“La filosofia della scienza è utile agli scienziati quanto l’ornitologia agli uccelli”, disse una volta il fisico Richard Feynman. In effetti, il rapporto tra epistemologi e scienziati per tutto il novecento non è stato affatto idilliaco. I primi si sono accaniti a dimostrare che il metodo scientifico non esiste; i secondi hanno fatto finta di niente, ritenendo che il clamoroso progresso tecnico della modernità bastasse a dimostrare che, dopo Galileo, la scienza ha davvero cambiato marcia.
Gli assalti alla cittadella scientifica oggi sono più rari. Il metodo sperimentale, però, non ha guadagnato in solidità: a quanto pare, le riviste più prestigiose, quelle che selezionano con parsimonia e severità le ricerche da pubblicare, pullulano di scienza non riproducibile. Non è cosa da poco, perché la riproducibilità dell’esperimento è uno dei fondamenti del metodo galileiano. Ripetere un esperimento e trovarne l’errore permet- te alla comunità scientifica di filtrare la buona scienza da quella cattiva. Nella realtà le cose vanno diversamente, come ha denunciato su Nature Glenn Begley, ex-direttore della ricerca sul cancro presso la casa farmaceutica statunitense Amgen. Su 53 esperimenti selezionati in un decennio dal suo gruppo in vista di eventuali applicazioni farmaceutiche, solo in 6 casi è stato possibile confermare i risultati dichiarati dai ricercatori. Sempre su Nature, ma un anno prima, i laboratori della Bayer avevano raccontato un’esperienza analoga: i tre quarti delle sperimentazioni descritte sulle principali riviste scientifiche non sono risultate riproducibili. E per fugare il dubbio che sia una patologia riservata alle scienze mediche, ci soccorre la collezione di casi raccolta dal fisico Stefano Ossicini dell’università di Modena, nel suo recente L’universo è fatto di storie, non solo di atomi (ed. Neri Pozza): truffe ed errori rintracciati persino nelle scienze “dure” per eccellenza, come la fisica e la chimica. Bene, si dirà: significa che la cattiva scienza prima o poi viene a galla? Mica tanto. Come osserva lo stesso Ossicini, i meccanismi di controllo stentano a tenere il passo di un sistema di ricerca in espansione a livello internazionale, in cui cresce il numero di ricercatori ed esperimenti ma anche degli interessi economici e dei relativi conflitti. Chi lavora in un’azienda farmaceutica non segnalerà le ricerche irriproducibili, dopo aver sprecato tanto tempo al loro inseguimento: lascerà che ci sbattano il muso anche i concorrenti. Nemmeno le università rappresentano un efficace fact-checker, perché la ripetizione delle scoperte altrui non frutta pubblicazioni né finanziamenti. Dunque, ricerche scadenti continuano a condizionare carriere e danari. Alla lunga, ne paghiamo noi le conseguenze: nonostante la rivoluzione biotecnologica, il numero di nuovi farmaci non è aumentato e ricerche indipendenti dimostrano che solo un nuovo farmaco su dieci presenta un’efficacia terapeutica superiore ai prodotti precedenti.
C’è chi corre ai ripari: la Science Exchange, una dotcom della Silicon Valley, propone ai ricercatori di certificare la riproducibilità degli esperimenti grazie a una rete di esperti disposti a fare da esaminatori. Questo marchio di qualità, come ogni servizio, si pagherà. In cambio, la maggiore affidabilità attrarrà investitori pubblici e privati, favorevoli a puntare su linee di ricerca di origine controllata. Però è una sconfitta per la comunità scientifica, che da sempre preferisce governarsi da sé: immaginate Sir Isaac Newton rivolgersi ad un mercante per veder riconosciuta la legge della gravitazione universale?
L’iniziativa della Science Exchange è solo una risposta parziale. Le minacce alla verificabilità della ricerca arrivano anche da altri fronti. Un brevetto, ad esempio, vieta di sfruttare una tecnologia senza l’autorizzazione dell’inventore. Un esperimento che usi un microscopio elettronico o una sequenza genetica brevettati, dunque, non può essere riprodotto liberamente se non vent’anni dopo. Sulla carta, il divieto riguarda solo le aziende, perché la ricerca no profit è tradizionalmente esentata dal rispetto della proprietà intellettuale. Ma con la privatizzazione dell’istruzione e dell’università, un processo in atto a livello planetario, questa distinzione tende a sfumare: già nel 2003 l’americana Duke University, in quanto privata, fu condannata per aver utilizzato un brevetto di un ex-dipendente senza autorizzazione. Potrebbe accadere anche alle università italiane, che dopo la riforma Gelmini possono trasformarsi in fondazioni di diritto privato.
Le regole del gioco scientifico stanno cambiando e qualche filosofo in più avrebbe fatto comodo, se gli scienziati devono ora ricorrere ad una società sub-appaltatrice per salvare la faccia. Ma si abitueranno, in fondo è un ritorno all’antico: anche ai tempi di Galileo gli scienziati avevano bisogno dell’imprimatur papale. E forse è più facile trattare con una start-up che con il cardinal Bellarmino.
Questo articolo è uscito su Orwell, supplemento culturale di Pubblico, sabato 20 Ottobre.
Send to Kindle

9 Commenti

  1. Vorrei capire meglio che cosa si intende per “Ma con la privatizzazione dell’istruzione e dell’università”.
    La maggior parte delle universita’ che private lo sono gia’ mantengono lo status di not-for-profit (negli Stati Uniti per motivi fiscali) e quindi rimangono esentate. Le eccezioni di cui sono a conoscenza non fanno ricerca ma formazione professionale.

  2. @federico

    Hai ragione nel dire che molte università private americane rimangono enti no-profit, ma oggi questo non le esenta dall rispettare i brevetti. Ciò che è cambiato è che oggi un’università, anche se no-profit, è considerata un’impresa che fa attività economica, e non un pubblico servizio. Facendo attività economica, deve rispettare i brevetti. Lo slittamento non riguarda tanto il profitto, quanto il ruolo sociale delle università. Ad esempio: anche da noi, la Coop non può far profitti per legge, ma tutti la consideriamo un’impresa privata e riteniamo normale che sia trattata come un’impresa a tutti gli effetti, a parte qualche clausola fiscale. Ecco, oggi le università americane sono considerate alla stregua della Coop: magari vendono un prodotto socialmente utile, magari non fanno profitti, ma sono imprese, e devono rispettare le leggi di mercato. La trasformazione da università a fondazione di diritto privato (riforma Gelmini) è tecnicamente proprio questo: gli atenei smettono di essere servizi pubblici (tipo ministeri o ospedali) e diventano enti privati no-profit. Se si guarda solo al profitto, cambia poco. Ma la privatizzazione non sta lì.

    Se vuoi saperne di più, approfondisci la sentenza “Madey vs Duke University” del 2002, su cui i giuristi continuano a dibattere dopo dieci anni. Se vai alla pagina http://sippi.aaas.org/rschexemption.shtml c’è una bibliografia minima ma utile.

    • Grazie per la chiarificazione. Ci sono stati altri casi dopo questo del 2003? Mi verrebbe da pensare che essendoci un precedente, dovrebbe seguire una valanga di cause se questo infringement da parte delle universita’ e’ cosi’ diffuso.

  3. Non so se ho frainteso quel che scrivi, ma i brevetti vincolano tutti, non solo i soggetti privati. Le università non sono “servizi pubblici” ma enti autonomi, che possono, a partire dalla 133 del 2008 trasformarsi in fondazioni; la riforma Gelmini semmai ne accentua i caratteri pubblicistici ponendoli sotto stretta vigilanza e significativi poteri ministeriali.

    • Appunto. Io dicendo “riforma Gelmini” intendevo proprio la 133/2008 di cui parli tu. Quella dell’Onda, per capirci.

    • Per non scrivere 133/08 ho usato la nomenclatura di Wikipedia, che inserisce la 133/08 nell’ambito della riforma Gelmini. Sorry.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.