Sottoponiamo ai lettori alcune proposte sul sistema dell’Università e della ricerca. Le presentiamo con l’intento di favorire una discussione approfondita, al termine della quale procedere alla redazione di un documento definitivo da proporre ai decisori. Ringraziamo in anticipo tutti coloro che vorranno collaborare alla discussione con spirito costruttivo.

***

ROARS è nato per sostituire fatti alle tante leggende che circolano sull’Università italiana. Ed i fatti (Dati OCSE Education at a Glance 2012) sono:

  1. che l’Italia ha solo il 21% di laureati nella fascia 25-34 anni, occupando il 34-esimo posto su 37 nazioni;
  2. che l’Italia è solo trentunesima su 36 nazioni per quanto riguarda la spesa per educazione terziaria rapportata al PIL;
  3. che  durante la crisi, mentre in 24 nazioni su 31 la spesa complessiva in formazione cresceva in rapporto al PIL, in Italia la spesa non solo è diminuita ma ha subito il calo più pesante di tutte le nazioni considerate ad eccezione dell’Estonia;
  4. che la spesa cumulativa per studente universitario è inferiore alla media OCSE e ci vede sedicesimi su 25 nazioni considerate;
  5. che le tasse universitarie sono tra le più alte in Europa: l’Italia è quarta dopo Regno Unito, Paesi Bassi e Portogallo.

Malgrado questo, la produttività scientifica italiana dei ricercatori italiani è superiore a quella di Germania, Francia e Giappone (International Comparative Performance of the UK Research Base, pp. 65-66, analisi basata su dati Scopus e OCSE).

Le leggende che da qualche anno impediscono all’opinione pubblica del Paese di apprezzare questi fatti sono state invocate per giustificare la Riforma Gelmini come strumento indispensabile per modernizzare l’accademia italiana. In realtà, l’infinito processo riformatore la sta paralizzando e soffocando. Inoltre, l’inserimento all’interno delle procedure di valutazione e reclutamento di strumenti di valutazione e controllo mal congegnati sta aprendo la strada al contenzioso giudiziario con il risultato di consegnare ai giudici amministrativi le decisioni ultime sul governo della ricerca nel nostro Paese.

Siamo convinti che sia ora di correggere la rotta, tenendo conto delle esperienze internazionali.

Per questo motivo, desideriamo sottoporvi queste riflessioni: si tratta solo di primi spunti per favorire un’ampia discussione anche in vista delle prossime elezioni politiche.

A partire di qui, vorremmo giungere alla definizione di proposte da sottoporre ai policy makers, come tappa conclusiva di un percorso di elaborazione condivisa con gli attori del sistema, e fra questi in primis con chi ha scelto di dedicare la propria vita alla ricerca.

Vale la pena di ricordare che i dipartimenti, le aule e i laboratori delle Università e dei centri di ricerca funzionano grazie alla dedizione di decine di migliaia di persone che hanno fatto una scelta ispirata in primo luogo dalla passione per la conoscenza. Persone che nella maggior parte dei casi lavorano con dedizione, e che sarebbero ben felici di fare di più, ma chiedono rispetto.

Da ultimo, va ricordato che senza un netto cambio di marcia rispetto alle politiche di tagli indiscriminati al finanziamento del sistema, non sarà possibile ottenere alcun risultato significativo.

L’Università italiana ha subito negli ultimi anni un lungo e travagliato processo riformatore. Non è ragionevole ipotizzare subito nuove radicali riforme. Per questo proponiamo misure di breve termine, più leggere e di più facile attuazione e misure di più lungo termine, che andranno comunque considerate dopo un attento monitoraggio del funzionamento del sistema dell’Università e della ricerca.

1. Reclutamento

Coordinare reclutamento e progressioni per garantire il ricambio in tutti i ruoli

Le abilitazioni nazionali sono di fatto fallite. Se anche dovessero sopravvivere all’ampio contenzioso che si è creato, è ormai chiaro che esse non sono affatto uno strumento per la promozione del merito nel reclutamento accademico, secondo quanto a suo tempo affermato dai sostenitori della l. 240/2010. Inoltre, se non verrà arrestata la progressiva riduzione dell’organico della docenza, il sistema delle abilitazioni rischia di chiudere definitivamente le porte del reclutamento a larga parte dei giovani non strutturati, a prescindere dai loro meriti scientifici.

Che l’abilitazione ora in corso giunga o meno a conclusione, occorre comunque prevedere interventi minimi correttivi per impedire il collasso del sistema. Prevediamo il ricorso a concorsi con commissioni prevalentemente sorteggiate per il reclutamento. Sia per accedere al reclutamento che per le progressioni di carriera interne all’ateneo riteniamo opportuno il ricorso a abilitazioni nazionali bandite con cadenza annuale a numero programmato.

Nel breve termine è auspicabile che:

A) Le prossime tornate di abilitazioni, successive a quella ora in corso,  si svolgano a numero programmato. Per ogni settore scientifico il numero di abilitati deve essere sufficiente alle necessità di reclutamento e ricambio generazionale nelle fasce consentendo una ragionevole libertà di scelta agli atenei, senza eccedere in modo sregolato la capacità di assorbimento.

B) Occorre definire criteri minimi di qualificazione scientifica per l’accesso alle abilitazioni, evitando parametri di natura statistica (per es. mediane, medie e percentili) ma ricorrendo a parametri assoluti, facilmente accertabili dai candidati e dalle commissioni, definiti e periodicamente rivisti dal CUN (vedi sub 2).

C) Occorre distinguere tra reclutamento e progressione di carriera. Il reclutamento nelle diverse fasce deve avvenire mediante concorsi locali riservati ai possessori dell’abilitazione scientifica, con commissioni composte per i 4/5 da soggetti esterni all’ateneo, appartenenti al settore scientifico disciplinare o al macrosettore, scelti per sorteggio pubblico tra coloro che sono dotati dei requisiti minimi di produttività scientifica.

Per le progressioni di carriera, gli atenei possono deliberare la chiamata degli interni che abbiano conseguito l’abilitazione al ruolo superiore senza ulteriori adempimenti.

Nota: la possibilità di promozione alla I e II fascia degli interni abilitati tramite chiamata (senza ulteriore concorso) è limitata a chi abbia conseguito l’abilitazione a numero programmato. Ciò non vale per le abilitazioni a numero aperto attualmente in corso, che danno solo diritto di partecipare a concorsi locali nella rispettiva fascia.

Nel medio periodo:

D) Sono necessarie misure per favorire la mobilità dei docenti fra le sedi. Tra queste, occorre considerare un incremento della quota riservata nel reclutamento locale a soggetti esterni che nell’ultimo triennio non hanno prestato servizio, o non sono stati titolari di assegni di ricerca ovvero iscritti a corsi universitari nell’Università stessa (L. 240/2012, art. 18 comma 4), applicando tale quota separatamente per ciascuna delle fasce e per le posizioni di ricercatore a tempo determinato di tipo B.

E) Misure per ripristinare il flusso di giovani studiosi verso le Università italiane. Al momento è previsto che i giovani ricercatori, dopo il dottorato possano concorrere per assegni di ricerca, posti da ricercatore a tempo determinato (RTD) di tipo A rinnovabili una volta, e posti da ricercatore a tempo determinato di tipo B non rinnovabili con una sorta di tenure track. Questi ultimi sono suscettibili di trasformarsi in posizioni da professore associato, previo superamento dell’abilitazione scientifica nazionale Si tratta però di un canale allo stato inattivo, poiché i posti RTD tipo B sono estremamente costosi in termini di punti organico (0.7) e perché vi è un secondo canale di accesso alla seconda fascia che riguarda i ricercatori ad esaurimento, molto più numerosi.

Per superare la contrapposizione tra le aspirazioni di carriera dei ricercatori e quelle dei giovani studiosi non strutturati, occorre rendere accessibile il canale di reclutamento di tipo B direttamente ai dottori di ricerca (senza richiedere un precedente triennio di RTD di tipo A) e trasformarlo in una via di accesso al rinnovato ruolo di ricercatore a tempo indeterminato (RTI), che tornerebbe pertanto ad essere il primo gradino della carriera accademica. Contestualmente occorre istituire un’abilitazione di III livello, il cui conseguimento è necessario per l’immissione, al termine del triennio, degli RTD di tipo B nel ruolo degli RTI. In tale quadro occorre prevedere finanziamenti ad hoc riservati a bandi per RTD di tipo B. I regolamenti riguardanti il reclutamento di ricercatori a tempo determinato di tipo B debbono essere uniformati prevedendo il sorteggio pubblico di 4/5 della commissione giudicatrice e il rispetto della quota riservata a soggetti esterni che nell’ultimo triennio non hanno prestato servizio, o non sono stati titolari di assegni di ricerca ovvero iscritti a corsi universitari nell’Università stessa. Il possesso preventivo dell’abilitazione di terzo livello è titolo preferenziale nei bandi per RTD di tipo B. Il rinnovato ruolo degli RTI è unicamente a tempo pieno e orientato prevalentemente all’attività di ricerca.

2. Riforma del CUN e Autonomia universitaria

Occorre partecipazione e condivisione delle regole.

Nel breve termine:

Il CUN deve essere riformato in modo da divenire la sede di rappresentanza istituzionale della comunità scientifica (non del sistema universitario nelle sue componenti). L’organo deve essere dunque snellito eliminando le componenti estranee alla comunità scientifica. Occorre attribuire al CUN compiti di raccordo fra le comunità scientifiche e l’Agenzia di valutazione.

Essendo organo rappresentativo delle comunità scientifiche, dev’essere il CUN a definire in modo partecipato e trasparente i criteri di massima per la valutazione.

Contestualmente occorre riassegnare al CUN la competenza disciplinare sul personale docente, se non altro come sede di seconda e ultima istanza di giudizio.

3. Sistema della valutazione

a)     Restituire la valutazione della ricerca ai ricercatori.

Il sistema di valutazione è uno degli snodi chiave per lo sviluppo della attività di ricerca. Un sistema di valutazione ben disegnato è indispensabile per le decisioni relative al finanziamento della ricerca.

L’assetto istituzionale attuale è del tutto inadeguato poiché attribuisce ad una agenzia ministeriale (ANVUR) di nomina politica e vigilata dal ministro tutte le attività di valutazione della ricerca e di «assicurazione della qualità» nell’Università. In questo modo le decisioni sulle policies non sono chiaramente distinte dalle attività di valutazione. È necessaria pertanto una modifica radicale dell’assetto istituzionale del sistema della ricerca.

Nel breve termine:

E’ urgente che il CUN, come scritto al punto 2, assuma la funzione di rappresentanza istituzionale della comunità scientifica e non delle componenti del sistema universitario. Ad esso spetta di definire, in raccordo trasparente e formalizzato con le comunità scientifiche e con l’agenzia di valutazione, i criteri di massima che dovranno potranno essere utilizzati per la realizzazione delle attività di valutazione (ad esempio le classificazioni disciplinari, le denominazioni dei corsi di studio, la definizione dei criteri per la costruzione di liste di riviste scientifiche etc.). In tal modo è possibile iniziare a riequilibrare e stabilizzare il sistema della valutazione.

Nel medio periodo:

La creazione di una Agenzia autonoma, sul modello della francese AERES, dotata di due dipartimenti separati e indipendenti fra loro, rispettivamente dediti alla valutazione della ricerca e alla valutazione e accreditamento dei corsi di studio. Ciascun dipartimento dispone di un consiglio direttivo ampio costituito da ricercatori (Università ed enti pubblici di ricerca – EPR), esperti di valutazione nominati su proposta delle Università e degli EPR e anche da personalità qualificate provenienti dalla ricerca privata. I dipendenti di Università ed EPR chiamati a far parte dei consigli direttivi percepiscono solo indennità aggiuntive a copertura delle spese e non sono assimilati nelle retribuzioni ai dirigenti del ministero.

b)     Strumenti ed articolazione della attività di valutazione della ricerca

Le esperienze in corso della VQR e delle abilitazioni stanno mostrando che gli strumenti di valutazione di cui si è dotata ANVUR sono del tutto inadeguati, perché realizzati senza il rispetto degli standard minimi adottati a livello internazionale. I risultati della VQR sono viziati da errori di impostazione tali da compromettere del tutto la credibilità dei risultati finali del costoso esercizio. Il modello VQR nella sua configurazione attuale va immediatamente abbandonato. Il database delle pubblicazioni realizzato per le abilitazioni solo difficilmente potrà essere utilizzato come anagrafe nazionale della ricerca. Per non parlare delle incredibili liste di «riviste scientifiche» relative alle aree non bibliometriche.

Per realizzare una efficace e credibile attività di valutazione della ricerca che possa essere applicata a vari livelli di aggregazione sono immediatamente necessari due strumenti di base:

1)     l’anagrafe nazionale dei prodotti della ricerca (ANPREPS), già prevista da una norma del 2009 ma mai attuata, deve essere realizzata e manutenuta dal MIUR (non dalla Agenzia di valutazione) secondo standard internazionali. I prodotti inseriti nell’anagrafe devono essere classificati per tipologie. Le tipologie (ad es. articolo/libro scientifico, articolo/libro divulgativo) sono definite dalla comunità scientifica (tramite il CUN) secondo standard classificatori internazionali;

2)     una lista di riviste scientifiche, realizzate anch’essa secondo le convenzioni internazionali sul modello di analoghe liste realizzate altrove (Finlandia, Norvegia, Francia, Australia). I criteri per la realizzazione della lista sono costruiti attraverso una ampia consultazione delle comunità scientifiche. La lista è realizzata e manutenuta dal MIUR. La lista è aggiornata annualmente. Una rivista, una volta ritenuta scientifica resta tale per tutti i settori e per tutte le aree.

L’Agenzia di valutazione della ricerca o il dipartimento a ciò preposto realizza:

  • indagini bibliometriche a cadenza annuale/biennale relative alla produttività del sistema della ricerca e impatto della produzione scientifica italiana.
  • un esercizio di valutazione della qualità della ricerca quadriennale, sulla base del modello REF britannico (peer review su un numero limitato di prodotti);
  • verifica ex post i risultati dei progetti di ricerca finanziati dal MIUR (vedi punto successivo).

4. Finanziamento della ricerca.

Ridurre la frammentazione per aumentare l’efficacia, evitare concentrazioni improprie e salvaguardare il pluralismo della ricerca.

Il finanziamento delle Università e degli Enti Pubblici di Ricerca [EPR] avviene attraverso due canali: il fondo di finanziamento ordinario, che ormai permette solo di pagare le spese fisse, ma non di finanziare l’attività di ricerca; ed i finanziamenti per progetto.

Per quanto riguarda il primo canale, per le Università una parte del fondo di finanziamento ordinario (in prospettiva il 25%) dovrebbe essere distribuita in funzione dei risultati conseguiti nella ricerca e nella didattica tenendo conto dell’efficienza nell’uso delle risorse.

Il sistema attuale di finanziamento a progetto non è coordinato centralmente, non garantisce trasparenza delle decisioni e soprattutto concentra le risorse (su gruppi e discipline) in modo del tutto inefficiente. Il recente bando PRIN per esempio, concentra le risorse in modo eccessivo in ambiti disciplinari in cui tale concentrazione non è nei fatti necessaria né auspicabile, perché non sono necessari finanziamenti di entità particolarmente ingente per condurre la ricerca. Ne segue che molti gruppi di ricerca nell’Università e gli EPR non sono messi in condizione di operare in maniera ordinaria.

Premessa necessaria al ridisegno del sistema è che tutti i finanziamenti straordinari rispetto all’ordinario funzionamento di enti di ricerca e Università, inclusi i progetti bandiera, devono essere assegnati tramite bandi pubblici. L’obiettivo è la costruzione di un meccanismo (bandi, progetti, revisione da parte di panels indipendenti) che distribuisca fondi per la ricerca  tenendo conto di capacità e risultati.

Nel breve termine:

Occorre differenziare i bandi per progetti di diversa dimensione (grande, media e piccola), ognuno con una periodicità diversa (più frequenti per i progetti di piccola dimensione).  I progetti più piccoli (ricerca individuale e per piccoli gruppi) sono di importanza fondamentale perché permettono di finanziare la ricerca di base curiosity driven e salvaguardare per questa via il pluralismo della ricerca in un contesto in cui le attività di valutazione per loro natura tendono a premiare la ricerca mainstream.

Le procedure di valutazione devono essere svolte nel modo più rigoroso e trasparente secondo le guidelines europee per la peer review. I nomi dei valutatori vanno resi pubblici a bando concluso e i loro CV devono essere resi pubblici.

L’agenzia di valutazione della ricerca deve svolgere sistematicamente attività di verifica ex post dei risultati dei progetti finanziati.

Nel medio periodo:

Si può prevedere la creazione di un organismo nazionale di coordinamento del finanziamento alla ricerca, per evitare sprechi di risorse ed allocazioni errate. A questo proposito sono possibili due scelte alternative.

La prima, consiste nella creazione di un’agenzia ad hoc, che accentri e coordini le fonti di finanziamento della ricerca, attualmente disperse e pertanto difficilmente programmabili. Una tale struttura può tuttavia generare un potenziale incremento dei costi e compromettere l’autonomia degli enti finanziatori.

In alternativa, è possibile pensare a una struttura leggera che si incarichi di:

  • manutenere un archivio pubblico dei bandi per finanziamento alla ricerca
  • manutenere l’elenco nazionale dei valutatori dei progetti di ricerca
  • fornire guidelines e supporto per la redazione di bandi effettivamente competitivi, che siano all’altezza dei migliori standard.
  • fornire guidelines e supporto per la valutazione dei progetti presentati e per la verifica dello svolgimento delle attività di ricerca in itinere.
  • assicurare un monitoraggio continuo ed un’attività di analisi del sistema del finanziamento alla ricerca.

5. Valutazione della didattica ed accreditamento

Recuperare il ritardo senza morire di burocrazia.

L’Università italiana è in enorme ritardo in relazione alle attività di assicurazione della qualità dei corsi di studio ed accreditamento come definiti nel processo di Bologna. ANVUR sta preparando AVA (Autovalutazione, Valutazione, Accreditamento) il cui disegno appare ispirato ad un controllo burocratico e centralizzato delle attività di educazione terziaria.  AVA prevede la raccolta di una gran mole di dati – incluso dati di dubbia utilità per la rilevanza della qualità -, ma mette in secondo piano il giudizio esperto sulla conduzione delle attività ordinarie.

Nel breve termine:

I Nuclei di Valutazione costituiti presso le singole Università svolgono in coordinamento con l’Agenzia nazionale le attività di valutazione ex ante in itinere ed ex post, verificando le rispondenza delle attività degli organismi locali di “assicurazione della qualità”   agli standard nazionali.

Il CUN definisce i criteri e controlla denominazione, disegno e contenuti dei corsi di studio.

Come già rilevato, ANVUR è agenzia di nomina ministeriale e sottoposta alla vigilanza del Ministro. Non sembra presentare le caratteristiche di indipendenza dal ministero richieste alle agenzie di valutazione da ENQA (European Association for Quality Assurance in Higher Education), e che dovranno essere vagliate da EQAR (European Quality Assurance Register for Higher Education).

Nel medio periodo:

È quindi opportuno prevedere la sua trasformazione (vedi sub 3), in modo che l’attività di valutazione ed accreditamento dei corsi di studio si svolga secondo le linee previste dagli Standards and Guidelines for Quality Assurance in the European Higher Education Area.

6. Enti di Ricerca

Più autonomia per una migliore realizzazione della propria missione.

È necessario invertire il processo di marginalizzazione della comunità scientifica interna e del personale negli organi di autogoverno, la riduzione dell’autonomia e l’ingerenza politico-ministeriale nella gestione degli Enti Pubblici di Ricerca (EPR). Gli EPR devono avere la capacità di organizzare la propria struttura con l’obiettivo di perseguire la mission definita in sede politica dai ministeri di riferimento. Deve essere garantita sia l’autonomia della ricerca che l’indipendenza del potere politico degli organi decisionali degli enti.

Gli EPR saranno quindi disciplinati esclusivamente dai loro statuti, redatti in coerenza con i principi contenuti nella Carta europea dei ricercatori garantendo spazi autentici di autogoverno e partecipazione diretta del personale.

La comunità interna deve esprimere oltre al consiglio scientifico almeno un rappresentante nel consiglio di amministrazione comunque composto da personalità che vantano esperienze di alto livello nei settori di competenza dell’ente. I consiglieri di amministrazione esterni all’ente dovranno essere scelti con un bando pubblico e selezionati successivamente dal consiglio scientifico. Il ruolo del consiglio scientifico dovrà essere non solo di carattere propositivo rispetto all’implementazione della mission dell’ente ma anche rispetto all’organizzazione del lavoro a garanzia dell’autogoverno e dell’autonomia dei ricercatori nell’ambito della missione dell’ente stesso.

I Presidenti degli EPR e gli eventuali componenti di nomina governativa nei Consigli di Amministrazione devono essere scelti nell’ambito di distinte rose di candidature proposte da appositi comitati di selezione nominati, di volta in volta, per ciascun ente.

Gli EPR devono poter operare sulla base di un piano quinquennale di attività, che deve definire gli obiettivi, i programmi di ricerca, i risultati socio-economici attesi, nonché le risorse, che dovranno essere previste in coerenza con il programma nazionale per la ricerca che dovrà diventare anche esso quinquennale.

7. Diritto allo studio

Il diritto allo studio universitario occupa da sempre un ruolo marginale nel panorama delle politiche sociali, con la conseguenza di essere collocato al fondo dell’agenda politica dei governi che si sono succeduti, e di avere assegnate risorse irrisorie anche nel periodo pre-crisi. Negli ultimi due anni (2010 e 2011) il Fondo statale che finanzia le borse di studio – l’intervento principale a sostegno dei capaci e meritevoli privi di mezzi – è stato pari a meno di 100 milioni di euro. In primo luogo, dunque, occorrerebbe un’inversione di tendenza culturale che riconosca all’insieme di interventi a favore degli studenti dignità di politica.

Nel breve termine:

Un primo passo in tal senso potrebbe essere, non solo quello dell’incremento del finanziamento statale, pure indispensabile, ma quello di creare all’interno del MIUR, una Direzione specifica per lo studente ed il diritto allo studio universitario, attualmente invece accorpata a quella per l’Università. Questa dovrebbe avere il compito di monitorare sistematicamente gli interventi redigendo una relazione annuale.

Il sistema di finanziamento dovrebbe essere modificato in modo tale che gli studenti aventi diritto alla borsa abbiano la garanzia di riceverla su tutto il territorio nazionale, con condizioni di accesso uniformi, e che tutti abbiano un contributo monetario integrativo della borsa se partecipano a programmi di mobilità internazionale.

Oggi le tre fonti di finanziamento delle borse sono lo Stato, le Regioni e gli studenti attraverso la tassa regionale per il diritto allo studio universitario (DSU). Tuttavia sia lo Stato che le Regioni stanziano le risorse in base a quanto messo a bilancio e non in base al fabbisogno. Non esiste alcuna forma di corresponsabilità finanziaria, che è ciò che consentirebbe di far scomparire la figura dello studente idoneo non beneficiario, presente solo in Italia. In Germania, ad esempio lo Stato contribuisce per il 65% e i Länder per il restante 35%.

Quindi, sarebbe necessario un coordinamento nazionale degli enti regionali per il DSU, il che sarebbe utile sia ai fini gestionali degli enti stessi, che potrebbero comparare costi e procedure, sia per rendere più uniformi i criteri di accesso ai diversi interventi e le relative tariffe.

In luogo di 50 bandi di borse di studio, e altrettanti bandi per l’alloggio e altrettanti regolamenti di ristorazione, sarebbe opportuno che ve ne fosse uno a livello nazionale, almeno per la borsa di studio, come accade negli altri paesi europei.

Nel medio periodo:

Dovrebbe essere ripensato il Fondo per il merito, istituito dalla legge 240/2010, per trasformarlo in un Fondo di garanzia per l’erogazione di prestiti agli studenti attualmente esclusi dalla borsa di studio: gli studenti con una condizione economica lievemente migliore degli aventi diritto alla borsa, ovvero quelli che si potrebbero definire “quasi-borsisti”, e gli studenti iscritti a corsi post-laurea. Nel fondo dovrebbero confluire le residue risorse del progetto “Diritto al Futuro” – Fondo per il credito ai giovani, in capo al Dipartimento della Gioventù, consistente nell’erogazione di prestiti a studenti universitari meritevoli.

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164 Commenti

  1. Buonasera a tutti, premettendo che sono uno dei vincitori del programma Rita Levi Montalcini (rientro dei cervelli), bando 2009, tornato in Italia dopo cinque anni in Gran Bretagna (dei quali tre anni e mezzo in una posizione corrispondente a quella di associato), e che nel gennaio 2010 decisi di candidarmi per tale programma (e di tornare quindi in Italia) soltanto a motivo del particolare percorso consentito dal suo quadro giuridico (contratto triennale rinnovabile e successiva possibilità di chiamata diretta), vorrei cercare di dare un piccolo contributo alla discussione alla luce della mia esperienza nel Paese da cui provengo, la Gran Bretagna. L’ ultima idea che ho letto, quella di un reclutamento libero, corrisponde sostanzialmente a quanto avviene nel mondo anglosassone, le cui Università compaiono ripetutamente ai vertici delle classifiche mondiali degli Atenei. In Gran Bretagna, Paese che conosco approfonditamente, i meccanismi di valutazione della ricerca, che legano buona parte dei finanziamenti alle Università alla qualità della ricerca – cioé, meccanismi come il RAE ed, in seguito, il REF – determinano un interesse spontaneo, da parte delle Università, ad assumere (ed a far progredire) chi dimostra capacità di effettuare ricerca e di pubblicare ad alti livelli. Lo Stato semplicemente riconosce le politiche di reclutamento delle singole Università, ma le premia o punisce attraverso i meccanismi di distribuzione delle risorse. D’ altra parte, poiché a seguito di una generale riduzione delle risorse statali l’ onere del finanziamento delle Università é stato, in misura crescente, traslato sugli studenti, che vi pagano le rette più alte d’ Europa, le Università hanno anche un interesse a mantenere, a tempo indeterminato, coloro che dimostrano capacità pedadogiche in termini di qualità dell’ apprendimento degli studenti(o meglio, degli studenti-finanziatori) e di relativa soddisfazione. Le stesse Università, come condizione necessaria per il superamento del periodo di prova per tutte le posizioni a tempo indeterminato, richiedono normalmente l’ ottenimento di un titolo accademico professionalizzante per la docenza universitaria, il “Postgraduate Certificate of Learning and Teaching in Higher Education”, “PGCert”, riconosciuto dalla “Higher Education Academy” nazionale: si tratta, dunque, di un titolo (“..University teaching qualification”) che assolve in sostanza la stessa funzione svolta in Italia dall’ abilitazione ex legge 240 (ed in precedenza dall’ idoneità ex legge 230/2005), ma costruito su una logica ben diversa, data dall’ accertamento delle capacità del singolo candidato (verificate attraverso prove di esame nell’ arco di uno o in alcune Università di due anni accademici) a soddisfare anche le necessità di apprendimento degli studenti (oltre che ad effettuare ricerca di qualità)..ciò risulta coerente con il ruolo degli studenti stessi nella vita e nel finanziamento delle Università (chi non riesce ad ottenere il titolo, non supera il periodo di prova, a qualunque livello). La valutazione delle singole Università, oltre che dal Governo attraverso il RAE-REF nell’ ottica della ricerca, viene effettuata dagli stessi studenti attraverso una “National Student Survey” (NSS) i cui risultati, ciascun anno, vengono pubblicati sui quotidiani nazionali, influenzando le scelte dei futuri studenti e le future entrate delle singole Università. Complessivamente, il sistema – pur limitandosi lo Stato a riconoscere gli standards imposti dalle Università – assicura dunque che le Università non assumano o non mantengano, a tempo indeterminato, chi non produce risultati nell’ ottica della ricerca (REF) e/o non dimostra di saperli produrre anche nell’ ottica della qualità della docenza (PGCert, che rimane valido senza scadenze, o, comunque, eventuali titoli già ottenuti dal singolo candidato che dimostrino le medesime capacità). Le Università britanniche hanno interesse, in altri termini, ad assumere e mantenere a tempo indeterminato soltanto chi, da qualunque Paese provenga ed anche se inizialmente non conosciuto nell’ ambiente, dimostri di saper soddisfare il duplice standard in termini di ricerca e di docenza, in quanto le loro scelte in termini di personale determineranno le loro future risorse finanziarie…con tale logica, le Università britaniche hanno raggiunto, nella graduatoria mondiale degli Atenei, posizioni molto elevate, come credo tutti sappiate. Mi risulta che anche negli Stati Uniti le Università, che ricevono in proporzione meno fondi dallo Stato rispetto alla Gran Bretagna, abbiano un loro interesse naturale a reclutare soltanto chi dimostra capacità di effettuare ricerca ad alto livello e didattica di qualità..Stati Uniti e Gran Bretagna sono due dei tre Paesi (l’altro é la Germania) che costituiscono i maggiori poli di attrazione per i ricercatori italiani in fuga, e le cui Università monopolizzano le posizioni più elevate nelle graduatorie mondiali degli Atenei. In nessuno dei due Paesi lo Stato ha introdotto norme come quelle dell’ Art. 24 della legge 240/2010 che impongono il precariato ai ricercatori con i contratti tipo A e B, ed, ugualmente, in nessuno dei due lo Stato ha introdotto una procedura come l’idoneità ex legge 230/2005 e l’abilitazione ex legge 240/2010…recentemente, quando parlai con una professoressa americana di Harvard, in un momento di pausa durante una Conferenza internazionale nel mio settore, dei sistemi universitari in ottica comparata e le descrissi le nuove norme italiane in materia di contratti per i ricercatori e di abilitazione nazionale, ne rimase letteralmente allibita, facendomi commenti come “it does not make any sense”.
    Mi chiedo dunque se possa nuocere all’ interesse di qualcuno immaginare, anche per l’ Italia, un modello di Università che, come quelli anglosassoni, coniughi libertà e responsabilità.

    • Caro Luca,

      In questo momento sto vivendo anche io la mia esperienza anglosassone.
      Devo essere sincero, piu’ tempo passo qui, piu’ divento insofferente alle proposte tipiche italiane che prevedono regole e buricrazia infinita per sorteggi, settori, controlli doppi o tripli, divieti ed eccezioni.
      Alla fine si sa che si trova un modo per aggirare e fare in modo che si cambi tutto per non cambiare nulla.
      Prima di fare proposte bisognerebbe fare una domanda fondamentale: vogliamo cambiare davvero o solo fare finta?

    • Ciao a tutti, rispondo brevemente a Plymouthian ed a Marco Antoniotti.
      Condivido completamente il senso di frustazione che nasce osservando le regole italiane in ottica anglosassone, ed aggiungo che l’ eccessiva precarizzazione determinata in Italia dagli sviluppi legislativi culminati con la 240 si pone in contrasto con le raccomandazioni dell’ UNESCO, che aveva sottolineato l’ opportunità della “tenure” per tutte le posizioni accademiche e non può essere riconciliata né con la normativa europea né con la salvaguardia della libertà accademica (Carta Europea Diritti Fondamentali).

  2. Io vorrei partire da quanto ha scritto Luca Cerioni a favore di un modello di Università che, come quelli anglosassoni, coniughi libertà e responsabilità.
    Sinceramente la proposta ROARS mi pare il sintomo di una preoccupante involuzione del processo di autonomia e responsabilizzazione delle Università. Tre livelli di abilitazione nazionale a numero programmato, fino a cinque figure “di ruolo” (RTDa, RTDb, RTI, PA, PO), commissioni di concorso formate per sorteggio e con 4/5 dei componenti esterni. E sopra tutto (o meglio alla base di tutto) ancora la pletora di figure pre-ruolo che consentono un lunghissimo precariato.
    Ma è questa l’Università che vogliamo?
    Sarebbe un’Università chiusa, mortificata da un eccessivo controllo a livello centrale e governativo, inaccessibile agli esterni. Per ripristinare anche da noi il modello di un’Università aperta e di livello internazionale sarebbe necessario abbandonare le continue, inutili revisioni del processo di selezione “pubblica” e puntare a realizzare la vera autonomia universitaria coniugata ad una seria valutazione.
    Per quanto riguarda il reclutamento, poche semplici idee sarebbero implementabili già da subito sulla base della carta europea dei ricercatori:
    1) il ruolo unico della docenza mi sembra l’unico ragionevole rimedio alla proliferazione di figure “sussidiarie” nell’organico della docenza universitaria.
    2) Ricercatori, professori associati e professori ordinari sono già di ruolo nell’Università. Sono integrati in tutte le attività ordinarie di docenza, ricerca e gestione. Hanno di regola contratti permanenti a tempo pieno (o a tempo definito – da considerarsi a parte). Dunque non ha senso prevedere tre concorsi, cioè tre sbarramenti nella carriera di ciascuno, che costringono i più giovani ad un ruolo privo di reale autonomia scientifica e di dignità in virtù dei meccanismi di cooptazione, mascherati da valutazione comparativa. Più giusto ed anche caldeggiato dal consiglio europeo delle ricerche sarebbe pianificare una possibile carriera per i ricercatori, soggetta alla valutazione individuale. Dunque eventuali promozioni “interne” da una fascia all’altra, su budget dedicato.
    3) I concorsi dovrebbero essere previsti solo all’ingresso in ruolo, che potrebbe avvenire allo stadio iniziale (terza fascia) ma anche in stadi avanzati (prima o seconda fascia), per coloro che ancora non fanno parte dell’organico dell’Università che bandisce il concorso. Questi concorsi devono essere quanto più possibile “aperti, efficaci, trasparenti, favorevoli, paragonabili a livello internazionale e adeguati ai posti di lavoro proposti”. Queste caratteristiche escludono a mio parere una idoneità nazionale, meccanismo farraginoso ed inevitabilmente precluso a potenziali candidati stranieri.
    4) La commissione di concorso dovrebbe essere di “Facoltà” o di Ateneo e includere membri esterni, anche internazionali. Il modello che propongo è ispirato dalla carta europea dei ricercatori: una commissione di Facoltà valuta i curricula dei candidati sulla base di principi oggettivi (es le pubblicazioni, i brevetti, la gestione della ricerca, le attività di insegnamento e le conferenze, le attività di supervisione e di mentoring, e le collaborazioni nazionali o internazionali, i compiti amministrativi, le attività di sensibilizzazione del pubblico e la mobilità) e seleziona una rosa di candidati. I criteri di selezione degli idonei potrebbero essere stabiliti dalla legge se si vuole garantire l’uniformità sul piano nazionale del sistema universitario. La rosa di candidati è invitata a tenere uno o più seminari pubblici in Facoltà in modo che l’intera comunità possa assumersi in modo trasparente la responsabilità della nuova assunzione. Tutti gli ordinari della Facoltà hanno diritto di voto nella decisione collegiale.
    5) Un’unica figura pre-ruolo in sostituzione della miriade di borse, contratti, assegni post-doc. Il ricercatore (a tempo determinato) ha un contratto di validità triennale, rinnovabile una sola volta. Si possono prevedere posizioni con e senza tenure. Per le prime deve essere previsto il budget necessario stabilito in fase di programmazione triennale. Possono essere aperte posizioni tenure solo nel limite della disponibilità di bilancio. In questo modo sarebbe garantito a ciascun ricercatore (agli stadi iniziali della carriera) il diritto a conoscere le prospettive di carriera.
    6) Per i membri di ruolo della Facoltà (seconda e terza fascia) il passaggio alla fascia superiore (promozione) è attuato su richiesta del candidato in seguito ad una valutazione dell’attività di ricerca, delle attività di insegnamento, delle attività di supervisione e di mentoring, della partecipazione agli organi collegiali, della mobilità. Anche qui possono essere previste commissioni (internazionali) per la valutazione in base a criteri oggettivi, e seminari pubblici.

  3. Le tesi di Roars sono dichiaratamente un punto di partenza per la discussione. Un documento di base per una sorta di consultazione pubblica on line aperta a tutti i lettori.
    Già nell’appello lanciato da Roars a settembre per tentare di salvare le abilitazioni (https://www.roars.it/online/salviamo-le-abilitazioni-prima-che-sia-troppo-tardi
    ma anche in alcuni commenti a https://www.roars.it/online/il-ministero-dellinterpretazione-non-autentica-e-le-commissioni-medianiche )
    era presente una sollecitazione agli organi istituzionali, in primis il MIUR, ad indire una consultazione pubblica per acquisire dal basso le proposte, le preferenze, le opinioni della comunità scientifica sulla ASN. Ovviamente l’appello è rimasto inascoltato.
    Adesso Roars si assume un compito oneroso, ancora una volta: quello di fungere da catalizzatore e collettore del dibattito, rischiando in proprio, andando oltre la dimensione della critica, esponendo proprie tesi al processo di falsificazione, per stimolare la crescita qualitativa del dialogo. Di questo credo che tutti noi dobbiamo essere grati ai redattori di Roars.
    Perciò, trovo ingeneroso il tenore di alcune contestazioni. La proposta di Roars va interpretata nel giusto modo: un “iniziamo da qui”, perché vi sia una spola intorno a cui tessere una trama; non certo un “eureka” che viene calato dall’alto nell’ottica binaria del prendere o lasciare.
    Altrimenti sarà facile per i difensori dell’attuale ASN, quelli che si ergono a pragmatici tutori del “chi sa fa, chi non sa insegna”, dire: avete visto, appena Roars propone una soluzione alternativa ad ANVUR, che putiferio si scatena tra gli utenti! Questo dimostra che, in Italia, qualsiasi proposta formulata in positivo genera sempre divisioni, scontri, guerre fratricide, non c’è modo di mettere d’accordo non strutturati, ricercatori, ordinari, baroni e baronetti, giovani e vecchi. Allora giusto tagliare brutalmente l’irrecuperabile nodo gordiano della comunità scientifica italiana con la spada di ANVUR, e basta. Così si smette di litigare, si obbedisce, e basta chiasso.
    Ne trarrei questa conseguenza.
    Approfittiamo della proposta in sette punti di Roars non solo per scagliarci contro singoli punti, ma anche, in caso di dissenso, per suggerire volta per volta una formulazione migliorativa. Una sorta di sfiducia costruttiva.
    Facciamo cioè lo stesso sforzo dei redattori di Roars. Sarebbe bello poter dire: sono d’accordo con la proposta A) di cui al primo punto, ma non con la proposta B): suggerisco allora di riformulare quest’ultima come B1).
    Nessuna proposta complessiva può aspirare ad essere perfetta.
    Né sarebbe realistico immaginare che ciascuno di noi, versando in situazioni di partenza diverse (chi fuori dalle Università, chi dentro; chi fuori ma provenendo dalla realtà italiana, chi fuori ma in rientro da altri Paesi nei quali era emigrato; chi dentro stabilmente, chi precariamente; chi stabilmente come RTI ad esaurimento, chi come associato o come ordinario; chi come ordinario giovane, chi come ordinario in fase più avanzata della carriera, etc.), possa non entrare, almeno parzialmente, in conflitto con gli altri. Gli interessi non coincidono. Dunque, una proposta ragionevole non può soddisfare tutti, ma ricercare soltanto un punto di equilibrio, una formula di compatibilità, che dia e tolga a tutti quote di optimum il più possibile pari.
    Infine, una proposta che aspiri a funzionare deve essere semplice: eliminare tutti i passaggi procedurali non strettamente necessari; separare criteri (di tipo quantitativo) di ammissione/accesso da criteri (di tipo qualitativo) di valutazione/giudizio; evitare l’irrigidimento della valutazione in tassonomie di prodotti, liste, categorie. La semplicità, come ha suggerito il Prof. Cassese, è necessaria per evitare di burocratizzare e, conseguentemente, di tribunalizzare eccessivamente la procedura.
    Personalmente, per tutte queste ragioni, sono propenso a considerare la proposta di Roars, nel complesso, come un buon punto di mediazione. Se non il migliore dei mondi possibili, certamente uno dei migliori tra quelli che riesco ad immaginare ragionando in termini di equilibrio di sistema.
    Mi pare che uno dei punti più dibattuti sia l’incipit: un’abilitazione nazionale non aperta, ma a numero programmato. Su questo occorre chiarirsi. Per me, la priorità di qualsiasi procedura direttamente o indirettamente finalizzata all’accesso o alla progressione di carriera in impieghi pubblici deve avere un requisito: dare una ragionevole certezza ai partecipanti di poter trarre un’utilità da quell’abilitazione. Ciò che trovo inammissibile è illudere le persone, prenderle in giro con medaglie di cartone che non fanno altro che alimentare speranze infondate, quando le risorse sono poche e si sa già che tra tantissimi abilitati solo pochissimi troveranno un posto. Qualsiasi procedura, prima di aspirare alla moralità e all’onestà dei valutatori, deve essere essa stessa morale e onesta: deve essere in grado di mantenere le promesse, di creare un patto, di radicare fiducia nelle istituzioni pubbliche che la conducono. L’attuale ASN è una gigantesca presa in giro, da questo punto di vista. Il numero programmato potrà non piacere, ma, se associato a politiche di programmazione degli organici finanziariamente sostenibili che siano rese trasparenti e all’obbligo di indire con cadenze certe, predeterminate e inderogabili le tornate di abilitazione, potrebbe almeno consentire alle persone di programmare attendibilmente, a loro volta, un futuro che non si risolva in un ansiogeno punto interrogativo.

  4. Mi ricollego all’ultima parte dell’intervento di JUS: in merito all’abilitazione, mi pare siamo qui in presenza di due modelli alternativi. Quello proposto da Roars è l’abilitazione-concorso a numero chiuso, se capisco bene; tanto più che, sempre se capisco bene, l’abilitazione ottenuta nella competizione con altri non avrebbe scadenza. Ma allora si formerebbe una “graduatoria” pluriennale, sull’esempio di quelle – scellerate – della scuola?
    Io continuo a preferire il modello di abilitazione-selezione, con scadenza dopo quatro anni, rinnovabile se scaduta; un prerequisito, una selezione che si supera dopo quella che già dovrebbe di molto “scremare” in sede di dottorato. Un titolo necessario per, non sufficiente a.
    L’idea che si “illudano” in tal modo le persone è molto legata a mio avviso alla modalità tipicamente italiana con cui si sta vivendo l’attuale abilitazione: come una sorta di ordalia, che, per i “salvati”, preluderebbe all’agognata ennesima ope legis. Basterebbe far capire che così non è, e invece di 70.000 domande ne avremo, come nei paesi normali, qualche migliaio all’anno.

  5. Esatto, insorgere. What part of “ogni Dipartimento fa quello che vuole a suo rischio e pericolo” non si capisce?

    Non è possibile pensare di sostituire una legge centralistica con un’altra tale e quale.

    I punti da cui partire sono i seguenti:

    (1) Totale autonomia (se un Dipartimento vuole una valutazione esterna la chiede, se no, no).

    (2) È il singolo Ateneo che decide i livelli salariali a partire da una base standard nazionale (il “salario minimo garantito”) e le progressioni interne, anche a livello individuale.

    (3) L’unica norma standardizzata è in fase di reclutamento ed è quella anti-inbreeding: uno non entra dove ha fatto il dottorato.

    (4) Il finanziamento ordinario server per … il funzionamento ordinario.

    (5) I finanziamenti extra sono su progetti precisi di ricerca e di didattica. Questi finanziamenti sono erogati con fondi pluriennali e scadenze certe almeno semestrali.

    Non mi sembra difficile!

    Se poi vogliamo essere cattivi….

    (a) Le persone che hanno un’attività professionale extra-ateneo (you know who they are!) sono automaticamente a part-time con conseguente ponderazione dei loro voti nei consessi elettivi e/o deliberanti.

    (b) Gli SSD sono aboliti come stabilito dalla NEREA.

    Morale della favola, dati i chiari di luna che ci sono meno regolamentazioni centrali ci sono e meglio è.

    • Questa frase mi fa rabbrividire:

      “È il singolo Ateneo che decide i livelli salariali a partire da una base standard nazionale (il “salario minimo garantito”) e le progressioni interne, anche a livello individuale”

      Non so dove vive lei: applicata al mio ateneo, questa sentenza porterebbe alla distribuzione di fiumi di denaro (pubblico, non mi stanco mai di ricordarlo) agli amichetti del rettore, e alla marchionnizzazione di tutti gli altri.

    • Vivo sul pianeta terra. Se gli amici del rettore producono poco verranno puniti successivamente. Tanto non è che già non ci siano i meccanismi per distribuire risorse e prebende “ad-hoc”. Un “istituto” non si nega a nessuno. Naturalmente in modo opaco.

      Invece, una volta stabilito il minimo sindacale ed una norma che dica – massì – che la distribuzione del differenziale tra un neo-reclutato giovane ed un “ordinario” stia entro un limite ragionevole (inferiore allo stato attuale delle cose) le cose si sistemerebbero in poco tempo.

      Quest’organizzazione è più flessibile e affronta una volta per tutte il problema dei ricercatori neodottorati danesi a cui non passa neanche per l’anticamera del cervello di far domanda da noi. Sai com’è. Essere assunti come RTdA a Fisica a 1600 EUR al mese non è una grande prospettiva quando l’ordinario di altre discipline si porta a casa ben di più oltre ai suoi introiti come “professionista” (che però è professore, per carità!)

      Naturalmente il tutto dovrebbe essere fatto con dati pubblici e trasparenti. I rettori che sgarrano possono essere destituiti grazie a vari forconi. Una volta sostituito il rettore o chi per lui, vale il minimo sindacale.

      Se devo essere ulteriormente critico su questo commento, fp, o, meglio, su questo tipo di commenti, direi che il problema che continuiamo ad avere è quello di non avere fiducia nelle persone. In generale è meglio provare qualcosa di diverso che la continua “normazione” preventiva che – come ampiamente dimostrato – ha solo generato problemi.

    • Gentile Prof. Antoniotti,
      a me capita di vivere e lavorare in un Ateneo, nel pianeta italia, dove il magnifico Rettore, dopo aver ottenuto (in “appena” dodici anni di mandato) il favoloso risultato di portare, fra le altre cose, il numero degli studenti iscritti da 32.000 a 20.00 circa, è stato prorogato ope legis per ben due ulteriori anni. Sa da chi? Dal Ministro dell’Università del pianeta Italia.
      Scommetto che i ricercatori danesi faranno la fila per venire da noi.
      Grazie per l’attenzione

    • Caro Prof. fp. Io lavoro in Bicocca. Ufficialmente (Scopus docet) non ce l’ho abbastanza lungo ma noto una cosa: il prolungamento della carica del vostro rettore è figlia dell’idea che tutto vada legiferato e regolato. Io osservo che sarebbe ora di cambiare l’antifona invece di chiedere ulteriori regolamentazioni nazionali. Specie quando le persone che sono in carica o che potenzialmente lo saranno (inclusi i papabili del PD e dintorni – tranne uno! :) ) pensano in termini di robe quali la “governance” e la gerarchizzazione delle strutture.

      Tutto qua.

  6. I temi sono tanti e mi pare difficile riuscire a discuterli senza dividerli.
    Sul RECLUTAMENTO, a me la proposta non dispiace perche’ mi sembra un mosaico di elementi che potrebbe creare un buon equilibrio (a mio parere non esiste “la” regola o procedura che risolve il problema, un buon risultato si ottiene con un mosaico complesso di elementi).
    Il modello alternativo (tutti liberi di assumere e poi si valuta e si paga) mi pare difficilissimo da mettere davvero in funzione (che altrove funzioni, puo’ darsi, ma sarebbe il risultato di molti fattori, probabilmente diversi rispetto a quelli italiani). Per capirci, il modello barone potente + schiavetti potrebbe anche funzionare bene per attirare finanziamenti di ricerca (in vari settori è un fatto, non un’opinione), se li usassimo come strumenti di valutazione a posteriori. E ci sono molti altri motivi per i quali la valutazione a posteriori premierebbe, o potrebbe premiare, i soliti noti (anche se reclutano male). Mi pare che sia anche molto diverso, in concreto, cercare un sistema di valutazione a posteriori che premi qualche caso di big science (piu’ o meno meritato, ma diciamo anche meritato), oppure un sistema di valutazione che penalizzi la fascia bottom (mi pare che lo suggerisse De Nicolao e mi pare un’ottima idea), o un sistema che pretenda di agire anche sul “corpo” centrale (il piu’ difficile da valutare). E poi la valutazione è inevitabilmente molto aggregata, e quindi lascia spazio a una quota non piccola di pessimo reclutamento (esempi credo che ce ne siano tanti).

  7. Care colleghe e colleghi,

    per chi di voi legge lo spagnolo (o vuole provare a leggerlo), segnalo il Piano Strategico Nazionale per la Ricerca proposto dal Ministero dell’Economia del Regno di Spagna (il nuovo Governo ha attribuito al Ministero dell’Economia le competenze su ricerca e sviluppo). Come vedrete si tratta di un documento che ha impatto potenziale sia sulle Universita’ sia sugli enti di ricerca. Come nel caso della consultazione italiana (http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/ministero/focus111012) e’ possibile inviare commenti. E’ interessante notare che una delle proposte piu’ votate in Italia e’ stata l’istituzione di un premio televisivo per la ricerca (sic!)(http://h2020it.ideascale.com/) anche se ci sono state contestazioni circa il numero effettivo di voti indipendenti.

    Il piano spagnolo si puo’ trovare a questa URL:

    http://icono.fecyt.es/plan-estatal/Documents/PlanEstatal.pdf

    Il sito della consultazione e’ il seguente:

    http://icono.fecyt.es/plan-estatal/Paginas/Descripcion.aspx

    Secondo me, indipendentemente dai singoli obiettivi del piano spagnolo, dai quali si puo’ dissentire, la struttura del documento e’ ottima e puo’ essere un buon modello per il documento finale di ROARS.

    Cordiali saluti

    Enrico Scalas

  8. Iniziativa molto apprezzabile, quindi complimenti.
    Ho forti perplessità su alcune proposte in materia di valutazione: per esempio siete davvero sicuri che il REF britannico sia un modello utile da imitare per l’Italia? Esempio AERES: prudenza, non è tutto oro quello che luccica.
    Alcune proposte che avanzate su altri temi sono già al centro di rivendicazioni e battaglie svolte da sigle sindacali e associazioni professionali (vedi per esempio quanto indicato per gli enti di ricerca, ma anche sull’autonomia universitaria); in altri casi l’argomento viene affrontato con affermazioni molto “tranchant” e nello sesso tempo ambigue, che a mio avviso potrebbero anche servire a rafforzare molte delle cose che ripetutamente e giustamente avete criticato in questo blog. Esempio: “Il sistema attuale di finanziamento a progetto non è coordinato centralmente, non garantisce trasparenza delle decisioni e soprattutto concentra le risorse (su gruppi e discipline) in modo del tutto inefficiente. Il recente bando PRIN per esempio, concentra le risorse in modo eccessivo in ambiti disciplinari in cui tale concentrazione non è nei fatti necessaria né auspicabile, perché non sono necessari finanziamenti di entità particolarmente ingente per condurre la ricerca. Ne segue che molti gruppi di ricerca nell’Università e gli EPR non sono messi in condizione di operare in maniera ordinaria.” Se fossi un decisore politico deciso a tagliare i fondi delle scienze umane sarei felicissimo di questa affermazione e la appoggerei incondizionatamente. Spero davvero che non sia questo l’understatement del pezzo citato.
    Ripeto: considero l’avvio di un dibattito allargato su tutti i temi sollevati una cosa estremamente positiva. Mi sembra che sia necessario un maggiore approfondimento e una maggiore cautela quando si esprimono posizioni di “dover essere” politico. Le conoscenze che abbiamo sul funzionamento degli strumenti di policy consentono di fare affermazioni robuste più su ciò che non si deve fare che su quello che invece va fatto; inoltre previsioni deterministiche di effetti positivi in materia di politiche di ricerca hanno avuto smentite clamorose nella realtà.
    Parlerò della vostra iniziativa in AIV-Associazione Italiana di Valutazione e vediamo se mandiamo un nostro contributo ufficiale. Intanto buon lavoro e grazie.

    • “Le conoscenze che abbiamo sul funzionamento degli strumenti di policy consentono di fare affermazioni robuste più su ciò che non si deve fare che su quello che invece va fatto; inoltre previsioni deterministiche di effetti positivi in materia di politiche di ricerca hanno avuto smentite clamorose nella realtà.”
      Ah se questo fosse chiaro a quelli che hanno scritto le politiche dell’università e della ricerca in questo paese, e a chi disegna la valutazione!
      Appunto cominciamo il dibattito.

  9. Commento #1

    Tutti contro le mediane. Tutti contro i sorteggi. Tutti contro i commissari stranieri.
    Cooptazione sì.

    Inizio ad avere la leggerissima sensazione, ma mi sbaglio, che si voglia far saltare il banco.
    Forse ché gli “imbucati” che devono far carriera per volere di partito/padrone/padre non hanno i numeri a posto?
    E le pecore?
    Dietro.
    Boh?
    Forse mi sbaglio…

    • Direi il contrario. È preoccupato chi ha la cuccia pronta. È la stessa ANVUR ad avere detto che le mediane sono indicative e non prescrittive e ad avere smentito l’esistenza di un numero massimo di abilitabili. Liberi tutti, che tanto i giochi si fanno a livello locale con commissioni nominate dai dipartimenti. Trema chi ha già il biglietto del treno ma potrebbe trovarsi un ricorso al TAR sui binari.

    • Caro pasquino,

      Ti sbagli.
      Il requisito fondamentale per la cooptazione e’ la responsabilizzazione. Che vuol dire che chi abaglia paga, col proprio stipendio e con la propria carriera.
      Se assumo un asino solo perche’ e’ raccomandato, lui sara’ licenziato e io non potro’ piu’ assumre e non faro’ carriera e il mio stipendio sara’ bloccato.
      A queste condizioni chi sara’ disponibile ad assumere gli asini raccomandati?

      I sorteggi sono una assurdita’, sono una forma di deresponsabilizzazione e non si puo’ assegnare il compito di selezionare il personale al caso.
      Il,sorteggio e’ un modo di arrendersi alla impossibilita’ di fare qualcosa di serio.

    • “Se assumo un asino solo perche’ e’ raccomandato, lui sara’ licenziato e io non potro’ piu’ assumre e non faro’ carriera e il mio stipendio sara’ bloccato.”
      ______________________________
      Molto suggestivo, ma non abbiamo ancora la tecnologia di Minority Report. Chiedere di imputare ad un commissario i comportamenti futuri di un reclutato suona bene ma è ovviamente impraticabile anche solo dal punto di vista legale. Meglio stare con i piedi per terra e ragionare su proposte attuabili.

    • Caro giuseppe,

      Il tuo commento mi delude.
      E’ il solito pensiero italiano: tutti agiscono per interesse personale, quindi se si prende una posizione e ‘ perche’ conviene al proprio piccolo orticello e non perche’ si pensa, a torto o a ragione, che cosi’ si possa migliorare il sistema e fare l’interesse superiore dell’universita’ italiana.

    • No, non credo che tutti agiscano per interesse personale. La redazione di Roars è un buon esempio. Ho scritto che in questo momento i più preoccupati per un possibile naufragio delle abilitazioni sono coloro che hanno gli scivoli pronti grazie a protezioni locali.

    • Pasquino: come già scritto per email. Questo è un first and last warning.
      1. cooptazione sì: non è scritto nelle nostre proposte, mi pare il contrario
      2. imbucati che non hanno i numeri: ci sono anche imbucati che hanno i numeri. La prima pasquinata è stata pubblicata perché ci pareva aver colto il punto. Ma forse ci siamo sbagliati.
      3. ora basta con i commenti sgangherati, vorremmo discutere seriamente. Per tutto il resto ci sono molti altri luoghi dove divertirsi con nick anonimi o pseudo-tali.
      Grazie.

  10. Dichiarazione di oggi di Matteo Renzi:
    “A un certo punto finirò con la politica, ti metti sul mercato, cerchi tra aziende private, magari all’università”.

    Constatazione: l’università è diventata davvero, nell’immaginario comune, il ricettacolo dei falliti e degli ignoranti.

    • Bhè. Anche l’Università ha bisogno di persone che si dedichino al funzionamento ed all’igiene dei bagni.

    • Leggendo la lettera dell’ APRI, mi sembra assolutamente singolare che da un lato l’ APRI si lamenti della legge 240/2010, dall’altro chieda più posizioni per un livello di ricercatore precario, l’ RTD-B, previsto dalla stessa legge 240/2010…credo invece che abbia senso l’ idea di ripristinare il ruolo RTI come figura dedita prevalentemente alla ricerca. Nella maggior parte dei Paesi, esistono più di due posizioni a tempo indeterminato, cioé ne esistono almeno tre; in alcune Università anglosassoni, è comparsa la figura dell’ “Academic Research Fellow” che può essere anche a tempo indeterminato (diventando in questo caso dopo un certo numero di anni, con il suo particolare percorso basato sulla ricerca, un “Senior Research Fellow”). Supponendo che venga ripristinato, il ruolo RTI dovrebbe corrispondere all’ “Academic Research Fellow” italiano. Vorrei tornare per un attimo solo su una ipotesi di reclutamento basata su libertà (reclutamento) e responsabilità (finanziaria), nel modello anglosassone: chiederei se nessuno ha mai considerato la possibilità di consentirla in Italia, a titolo sperimentale, per un certo numero di anni (es.: 5 anni), per verificare se contruisca al miglioramento della posizione degli Atenei italiani nella graduatoria mondiale delle Università, e, trascorso il periodo di applicazione sperimentale e monitoraggio, trarne le conclusioni….cioé decidere se mantenerlo o se tornare all’ attuale approccio di minuziosa regolamentazione legislativa.

    • “per verificare se contruisca al miglioramento della posizione degli Atenei italiani nella graduatoria mondiale delle Università”
      ______________
      Se si studia il funzionamento delle classifiche mondiali delle università, si capisce subito che i modi di salire in queste classifiche sono altri e che hanno poco a che fare con il miglioramento effettivo della qualità. Agli interessati, suggerisco la lettura del seguente articolo:
      ______________
      Jean-Charles Billaut • Denis Bouyssou • Philippe Vincke
      Should you believe in the Shanghai ranking? An MCDM view
      Scientometrics (2010) 84:237–263 DOI 10.1007/s11192-009-0115-x

    • i precari non hanno tempo per aspettare l’ennesima riforma della riforma.

      i precari – per definizione – non hanno tempo.

      quindi, pur condividendo l’idea di una terza fascia docente (diversa dal vecchio rti), mi pare il minimo chiedere spazi ORA.

      tanto più che la legge da agli strutturati il 50% dei posti per promozioni tramite chiamata diretta.

      quindi, per esser chiari, finché questa macchina continuerà ad andare avanti è giusto che possano salire anche i precari meritevoli (abbiamo chiesto una quota modesta, appena il 30%). Se la macchina si fermerà o si sceglierà di cambiare vettura, saremo i primi a collaborare.
      Al momento però questo c’è e – come detto sopra – non possiamo permetterci di aspettare un altro paio di anni perché partano nuovi concorsi per una fantomatica (probabile o improbabile che sia) terza fascia.

    • Leggo la lettera dell’APRI come un tentativo di portare alla luce il conflitto di interessi tra le promozioni (poco costose) e le nuove assunzioni.
      Ma a ben vedere secondo me i timori sono in parte infondati. Infatti le richieste per soddisfare i requisiti minimi e la riserva gia’ imposta dalla legge del 20% di assunzioni “esterne” dovrebbe garantire un minimo di “novita’”.
      Ovviamente questo per molti precari vuol dire cambiare universita’.
      Altrimenti ci sono i posti RTD-B, che dal 2017 avranno una quota di riserva del 50%.

    • purtroppo la quota del 20% (ammesso che sia rispettata) non è una garanzia. Facile prevedere scambi…
      Inoltre in quella quota rientreranno anche i trasferimenti di PA, che con la nuova legge passano da quel canale.

      Per non parlare del fatto che il 20% di poco è pochissimo, e che alle promozioni degli strutturati è destinato ben il 50% dei posti.

    • tutti quali?
      sono 15 – dalla promulgazione della legge – i tdb a livello nazionale…

      mentre i tda – che sono degli assegnoni e non portano a nulla – sono cmq pochi, e quasi tutti banditi ILLEGALMENTE su progetti specifici.

      gli ingressi sono a tutti gli effetti fermi, non è un caso se abbiamo raggiunto il record storico nel numero di assegni di ricerca erogati

    • Infatti, noi scriviamo che bisogna riconoscere il fallimento del nuovo schema di reclutamento. Oltre a creare conflitto tra strutturati e non strutturati, non è nemmeno riuscito ad assorbire i non strutturati. La trovata di mettere gli RTI ad esaurimento ha prodotto problemi, ma non benefici.

    • che la legge sia un fallimento non ci sono dubbi.

      il punto è che i precari non possono aspettare l’ennesima riforma e l’eventua reintroduzione di una terza fascia, che cmq richiederà anni.

      ora come ora due sono le cose fattibili: 1. garantire un numero congruo di tdB – e l’unico modo per farlo è introdurre un sistema di quote in relazione ai pa – 2. riservare una percentuale dei concorsi per pa post-abilitazione ai precari (il che è doveroso visto che la metà sono già riservati alle progressioni degli strutturati)

  11. Torno sul RECLUTAMENTO: l’abilitazione con un numero limitato sembra a prima vista una contraddizione (diciamo pure che lo è, logicamente) ma è un modo di affrontare il problema reale dell’arbitrarietà del livello (selezione più o meno stretta o generosa) e del valore del titolo. Dove non esiste (e purtroppo non esiste, da noi) uno standard condiviso tra i possibili valutatori. (Forse in FR e GER esiste, beati loro, ma bisognerebbe capire COME FA a esistere).
    Una predeterminazione numerica (purché larga) è una soluzione forse astrattamente subottimale ma praticamente funzionale per dare un certo valore al titolo (anche al fine di semplificare le progressioni di carriera, a quanto ho capito) e stabilire uno standard di fatto. Dovrebbe essere abbastanza larga per dare reali possibilità agli esterni (nei concorsi pubblici, il numero dei posti è fortissimamente correlato alla reale equità del concorso).
    Una predeterminazione della produzione scientifica (come in vecchi documenti CUN, e opposta alla predeterminazione del numero degli abilitati) avrebbe il grave difetto (nel mondo reale, sezione Italia, o almeno in alcune delle aree, almeno non bibliometriche) di portare alla produzione/stampa di lavori privi di valore – ce ne sono già tanti – finendo per “forzare” una valutazione quantitativa, che almeno in alcuni campi è sicuramente insensata (non so se avete idea di quante migliaia di libri su argomenti storici o letterari costituiscono ottimi motivi per NON abilitare qualcuno, se facesse domanda). Inoltre, almeno in alcuni campi, le “unità” da contare sono oggetto di moltissimi dubbi (per una monografia p.es. lunghezza, carattere didattico e/o compilativo e/o di discussione ecc., raccolta di studi parz. o interam. già editi, divisione tra due o tre coautori, entità del testo non dell’autore ma documentario ecc.). Anche riguardo alle sedi di pubblicazione “valide”, in molti campi è impossibile delimitarle (cosa che forse si può fare in alcuni campi “bibliometrici”). Anche mettere un minimo basso, è inutile o ha lo stesso difetto. Un tetto di abilitati creerebbe di fatto una soglia più realistica e significativa (comparativa e non assoluta, e non solo quantitativa ma anche qualitativa).
    La predeterminazione (larga) potrebbe essere basata su più parametri ragionevoli (p.es. numero di docenti in servizio, in generale o per fasce, numero di concorsi banditi negli ultimi x anni, numero di pensionamenti realizzatisi e/o previsti, numero di docenti a contratto, eventualmente dati di OFF.F, ecc.).
    Anche sulla formazione (e funzionamento) delle commissioni e l’eventuale impiego di referee si potrebbero studiare soluzioni che “minimizzino” gli inconvenienti (o imbrogli) noti. L’espediente dello straniero è ridicolo (oltre che costoso) per tanti e ovvi motivi (perché è 1 su 5 e bastano 4 voti, perché è facile che sia un amico degli amici, ecc.).
    Magari volendo(!) e pensandoci un po’ (l’esperienza pregressa non manca), qualche soluzione discreta si potrebbe trovare.
    In alcuni campi umanistici, ho l’impressione che più che cercare standard “obiettivi”, potrebbe dare buoni risultati ampliare la platea dei valutatori (in alternativa all’idea, che pure può attrarre, di “pochi saggi”: che finiscono però per farsi gli interessi loro). I buoni candidati potrebbero emergere più facilmente o affidabilmente da parecchi valutatori di scuole interessi ecc. diversi (probabilmente perché ci sono grosse differenze interne). Su piccoli numeri, di “approvati” e/o di valutatori, penso che in parecchi campi umanistici non si riesca a uscire dalla spartizione (o dalla prevaricazione di maggioranze, stabili o ad hoc).
    Temo comunque che, pur cercando soluzioni generali, non si possa prescindere dal valutare la loro funzionalità in aree (gruppi di settori etc.) diverse.

  12. Aggiungo un mio commento riguardante il discorso della “terza fascia”.
    In molti commenti vedo proposte riguardanti una figura dedita prevalentemente alla ricerca.
    Ma chiedo a tutti di riflettere sul fatto che quasi tutte le posizioni, sopratutto viste le richieste dei requisiti minimi, sono bandite dalle universita’ per ragioni didattiche.
    Vorrei quindi che si riflettesse su questa aperta contraddizione italiana, in cui ci si ostina a chiamare ricercatore un docente a tutti gli effetti al quale, per contratto, si impone solo di fare didattica (350 ore per RTD) e si chiede (se ne ha tempo e voglia) di fare ricerca.
    Oltretutto questo richiama il dibattito sul tema: ci stanno a fare gli enti dediti esclusivamente alla ricerca se poi abbiamo ricercatori esclusivi anche nelle universita’?
    Non voglio assulutamente dire che i ricercatori nelle universita’ non servono, anzi, ma vorrei che si esca dall’assurdo che i dipartimenti bandiscono posizioni da “ricercatore” solo per coprire insegnamenti.
    Un ricercatore vuol dire un labotorio, attrezzature e personale per supportare la ricerca.
    Se un ricercatore viene accolto con un proiettore (quando va bene) e/o dei gessetti che cosa si pretende che faccia?

    • “Un ricercatore vuol dire un labotorio, attrezzature e personale per supportare la ricerca”.
      Mi pare una visione assai ristretta della figura del ricercatore che esclude completamente i settori umanistici, per i quali non esistono, perlaltro, enti di ricerca appositi, quindi o la ricerca la fanno all’università oppure ciccia.

    • Cerco di spiegare meglio. Sostituendo alla parola laboratorio quella biblioteca o altro adeguato al tipo di studio spero si ottenga il senso: se ad un ricercatore non si danno gli strumenti per fare ricerca, ma solo didattica, che ricerca deve fare? Questo e’ indipendente dall’ambito.
      Che negli istituti di ricerca, gli studi umanistici sono sotto dimensionati o assenti e’ un altro problema. Anche qui il senso del mio discorso e’ che non deve essere l’universita’ a sopperire alle mancanze. Se mancano istituti per,gli studi umanistici, vanno creati.

  13. Gent.mo Prof. De Nicolao, a proposito delle classifiche mondiali delle Università, per quanto i criteri possano essere posti in discussione, personalmente mi risulta che, (almeno) nel mondo anglosassone, viene percepita l’ esistenza di un legame fra i profili ed il contributo degli assunti e la posizione delle singole Università…mi sembra che, indipendentemente dalla condivisione o meno di tali classifiche, esse siano divenute uno dei parametri di confronto internazionale. Considerando la mia esperienza durante gli anni in Gran Bretagna, posso comunque affermare con certezza che – in quel sistema ed, a quanto ho saputo in loco, anche negli altri Paesi anglosassoni – una Università assumerebbe a tempo indeterminato, e farebbe progredire, soltanto coloro che ritiene abbiano le capacità per contribuire al miglioramento dei suoi “rankings” sia internazionali che nazionali, questi ultimi in termini di ricerca così come in termini di insegnamento/qualità percepita dagli studenti…una affermazione ricorrente in quel contesto è: “what you can produce is important, not who you are” (ciò vale in misura anche maggiore per gli USA). La circostanza che, spesso, si sente parlare in Italia di “fuga dei cervelli”, e del danno socio-economico che ne deriva per il sistema-Paese, mi sembrerebbe possa suggerire di osservare i sistemi verso i quali si dirigono ed i motivi che li inducono a scegliere tali destinazioni…

    • Tante persone vanno a lavorare all’estero, direi, soprattutto perché qui non si batte chiodo (o ci si deve mettere in coda, in modo frustrante, per molti anni). Quando c’era più possibilità di entrare nelle univ. italiane, pochissimi andavano all’estero (non perché l’univ. di allora fosse meglio di ora, ma perché c’erano più possibilità di entrare). Casi scandalosi sicuramente ci sono, ma le persone che sono entrate (in Italia) negli ultimi anni sono generalmente molto brave. Insomma mi pare un problema di numeri (in entrata) prima che di altro genere. Inoltre, come tutti sanno, in Italia l’assorbimento di laureati in buone posizioni in imprese, amministrazioni, ecc., è ridottissimo (rispetto agli altri paesi avanzati) e quindi aumenta la pressione per entrare in università. Temo che tutti gli altri fattori (comparativamente) abbiano scarsa o nulla importanza.

    • Dal 2000 al 2011 non è che non è successo nulla. Solo sulla base dell’anno di nascita si può dire che sono entrati 22607 e sono usciti 18111 docenti universitari.

    • “indipendentemente dalla condivisione o meno di tali classifiche, esse siano divenute uno dei parametri di confronto internazionale.”
      ____________________
      Se è così i confronti sono fatti con il metro sbagliato. L’articolo da me citato [“Should you believe in the Shanghai ranking?”, http://hal.archives-ouvertes.fr/docs/00/40/39/93/PDF/Shanghai_JCB_DB_PV.pdf%5D afferma (con dovizia di motivazioni tecniche del tutto convincenti) che
      _____________________
      “we have seen all criteria used by authors of the ranking are only loosely connected with what they intended to capture. The evaluation of these criteria involves several arbitrary parameters and many micro-decisions that are not documented. Moreover, we have seen that the aggregation method that is used is flawed and nonsensical. Finally, the authors of the ranking have paid almost no attention to fundamental structuring issues. Therefore, it does not seem unfair to say that the Shanghai ranking is a poorly conceived quick and dirty exercise. Again any of our MCDM student that would have proposed such a methodology in her Master’s Thesis would have surely failed according to our own standards.”
      _______________
      Da ciò segue che:
      _______________
      “Likewise, a global ranking of universities is quite unlikely to be of much use to deans and rectors willing to work towards an increase in quality. Clearly, managers of a uni- versity will be primarily interested in the identification of weak and strong departments, the identification of the main competitors, and the indication of possible directions for improvement. Unless they have a contract explicitly specifying that they have to increase the position of their institution in the Shanghai ranking (as astonishing as it may sound, this has happened), we do not see how a ranking of an institution as a whole can lead to a useful management tool.”

  14. d’accordo, l’ articolo critica dunque lo Shanghai ranking, ma – se questi sono i passaggi rilevanti – mi sembra di non vedere una critica al (più consolidato) ranking del THES. Nemmeno io considero tali rankings una Bibbia; tuttavia, intendevo soltanto proporre una riflessione sui motivi all’ origine dell’ appeal delle Università anglosassoni anche agli occhi di migliaia di ricercatori italiani (oltre che di ricercatori di diversi altri Paesi e di una popolazione veramente multinazionale di studenti).

    • Luca Cerioni: “mi sembra di non vedere una critica al (più consolidato) ranking del THES”
      __________________
      Avevo criticato il “(più consolidato) ranking del THES” in un mio precedente commento che riporto per comodità:
      __________________
      Per farsi un’idea della (scarsa) affidabilità della classifica degli atenei di Times Higher Education, suggerisco di leggere il mio post “I numeri tossici che minacciano la scienza” (https://www.roars.it/online/i-numeri-tossici-che-minacciano-la-scienza/), dove racconto ciò che è accaduto nel 2010. Nella classifica THE 2010, l’Università di Alessandria di Egitto si è piazzata al 147-esimo posto, guadagnandosi le pubbliche congratulazioni di Times Higher Education. Ma ancor più clamorosamente, nella sottocategoria “research influence”, misurata mediante le citazioni scientifiche, l’università di Alessandria si è classificata al quarto posto mondiale, davanti a Harvard e Stanford, venendo preceduta solo da Caltech, MIT e Princeton. Peccato che lo straordinario risultato dipendeva dall’eccezionale produzione scientifica di un solo ricercatore, pubblicata in una sola rivista scientifica che dirigeva egli stesso (un bell’esempio anche dell’inaffidabilità dell’uso automatico degli indicatori bibliometrici ai fini delle valutazioni individuali).


  15. Prendere i dati dal 2000 significa poco perché nei primi anni 2000 c’è stata un po’ di crescita che veniva dopo una lunghissima strozzatura e non era già sufficiente per l’aumento dell’offerta e degli studenti in quegli stessi anni. Dal 2006 il calo è netto, anche per l’età media alta (-23% per gli ordinari, -13% per gli associati, per i ricercatori è meno peggio ma c’è il TD). Per i professori siamo tornati indietro di dieci anni o più (ma non per l’offerta o la burocrazia, solo per il numero di quelli che dovrebbero sopravviverci).

    • Dal 1999 al 2007 c’è stata un’attività che non si vedeva dall’esordio della 382. Una minima idea di un organico la si deve avere, non è possibile ragionare pensando che debba sempre crescere il numero dei professori. Se ci sono 60000 docenti accade che andranno in pensione 1500 all’anno. E’ su un numero di quest’ordine di grandezza che si può ragionare. Poi, se le cose andranno meglio ci si allargherà.

    • Non così tanti come si crede. Basta dare un occhio alle statistiche bibliometriche.


      [Mi scuso con chi vede questo grafico per l’ennesima volta, ma rimane il modo più rapido di rispondere ai commenti ricorrenti che (senza portare dati) danno per scontato che la produttività degli universitari italiani sia infima]

    • cari amici, non si tratta di slogan.
      Si tratta di privilegiare chi scrive papers (parlo per gli SSD di medicina 06, dove spesso la ricerca serve non solo a fare progredire la scienza ma a curare i pazienti). E concordo con De Nicolao che in Italia vi sia ottima ricerca. Valutiamo anche la produttività del singolo ricercatore (uso il termine anglosassone, di maggior prestigio scientifico rispetto a docente).
      Nella mia esperienza non vi sono mezze misure:
      -c’è chi pubblica moltissimo
      -c’è chi non pubblica.
      Non vorrei che quei grafici esprimessero il lavoro di un numero ristretto di docenti, con H index di eccellenza assoluta.
      E vi parlo da italiana che ha fatto ricerca all’estero, laddove gli italiani -guarda caso- sono sempre apprezzati e spesso dirigono importanti istituzioni.

  16. Gent.mo Prof. De Nicolao,
    Grazie per avermi mostrato la Sua precedente critica al ranking del THES (a quel tempo, ero ancora in Gran Bretagna). Naturalmente nessuna valutazione – così come nessun meccanismo di reclutamento – é esente da difetti.
    Nei miei commenti mi ponevo nell’ ottica di qualcuno che -tornato in Italia tramite un apposito programma ministeriale finalizzato al c.d. rientro dei cervelli – osserva la perenne fuga di ricercatori italiani, legge le proposte che vengono formulate e si chiede se abbiano o meno una logica assumendo come metro di paragone le modalità di reclutamento del personale accademico e di valutazione della ricerca esistenti nei Paesi che costituiscono poli di attrazione…ed, attualmente, tra i poli di attrazione, primeggiano i Paesi anglosassoni, con la Gran Bretagna ancora in prima fila (insieme agli USA). Durante i miei anni in tale Paese, ho lavorato con colleghi da tutto il mondo ed insegnato in classi in cui vi erano tipicamente studenti da 50 Paesi, sia europei che extra-europei.
    Naturalmente, se le modalità di reclutamento e valutazione impiegate nei Paesi esteri che esercitano maggior attrazione (sui ricercatori non solo italiani, ma di tutto il resto del mondo) venissero considerate completamente inaffidabili, allora non potrebbero certo essere suggerite quale parametro ed avrebbe senso prescinderne…ma mi sembra che diventerebbe, a quel punto, incoerente lamentarsi (soprattutto da parte dei politici) del celebre fenomeno della “fuga dei cervelli” e delle conseguenti perdite economiche e sociali per il sistema-Paese. Ho letto ripetuti segnali di allarme lanciati da esponenti politici, fino alle massime cariche, circa la fuga dei ricercatori (ed il punto é, per un momento, emerso anche mercoledì sera, durante il dibattito su RaiUno)…modestamente (e notando che, nel mio caso, non so ancora se resterò in Italia o se tornerò all’ estero), credo quindi che, per onestà intellettuale, dovrebbe esservi una scelta limpida e definitiva, sia da parte dei politici che da parte di chiunque proponga progetti di riforma, fra due alternative: cercare di contrastare il fenomeno delle fuga dei ricercatori, oppure accettare che vi sia la fuga (con i conseguenti risvolti economici negativi) stessa e non lamentarsi più del fenomeno. Per concludere, vorrei comunque ribadire che – fra le proposte avanzate – l’idea di ripristinare il ruolo RTI mi sembra completamente condivisibile. Almeno personalmente, mi sono dedicato al lavoro accademico soltanto per passione per la “ricerca” (che dal mio punto di vista si abbina a “scoperta” o comunque a “elaborazione di soluzioni per problematiche complesse”) e voglia di contribuire a creare e trasmettere conoscenza, risultati raggiungibili in presenza di condizioni di stabilità e libertà accademica: essere chiamato “professore associato” o “ricercatore a tempo indeterminato”, dal mio punto di vista, é completamente indifferente (anche se mi rendo conto di quanto possa essere..controcorrente tale affermazione).

  17. Vorrei fare un ultimissimo commento riguardo ad un paio di punti che ho letto nei precedenti interventi, ed una riflessione conclusiva (mio ultimo intervento su questo tema). In primo luogo, ho notato una domanda riguardante l’ idoneità del REF britannico a costituire o meno un modello per il caso dell’ Italia. Credo che la risposta dipenda dalla concezione circa il ruolo dell’ Università stessa. Nel (prossimo) REF, verrà considerato anche l’impatto extra-accademico della produzione dei ricercatori e professori, cioé l’influenza dei lavori pubblicati all’ esterno della comunità accademica: se venisse accettata una concezione del ruolo dell’ Università e della ricerca come creatrice di valore aggiunto a livello sociale, ritengo che la considerazione dell’ impatto extra-accademico abbia un suo fondamento. In secondo luogo, ho letto un commento in cui si afferma che, nonostante il riconosciuto fallimento della legge 240/2010, i precari non potrebbero attendere per anni la reintroduzione del ruolo di RTI e dovrebbero avere invece poter contare su più concorsi RTD-B con una quota riservata. In merito, credo semplicemente che la possibilità di reintroduzione del ruolo RTI, e la sua tempistica, dipendano dalla volontà politica….se per ipotesi vi fosse o si creasse una volontà favorevole, credo che nel giro di un anno la figura del RTI potrebbe essere reintrodotta dal Governo risultante dalle prossime elezioni. Vorrei però uscire dai confini delle questioni legate al reclutamento per ampliare l’ osservazione sull’ ambiente socio-economico in cui l’ Università italiana si trova a vivere. Leggevo, infatti, che un numero sempre minore di diplomati, dato il momento congiunturale negativo e le incertezze percepite circa il futuro, sta considerando negativamente l’idea di iscriversi all’ Università, nutrendo dubbi sull’ utilità stessa di conseguire la laurea in Italia, e che, viceversa, un numero crescente di neo-diplomati sta considerando l’ iscrizione presso Università estere. Se lo scenario nei prossimi anni – data anche la fase recessiva di cui non si intravede la fine – vedrà una continua riduzione di studenti, fatalmente vi saranno ripercussioni sfavorevoli sulle prospettive e sulle condizioni di lavoro degli accademici…le varie componenti del contesto socio-economico sono inevitabilmente interrelate le une alle altre: ad es. la delocalizzazione all’ estero di un crescente numero di imprese, implicando meno possibilità di lavoro in Italia, incide (non soltanto sulle entrate tributarie ma) anche sulle decisioni dei neo-diplomati circa l’ iscrizione o meno all’ Università in Italia, con conseguenti ricadute in termini di numero degli studenti universitari, rischi di chiusure di corsi o di sedi etc.. ritengo quindi che ogni proposta riguardante il reclutamento ed il funzionamento dell’ Università dovrebbe tenere in considerazione tali tendenze e vedere come contrastarle…Grazie a tutti i commentatori che hanno risposto ai miei interventi.

  18. Una “errata corrige” al mio ultimo intervento, in cui ho erronreamente scritto che “..un numero sempre minore di diplomati, dato il momento congiunturale negativo e le incertezze percepite circa il futuro, sta considerando negativamente l’idea di iscriversi all’ Università “. Se ciò fosse vero, lo scenario sarebbe positivo. In realtà, volevo dire di aver letto che un numero sempre minore di diplomati considera utile iscriversi all’ Università in Italia, e da tale dato traevo la mia riflessione conclusiva.

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