Ieri mattina non ho fatto lezione: avevo in aula duecento studenti del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia ma li ho mandati a casa. Ieri pomeriggio presto avevo il ricevimento degli studenti ma sono stato irreperibile: sarà venuto qualcuno? Ieri sera infine, sono riuscito a fare lezione ai miei centocinquanta studenti del Corso di Laurea in Infermieristica, pur arrivando alla lezione in ritardo. Giornata da assenteista? No: avevo una sessione di Laurea in Infermieristica con 40 laureandi che dovevano sostenere la prima delle due prove previste. Giornata particolarmente densa di impegni? Neppure: insegno in tre corsi nel primo semestre (e in due nel secondo semestre) e ho quattro ore di lezione tutti i giorni della settimana. Ogni tanto capita un impegno accademico: una sessione di Laurea, un Consiglio di Dipartimento, una Giunta di Facoltà e non può che sovrapporsi a una o due lezioni. Potrei farmi sostituire a lezione, ma non è facile: i miei colleghi sono impegnati quanto me.

Grazie ad una legge dell’ex Ministro Tremonti, il ricambio dei docenti universitari è stato enormemente ridotto: chi va in pensione non viene sostituito e chi resta in servizio deve farsi carico dei corsi che rimangono via via scoperti. Il sovraccarico lavorativo che consegue a questa situazione è tale che in pratica si autoelimina: quando nella stessa ora dovrei fare due cose, una delle due si abolisce da sola. Posso naturalmente “ottimizzare” il mio rendimento. Ottimizzare in questo contesto è un eufemismo che significa ridurre la qualità del servizio prestato rendendolo il più possibile stereotipato e riproducibile da un anno all’altro. Infatti è chiaro che fare quattro ore di lezione al giorno tutti i giorni della settimana è possibile solo se gli argomenti scelti per il programma sono poco aggiornati e non innovativi, perché innovare vorrebbe dire studiare, cioè usare del tempo, che non ho. Anche ottimizzando, comunque, non posso fare due cose diverse nello stesso tempo e quindi qualche lezione gli studenti la perdono lo stesso.

Almeno questo lavoro, che è gravoso, mi varrà il riconoscimento “meritocratico” dell’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR) nominata dall’ex Ministro Gelmini? No, tutto il lavoro descritto vale zero perché l’Anvur non valuta la didattica, valuta soltanto la ricerca: che io faccia o non faccia lezione è completamente irrilevante, e ai fini della mia valutazione l’Anvur mi chiede soltanto di produrre le mie pubblicazioni scientifiche.

Non che io non ne abbia, per carità: tutti i docenti ne hanno qualche decina, fatte magari quando l’impegno didattico era ancora sostenibile. Però mi da fastidio l’atteggiamento spocchioso dei valutatori, che fanno finta di ignorare la situazione di carenza drammatica di docenti nell’università italiana e discettano di eccellenza scientifica, meritocrazia e mediane. L’università italiana dopo tagli e blocchi di assunzioni è ormai al collasso e non è l’eccellenza a mancare ma la mano d’opera: l’equipaggio non basta più per far navigare la nave; e non è neppure una nave così grande perché l’Italia ha meno studenti universitari e meno laureati di tutti i suoi vicini europei.

 

(Pubblicato sul Fatto Quotidiano online)

 

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23 Commenti

  1. Boh. Negli ultimi 10 anni (8 come professore a contratto) ho fatto lezione in media a 400 studenti l’anno. E ho sempre pubblicato alla stragrande, spesso da solo.

    Secondo la legge in vigore, la didattica da me svolta verra’ valutata, cosi come la ricerca, dalla mia universita’ al momento di concedermi o meno lo scatto stipendiale (attualmente congelato dal governo in carica).

    Per questa decisione si baseranno anche sulla “valutazione della didattica” fatta dai miei studenti,
    che possono compilare appositi questionari online prima di iscriversi all’esame.

    Da almeno qualche anno la mia universita’ prende questa valutazione della didattica molto seriamente.

  2. Per quanto gli atenei possano valutare la didattica, questo non toglie che nella valutazione fatta dall’Anvur essa non compaia affatto.
    Fare lezione a 400 studenti all’anno (o 300 come nel mio caso, sicuramente di più nel caso di Bellelli) non mi sembra un indicatore di qualità della didattica.
    Infatti in tutte le valutazioni internazionali avere un rapporto basso docente/studente fa salire in classifica.
    Basterebbe assumere professori, anche solo per tenerli a casa, (o diminuire gli studenti) per far salire ai nostri atenei decine di posizioni nelle classifiche internazionali.
    Invidio molto il Prof. Salasnich, ma dopo 4 ore di didattica (per non parlare di settimane di esami, ad 8 ore al giorno di esami a catena di montaggio), trovo difficile concentrarmi sul lavoro sperimentale e su studio e scrittura.
    La scrittura di grants, ormai diventata frenetica (si va al passo di una decina all’anno), altri impegni accademici, consigli commissioni di laurea, consigli di dottorati, riunioni organizzative richiedono tempo e preparazione rendono difficile dedicarsi alla ricerca, non dico a tempo pieno, ma impegnando almeno il 50% di una giornata lavorativa di 10 ore.
    Sicuramente dovremmo essere tutti più efficienti, ma parlare di problemi scientifici con studenti e colleghi è diventato un lusso che non ci si può più permettere.
    Mi sembra un impoverimento sostanziale, misurare gli articoli pubblicati semplicemente contandoli e gli studenti formati/esaminati a centinaia fa degli atenei degli articolifici e degli esamifici.
    Fermo restando che è necessario valutare la qualità della ricerca e della didattica, non credo che misurare gli studenti e gli articoli a tanto al chilo porterà a risolvere problemi ed a migliorare l’accademia italiana.

  3. un esempio sulla stupidità del contare le pubblicazioni:
    se io invece di pubblicare un articolo di 30 pagine, ne pubblico tre di 10 pagine ciascuno, per l’ANVUR ho prodotto (che brutta parola) il triplo.
    D’ora in avanti la lunghezza media degli articoli si accorcerà… il ministerò dirà che la produzione scientifica degli atenei italiani è aumentata e si sentirà autorizzato a tagliare i fondi

  4. Sulla demagogia della valutazione della didattica da parte degli studenti, reinserisco per la n-esima volta questo link a un lavoro pubblicato dalla Banca d’Italia:
    http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/temidi/td11/td825_11/td825
    Sulla opinabilità dei criteri bibliometrici utilizzati per le valutazioni della ricerca, molto si è già scritto in questo sito.
    La cosa sconcertante resta per me l’accettazione compiaciuta di questo scempio della libertà accademica da parte di alcuni (purtroppo temo molti) colleghi.
    Forse aveva ragione Foucault quandi parlava di governamentalità: ci siamo dentro fino al collo.

    • Mah, il citato studio l’ho letto e riletto e mi pare dimostrare davvero poco, nonostante l’esibizione di stilemi scientifici. Al contrario l’esperienza da studente prima e da docente poi mi suggerisce che le valutazioni da parte degli studenti, se i questionari sono fatti in modo articolato e sono somministrati al momento opportuno, sono un buon indicatore della qualità della didattica. Non affiderei ad un tale indicatore valutazioni di fino, ma credo che sia un indicatore del tutto adeguato per delle stime di massima, soprattutto se conclusioni vengono tratte su più anni e classi diverse.

    • Concordo con Zhok. Aggiungo anche che in realtà i questionari agli studenti non sono fatti a fini scientifici, ma sono uno strumento per migliorare la qualità della didattica. A questo fine sono strumenti molto interessanti a patto che non vengano tenuti chiusi nei cassetti. L’esperienza di completa pubblicazione “volontaria” dei risultati http://www3.unisi.it/v0/minisito.html?fld=7657 che stiamo facendo nella mia università (Siena) si sta rivelando uno strumento assai interessante per studenti e docenti. Si tratta -ma ho solo evidenze aneddotiche- di uno stimolo all’adozione di comportamenti corretti da parte dei docenti piuttosto potente…

    • Guardi, non è che la statistica mi dia fastidio è che se una statistica mi dimostra che una cosa di cui ho evidenza di prima mano è falsa, semplicemente non credo alla statistica. E questo vale anche per catene inferenziali complesse (come vede sono equanime rispetto ai diversi stili argomentativi).

    • Tra l’altro, il pezzo di Bossert esprime in modo vago ed umorale il suo fastidio per la valutazione da parte degli studenti in quanto tale, sorvolando del tutto sul contenuto delle domande sottoposte agli studenti. Non direi proprio che questo è un buon campione di ragionamento filosofico. E’ del tutto ovvio che se il questionario è fatto con lo stesso rigore con cui sono state fatte le liste di riviste Anvur siamo spacciati. Ma mi auguro che non siano queste le premesse. In un questionario si possono chiedere cose come se il docente stimola l’attenzione, se è disponibile, se le spiegazioni sono chiare, ecc. Non si può certo sensatamente chiedere se è un insegnante buono o cattivo in generale. Più precise sono le domande e più sensato è il risultato. Va da sé che ci possono essere rischi, ma nulla che non possa essere compensato con un po’ di intelligenza.

    • ringrazio ancora Baccini. Siamo d’accordo che l’uso della valutazione senza discernimento a fini di controllo amministrativo possa avere effetti molto gravi. Quello che volevo dire però è che anche la diffusione pubblica di risultati di valutazioni opinabili può ugualmente avere effetti negativi sia essa di tipo bibliometrico (uso indiscriminato dell’indice h) o, per quanto rigurda la didattica, sia essa basata sull’uso dei questionari anonimi per “stimolare” i colleghi.
      Vorrei anche precisare che quando, nel commento precedente, parlavo di uso dell’indice h lo facevo in termini impersonali. Cerco di usarlo il meno possibile per autovalutazioni o valutazioni dei colleghi.
      Comunque, il fatto che esista un sito in cui si possa dibattere di queste questioni, confrontandosi e qualche volta scontrandosi civilmente, è un indiscusso merito di ROARS e dello stesso Baccini.

  5. non penso sia così, a una lettura attenta. Devo dire che mi scomcerta ancor di più il commento precedente di Baccini. Concordo con alcune (non tutte) le sue posizioni sull’uso della bibliometria. Comunue, ne apprezzo l’atteggiamento critico nei confronti dell’uso improprio dello strumento bibliometrico per le valutazioni individuali. Con un salto logico-epistemologico che, ripeto, mi socncerta, lo stesso Baccini rivendica l’uso pubblico dei questionari degli studenti su base “volontaria” (mi vengono i brividi) non per finalità scientifiche ma diciamo così, tanto per fare. Allora perché, così tanto per fare, non classificare anche i docenti pubblicamente secondo l’indice h, magari calcolato su Google Scholar. Si avrebbe un bel ranking che consentirebbe di esporre al pubblico ludibrio e alla “rieducazione” quei docenti che avessero un basso indice di “popolarità” (basso indice h e bassa valutazione nei questionari). Il docente tipo in fondo a questo ranking dovrebbe avere un’aria dimessa, un po’ da sfigato. Toh, mi ricorda il profilo di un certo Frege, sconosciuto ai più ai suoi tempi e didatta noioso, a dire di un suo illustre allievo, Rudolf Carnap.

    • Beh, ma un po’ si è risposto da solo. Dovremmo uscire un po’ dallo spirito Gelmini – Anvur per cui la valutazione viene intesa come universale giustiziera dei docenti fannulloni. Se così fosse, allora forse un’idea della valutazione aperta, completa e trasparente riacquisterebbe dignità. Nella fattispecie, in presenza di una valutazione delle pubblicazioni adeguata (non ridotta ad automatismi bibliometrici) Frege risulterebbe avere un’altissima valutazione circa la produzione scientifica, valutazione che quanto al suo ruolo di docente verrebbe temperata da una valutazione non brillante delle sue capacità comunicative. Dov’è il problema? Certo, se l’idea è quella di usare le valutazioni come armi per redigere graduatorie di fino e ad alta competitività, e per sanzionare tutto ciò che non è la vetta delle graduatoria, allora si finisce solo per indurre comportamenti opportunisti da parte del docente, che diventa bravo essenzialmente a totalizzare buoni punteggi nelle valutazioni stesse. Questo uso della valutazione è sempre sciagurato. Se invece la valutazione serve solo per stigmatizzare quei docenti la cui attività appare sotto ogni profilo e tipo di giudizio come gravemente carente, allora può avere una funzione virtuosa.

    • Mi spiego meglio. In tutte le università d’italia facciamo i questionari studenti. Le modalità di rilevazione ed i contenuti (definiti a livello nazionale) li rendono poco credibili per analisi scientifiche sulla qualità della didattica -non entro nei dettagli.
      Sono a mio avviso invece assai utili per l’autovalutazione dei docenti e per la programmazione didattica. Servono a individuare corsi problematici (pochi studenti che frequentano, bassa soddisfazione degli studenti, professori che arrivano in ritardo sistematicamnete). E sono di stimolo per il docente a migliorare: se so che molti studenti pensano che faccio male lezione, che non sono chiaro etc. posso tentare di migliorarmi.
      A Siena il 97% dei docenti rende pubblici i propri risultati sul sito web. E chi arrivava sistematicamente in ritardo a lezione ora ci sta più attento!
      Credo che questi esempi servano a mostrare il mio punto: sono disposto ad accettare una valutazione grossolana per fini grossolani. Tendo invece ad evitare il barbiere che usa l’accetta …

    • ringrazio Baccini per la precisazione ma resto della mia opinione. Una volta che si utilizza uno strumento di valutazione pubblica se ne devono soppesare le implicazioni e considerare il fondamento. Quanto Baccini dice a proposito dell’uso dei questionari si potrebbe dire a proposito dell’uso della bibliometria. Uso l’indice h calcolato su Google Scholar per dare uno stimolo ai colleghi a scrivere di più, farsi citare di più rendenedo più accattivanti i propri lavori, rendersi più “visibili”… Non esiste un uso innocuo di questi strumenti siano essi bibliometrici o di valutazione della didattica. Non possiamo dimenticare poi che una certa percentuale del FFO sarà distribuita sulla base della valutazione della didattica e, probabilmente, anche i nostri stipendi dipenderanno da quelle che Baccini vorrebbe considerare solo grossolane valutazioni. A mio parere, chi dedica parte della propria fatica di ricercatore alla valutazione non può ignorare le argomentazioni di Bossert (e di altri) sulla mancanza di fondamento logico e morale della valutazione della didattica tramite questionari anonimi. Molti, troppi, stanno procedendo nell’ambito della valutazione “così, tanto per fare.” Spero che chi studia seriamente questi problemi, come Baccini, sappia a un certo punto discernere anche nell’ambito valutazione della didattica.

    • Grazie Codognato per la discussione. Confesso che a questa questione ci ho pensato su molto nel corso degli anni, da quando sono nel nucleo di valutazione dell’università di Siena.

      Io penso proprio quello che tu scrivi: cioè che non c’è proprio nulla di male a guardare cosa succede su google scholar, o su WoS o Scopus. E’ la prima cosa che faccio se devo sapere chi è qualcuno, sapendo che quello che vedo non è tutta l’informazione rilevante, ma nenache del tutto irrilevante.
      E guardo anche regolarmente come vanno le citazioni ai miei lavori (occupandomi di un signore di cui al mondo si occupano non più di 4-5 persone -me compreso- so che le cose non possono andar bene!). Ciò che non va è quando questi strumenti sono inseriti senza nessuna consapevolezza in processi amministrativi e usati impropriamente come accette …
      Per quanto riguarda la didattica. Nel FF0 2009 (ma vado a memoria) fu usata la valutazione della didattica per distribuire i fondi. Ma fu usata in modo a mio parere saggio: premio proporzionale alla quota di copertura della valutazione -cioè quanti insegnamenti erano valutati sul totale, un incentivo a svolgere la valutazione quindi-, non ai risultati. Gli atenei riuscirono a manipolare il dato! E dal 2010 (ma vado a memoria) non se ne è fatto più di nulla. AVA prevede 7 (sette! dico sette!) questionari. Una follia burocratica.

  6. penso che fraintenda, in parte, ciò che intendo sostenere, così come ha frainteso, secondo me, la posizione del paper di Bossert. Non saremo certo noi a decidere come essere valutati e andremo, con il cappello in mano, a elemosinare gli scatti stipendiali che meriteremmo sulla base della nostra “popolarità.”
    Alcuni colleghi francesi mi hanno riferito che, in alcune università di quel paese, gli studenti si sono rifiutati di compilari i questionari anonimi. Alcuni per pigrizia ma molti per il rifiuto di una pratica che hanno ritenuto lesiva della dignità accademica. Sono i degni figli del popolo che ha fatto la rivoluzione…francese appunto!

    • Può ben darsi che io fraintenda tutto e può darsi che siamo nel peggiore dei mondi possibili, dove qualunque mutamento prenderà sempre la peggiore piega possibile. E’ del tutto vero che sotto queste premesse è da rigettare la valutazione della didattica, quella della ricerca e qualunque cosa non sia il mantenimento dello status quo. Dopo di che, personalmente, non appartiene al mio modo di sentire l’idea che essere giudicato leda la mia dignità, ma forse le mie ascendenze protestanti piuttosto che montagnarde mi inducono ad avere scarso amor proprio…

  7. La valutazione degli individui mediante parametri bibliometrici e dei docenti mediante i questionari degli studenti si puo’ fare ma e’ grossolana: tutt’al piu’ distingue chi lavora molto da chi lavora poco. Non c’e’ niente di male in queste valutazioni, e potrebbe persino darsi che la pubblicizzazione dei risultati ottenuti sia di stimolo per i docenti a migliorarsi; c’e’ invece molto di male se se ne sopravvaluta il potere discriminatorio e si pretende di usare le valutazioni come criteri di esclusione dei commissari o dei candidati di concorso.

    • Del tutto d’accordo. Queste valutazioni possono solo produrre esiti grossolani, ed una valutazione di grana grossa non può servire a generare gerarchie di presunta ‘eccellenza’. Possono tuttavia servire a stigmatizzare gli inerti e neghittosi che, anche se netta minoranza, si trovano un po’ ovunque nei corridoi dell’accademia. Non si dovrebbe sottovalutare l’importanza della possibilità di poter denunciare gli autentici fannulloni, quando ci sono, perché la loro esistenza è sia un pessimo esempio in generale, sia un argomento sempre spendibile per tutti i critici ‘a prescindere’ dell’università pubblica.

  8. I “fannulloni” nell’universita’ italiana ci sono ma sono relativamente pochi (coerentemente col fatto che la produttivita’ scientifica e didattica media dei docenti e’ elevata): alla Sapienza abbiamo avuto il 5% di inattvi totali secondo i criteri VQR e molti di questi docenti erano comunque molto attivi nella didattica, pur avendo rinunciato a fare ricerca. Valeva la pena di montare tutto il carrozzone dell’ANVUR per il 5% o meno dei docenti inattivi?

    • @ ANdrea Belelli
      Poche ragioni al mondo potrebbero essere addotte per istituire un carrozzone, per di più inefficiente, come l’Anvur. Tuttavia stavamo parlando in linea di principio, mi pare. Nella fattispecie ciò che mi ha sempre colpito ogni qualvolta ho avuto occasione di frequentare dipartimenti non italiani (UK, Germania ed Austria, essenzialmente) è che il raffronto qualitativo con l’Italia è sostanzialmente alla pari se guardiamo alle ‘cime’: in Italia non mancano affatto ottimi ricercatori e docenti. Il punto dove il confronto è dolente sta nella tolleranza all’interno del sistema italiano di minoranze di nullafacenti, ‘imboscati’, che non vengono chiamati mai ad alcuna assunzione di responsabilità tanto sul piano della bontà della docenza che nell’attività di ricerca. L’esistenza di questo strato, limitato ma non insignificante, di morchia accademica è ciò che distingue in negativo il sistema italiano sul piano del reclutamento. Come ho detto il problema non è solo rappresentato dal loro mancato contributo, ma soprattutto dal pessimo esempio: questi personaggi rappresentano l’archetipo della mancanza italica di meritocrazia, e la giustificazione (strumentale o meno) di mille frustrazioni, lamentazioni e denunce. Dunque, sì, credo che trovare il modo per espellere questi personaggi sia un punto di grande importanza per la salute del sistema accademico italiano (certo, non importante quanto altre cose come un finanziamento adeguato, ma questa è un’altra storia).

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