Il Partito Democratico ha di recente pubblicato un documento programmatico, indirizzato al governo Monti, contenente una serie di proposte relative al sistema universitario e della ricerca. Vista l’importanza del documento, e la ricchezza dei contenuti, mi paiono opportune alcune osservazioni, nella convinzione che un dibattito puntuale sull’Università e la ricerca sia la premessa necessaria per assicurarne una buona gestione.

1) Dopo alcune considerazioni preliminari, il documento affronta “le condizioni di partenza” del sistema universitario e della ricerca: condizioni che collocano l’Italia al di sotto degli standards internazionali, a partire dal volume dei finanziamenti. Si rileva inoltre come l’Italia si collochi ampiamente sotto la media europea anche per quanto riguarda la percentuale dei laureati. Inoltre, una parte dei laureati, anche se probabilmente non così larga come quella indicata nel documento[1], provengono essi stessi da famiglie di laureati: il che evidenzia un problema di mobilità sociale. Si tratta qui di un problema storico dell’Università italiana, che non è ancora riuscita a superare appieno la transizione da Università di élite a Università “di massa”. Del resto, la stessa riforma Berlinguer fu costruita con l’intento di ovviare a queste disfunzioni, incluso il fenomeno degli abbandoni, trascurato peraltro dal testo del PD. A oggi nessuna delle riforme adottate è sembrata in grado di ottenere appieno i risultati auspicati su questo versante. Il documento del PD propone interventi significativi per il diritto allo studio, in particolare incrementando il sistema delle borse di studio. Per quanto l’idea di incrementare i meccanismi che rendono effettivo il diritto allo studio sia ovviamente condivisibile, va rilevato che ciò non ha probabilmente che un riflesso marginale sul problema del numero dei laureati e degli abbandoni (quest’ultimo fenomeno non è  citato nel documento PD, che fa peraltro riferimento a una popolazione di individui fra i 30 e i 34 anni, mentre sarebbe forse meglio rifarsi ai dati Almalaurea che sono relativi a popolazione più giovane e meglio mostrano le recenti tendenze). Si tratta comunque di una questione estremamente complessa che coinvolge l’offerta formativa, il curriculum previsto per la/le lauree, e anche la qualità complessiva dell’istruzione secondaria (che almeno stando ai recenti tests PISA naviga in pessime acque). Naturalmente possiamo dolerci del fatto che l’Università italiana non produca abbastanza laureati e subisca troppi abbandoni. Bisogna però andare oltre le parole: l’UE raccomanda la diffusione di maggiore formazione, non la diffusione di per sé di titoli di studio. Se vi è un problema di output dell’Università in termini di laureati esso andrebbe analizzato con cura, con uno sguardo di sistema, tenendo presente non solo l’esigenza di aumentare numericamente questo output, ma di assicurarsi che appunto le Università riescano a diffondere conoscenza.  Su questo punto Alessandro Figà Talamanca ha di recente avanzato su www.roars.it alcune proposte che potrebbero essere prese in considerazione, a partire da programmi di studi differenziati per gli studenti lavoratori.

2) Un altro punto sul quale sarebbero opportuni dei chiarimenti è quello riguardante gli sbocchi professionali.  Nel documento si fa riferimento alla necessità di “esercitare una attenta e pervasiva azione perché i percorsi di studio delle Università siano rispondenti alle specifiche progettuali sui quali sono impostati a partire dal rispetto dei tempi di laurea[2] e dalla considerazione delle opportunità professionali”. Argomenti simili tornano nella parte finale del testo, quando si fa cenno alla necessità di tenere conto della occupabilità dei laureati. Fatta salva la necessità da parte delle Università di dotarsi di tutti gli strumenti per ottenere i risultati ottimali dal punto di vista didattico, vale a mio avviso quanto detto più sopra: il problema va analizzato in un’ottica di sistema che non può escludere l’istruzione secondaria, oltre a numerosi altri fattori, fra i quali dovrebbe avere qualche peso, ad esempio, la capacità del bacino dell’ateneo preso in considerazione di fornire occasioni di lavoro per i laureati nelle varie discipline. D’altra parte, sarebbe bene prestare attenzione a non adottare politiche che finiscano per sguarnire intere aree di ricerca in quanto ritenute, magari solo in un dato momento storico, non foriere di immediati sbocchi professionali. Vale per buona parte delle scienze umane ma anche per alcuni settori delle hard sciences che non offrono immediate possibilità di impiego. Occorre evitare, per questi aspetti, di cadere in un’ottica da paese in via di sviluppo: una volta che determinati ambiti disciplinari sono messi in crisi e non ne è assicurata la riproduzione, si è determinato un impoverimento del sapere al quale diviene molto difficile rimediare in seguito.

3) Circa le tasse universitarie si afferma di volerne evitare un aumento e al contempo di voler assicurare maggiore progressività. Nell’ottica di assicurare maggiore progressività non sarebbe forse male considerare un incremento delle tasse limitato ai redditi più elevati. E’ comunque apprezzabile che non si voglia dare adito a sperimentazione dei prestiti agevolati per quanto riguarda l’istruzione universitaria (sul tema si vedano gli interventi su Roars di F. Coin e G. De Nicolao), riservandoli eventualmente solo alla formazione post lauream, in forma di sperimentazione.

4) Il punto relativo al reclutamento contiene alcune affermazioni particolarmente importanti. Non si può che condividere l’esigenza di costruire un percorso chiaro e ragionevolmente sicuro per chi intenda intraprendere l’attività accademica, pena l’abbandono, da parte delle migliori intelligenze, dell’Università e del sistema della ricerca in vista di percorsi più sicure e più gratificanti. Si tratta anzi di un fenomeno molto preoccupante e già visibile in alcuni settori disciplinari, che rischia di avere conseguenze durature: nessun giovane brillante è disposto ad affrontare un percorso non solo economicamente poco gratificante ma assolutamente incerto come quello che è attualmente disegnato per le nuove leve del sistema universitario.  Poiché il nostro rapporto docenti/studenti è inferiore alla media UE, afferma il documento, occorre quindi predisporre programmi di reclutamento per ridurre il gap. Il  reclutamento dovrebbe anzi essere particolarmente intenso tenuto conto dell’auspicabile incremento degli iscritti alle Università, che ci porti ai livelli europei di popolazione dotata di istruzione terziaria e tenuto conto altresì dell’elevato numero di pensionamenti che investe in questi anni il corpo accademico italiano.

Benissimo, vediamo però in che modo si pensa di avvicinarsi a questi obiettivi. Viene proposta l’incentivazione di bandi di ricercatore a tempo determinato di tipo B (quelli che attraverso una cosiddetta tenure track consentono la chiamata diretta del ricercatore che abbia ottenuto nel corso del triennio l’abilitazione nazionale come professore di II fascia). Al riguardo, pur tralasciando i problemi non indifferenti di finanziamento, non menzionati nel nostro documento (un posto di tipo b ex art. 24 l. 240/2010 prevede un impegno finanziario pari a quello per un professore di II fascia), vanno rilevati alcuni aspetti problematici. Semplificando un po’ si può dire che attualmente è previsto un sistema di abilitazioni “a lista aperta” che con ogni probabilità, non comportando valutazioni comparative, darà luogo alla concessione a pioggia di idoneità nazionali; gli idoneati potranno poi concorrere a procedure di valutazione comparativa bandite dai singoli atenei per la copertura dei posti di professore sulla base delle loro esigenze. Queste ultime sono procedure concorsuali locali svolte sulla base di regolamenti di ateneo con procedure che si annunciano sin d’ora come assai poco trasparenti.

I futuri ricercatori di tipo B, invece, una volta ottenuta l’idoneità transiterebbero per “chiamata diretta” (quindi senza valutazione comparativa) nei ruoli dei professori di II fascia. Da un canto si rischierà dunque una sovrapproduzione di abilitati, che rischieranno di non trovare collocazione per carenza di fondi, dall’altro il sistema locale di reclutamento favorirà la collocazione di soggetti predeterminati, a prescindere da criteri di selezione comparativa basata sul merito. Tanto più che è lecito supporre che questi soggetti, visto anche l’impegno finanziario da parte degli atenei che hanno attivato le posizioni di tipo B, solo in rarissimi casi si vedranno negata l’idoneità medesima. Si tratta di un sistema pernicioso: l’Università non è una catena di montaggio dove si possono pensare meccanismi di reclutamento esclusivamente basati sull’esigenza di workforce. Esiste anche un problema di competenze e livello scientifico. A maggior ragione il problema rischia di divenire grave visto che i fondi per le chiamate o i bandi di ricercatore di tipo B saranno allocati da CdA nei quali la Legge Gelmini prevede la presenza di soggetti esterni.

Con quali criteri saranno dunque allocati questi fondi, deliberati con la partecipazione di soggetti privati o delle autonomie locali?

Insomma, sarebbe meglio prevedere un percorso chiaro e ragionevole di reclutamento nazionale che si basi però su liste chiuse: una modifica in tal senso della l. 240/2010 non richiederebbe troppo impegno. Non idoneità, dunque, ma valutazioni comparative nazionali. Diversamente, il rischio è di trasferire sull’Università esperienze disastrose già vissute in questo paese, creando da un canto una vasta platea di soggetti abilitati che per carenza di fondi non ricoprono il ruolo per cui sono idonei (e che nella speranza di ricoprirlo in futuro si prestano magari a bassa manovalanza negli atenei), dall’altro favorendo il reclutamento per nulla trasparente di soggetti per i quali è costruito un percorso ad hoc, tutto interno all’ateneo “di partenza” senza che costoro si cimentino in un vero confronto con altri candidati. Non è chiaro con quale intento il legislatore abbia previsto un binario separato per i ricercatori a tempo determinato di tipo B. Probabilmente per rendere più digeribile l’istituzione dei nuovi ricercatori a tempo determinato lasciando balenare la speranza di una strutturazione in tempi ragionevolmente rapidi: strutturazione che, essendo già stanziati dagli atenei i fondi, verosimilmente non sarà loro negata. Va però detto che esistono già diversi soggetti che possono concorrere alle abilitazioni nazionali, e sarebbe opportuno che tutti costoro insieme alle nuove figure previste dalla l. 240 possano competere tutti insieme e su di un piano di parità in una valutazione comparativa a numero chiuso, che premi i più capaci. Se si vuole svecchiare l’età del corpo docente e assicurare prospettive di carriera, che si facciano frequentemente dei concorsi, ma che siano tali, aperti, chiari, trasparenti.

5) Il punto dedicato alla ricerca lascia per certi versi a desiderare: il documento non fa cenno agli enti di ricerca, che pure costituiscono una parte non indifferente del sistema e che, come ha ricordato di recente Giorgio Sirilli, sono stati quasi del tutto esclusi dalla partecipazione al processo di valutazione VQR 2004-2010. In secondo luogo, si fa riferimento all’esigenza di sostenere con decisione i progetti di ricerca di rilievo nazionale (PRIN). A questo proposito è bene ricordare che il bando PRIN del 27 dicembre 2011 si presenta come una sorta di esercizio enigmistico (un kakuro come ha ben scritto Giuseppe De Nicolao) e non promette nulla di buono per il finanziamento 2012.

Infine, viene considerata  giustamente l’esigenza di superare la gestione frammentata (e poco trasparente) dei fondi per la ricerca. La soluzione prospettata prevede la costituzione di un’agenzia ad hoc. In realtà su questo punto si possono immaginare una serie di soluzioni: da un Registro nazionale che riporti tutti i bandi per finanziamento alla ricerca, di qualsiasi provenienza, in modo da consentire a tutti i soggetti che ne abbiano titolo di concorrervi in modo trasparente e sulla base di regole chiare e condivise, a soggetti che svolgano un vero e proprio ruolo di collettore e erogatore dei finanziamenti. Occorre approfondire la questione tenendo presente l’esigenza di evitare la moltiplicazione di agenzie e altri soggetti deputati ad intervenire nel controllo del sistema universitario, sia per una questione di costi, sia infine per salvaguardare l’autonomia dei soggetti interessati ad investire nella ricerca. A questo scopo si potrebbe pensare semplicemente ad un Registro nazionale, che dia adeguata pubblicità alla messa a concorso dei progetti di ricerca, e ai suoi esiti, lasciando in sede decentrata le procedure di selezione dei concorrenti. Un’alternativa meritevole di essere considerata, anche se di più complessa realizzazione, potrebbe prevedere la creazione di una struttura unica, alla cui gestione partecipino anche i soggetti erogatori dei finanziamenti, che garantisca coordinamento ed eviti la dispersione della quale soffre attualmente il sistema di finanziamento della ricerca.

6) Per quanto riguarda l’attribuzione di risorse al sistema universitario, il documento contiene diverse affermazioni condivisibili, anche per quanto riguarda l’assegnazione di una quota crescente di FFO sulla base degli esiti dei processi di valutazione, fatta salva una soglia minima necessaria al funzionamento. Non è però chiaro in che modo, fra i criteri che concorrerebbero a determinare la quota variabile, debba essere intesa la “coesione territoriale da realizzarsi con piani regionali del sistema universitario”. Per quanto il ruolo a livello locale delle Università sia di indubbia importanza, e per quanto, come afferma lo stesso documento, il rapporto con i territori possa giovare in termini di reperimento di fonti di finanziamento, gli atenei dovrebbero avere per vocazione una dimensione universale, che andrebbe il più possibile favorita. Inoltre, si propone di introdurre in via sperimentale tests di verifica della preparazione degli studenti in ingresso e in uscita, per accertare la capacità formativa degli atenei. Simili sistemi di verifica non stanno dando buona prova di sé in altri Paesi e sarebbe comunque assai complesso introdurre meccanismi ben tarati e non soggetti a distorsione. Non mancano, del resto, strumenti indiretti per accertare la capacità formativa degli atenei senza ricorrere a test standardizzati.

Riguardo all’Anvur si propone giustamente di focalizzarne l’attività sulla valutazione delle strutture: si chiede invece di demandare ai singoli atenei il compito di valutare le singole iniziative e le performances individuali. Rimane aperta la questione del rapporto fra valutazione della qualità della ricerca, sistema di reclutamento e valutazioni di livello locale: attualmente non esiste un sistema multilivello della valutazione, mentre sarebbe opportuno che vi fosse almeno un certo grado di uniformità. Così pure, sarebbe auspicabile che si ripensasse il ruolo di anvur garantendone l’effettiva terzietà e la trasparenza dell’azione.

7) Infine, l’ultimo paragrafo del documento è dedicato al dottorato di ricerca (sul quale è in itinere un DM dai contenuti particolarmente problematici, non considerato dal testo del PD). Si chiede di rendere sempre più spendibile il dottorato nel mercato del lavoro. Si apre qui una questione di fondo: occorre decidere chiaramente se il dottorato dev’essere considerato un livello di formazione pensato in primo luogo per dare accesso alla carriera accademica o se si tratta di un titolo di alta formazione anche professionalizzante. Se si vuole discutere della cosa, che potrebbe avere impatti significativi sul sistema dell’Università, non si può prescindere da una considerazione più generale degli strumenti di formazione post laurea.

Da ultimo, vorrei ricordare che la redazione di Roars ha pubblicato tempo fa dieci punti per l’università e la ricerca da proporre al nuovo governo. Alcuni di questi punti sono recepiti nel documento del PD (per esempio quello sul diritto allo studio). Altri no (fra questi quelli sulla rappresentanza del sistema universitario e sul ruolo del CUN, quello sull’anagrafe della ricerca e quello sull’autonomia finanziaria). Mi permetto di segnalare che forse meriterebbero qualche considerazione.

 

 



[1] Cfr. il rapporto Almalaurea 2011: “Tra i laureati 2010, 72 su cento acquisiscono con la laurea un titolo che entra per la prima volta nella famiglia d’origine. Il documento del PD riporta un dato molto diverso: “Quasi due terzi dei nostri laureati provengono da famiglie con almeno un genitore laureato”. Non so cosa si intenda con “i nostri laureati”. Se si intende l’intera popolazione di laureati italiani, la cosa non stupisce.

[2] Va detto che pur restando alcune criticità, sempre secondo l’ultimo rapporto Almalaurea la regolarità degli studi è in netto miglioramento: “I laureati pre-riforma del 2004 conseguivano il titolo a 27,8 anni contro i 26,9 anni relativi al complesso dei laureati 2010. Un valore che migliora al netto del ritardo all’immatricolazione: per il complesso dei laureati, l’età alla laurea passa da 26,9 a 24,9 anni”.

 

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9 Commenti

  1. Mentre concordo con buona parte dell’intervento, sono in totale disaccordo con il dissotterramento del “concorsone nazionale”.

    La soluzione c’è, è semplice e molto più profiqua da tutti i punti di vista. Ogni Dipartimento recluta chi vuole (in “tenure track”), con l’unica regola di non poter assumere chi ha fatto un dottorato e/o un post-doc localmente. Semplice, lineare, distribuito e responsabilizzante. Va da sè che poi la progressione di carriera non va fatta per concorso.

    Marco Antoniotti

  2. Sul punto 4 (reclutamento).

    Qui si tratterebbe di affrontare in maniera separata la gestione del transitorio (è necessario un finanziamento ad hoc per un reclutamento straordinario di RTDb) da quella della situazione a regime, dal momento che sono contraddistinte da problematiche totalmente differenti e che pertanto presuppongono soluzioni altresì distinte.

    Ciononostante alcune iniziative che andrebbero sostenute in linea generale dovrebbero essere:
    – Abolizione della distinzione tra RTDa e RTDb, assolutamente senza alcun senso e introdotta tardivamente con un emendamento sotto la forte spinta del baronato universitario;
    – Fosse ridotto a 0 il costo in p.o. delle posizioni RTD;
    – I concorsi per RTD fossero svolti nel rispetto delle regole dettate dalla 240 e con la vigilanza del MIUR o dell’ANVUR sui bandi e sull’esito delle prove.

    • Caro Matteo,
      Personalmente penso sarebbe opportuno che i concorsi si svolgessero tutti con regole omogenee. Questa allo stato non è la situazione degli RTD, i cui concorsi non sono concorsi, ma una farsa. Basta farsi un giro fra i vari regolamenti di ateneo. Trovo assurdo che dopo anni di bombardamento meritocratico siamo riusciti a produrre il massimo dei “concorsi” opachi e localistici, purtroppo. Ancora più assurdo che gente scelta con questi criteri venga strutturata automaticamente. Inizio a pensare che i profeti della meritocrazia come Giavazzi e altri abbiano sostenuto questa cosa solo per affondare definitivamente l’università.

    • Caro Antonio, andiamo per gradi.
      La legge impone che i concorsi per RTD si svolgano esattamente con le stesse modalità dei concorsi RTI delle ultime sessioni, ovvero senza prove scritte e orali, senza profili specifici che vadano oltre la dichiarazione del SSD oltre che del settore concorsuale e senza che il colloquio costituisca elemento di valutazione separato da titoli e pubblicazioni.
      Queste modalità hanno permesso nella II sessione 2008 e in quelle 2010 ad un certo numero di “esterni” di vincere concorsi dove in altri tempi non avrebbero avuto alcuna chance. Certo stiamo parlando sempre di “eccezioni”, ma è già qualcosa.

      Il problema di oggi è che i 300 e passa bandi usciti nell’ultimo anno per posizioni RTD sono invece per la maggior parte ILLEGALI, prevedendo profili ultraspecifici che de facto li trasformano in bandi per super assegni di ricerca, in mano a commissioni locali che ovviamente rendono il tutto, come giustamente dici tu, una farsa.

      Ma un conto è la prassi (che andrebbe stroncata) un conto è ciò che imporrebbe la legge (disattesa senza che nessuno controlli o dica nulla ufficialmente).

      Aggiungo inoltre che dei 300 e passa bandi usciti, solo 4 riguardano posizioni RTDb, quelle che prevedono una “strutturazione automatica” come scrivi tu (in realtà ci sarebbe la valutazione del dipartimento) e comunque sono almeno bandi scritti a norma di legge, quindi a tutti gli effetti si potrebbe pensare ad esiti analoghi a quelli dei concorsi RTI delle ultime sessioni, anche con una “possibile” vittoria di candidati esterni davvero meritevoli.
      Certo è che se continua l’andazzo dell’ognuno fa come gli pare in nome dell’autonomia degli atenei e il MIUR continua a fare il gioco delle tre scimmiette….

  3. Se ho capito bene, coloro che sono già ricercatori, che lo sono a tempo indeterminato e che hanno già lavorato per anni per l’università e la ricerca devono dapprima conseguire l’idoneità e poi superare un concorso; mentre coloro che lo sono diventati successivamente (RTDb) e lo sono da meno di tre anni, devono solo prendere l’idoneità. E’ questo lo svecchiamento?

    • Simona,
      per concorrere ad una posizione da associato è necessaria l’abilitazione nazionale.
      Pertanto un attuale ricercatore strutturato, qualora volesse associarsi, dovrebbe, come dici tu, conseguire l’idoneità e partecipare alla valutazione comparativa.
      Questo vale anche per un attuale assegnista: uno potrebbe conseguire l’abilitazione nazionale e partecipare alla valutazione comparativa per associato alla stregua di un RTI.
      Un attuale precario però ha anche un’altra strada per entrare in ruolo (ovvero associarsi, visto che questo è il primo gradino oramai): dovrebbe comunque conseguire l’idoneità, comunque vincere una valutazione comparativa per RTDb (per la quale la normativa prevede regole molto più aperte rispetto a quelle che vigevano per i concorsi RTI banditi prima del 2008, ovvero solo titoli e pubblicazioni) e, passati i tre anni, superare la valutazione del dipartimento in questo caso non comparativa.

  4. Matteo, grazie del chiarimento. Mi pare confermato che il concorso che deve fare un idoneo per diventare associato è:
    -un concorso se l’idoneo è un RTI;
    -una valutazione non comparativa se l’idoneo è un RTD.
    Forse, i principi di eguaglianza e parità di trattamento avrebbero consigliato di tenere in maggiore considerazione chi dal gradino uno si ritrova ormai al gradino zero.

    • Simona, puoi leggerla come vuoi.

      Io la leggo che chi è al gradino 1 lì rimane; chi ora è al gradino 0 e fino all’anno scorso doveva superare un concorso per accedere al gradino 1, ora si trova l’asticella spostata al gradino 2 dove, per accedere, non solo deve superare almeno un concorso, ma deve anche conseguire l’abilitazione, aspettare almeno 3 anni + superare una valutazione finale.

      aggiungo che di posizioni RTDb, ad un anno dall’approvazione della legge, se ne sono viste 4 su circa 300 RTD banditi, di cui le prime 2 con qualche dubbio di legalità.

      Ma mi sembra la solita lotta tra poveri.

  5. Matteo: concordo in pieno sullo scandalo delle profilature, per di più applicate a soggetti che hanno funzione docente. Però attenzione che se qualche esterno ha vinto in questi ultimi anni è stato a causa del sorteggio nazionale. Per gli rtd, chi farà il sorteggio (pochissimi) lo farà in-house (sai che ridere). Comunque ritornerò sul tema, mi pare importante che se ne discuta al di la che si sia d’accordo o meno con la mia proposta.
    Un saluto anche a Simona.

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