Riceviamo e volentieri pubblichiamo: in un (raro) momento di ottimismo, forse anche dovuto al fatto che al momento mi trovo dall’altra parte del mondo (a Stanford), ho tenuto a condividere questa esperienza positiva, e sicuramente fortunata, nella speranza che dia motivazione a chi è insoddisfatto, a chi se ne è andato, a chi vuole andarsene, a rendere il sistema universitario italiano meglio di quello che è.


 

Un’esperienza positiva

Sono sempre stato scettico del sistema universitario italiano, sia attraverso esperienze personali che di persone che conosco. E di storie simili ne appaiono tante su ROARS, importanti testimonianze di giovani (e meno giovani) frustrati dalla difficoltà di fare ricerca di qualità e di essere riconosciuti per il proprio lavoro. Però in questo breve commento vorrei riportare un’esperienza positiva, per due ragioni: perché mi è successa personalmente, e per provare a dare un segnale positivo (per una volta!).
Io faccio ricerca nel campo dei cambiamenti climatici, e specificatamente su temi che usano modelli numerici per integrare le varie componenti del problema (economia, sistema energetico e ambientale, e clima). Per sua natura, è un campo di ricerca molto interdisciplinare: lavoro con economisti, ricercatori operativi, ingegneri e fisici, etc. Proprio per questo, spesso la ricerca in questo campo (non solo in Italia) viene fatta fuori dall’università, in centri di ricerca dove le barriere disciplinari sono più facilmente sormontabili. E io non sono un’eccezione. Ho fatto ricerca in istituti di ricerca in Italia, e negli Stati Uniti (in quest’ultimo caso all’interno dell’università). I finanziamenti della Commissione Europea su progetti dei programmi quadro (ie. FP7, H2020) hanno permesso di creare un gruppo di ricerca dinamico e competitivo, anche grazie al fatto che questo è un tema attuale e rilevante per le politiche pubbliche europee. Ho insegnato (a Cà Foscari) da esterno perché mi piace insegnare e per formare giovani su questi temi (ce ne sono pochi), ma non ho mai pensato ad entrare di ruolo.
Tutto è cambiato quando ho avuto la fortuna di vincere uno starting grant ERC. Dopo un precedente tentativo, in cui non avevo passato la soglia più alta per accedere al colloquio (ma ero rimasto eleggibile per l’anno successivo), l’ho vinto nell’estate del 2013. Piuttosto rapidamente, ho avuto contatti con 3 università in italia (Cà Foscari, Univ. degli Studi di Milano, Politecnico di Milano), sia tramite persone che già conoscevo o per mia iniziativa. I rettori dei tre atenei si sono dimostrati molto gentili e disponibili, e la difficoltà maggiore è stato scegliere il posto giusto. Per diverse ragioni, per lo più personali, alla fine ho scelto di andare al Politecnico di Milano.
Nel giro di tre mesi la mia pratica è andata al Ministero, dove è rimasta per qualche altro mese, fino a che, nella primavera del 2014, sono entrato ufficialmente in università. Il tutto, insomma, si è concluso in poco meno di anno, un processo non velocissimo ma tutto sommato ragionevole. Non so cosa verrà poi. E’ possibile che mi penta di questa scelta, e che posti un articolo su ROARS su come sono sbagliati gli incentivi, o quanto frustrante sia lavorare in università. Oppure che me ne vada all’estero se la situazione è insopportabile. Però in un (raro) momento di ottimismo, forse anche dovuto al fatto che al momento mi trovo dall’altra parte del mondo (a Stanford), ho tenuto a condividere questa esperienza positiva, e sicuramente fortunata, nella speranza che dia motivazione a chi è insoddisfatto, a chi se ne è andato, a chi vuole andarsene, a rendere il sistema universitario italiano meglio di quello che è.
Per ulteriori informazioni, non esitate a scrivermi. Ciao !

Max

Massimo Tavoni, Politecnico di Milano

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