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Università assediata

Nell’assemblea organizzata nel mio ateneo per celebrare la “primavera dell’università” (in una giornata peraltro tipicamente autunnale) ho esternato alcune riflessioni e proposte che qui ordino e riporto sperando che possano essere di interesse comune: sulle incongruenze della VQR; sugli abilitati senza posto; sul turn-over.

Forse per la paranoia collegata all’età avanzata, percepisco di vivere in una Università sempre più sotto assedio, e vedo provenire l’assalto da diversi fronti.

  1. Fronte della valutazione.

Sulle incongruenze della presente VQR credo ci sia poco da aggiungere. Alcune sono di tipo tecnico (nel mio dipartimento ne abbiamo individuato una serie, in questo sito se ne trova una collezione completa), altre sono di tipo metodologico e scientifico, anche queste ampiamente discusse. Va solo aggiunta l’incongruenza di trovarsi già al secondo anno della valutazione che partirà dai prodotti del 2015, senza sapere minimamente come avverrà tale futura valutazione, e quindi senza sapere – come sarebbe legittimo e normale – a quale criteri riferirsi nel costruire i prodotti in questi anni e a quali sedi editoriali indirizzarli.

Sulle incongruenze delle abilitazioni, a prescindere dai fisiologici ma scandalosi ritardi di applicazione, si potrebbero scrivere dei trattati: che i numeri (con soglie peraltro ad oggi sconosciute) su cui si basa lo screening preliminare non bastino a rappresentare la qualità, anzi a volte la travisano, lo capiscono anche gli alunni della scuola primaria e tutte le creature di buon senso, a parte il ministero e l’Anvur.

Si potrebbero citare sistemi di valutazione alternativi, vigenti in quei paesi che a parole vogliamo prendere a modello, ma questo andrebbe approfondito in altra sede.

 

  1. Fronte dell’autonomia nella gestione degli organici degli atenei.

Due terzi degli abilitati – cioè di quanti hanno superato il fronte 1 concernente le abilitazioni, in modo più o meno cruento o rocambolesco – non possono essere assunti. Solo menti perverse e sadiche potevano prefigurare un sistema simile a doppio passaggio, analogo ad una nomina a cavaliere ma senza cavallo, o alla dichiarazione di essere assegnatari ma senza  alloggio, come avviene per le case popolari o – per restare nell’ambito dell’assedio universitario – per gli studenti collocati in graduatoria di merito ma senza alcun beneficio tangibile per mancanza di fondi: anche loro “idonei senza posto”…

L’esito di questa perversione è che l’accademia italiana continua a reggersi sul precariato (alla faccia della logica del jobs act, applicata a tutti tranne che al sistema universitario): 66 mila precari contro 52 mila di ruolo secondo dati pubblicati dallo stesso ministero; cui si aggiungono 12 mila futuri dottori di ricerca, pochi certo, e diminuiti drasticamente rispetto al passato… ma che senso ha formare nuovi precari della ricerca, destinati alla disoccupazione o all’emigrazione, per poi piangere lacrime di coccodrillo sui giovani intellettuali disoccupati e sui cervelli in fuga?

Non si capisce perché bisogna vincolare ai “punti-organico” – forse inventati dalle stesse menti perverse che hanno pensato una abilitazione che pochi possono utilizzare – tutto il sistema degli avanzamenti di carriera e delle stabilizzazioni dei precari: come adesso avviene, a parte il passaggio da ricercatore di tipo A a B (che è un avanzamento nell’ambito del precariato, verso una terra promessa che si raggiungerà solo quando il fronte 1 delle abilitazioni verrà sbloccato, e non per tutti).

Eppure chi è abilitato e anziano nel ruolo pregresso costa pochissimo o quasi nulla, certo molto meno del punto organico che bisogna impegnare, magari per poi recuperarlo in seguito se (ipocrisia del sistema!) il bando è vinto da un interno… allungando i tempi senza alcuna ragionevolezza.

Perché gli atenei, ovviamente nei limiti dei bilanci e della loro virtuosità, non possono decidere autonomamente come destinare i fondi disponibili, conteggiando quanto effettivamente si spende per un avanzamento di carriera di personale docente e tecnico-amministrativo, e non aleatori e vincolanti “punti-organico”? Immaginate un istituto bancario o un qualsiasi ente che per promuovere un proprio dipendente sia costretto a conteggiare non il costo effettivo ma una unità teorica di spesa? Follie pensabili solo nella logica di un assedio all’università degli sprechi e dei nepotismi (come se tutte le università, e solo esse nel panorama italiano, fossero sprecone e corrotte…)

I punti-organico nel costo reale potrebbero invece essere destinati soltanto ai nuovi accessi, e qui si apre l’ulteriore fronte su cui l’università è aggredita.

 

  1. Reclutamento di nuovo personale.

Il turnover degli enti pubblici fissato al tetto del 20% (un nuovo ingresso ogni 5 pensionamenti) è già deprimente per suo conto, perché presuppone la logica che gli impiegati pubblici sono troppi e sostanzialmente inutili, quindi da potare nel tempo per ricondurli a cifre ragionevoli. Il che può essere vero in certi settori, ma non in tutti; in certi atenei e in certi corsi di studio, ma non in tutti; mentre per tutti il ministero richiede gli stessi numeri, ad esempio, di docenti per corso di laurea, altrimenti il corso non si può attivare.

Un vero paradosso, frutto di obiettivi da sterminio di massa: non puoi sostituire i pensionati, e se non hai i numeri – ovvio, viste le premesse relative ai fronti 1 e 2 – devi chiudere il corso, dato che non puoi certo utilizzare personale eventualmente in esubero in altri corsi di diversa natura.

Tanto i laureati sono già troppi (falso!) e troppi sono i corsi di laurea (altrettanto falso: magari sono mal distribuiti, ma non si distribuiscono meglio uccidendone alcuni a caso, cioè solo in relazione all’anzianità dei loro docenti!).

Il quadro di assedio si completa constatando che questo blocco omicida del turnover è sperequato – come tutto – fra aree geografiche d’Italia: il recupero effettivo dei pensionamenti risulta del 15% al nord e del 9% al sud. Altro che il 20%, che già ci sembrava poco in teoria…

Adesso chi ci governa si vanta di concedere all’università 860 (!) nuovi ricercatori. Fatti conti sommari, ne toccherà in media uno per dipartimento: nel corso di laurea più ‘attrattivo’ del mio dipartimento (1800 domande ai test di accesso per 300 posti), già quasi al limite con i requisiti di docenza, avremo 4 pensionamenti nell’arco di un biennio. Anche se il ministero per un improvviso e incredibile atto di generosità raddoppiasse il numero dei nuovi ricercatori, e per assurdo tutti i posti disponibili nel dipartimento fossero destinati a questo corso di laurea, tra due anni dovremmo chiuderlo comunque. E gli aspiranti ad immatricolarsi emigreranno in altri atenei (magari telematici…) o rinunceranno alla carriera universitaria. Vittime della strage, o condannati all’esodo di massa, o a foraggiare i corsi di laurea per corrispondenza, i cui vincoli e le cui spese di gestione sono ben diversi.

 

  1. Rompere l’assedio si può

Ho evitato di citare il fronte economico, cioè quello dei finanziamenti e dei relativi tagli; non voglio neppure discutere la ridicola affermazione che finalmente si è invertito il segno negativo: ben altro ci vorrebbe per recuperare anni di sottrazioni e di rapine, a cominciare dai posti persi e dagli scatti stipendiali tagliati impunemente e mai recuperati…

Il taglio delle risorse è la cornice esterna dell’assalto: ovvio che un aggressore ha più possibilità di rapinarti o ucciderti al buio e in un vicolo senza uscita, e proprio questa situazione è configurata dal contesto di spending review generalizzata e indiscriminata, dove i più scomodi e i più deboli vengono sopraffatti più agevolmente.

 

Se quelli citati sono i fronti e i mezzi privilegiati per affossare l’università, o almeno la parte più debole di essa (non necessariamente la più scadente!), quali sono le armi per difendersi?

Boicottare alcuni passaggi delle procedure perverse, ad esempio bloccare la VQR non conferendo i prodotti? Poteva essere una strada, ma nel quadro sopra descritto di assedio generalizzato significava lasciare la difesa ad iniziative individuali o di piccoli gruppi di volontari, mentre una strategia efficace deve riguardare tutto il sistema in quanto tale, senza dividerlo al suo interno.

Impegnare la CRUI tramite i rettori più sensibili? Possibile, consapevoli però che una parte della conferenza – come avviene in tutti i parlamenti composti da portatori di interessi diversi – rema contro o comunque cerca di trarre dalla guerra e dalle mediazioni diplomatiche tutti i benefici possibili, anche contro altre parti i cui interessi differiscono o divergono.

Coinvolgere il CUN e il CNSU, organi realmente rappresentativi delle vittime e non di chi le aggredisce? Certo, ma non basta: le associazioni delle vittime non sempre possono farcela a contrastare chi ha ben altri mezzi per condurre l’assalto.

Le armi appropriate per uscire dall’assedio non possono che essere sindacali e giuridiche.

Armi sindacali, astenendosi da tutte le attività burocratiche e che non competono per contratto a docenti e tecnici-amministrativi delle università, e di fatto bloccando molte delle attività – anche di valutazione – cui ministero e ANVUR ci obbligano, senza senso o con l’unico senso di costringerci alla resa snervandoci e distogliendo le forze dagli obiettivi essenziali di ricerca e didattica.

Armi giuridiche, costituendo a livello nazionale un gruppo di autodifesa composto in parte rilevante da giuristi e amministrativisti, pronto a promuovere e sostenere ‘tecnicamente’ nelle sedi appropriate (Giudici del lavoro, TAR, Consiglio di Stato, e così via fino alla Cassazione e alla Corte costituzionale) le rivendicazioni contro gli abusi giuridici e le irregolarità e violazioni tecniche e amministrative nei diversi fronti in cui quotidianamente si verificano. Questo gruppo potrebbe incaricarsi di coordinare e supportare le richieste provenienti dai luoghi e organismi di aggregazione già presenti ed attivi nelle diverse sedi universitarie, alcuni già estesi a livello nazionale, e da estendere progressivamente con un’incisiva azione dal basso, l’unica capace di coordinare la resistenza all’assedio e qualche sortita contro gli assedianti.

Concludo confessando che non avrei mai pensato di dover proporre di cercare la salvezza nello sciopero e nelle aule di tribunale, dopo oltre quarant’anni di fede ed impegno nell’università come luogo di scienza e di formazione e non di guerra civile permanente. E ne sono sinceramente amareggiato: ma non vedo altra soluzione per reggere con dignità gli ultimi (per me) anni di assedio, evitando alle future generazioni di studenti e lavoratori dell’università di restare vittime di aggressori seriali sempre più decisi e pericolosi.

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4 Comments

  1. marco2013 says:

    Gli atti della pubblica amministrazione devono, per legge, soddisfare criteri di logicità e razionalità. Basterebbe questo perché il TAR rimettesse un minimo d’ordine nel sistema universitario. D’altronde che la logicità e razionalità sia assente è del tutto ovvio: i decisori hanno le capacità della loro espressione, cioè nulle.

  2. liannelli says:

    Domanda: quanti giuristi professori universitari, sarebbero disposti a ‘sfidare’ magistrati del TAR o del Consiglio di Stato quando già a suo tempo la Corte Costituzionale (con un esimio accademico tra le sue fila) ha decretato giusta una chiara ed evidente discriminazione nei confronti degli universitari stessi? Non è il principio che va perseguito: qui, purtroppo, occorre combattere sullo stesso piano degli assurdi tecnicismi dei decisori/burocrati e la cosa non può che essere assai snervante, come lo sono gli attuali effetti. Chi mai vorrà sacrificarsi a tal punto?

  3. marco2013 says:

    Quanto successo alla Sapienza e a Pisa, e le stesse parole di Gaetano Manfredi, sono segnali forti. Renzi dispone di molte antenne e non può permettersi che la protesta, a cominciare dalla “rogna” VQR, si concretizzi oltre una certa misura.

    Un aiuto insperato l’ha dato proprio l’anvur, che, evidentemente, dopo attenta e meditata elucubrazione, ha dettato alla CRUI i propri desiderata. Sarebbe umiliante per la CRUI non replicare seccamente ad una simile assurdità.

    Se a questo si aggiunge l’oggettivo quadro catastrofico dell’università, fotografato con efficacia da Gianfranco Viesti, è ipotizzabile che Renzi cambi linea, smettendo di seguire il fallimentare piano confindustriale/bocconiano, i cui effetti stanno diventando irreversibili. Il SUD è in ginocchio ed invece di risollevarlo gli diamo le legnate, che senso ha? Lo stato risparmia 10 per poi dover spendere 10^n, altro che miopia politica, si tratta di completa inettitudine. E’ questo il progetto per l’università che ha in mente la sinistra italiana?

    A proposito di latitanza del MIUR, da più parti ci si chiede che fine abbia fatto Mancini. Non sembra che la sua azione sia molto apprezzata, tutt’altro. Evidentemente è necessario un cambio d’aria, o, come dice Renzi, un cambio di passo.

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