L’intervento di Mario Morcellini sul cantiere sempre aperto dell’università italiana, pubblicato su «ROARS» il 20 agosto, solleva molte e importanti questioni, per esempio a proposito del «combinato disposto tra crisi economica e politiche universitarie recessive [che ha] ulteriormente ridotto, nell’accesso all’istruzione universitaria, la già modesta quota di studenti provenienti da famiglie più deboli». In questa sede, però, mi interessa rispondere al quesito che fa da titolo al suo articolo: «Chi paga il conto della crisi?». Lo farò ricorrendo al conforto di alcuni dati, alla luce dei quali si affaccia un’altra e più inquietante risposta alla domanda posta nell’articolo di Morcellini: i conti dello smantellamento del sistema pubblico dell’istruzione superiore li pagherà l’intero paese.

L’intervento di Mario Morcellini sul cantiere sempre aperto dell’università italiana, pubblicato su «ROARS» il 20 agosto, solleva molte e importanti questioni e lo fa in modo assolutamente convincente. Le sue considerazioni sull’effetto destabilizzante di un riformismo permanente, che non approda mai a una fase “a regime”, non sono del tutto nuove, come l’autore stesso ricorda, ma non mi pare che per questo motivo qualcuno abbia cercato di arrestare la frenesia che da un decennio circa sta devastando la vita dei nostri Atenei.

In questa sede mi interessa però approfondire un passaggio del suo intervento, in cui significativamente si chiedeva chi stesse pagando il conto della crisi: mi riferisco in particolare a quanto egli scrive a proposito del

combinato disposto tra crisi economica e politiche universitarie recessive [che ha] ulteriormente ridotto, nell’accesso all’istruzione universitaria, la già modesta quota di studenti provenienti da famiglie più deboli dal punto di vista delle chance.

Proverò a contribuire, con il conforto di qualche dato, nella ricerca di risposte al quesito che fa da titolo all’articolo.

Quando si parla di calo delle immatricolazioni (uno degli argomenti preferiti negli articoli sull’università che periodicamente appaiono sui nostri giornali) bisognerebbe uscire dal vago e ricordare che, in un paese che registra già nella fascia d’età compresa fra i 25 e i 64 anni una percentuale di laureati pari al 15% rispetto al 28% dell’Europa e al 31% dei paesi OCSE[1], non stiamo assistendo ad una generica riduzione della popolazione universitaria, ma agli effetti inequivocabili di politiche regressive. Il fenomeno è infatti contrassegnato da pesanti differenze di classe (uso un linguaggio “vetero”, ma non riesco a trovare un’espressione più appropriata): i dati sfornati annualmente da Alma Laurea e Alma Diploma[2] ci ricordano che si iscrivono all’università il 78% dei diplomati di estrazione borghese contro il 48% dei giovani di famiglia operaia; anche il titolo di studio dei genitori influenza le scelte dei giovani, se è vero che l’89% dei diplomati provenienti da famiglie in cui almeno un genitore è laureato ha deciso di iscriversi all’università; i posti letto nelle case dello studente coprono il 2% della popolazione studentesca in corso, 5 volte meno che in Spagna, 8 volte meno che in Francia e Germania, 17 volte meno che nel Regno Unito; soltanto il 7% degli studenti universitari ottiene una borsa di studio, contro il 25,6% della Francia, il 30% della Germania e il 18% della Spagna (nell’ultimo quinquennio il numero dei beneficiari è calato del 22%, mentre è aumentato nei paesi appena citati, e, scandalo nello scandalo, la percentuale di aventi diritto che riesce ad ottenere una borsa è molto variabile da zona a zona, se è vero che percentuali tra il 99 e il 100% delle richieste di aiuto finanziario approvate vengono soddisfatte al Nord e al Centro, mentre nelle regioni meridionali si oscilla fra il 65 e il 68%).

decreto_istruzione_2Studenti universitari beneficiari di borsa in Italia, Spagna, Germania e Francia, a.a. 2006/07, 2010/11 e 2011/12 a confronto.


Questi numeri non sono ininfluenti sul dato disaggregato su base territoriale del calo degli iscritti: nell’ultimo quinquennio le iscrizioni all’università sono calate del 20% nelle regioni meridionali e del 5% in quelle settentrionali, a conferma che la crisi colpisce in modo più pesante proprio nei ceti sociali e nelle aree geografiche in cui maggiore sarebbe il bisogno di qualificazione.

Dati alla mano si può concordare, dunque, con la risposta che Morcellini si è data: il costo della crisi lo stanno pagando i più deboli.

Ma andiamo avanti con un’ulteriore considerazione. Bisogna aggiungere il totale svilimento del valore delle competenze e il conseguente diffondersi della convinzione che studiare non sia “conveniente”. È vero che all’estero studiare rende più che da noi: In Italia i laureati di 25-34 anni guadagnano solo il 22% in più dei diplomati, mentre nei paesi OCSE il differenziale retributivo è mediamente del 40%. Questo dato di fatto non è compensato dalla constatazione che nel periodo 2007-2013 tra i laureati la disoccupazione è aumentata “solo” del 6,5%, rispetto al 15% dei diplomati e al 23% di chi ha conseguito solo la licenza media. Possiamo dire che l’ascensore sociale è fuori servizio e che in Italia laurearsi non assicura più i processi di mobilità verso l’alto che garantiva nei decenni scorsi.

AlmaLaureaDisoccupatiPerTitoloDiStudioL’elevato tasso di disoccupazione o sottoccupazione intellettuale, specie fra i giovani e le donne, è motivo di frustrazione, ma è in primo luogo uno spreco enorme, a fronte degli investimenti che le famiglie e lo Stato hanno effettuato nell’istruzione. Questa situazione dovrebbe preoccupare maggiormente, perché si verifica in presenza di un numero di laureati e diplomati molto basso. In base ad una elementare legge economica, una risorsa scarsa dovrebbe essere molto richiesta e acquistare molto valore: non è così nel nostro mercato del lavoro, forse perché un apparato produttivo vecchio e dequalificato, fatto in gran parte di piccole imprese, non richiede personale con elevati livelli di istruzione. Se il mancato assorbimento dei nostri laureati dipendesse soltanto da una loro insufficiente o inadeguata preparazione, le aziende si affretterebbero a investire nella formazione e nell’aggiornamento dei propri dipendenti o importerebbero manodopera qualificata da altri paesi. Invece ciò non avviene, semplicemente perché non ne hanno bisogno. Si spiega così la scarsa incidenza degli occupati nei settori ad alta densità di conoscenza: in Italia solo il 3,3% degli occupati lavora nei settori più innovativi, con un valore inferiore alla media europea (nell’ambito dell’UE a 15 solo Portogallo e Grecia fanno peggio di noi). Queste cifre sono ancora più preoccupanti se si considera che in Italia il dato arretra ogni anno dello 0,3%, mentre in Europa cresce delle 0,9% medio annuo. I manager, i dirigenti e chi esercita professioni intellettuali particolarmente qualificate sono in Italia il 16,9% sul totale degli occupati, rispetto al 23,9% della media europea[3].

AlmaLaureaOccupazioniQualificate

Se a ciò aggiungiamo il fatto che dal 2004 nelle imprese italiane è andata progressivamente riducendosi la percentuale di nuovi assunti con un livello elevato di specializzazione, in controtendenza rispetto a quanto accadeva in tutti gli altri paesi europei, viene il dubbio che questa possa essere una delle cause della scarsa competitività delle nostre aziende e delle difficoltà che esse incontrano nell’uscire dalla crisi.

E allora si affaccia l’ipotesi di un’altra e più inquietante risposta alla domanda posta nell’articolo di Morcellini: i conti dello smantellamento del sistema pubblico dell’istruzione superiore li pagherà l’intero paese.

 

[1] <http://www.oecd.org>.

[2] <http://www.almalaurea.it/> e <http://www.almadiploma.it/>.

[3] Ho provato a evidenziare qualche correlazione tra livelli di istruzione, competenze della popolazione adulta e andamento economico nel mio volumetto Senza sapere. Il costo dell’ignoranza in Italia, Roma-Bari, Laterza, 2014.

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