Cliché, frasi fatte e quaquaraquà: ecco il programma di Renzi. In Italia ci mancava soltanto l’ennesimo specialista d’istruzione. E dunque eccolo. Perchè come tutti i liberisti “di sinistra” – espressione giavazziana fatta ad hoc per Piddini che evidentemente non riescono ad accettare se stessi – Renzi è un esperto di istruzione. La parola d’ordine infatti è: rilanciare la scuola, l’università e la ricerca. Evviva.

Ma perché d’un tratto i politici e gli economisti mainstream sono tutti appassionati di scuola e università? Hanno forse una passione segreta per la pedagogia? Leggono Ivan Illich di notte e non ce l’hanno detto? Chessò s’ispirano all’Émile di Rousseau? Macché. L’istruzione di questi tempi è una voce primaria della spesa pubblica da tagliare. E dunque tutti gli appassionati dell’austerità (altrui) ne diventano specialisti. Per diventare esperti d’istruzione, infatti, non serve interessarsi di didattica né di pedagogia. Meglio ancora se si evita di nominare il Tfa, il precariato o il crollo del tetto della scuola elementare di Pordenone. Ai nuovi esperti si raccomandano poche parole chiave: incentivi, performance, autonomia, prerogative programmatorie e dirigenziali, concorrenza, efficienza, Anvur, Invalsi, spin-off. Qualcuno gliel’avrà detto che l’istruzione non è management, che a scuola non si lavora per incentivi ma per vocazione, che chi fa l’insegnante lo fa non per, ma nonostante il denaro. Qualcuno gliel’avrà detto, ma evidentemente non l’hanno capito. E infatti, vediamo che dice Renzi d’università.

 

Anche in questo campo si devono introdurre meccanismi competitivi. I dipartimenti universitari che reclutano male devono sapere che riceveranno sempre meno soldi pubblici. Deve essere chiaro che chi recluta ricercatori capaci di farsi apprezzare in campo internazionale ne riceverà di più. È un risultato che si può ottenere usando indicatori quantitativi sulla qualità della ricerca prodotta sul modello dell’Anvur e il parere di esperti internazionali autorevoli e fuori dai giochi.

Insomma, a fronte di un’analisi assai originale sui problemi dell’università pubblica (“Il reclutamento dei ricercatori è spesso viziato da logiche familistiche e clientelari” – cliché uno), Renzi offre soluzioni: incentivi, competizione, Anvur (cliché due): ecco il nuovo che avanza. Evidentemente Renzi non segue il dibattito accademico (ma allora di che parliamo?). Se lo seguisse, forse si guarderebbe dal difendere così platealmente un’Agenzia ogni giorno più screditata come l’Anvur. Perché le cose sono due: o Renzi non è informato, oppure stare dalla parte dell’arbitrio gli piace. Non si tratta solo del fatto che il cosiddetto “modello Anvur” non è esattamente un modello. Che quest’agenzia “indipendente” di nomina politica ha costruito la sua indipendenza e obiettività sull’imposizione di criteri di valutazione opachi, continuamente rimaneggiati e arbitrari, si parli di abilitazioni o Vqr. C’è di più, perché frasi come “I dipartimenti universitari che reclutano male devono sapere che riceveranno sempre meno soldi pubblici”, mentre chi fa come va bene a me “ne riceverà di più”, sono a tutti gli effetti premesse d’arbitrio. Che queste indicazioni siano ribadite dalla recente legislazione accademica, penso all’ex decreto 437, esplicita non solo che Renzi è perfettamente in linea con la classe politica che l’istruzione pubblica l’ha smantellata pezzo-pezzo, ma il succo della questione qui è introdurre nuovi criteri di reclutamento in grado di bypassare i vecchi criteri e con essi la lunga lista di precari in attesa di assunzione, in modo tale da dare carta bianca a chi, in nome della lotta alle logiche familistiche e clientelari, di logiche vuole imporre esclusivamente le proprie. Ci dica Renzi: che ne facciamo delle migliaia di talenti, giacchè la parola gli piace, che non hanno ancora avuto la possibilità di “farsi apprezzare in campo internazionale” perché nessuno li ha mai assunti? O forse del precariato universitario non gli può interessare di meno? In attesa di risposte andiamo alla parte bella.

Agli atenei che vi sono interessati deve essere consentito di aumentare le tasse universitarie in funzione di progetti di eccellenza didattica. […] Agli studenti devono essere offerti prestiti per coprire integralmente i costi […] Obbligo per le università di stabilire accordi con almeno tre banche (di cui almeno una locale e almeno una nazionale). […] Detrazione dalla base imponibile di quanto donato alle università e tassazione agevolata per chi investe negli spin-off universitari. […] Un fondo nazionale per la ricerca gestito con criteri da venture capital.

 

Spin-off, venture capital, accordi con le banche: un bell’esempio di vocazione, non c’è che dire. Renzi forse non ha capito che quest’idea di indebitare gli studenti non è propriamente seducente. Come non lo era la sua proposta di abolire il valore legale del titolo di studio. Probabilmente tutte queste proposte sono più seducenti per chi le ha fatte, penso agli Ichino e a Zingales. Sul New York Times qualche tempo fa Zingales suggeriva infatti di usare addirittura gli studenti come collaterale. Visto che gli studenti non hanno garanzie da offrire alle banche, e l’unica garanzia perchè estinguano un debito è “perseguitarli fino alla tomba”, tanto vale considerare gli studenti stessi come garanzia, diceva. A questa proposta Kevin Kromash, ex studente di Yale, rispondeva così: “I managers hanno portato l’economia del pianeta al collasso con quest’idea di massimizzare i ritorni dei loro azionisti. Odierei scoprire cosa avviene quando provano a massimizzare il ritorno che ne traggono da me”.

Ora, senza stare a ricordare che in Italia non serve alzare ulteriormente le tasse o introdurre prestiti d’onore perchè abbiamo già un numero di laureati tra i più bassi d’Europa, il primato dei Neet, giovani senza lavoro nè accesso allo studio, e un livello d’immatricolazioni che continua a scendere, Renzi dovrebbe sapere che contrariamente al fatto che la teoria neoliberale insiste sulla relazione di causa-effetto tra competizione e eccellenza, più aumenta il debito studentesco e più il livello dell’istruzione scende; più aumenta la precarietà più il livello dell’istruzione scende. Evito adesso, ma se vuole le facciamo una bibliografia**. Ma allora, perché continuare a tirare in ballo l’istruzione? Parliamo direttamente di spin-off, banche, e venture capital. Anzi, prima di fare ulteriori danni, facciamoci un favore reciproco. Non c’è nulla di male a chiamare le cose col loro nome. Prendiamo il coraggio a quattro mani, guardiamoci allo specchio e gettiamo questo benedetto suffisso di sinistra a mare.

** anzi ripensandoci: perché non comincia un pò a leggersi Richard Arum and Josipa Roksa, Academically Adrift: Limited Learning on College Campuses, University of Chicago Press, 2010. Oppure Andrew Hacker e Claudia Dreifus, Higher Education? How Colleges Are Wasting Our Money and Failing Our Kids, Times Book, 2010. Oppure ancora Richard P. Keeling and Richard H. Hersh, We’re Losing Our Minds — Rethinking American Higher Education, Palgrave Macmillan, 2011. Certo qualcuno dirà che è una causa persa, ma magari male non fa.

Questo articolo è uscito su Pubblico il 14 settembre 2012.

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3 Commenti

  1. Cara Francesca, cari colleghi,
    sono perfettamente d’accordo che forse il principale problema in cui ci dibattiamo sia di comunicazione. All’infuori del mondo accademico tutti straparlano per slogan e frasi fatte, senza considerare la concretezza del nostro vissuto e la mortificazione di un know-how che resta di fatto sottoutilizzato, se non totalmente inespresso.
    Ad es., io opero nell’italianistica e al contempo, da 11 anni ormai, sono di ruolo nella scuola. Eppure, nella miriade di discussioni in cui ci arrabattiamo noi uomini di ricerca, praticamente mai si fa esplicita menzione di un concreto sistema di passarelle tra università e scuola a livello di docenti: invece credo che una politica istituzionale, sindacale e corporativa in questa direzione potrebbe alleggerire di qualche peso anche la classe accademica, oltre ad elevare il livello qualitativo di una pubblica istruzione nella quale ormai da lustri si è perso quasi completamente di vista il concetto di “titolo scientifico” (degno di questo nome) ai fini dell’avanzamento di carriera e dei ruoli. Nelle discipline della conoscenza, dall’asilo al PhD, la produzione scientifica deve costituire un parametro di eccellenza imprescindibile per la valutazione e l’inquadramento del personale.

    • no, non ci siamo, per chi sta nella istruzione e formazione il principio di valuatazione, che ci deve essere, è la qualità della docenza ed anche dell’apprendimento degli allievi ( in percentuale minore perchè se uno ha una classe di scemi arriverà a liveli più bassi che se avesse una classe di geni).
      E’ ovvio che un buon docente, oltre a qualità personali che in parte si migliorano con lo studio, deve avere anche un legame con la ricerca per essere aggiornato (up to the date). Un percorso che preveda per i docenti ”anni sabbatici’, dall’insegnamento alla ricerca sarebbe una buona soluzione.

  2. Ma scusate le frasi fatte vanno benissimo per uno che invece di affrontare i problemi legati al mondo del lavoro (scuola e università comprese) si reca a Milano per seguire le sfilate di Armani e Co. D’altra parte come ha gia detto un suo ammiratore, Berlusca, perchè dobbiamo spendere denari per i ricercatori visto che facciamo le scarpe più belle del mondo? In questo caso sostituire le scarpe con i “pret a porter” da migliaia di euro!!!

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