non ci dà i soldi se siamo scarsi: qualcuno soldi ne prende anche troppi per quello che fa»
      ____________________
      Certamente: se l’Italia è il penultimo paese OCSE per spesa destinata all’università, la colpa principale è dei docenti scarsi (ma con produttività superiore a Francia, Germania, Canada, Giappone). Non è una questione di scelte politiche. È che ce lo siamo meritato.


  5. @Lara:
    sono d’accordo con te.
    Non se il tuo intervento si riferiva al mio di questa mattina.
    In ogni caso, volevo puntualizzare che quelli ai quali mi riferisco io sono persone che hanno scritto manuali sui quali hanno studiato tanti. Solo che a forza di scrivere manuali, voci enciclopediche, trattati di diritto non hanno pubblicato in classe A, anche perché la classe A ESISTE solo da 5 anni, le loro produzioni (note in tutto il territorio nazionale e non) ESISTONO da 40 anni. Molti si ritrovano senza soglia relativa alla fascia A, con il loro “contributo in volume” apprezzatissimo dalla comunità accademica ma che FORMALMENTE vale meno di un articolo di classe A scritto da un dottorando. Assurdo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  6. Forse conviene ritornare sull’articolo stesso. E allora, che se fa? Boicottare la vqr non va bene nemmeno in retrospettiva, vedo (Nota: l’abbiamo scampata bella non boicottando la vqr …). Ieri a un convegno (Nota: il secondo semestre è sempre di più una valanga di convegni, iniziative varie, una sopra l’altra, chi più ne ha più ne faccia e più si dia da fare e si esibisca, dove gli studenti, se vengono, vengono per far crediti), un/a direttore/a di dip., che doveva introdurre i lavori (Nota: l’introduzione ai lavori è una mansione istituzionale di direttori, presidenti ecc., che lodano – e ci mancherebbe! – l’iniziativa e poi la segnano nella tabella di raccolta punti meritocratici che garantirebbero premi da parte del supermarket, op!, Miur), dopo aver introdotto e parlato per un po’, ha concluso dicendo che purtroppo doveva andarsene a prepararsi, leggendo documenti, per una riunione, dove si sarebbe parlato di valutazione, e giù a lamentarsi che per comprare 30 buste o simili doveva fare la gara d’appalto o simili e che comunque, anziché comprarle sotto casa, deve comprarle da Avellino o simili lontani centinaia di km (Domanda: lui/lei che sta facendo da anni per contrastare il disastro? O tagliata, per essere educati.).

  7. Condivido tutto ciò che si è detto. Non è che non si fa niente perché la situazione è sfruttabile per alcuni? Creare criteri di valutazione come le riviste di fascia A, come alcuni hanno rivelato, qualcuno ha discriminato. Che siano i più attivi, attenti alla ricerca e alla didattica pare difficile provarlo…
    Si cerca di creare criteri obiettivi, non contestabili, per favorire alcuni, discriminarne altri?

  8. @mariam:

    Non si è tenuto conto (questo è una colpa gravissima), delle varie differenze “di genere” (espressione che va molto di moda).
    In altre parole: il giurista ha sostanzialmente sempre pubblicato da più di 100 anni in enciclopedie del diritto, trattati di diritto, contributi in volume, manuali, libri (tutti questi non hanno classe A)
    Lo scienziato in riviste al 90 %. Le riviste sì che hanno o non hanno classe A.
    In altre parole: DISCRIMINAZIONE.

  9. Porto un esempio concreto:
    per il giurista un lavoretto di 20 pagine, astrattamente, può essere pubblicato come contributo individuale in un trattato di diritto, in una voce enciclopedica o in un libro. Ma sarà sempre discriminato rispetto ad una rivista: in questa, quelle 20 pagine potrebbero essere “A”.
    Il contributo individuale (quelle 20 pagine), INVECE, in opere collettanee di cui sopra non sarà mai ontologicamente “A”, in quanto ontologicamente non può essere classificato “A” o non “A”.
    Vi posso assicurare che non esiste un professore o ricercatore di diritto, un avvocato, un magistrato, un notaio, un operatore di diritto che non consulti o che non abbia mai consultato un contributo individuale in un opera “collettanea”.

    • Giusto, ma incompleto. Spesso chi scrive il suddetto contributo, lo pubblica anche in rivista (in genere in attesa che sia pubblicata l’opera collettanea). A questo pumto, magicamente, si avrà un mutamento qualitativo del contributo.

    • amaramente vero. Gli articoli andrebbero letti e valutati. Tutto deve però andare in fretta, dunque, senza leggere.
      Inoltre, prima si curava la qualità dei lavori ora la quantità.
      L’attività didattica non viene giudicata se non attraverso i giudizi degli studenti, spesso molto, come dire, non del tutto attendibili.E’ la loro percezione, contaminata da simpatie o antipatie, propaganda online, programmi più o meno nutriti, ecc… E che dire di chi giudica con solo 50% delle lezioni?
      Credo che si abbia deciso necessità di una ridefinizione dei compiti degli uni e degli altri, senza, però, negare il confronto.

  10. Mariam, a nessuno interessa veramente la formazione delle giovani generazioni. Né al ministero né tantomeno ai rettori. Interessa ancora a qualche docente (neppure a tutti, a giudicare dalle tesi che vedo assegnate e neppure corrette).
    Il disastro è epocale, è un totale asservimento ai concetti di mercato, controllo, abbassamento di livello, rimozione della nostra cultura. Direi anche una perdita di dignità e un farsi dettar legge da chiunque, sia esso il coordinatore del corso, lo psicologo del disagio, lo studente deficiente o il primo che passa per strada e ti dice che sei corrotto e inutile.

  11. Vedo che ancora c’è chi grida insistentemente al complotto liberista che ha distrutto l’Università. Per credere ancora a queste favole bisogna non essere stati nell’Università in questi ultimi anni. Le regole dell’ANVUR sono il parto di una certa corrente di pensiero che appartiene all’Università e solo ad essa. Se un giurista fa scuola ottenendo sentenze che superano la cassazione e fanno epoca è estromesso dai suoi pari che contano solo inutili pubblicazioni. Lo stesso accade per un chirurgo, un ingegnere e così via. Una piccola lobby di incapaci è riuscita ad avere il monopolio della vita universitaria: si permette di dettare le regole di accesso, estromette dagli organi accademici, dalle commissioni, dai dottorati chi non è omologato al pensiero unico. Il corpo docente è stato sempre d’accordo ed ha assecondato questa deriva, perché prodotta da lui stesso. Alcuni dissenzienti fanno come sempre la figura dei frustrati denunciando il problema. Se l’Università avesse dall’oggi al domani risorse illimitate le dilapiderebbe in attività del tutto inutili per la società. Meno male che i politici di ogni colore hanno capito l’antifona e non scuciono una lira ad una istituzione autoreferenziale e completamente avulsa dalla realtà. Una volta ‘i Comunisti’ facevano l’autocritica. Benché poco efficace a volte aveva una sua piccola utilità. Noi Universitari siamo talmente tronfi da non prendere mai in considerazione l’ipotesi di avere delle colpe. D’altra parte siamo ‘eccellenti’ e ‘scienziati’ definiti da criteri da noi stessi elaborati. Quindi chi può ipotizzare che possiamo sbagliare?

    • Individuare la causa principale della ristrutturazione/rottamazione del sistema universitario in una “piccola lobby di incapaci” è una lettura decisamente parziale, soprattutto se si dà uno sguardo d’insieme al panorama internazionale dove smottamenti simili trovano il comune denominatore proprio nell’ideologie e nelle politiche liberiste. La lobby di incapaci (la cui esistenza è stata resa visibile a tutti anche grazie al lavoro di Roars) è così inattaccabile proprio perché si mette al servizio delle politiche dominanti, nazionali e internazionali. Non è un problema essere ridicoli o impresentabili, se si è allineati. Anzi, sei nelle condizioni migliori per aspirare a poltrone e lauti compensi.

  12. @Eleandro:

    nel 2010 è uscito un mio articolo in una rivista, che “a mia insaputa” sarebbe diventata di classe A nel 2012. Prima del 2012 non si sapeva quali articoli sarebbero stati considerati di classe A.
    I valori soglia, però, si riferiscono al passato.
    Infatti, nei criteri si legge “NEGLI ULTIMI 15 ANNI….”
    Allo stesso modo, molti contributi sono presenti in riviste “non di classe A”.
    Nessuno ha mai posto seriamente il problema della RETROATTIVITA’ della qualificazione delle Classi A. Né si è mai avuta una risposta seria, convincente, ragionevole.
    Nessuno ha mai posto il problema del fatto che nessun essere umano, di natura umana e senza doti di PREVEGGENZA, avrebbe potuto immaginare, ad es., nel 2008 o nel 2003, che sarebbe stato meglio inviare il lavoro a quella rivista che sarebbe stata di classe A. Semplicemente non esisteva la classe A.
    Il resto è fortuna o sfortuna.

    • anto: «Nessuno ha mai posto seriamente il problema della RETROATTIVITA’ della qualificazione delle Classi A»
      ________________
      Qualcuno (l’Associazione dei costituzionalisti, l’AIC) aveva posto il problema talmente seriamente da presentare ricorso. Ecco la spiegazione di Valerio Onida, intervistato sul ricorso presentato dai costituzionalisti, proprio nei confronti della “classe A”
      ________________
      «Quello che noi abbiamo impugnato è l’allegato B del regolamento 7 giugno 2012 n. 76, dove si stabiliscono i criteri per calcolare e valorizzare le famose “mediane”. Quello che secondo noi è violato è l’elementare principio dell’affidamento legittimo nei confronti delle norme che costituiscono il quadro nel cui ambito il cittadino agisce. La legge non può liberamente disporre in modo retroattivo (ora per allora): è un principio generale dell’ordinamento (“La legge non dispone che per l’avvenire: essa non ha effetto retroattivo”: art. 11 delle disposizioni preliminari al codice civile).»
      https://www.roars.it/online/abilitazioni-e-sistema-universitario-intervista-a-valerio-onida/
      _______________
      Il ricorso fu dichiarato inammissibile non tanto nel merito quanto per “difetto di legittimazione attiva e, comunque, di interesse, di parte ricorrente”. Qui la sentenza del TAR:
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      https://www.roars.it/online/il-ricorso-dei-costituzionalisti-dichiarato-inammissibile/
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      Una raccomandazione per i lettori: prima di scrivere “nessuno ha mai posto …”, fate un minimo di ricerca su Google. Altrimenti, usate forme più aperte al dubbio (“se non erro, non c’è stato chi abbia posto …”). Chi è abituato al metodo scientifico si documenta prima di fare affermazioni di carattere generale.

    • In parte condivido. Reagiamo. Nei modi in cui possiamo. Non è che siamo noi che ‘ci tagliamo la lingua’, per paura di coloro che possono…?

  13. @Giuseppe De Nicolao:
    grazie, è vero, ho sbagliato su questo punto, chiedo scusa, però avevo anche scritto
    “Né si è mai avuta una risposta seria, convincente, ragionevole”.
    Ora resta il problema: Il Miur, l’Anvur ed il Parlamento italiano lasciano alla fortuna o alla sfortuna un ruolo chiave, sproporzionato ed ingiustificato per le motivazioni che ho sopra citato.

    • Mi domando se non basterebbe un ricorso presentato da qualcuno a cui sia stata negata l’abilitazione per il mancato superamento della soglia sugli articoli di classe A. All’epoca, il ricorso era stato giudicato inammissibile per difetto di interesse, di parte ricorrente.

  14. Secondo me sì.
    Ma non è semplice: gira voce che in alcune commissioni il fatto di avere 2 criteri su 3, nonostante sia sufficiente per l’ammissione alla valutazione, sia comunque penalizzante rispetto ai 3 su 3.
    Di conseguenza se hai 2 su 3 sei bocciato automaticamente in partenza, perché sarebbe meglio se avessi 3 su 3. E’ un problema politico, di cialtroneria politica più che di interessi. Andrebbe portato all’attenzione dei mass media, trasmissioni televisive, giornali, piuttosto che in tribunale.
    Bisogna renderli ridicoli agli occhi della gente.

    • A Anto. “Bisogna renderli ridicoli agli occhi della gente.”
      Chi è il soggetto (S)? Chi è la gente (G)? In che modo un S non definito può rendere ridicolo agli occhi di un G generico (=il grande pubblico) un argomento di cui gran parte degli universitari stessi capisce poco (perché intrinsecamente complicato) e si disinteressa molto? Da giurista dovrebbe avere una risposta.
      Cosa può l’uomo della strada capire di questo guazzabuglio normativo, applicativo, concettuale, matematico? Capisce invece quel che diceva Renzi (anche perché presuppone, in buona fede, che R. si sia documentato a fondo – mentre sappiamo che R. ripete con enfasi – anzi, quasi istericamente- luoghi comuni orecchiati qua e là): “è da vent’anni che diciamo che l’università fa schifo, smettiamo di dare potere ai baroni che hanno i figli dei figli dei figli …”. http://video.corriere.it/scuola-renzi-iniziamo-premiare-qualita-merito-universita/68052ff6-fe55-11e4-bed4-3ff992d01df9 (maggio 2015).
      Bisogna invece agire sul piano politico. Ma chi aderirebbe a uno sciopero civile?

    • Non è una voce. Porto l’esempio del settore 01/B1 dove il 93% di quelli che avevano 2 soglie non sono stati abilitati. La mancanza di abilitazione era di solito giustificata come collocazione editoriale non adeguata (sfido che si siano letti gli articoli per capire il contributo scientifico).

  15. Questo storytelling (si dice così?) di docenti tronfi da punire a colpi di tagli e cilicio ha francamente stufato.
    Stanno annientando l’università pubblica e devono inventarsi qualcosa per non farlo in maniera troppo esplicita. Da qui tutte le conseguenze. Possibile che qualcuno non lo abbia ancora capito?

    • L’abbiamo capito noi e molti docenti della scuola superiore e media, qualcuno dei genitori, molti studenti, ma pare che al capire non segua l’azione e una formulazione più seria dell’offerta formativa, che non nasca da una competizione con la clava fra discipline …
      Quando alcune discipline potevano rimanere di nicchia, e svolgere bene il loro lavoro, era molto meglio. Ora tutti competono, con tutti i modi che conoscono, per avere studenti, voti che verranno calcolati per l’avanzamento carriera, articoli di fascia A, più articoli possibili. Si vive male…Non si vive per la missione più importante dell’Università, che è quella di disseminare conoscenza, produrre pensiero critico…
      Persa questa battaglia, non perderanno individui, ma una nazione.

    • Ognuno rinfaccia all’altro di non aver capito. Ciò significa che siamo profondamente divisi e quindi preda di chiunque voglia colpirci. Siamo divisi su cose di fondo, mica bruscolini. Chi vuol estromettere la pluralità di vedute dall’Università (ANVUR) ci è già riuscito, facendo la felicità di chi si sente ‘scienziato’. Mi dica Lei cosa farebbe se le dessero 1 milione di Euro domattina da usare per la ricerca. Spero solo che non voglia assumere 100 assegnisti di ricerca per fare pubblicazioni e farli diventare precari di lungo corso. Io comunque resto convinto che i politici di ogni partito abbiano capito che l’Università non merita di essere finanziata. Spero che qualche politico si decida finalmente a metterci in riga ed assegnarci una ‘mission’ (come si dice) adeguata. Allora forse saranno dolori per gli scienziati. Come vede, ritengo ancora possibile sognare: almeno questo!

  16. @Marinella Lorinczi:
    Certo, il problema della Retroattività è un po’ complesso da spiegare al grande pubblico.
    Si potrebbe dire: “Per valutare i professori si usano parametri che i professori non potevano conoscere”.
    Si possono fare tanti esempi e paragoni.
    E’ come dire “si introduce il reato di tradimento nel 2018 e si puniscono i traditori per i tradimenti commessi nell’arco temporale 2003-2013”. Questo sarebbe comprensibile dal pubblico, che potrebbe capire l’assurdità.
    Sul piano politico, è impossibile, i politici non ci arrivano (per egoismo, per convenienza o per poca intelligenza).
    Destra= disastro
    Sinistra e centro sinistra=indifferenza
    5stelle=indifferenza
    Lega=non si è mai posta il problema e forse non lo conosce.

    • A Anto. “Per valutare i professori si usano parametri che i professori non potevano conoscere”.
      1. Perché non li conoscevano? 2. E prima di queste nuove norme come era?
      Incominciamo da 2. Secondo una certa opinione pubblica , cfr. Renzi, prima della Gran Riforma avrebbero dettato legge i cd baroni per gli avanzamenti di carriera, operando favoritismi e scambi di favori. Con le nuove norme si sarebbero voluti dare, fino ad un certo punto, dei criteri oggettivi, non soggetti ad interpretazioni arbitrarie e soggettive, dalla durata di applicazione di qualche anno.
      1. I parametri non li conoscevano in anticipo, e la illegalità dell’applicazione di norme importanti credo sia un concetto che la gente comune capisce. Ma per me il problema è un altro, rispetto alla gente comune. Con quanto anticipo si devono conoscere i criteri di valutazione, per di più cambiati ogni 3-5 anni, rispetto allo svolgersi e alla conclusione della ricerca? E , soprattutto, che cosa è la ricerca? Le racconto io che cosa può sembrare una ricerca di tipo antropo-linguistico anche a persone sveglie. Quando ho svolto un soggiorno di studio, tra l’altro brevissimo rispetto ai tempi normali di una ricognizione e una raccolta di dati, in un villaggio di lingua ungherese della Romania orientale (semplifico di molto la situazione), io più o meno gironzolavo per il paese, osservavo, parlavo con le gente, e ho raccolto (in tempi record) tutto il bagaglio onomastico figurante sulle placche delle croci nel cimitero. La mia giovane padrona di casa, che gestiva un mulino meccanico, con marito operaio e due figli in età scolare, mi ha chiesto a un certo punto: “E questo è lavoro?”. Quest’aneddoto, lo confesso, piace molto quando lo racconto. Le tappe successive di studio, di raggiungimento dei materiali bibliografici abbastanza speciali, la stesura e la pubblicazione, sono andate bene, ma potevano rivelarsi anche un fallimento. E per questo ci pagano? O se si devono studiare gli astri per 20 anni, ma non calcolabili in anticipo – con quel che costa, altro che la mia raccolta di nomi – ne vale la pena? Come si può spiegare tutto ciò a persone che non sono introdotte nel mestiere, ma che sono indotte a pensare che i risultati devono arrivare a tambur battente a beneficio immediato dell’umanità, senza il minimo spreco di risorse? E’ per questo che una politica lungimirante e non sospettosa di chissà quali malefatte (che tra l’altro ha una serie di intermediari per raccogliere informazioni sull’andamento) dovrebbe accordare fiducia all’accademia e fare in modo che si autoregolamenti e che vigili su se stessa in maniera trasparente rispetto all’intera comunità degli studiosi (che non è una massa omogenea), senza arrivare a misure poliziesche di controllo minuto e invasivo mascherate da ‘algoritmi oggettivi’ e di breve durata.

  17. @Marinella Lorinczi:
    Nell’attuale ASN, vengono prese in considerazione articoli inseriti in riviste degli ultimi 10 anni, tra le quali appaino magicamente, da un giorno all’altro, le c.d. “riviste di classe A”.
    Una persona che ha pubblicato nel 2007 o nel 2008 o nel 2010 o nel 2006 non sapeva dell’esistenza della “classe A”, semplicemente perché NON ESISTEVA LA CLASSE A.
    Ci sono riviste che sono state classificate di “fascia A” in maniera retroattiva, senza che nessuno lo sapesse.
    Io ho un articolo in fascia A del 2010, “a mia insaputa”, e tanti altri in riviste non A. La fascia A è stata istituita con la ASN del 2012.
    Altrimenti, molti altri articoli, a saperlo, sarebbero stati spediti altrove….
    Ecco, ho risposto alla domanda “Perché non li conoscevano?” Soddisfatta?

    • E’ solo un esempio dei modi in cui si stanno riorganizzando gli organogrammi e i curricula delle Università.
      La maniera di Bela non è una bela maniera, disse, mi pare, Kruscev

  18. @Marinella Lorinczi:
    spiegarlo al grande pubblico è facilissimo.
    è come dire:
    “dal 2018 le dichiarazioni dei redditi devono essere compilate soltanto on-line, comprese quelle del 1984”.
    E’ ovvio che nel 1984 non c’era il servizio on line, e questa norma è stupidamente e incomprensibilmente retroattiva come la norma dell’ASN relativa alla classe A, che non esisteva nel 2008 ma sia applica anche ai numeri delle riviste del 2008.
    Sto sbagliando qualcosa?
    A me sembra così sempilce…….

    • Ad Anto. Nessuno (di noi qui) negherebbe la pura idiozia di quel che sta denunciando. La denuncia andrebbe fatta più appropriatamente in altre sedi ma saremmo nella situazione già nota in cui è la magistratura a dover sostituire la politica inetta e pasticciona (per essere educati). Il peggio è che si sospetta essere stata fatta ad arte, a vantaggio di certuni (gruppi o individui). Ma la retroattività illegale andava, lo dico di nuovo, denunciata, anche se mi rendo conto che è un passo che costa molto in tutti i sensi e che parlo da una situazione di privilegio, per cui mi scuso.

  19. @Marinella Lorinczi:
    bene, allora siamo d’accordo.
    Ora però la retroattività colpisce anche i membri del collegio docenti del dottorato.
    Oggi Roars.it ha pubblicato un interessantissimo articolo
    “Accreditamento dottorati: parte la corsa contro il tempo (8-31 maggio)”.
    Io ho già fatto le mie osservazioni a tal proposito su questo articolo nuovo di oggi con il primo commento di oggi pomeriggio.

    • De Nicolao ha fatto bene a ricordare i costituzionalisti che denunciavano anche il caso dell’attribuzione retroattiva di riviste alla fascia A, quando questa non esisteva ancora. E se i costituzionalisti non ci sono riusciti … Credo che però la ragione del fallimento stia nella denuncia al TAR , dove si trattano casi concreti e non si discutono i principi generali, ma la loro applicazione ai casi concreti. Se non ho capito male – non sono giurista – quelle persone concrete non venivano comunque danneggiate, in nessun caso, perché il loro valore scientifico sarebbe stato o era riconosciuto in qualsiasi situazione, dunque soggettivamente non avrebbero subito ingiustizie valutative.

    • il ricorso doveva essere presentato da chi subiva un danno, ma ANVUR (per caso?) ritardò la pubblicazione delle liste delle riviste di fascia A proprio per l’area 12 (Scienze Giuridiche). Le liste uscirono dopo che il ricorso fu giudicato inammissibile.

  20. Forse mi sbaglio ma noto che i docenti italiani dopo aver raggiunto l’apice della propria carriera universitaria ed iniziano ad assumere posizioni di “comando” diventano improvvisamente cavalieri di una meglio non precisata eccellenza scientifica fatta a modo loro. Questo avviene nei dipartimenti, negli atenei o presso qualche ministero. Questi personaggi appena si mischiano nella politica si dimenticano da dove vengono e come ci sono arrivati.

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