Finanziamento

Università e ricerca: #fakenews sui tesoretti e lacrime di coccodrillo dei rettori

È stata smentita una ricostruzione giornalistica che attribuirebbe agli enti di ricerca un “tesoretto” pari a 4,5 miliardi di euro. Per la serie: non vi lamentate se non riuscite, né volete, spendere una simile cifra. Sarcastica è stata la reazione del presidente dell’agenzia spaziale italiana, Roberto Battiston, per il quale «bisogna saper leggere un bilancio». Non è la prima volta che la Crui e gli enti di ricerca lanciano l’allarme sulle risorse. Agli ultimi posti per investimenti nell’Unione Europea, grazie ai suoi ricercatori il paese è tra il settimo e ottavo posto al mondo sulla qualità e la produttività della ricerca. Sintomo di resistenza individuale, e di tenuta di un sistema scientifico a cui è stata dichiarata guerra sin dal 2008. Ci si chiede cosa sarebbe successo invece se i rettori avessero appoggiato l’imponente movimento di protesta contro la legge Gelmini tra il 2008 e il 2010, invece di credere alle promesse di quel governo. Forse, non molto di più e di diverso. Ma oggi i loro appelli avrebbero più presa sull’opinione pubblica.

Tagliano la ricerca, ma i ricercatori resistono e sono tra i migliori al mondo. È l’ultima linea della resistenza in Italia, unica tra i paesi Ocse ad avere tagliato sull’istruzione e la ricerca negli anni della crisi iniziata nel 2015. Agli ultimi posti per investimenti nell’Unione Europea, grazie ai suoi ricercatori il paese è tra il settimo e ottavo posto al mondo sulla qualità e la produttività della ricerca. Sintomo di resistenza individuale, e di tenuta di un sistema scientifico a cui è stata dichiarata guerra sin dal 2008.

Il paradosso, già denunciato da «Nature» nel 2013, è riemerso ieri al Consiglio Nazionale della Ricerca (Cnr) a Roma in un incontro tra i presidenti degli enti pubblici di ricerca e i rettori dell’università. Un miliardo di euro tagliato all’università, 60-70 milioni solo al Cnr. Più di otto miliardi alla scuola. Persi 10 mila ricercatori. Nel 2015 l’Italia ha continuato a investire solo l’1,33% del Pil contro una media europea del 2,03%. Il numero complessivo dei ricercatori ogni mille occupati è inferiore al 4,73% contro una media europea quasi del doppio: 7,40%. La loro età media è di 50 anni, mentre le assunzioni sono sostanzialmente bloccate e si muovono a malapena poche posizioni precarie. Se a questo scenario si aggiungono i dati sui ricercatori precari (dottorandi e assegnisti) si può avere un’idea dello stato della catastrofe: negli ultimi dieci anni l’Italia ha perso il 44,5% dei posti per il dottorato di ricerca, passando dai 15.733 del 2006 agli 8.737 del 2016. Oltre il 90% dei ricercatori precari non riesce a proseguire la carriera, almeno in Italia.

La situazione è tale che uno dei massimi vertici della ricerca italiana – Massimo Inguscio, presidente del Cnr – ieri ha sostenuto di essere ottimista perché negli ultimi due anni il settore non ha subìto ulteriori tagli. Il rischio che la manovra straordinaria imposta da Bruxelles al governo Gentiloni possa intaccare la ricerca, oltre che le sigarette e le accise sulla benzina, sembra essere remoto, ma di certo non presuppone un rifinanziamento dei tagli voluti dalla triade Berlusconi-Tremonti-Gelmini e da allora mai più recuperati. «Sarebbe un suicidio» ha detto il presidente dei rettori della Crui Gaetano Manfredi: «Se tornassimo ai livelli precrisi il sistema della ricerca marcerebbe meglio». Più che un appello è un flatus vocis. Dalla torbida e stucchevole discussione del Palazzo non emerge alcuna intenzione di affrontare un argomento che, tra i tanti, esula dal confronto sulla data delle elezioni, la legge elettorale e il congresso del Pd che si lecca le ferite dopo lo schiaffo al referendum del 4 dicembre.

Non è la prima volta che la Crui e gli enti di ricerca lanciano l’allarme sulle risorse. Diverse sono state inoltre le campagne di opinione ad avere denunciato lo stato di abbandono della ricerca, a cominciare da “Salviamo la ricerca” del fisico romano Giorgio Parisi che su change.org ha raccolto oltre 77 mila firme. Nessuno li ha ascoltati. Il default del sistema è sempre a un passo, mentre crescono le sperequazioni sociali, territoriali ed economiche tra gli atenei, come ha scritto più volte l’economista Gianfranco Viesti, curatore del rapporto “Università in declino”. Ci si chiede cosa sarebbe successo invece se i rettori avessero appoggiato l’imponente movimento di protesta contro la legge Gelmini tra il 2008 e il 2010, invece di credere alle promesse di quel governo. Forse, non molto di più e di diverso. Ma oggi i loro appelli avrebbero più presa sull’opinione pubblica.

È stata smentita una ricostruzione giornalistica che attribuirebbe agli enti di ricerca un “tesoretto” pari a 4,5 miliardi di euro. Per la serie: non vi lamentate se non riuscite, né volete, spendere una simile cifra. Sarcastica è stata la reazione del presidente dell’agenzia spaziale italiana, Roberto Battiston, per il quale «bisogna saper leggere un bilancio». “Il residuo di fine anno di fondi non impegnati di un programma triennale è trascurabile rispetto all’investimento, la notizia è infondata”.

Apparso sul Manifesto del 15 febbraio 2017

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2 Comments

  1. Giuseppe De Nicolao says:

    «Ci si chiede cosa sarebbe successo invece se i rettori avessero appoggiato l’imponente movimento di protesta contro la legge Gelmini tra il 2008 e il 2010, invece di credere alle promesse di quel governo.»
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    Vale la pena di rinfrescare la memoria sulla posizione assunta dalla CRUI nel 2010-2011.
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    Quadro #1. Enrico Decleva: «Mi auguro che la riforma Gelmini arrivi presto … non è vero che [le università] sono in rivolta» (25.11.2010)
    (intervista su Repubblica del Presidente della CRUI nello stesso giorno in cui il quotidiano apre la prima pagina con un titolo a 4 colonne “La rivolta delle università”)

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    Quadro #2. Filippo Bencardino, Rettore di Benevento spiega il ruolo dei Rettori nell’approvazione della legge 240/2010: «noi [Rettori] abbiamo collaborato per portare avanti la riforma, anche cercando di contenere le pressioni che venivano dal basso, dagli studenti, dai colleghi ricercatori. Ci siamo riusciti, la riforma è andata in porto, adesso il governo si deve impegnare nell’aiutarci»
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    Quadro #3. Nove mesi dopo l’approvazione della l. 240/2010, il rettore di Bologna, Ivano Dionigi, si rende conto che non era il caso di fidarsi delle promesse del governo guidato da chi riteneva inutile pagare uno scienziato quando in Italia si fabbricano le più belle scarpe del mondo:

    «I tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario nel 2012 portano all’insostenibilità del sistema, non riusciremo a coprire le spese per il personale … Che cosa devo fare? Chiamare i colleghi e cominciare a piangere?».
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  2. I precari di stato verranno assunti se dimostrano 3 anni di attività continuativa. Suona più o meno così l’esito delle ultime iniziative Madia. Abbiamo migliai e migliai di assegnisti oltre a ricercatori (che hanno un loro movimento), naturamente unipubblica in questo caso non è pubblica amministrazione. Per unipubblica l’interpretazione è sempre al negativo del termine PA. Ma come 4 anni di dottorato più 4 di assegnista non qualificano come precario della conoscenza. Davvero figli di un dio minore!!!

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