Sono un maniaco visionario e l’ho detto più volte e ripeto: rimestare il pestello nel mortaio dei concorsi non sortirà mai nulla di buono, per la semplice ragione che è il sistema dei concorsi a essere sbagliato, rigido e corrotto e inevitabilmente perché non può funzionare un sistema di concorsi in cui i commissari sono individualmente legati ciascuno a un concorrente specifico la cui eventuale bocciatura si traduce automaticamente in una bocciatura del commissario, perché il sistema feudale è così fatto.

L’illusione provinciale di risolvere il problema con il “membro esterno” straniero è pari al provincialesimo di fare tutti i corsi universitari in inglese (ovviamente i corsi di matematica non richiedono una grande conoscenza dell’inglese) piuttosto che puntare a una massiccia alfabetizzazione alle lingue straniere nelle secondarie. Tra l’altro mi domando chi farà l’esame di proficiency in lingua inglese ai docenti che dovranno insegnare in inglese? Ne uscirà un globish gibberish, un pidgin surreale simile a quello che ai miei tempi si chiamava Japanese English o al linguaggio degli addetti al marketing.

Si assume cioè che l’Altro, lo straniero sia geneticamente meno corrotto di noi. Balle! Chiunque abbia avuto anche solo un minimo di esperienza in università straniere o in commissioni della Commissione Europea sa che lo scambio può essere feroce. Rileggersi prego C.P.Snow, Corridors of power o uno dei numerosi testi su The Academic Marketplace.

La differenza è che in altri sistemi ci sono modi più efficaci per controllare il cronyism, mentre noi continuiamo a battere la testa sul sistema dei concorsi che lo genera e lo sostiene. Se noi prendiamo un “onesto” americano e lo mettiamo in una commissione di 5 in cui gli altri 4 intrattengono rapporti feudali con i loro allievi, il povero americano si trova imbambozzolato se non si è già messo d’accordo prima. Ho già scritto un rendering di questa situazione che i miei colleghi americani hanno trovato molto realistico. Secondo me occorre davvero smetterla di rimestare il pestello dei concorsi e pensare a un sistema più decentrato con autonomie reali e responsabili. Si può fare, non è irrealistico. Il sistema che propongo è molto più simile a quello tradizionale, ma soprattutto si basa su principi più antichi dell’orrido prodotto centralistico del “mentecatto burocrata” romano che non funzionerà mai.

Propongo un radicale cambiamento di impostazione:

L’obiettivo da raggiungere è un sistema universitario autonomo, basato su una discrezionalità responsabile, con forte mobilità, e con il minimo di rapporti feudali. E occorre eliminare il sistema di reclutamento nazionale che sarà sempre rigido e corrotto.

Autonomia. Non è pensabile che un sistema di grandi proporzioni funzioni se non è basato su principi veri di autonomia. Nel pieno senso della parola. La cultura fino a oggi prevalente è stata quella di un sistema colonizzato dal centro e gli atenei hanno semplicemente seguito le logiche dei subjecti, che appena possono rubano al despota. Occorre passare a una autonomia vera con elevato grado di responsabilità.

Discrezionalità responsabile. Le comunità scientifiche di ateneo devono essere messe in grado di decidere con responsabilità. Devono passare da subjecti a soggetti in grado di prendere decisioni responsabili: nei confronti degli altri membri della medesima comunità; nei confronti delle altre comunità scientifiche dell’ateneo ; nei confronti degli studenti e del sistema in generale.

Mobilità, proprio perché il sistema diventa più autonomo occorre evitare che sia una accozzaglia di morte gore. Per questo è contemporaneamente necessario stimolare e se necessario forzare un elevato grado di mobilità.

 

Antifeudalesimo. Tutto ciò può funzionare solo se si eliminano radicalmente fin dall’inizio i rapporti feudali (di servizio e di potere) tra maestri e allievi

Pratiche operative: innovazione di prodotto NON di processo.

1) I professori universitari vengono creati dalla comunità accademica di riferimento, nell’ateneo che ne ha bisogno, che sono pertanto abilitati a concedere la venia docendi, ovviamente nei limiti di un bilancio consolidato.

2) Poiché esiste un interesse nazionale, che però non deve tradursi in un procedimento nazionale (fonte di rigidità e corruzione) il sistema nazionale di valutazione concentra i suoi sforzi sull’accreditamento a priori degli atenei, e non sulle procedure di reclutamento. Solo gli atenei che hanno certe caratteristiche, valutate e periodicamente riviste, possono essere accreditati.

3) A posteriori onde evitare backscratching, sandboxing, cooptation, cronyism e gli altri mali che affliggono tutti gli atenei del mondo, la nomina può essere contestata da chi ha un interesse accertato, presso apposita commissione di revisione nominata dagli organi centrali del sistema.

4) In ogni caso la nomina nel sistema vale 5 anni, allo scadere dei quali il docente deve essere confermato e dal dipartimento in cui è inquadrato in quel momento, e da una commissione di revisione nominata dall’ANVUR; gli atti sono pubblici e impugnabili da eventuali concorrenti. La revisione viene fatta una seconda volta dopo 10 anni. E una terza dopo 15. Alla fine di questo percorso il docente riceve una tenure di sistema. Ove fallisca in una delle revisioni deve ricominciare da capo, ma gli anni passati nel sistema gli vengono riconosciuti.

5) Alla terza revisione deve documentare di avere insegnato per almeno 5 anni anche non consecutivi in atenei diversi da quello in cui viene richiesto.

6) In ogni caso l’Ateneo non potrà chiamare come nuovi docenti ovvero concedere la venia docendi a persone che si siano laureate, abbiano conseguito un dottorato o esercitato attività didattiche di ogni tipo nell’ateneo stesso.

 

Questo sistema che affida la discrezionalità dove deve essere cioè alla comunità dei docenti competente e interessata ad avere un docente in un data materia, implica una mobilità necessaria per i piccoli atenei periferici perché i grandi atenei producono più di quanto possano impiegare in loco e possono rifornire i piccoli che non possono a loro volta impegnare direttamente i loro dottorati o laureati che devono rivolgersi altrove. Obiezione che mi è stata fatta in alto loco: ma i boss si mettono d’accordo. Può darsi, ma intanto il backscratching (do-ut-des), diventa molto complicato, e soprattutto non si basa su rapporti di fedeltà, ma su competenze. Se io, boss romano, mi metto d’accordo per mandare mio figlio a Enna dal mio ex allievo, bisognerà che questo figlio sia bravo perché se è una sola chi lo vuole? Comunque solo questo sistema potrebbe evitare la costruzione di quel rapporto feudale che è la maggior fonte dei mali dell’università italiana

 

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6 Commenti

  1. Il sistema che proponi mi sembra molto complicato, comunque alla base dovrebbe esserci l’abolizione del valore legale della laurea e una seria valutazione, con punteggi e selezione dei finanziamenti delle università, delle facoltà, dei dipartimenti e dei corsi di laurea, altrimenti che interessi avrebbero a chiamare docenti bravi e non docenti raccomandati?
    Sono alla fine della mia carriera e sono ancora convinto che il sistema della cooptazione è difficilmente sostituibile e va accettato, nel bene e nel male.

  2. La proposta di Martinotti ha in sè a;cune cose ragionevoli ed alcune fantascientifiche cha manco ad Harvard, od alla Lake Wobegon University della Misty County si sognerebbero mai di implementare.

    Il punto (6) è sacrosanto. Accompagnato a selezioni veramente locali ed autonome permetterebbe di smuovere le acque immediatamente.

    I punti (4) e (5) sono particolarmente negativi nella loro impostazione, dato che fanno rientrare dalla finestra forme di procedura “nazionale” (perdipiù incentrate sull’ANVUR) che non hanno paragoni a livello internazionale. Inoltre, non tengono conto della vita delle persone, specie in posizioni con – si spera in prospettiva e con patti chiari – didattica molto pesante; i “liberal colleges” americani vengono sempre in mente. Il punto (4) potrebbe – ribadisco il condizionale – essere accettabile, se e solo se, le procedure di valutazione fossero decise localmente in autonomia e potenzialmente valutabili “ad hoc” centralmente, ma senza imposizioni. Il vincolo (5) invece è fuori da ogni logica conosciuta (almeno a me) e, se imposto, non farebbe altro che generare una serie di complicazioni e di sfridi. Voglio vedere il docente X che al 14 anno si trova a far esami nell’Ateneo dove ha insegnato per un anno 7 anni prima. Ma di questo ci guardiamo ben dal parlare, no?!?

    A presto

    Marco Antoniotti

  3. Sono fondamentalmente d’accordo nel ritenere il concorso un sistema inefficiente di selezione del personale ricercatore e docente, ma trovo la proposta presentata in questo post troppo complicata e farraginosa. Secondo me sarebbe un grosso passo avanti rendere “pubbliche” le raccomandazioni, ovvero promuovendo la selezione attraverso una sorta di sponsorizzazione da parte di un professore. Se questa sponsorizzazione fosse pubblica e la carriera del professore sponsor fosse legata al rendimento del giovane sponsorizzato, credo che avremmo già un significativo miglioramento della situazione.

  4. Il principio di fondo enunciato da Martinotti è giusto (responsabilità nelle scelte demandate all’autonomia), ma ho l’impressione che il meccanismo pensato per tradurlo in pratica sia complicato e iper-prescrittivo. Ci stiamo forse noi stessi portando dietro e dentro la disabitudine alla libertà responsabile che inevitabilmente deriva da ogni sistema di “despotismo legale” come quello in cui viviamo (così lo chiamavano certi illuministi, ma invocandolo in positivo in reazione all’antico regime regno dell’arbitrio e del privilegio). Ma il rimedio all’arbitrio e al privilegio non è un maggior tasso di regole, norme e leggi, le quali non sono il frutto di una razionalità ispirata al bene generale (come speravano i nostri illuministi), ma il frutto del compromesso degli interessi spesso manipolato e corrotto (sì, il sistema della democrazia legislativa produce corruzione e pattegiamento, non c’è alternativa, così come la “ragione collettiva” produce mostri come la fede salvifica nel “membro esterno” o l’idolatria dell’inglese o il feticcio dell’obiettività assoluta). Credo che questo vada tenuto a mente quando si ragiona di qualsiasi problema, anche di concorsi per entrare all’università. Ci sono forse pochi e semplici (ma difficilissimi) modi per rendere accettabile il grado inevitabile di collusione insito in ogni processo di selezione: “alzare l’asticella” (esigere molto da noi stessi autorizza a chiedere molto a chi si seleziona: qui ha ragione da vendere l’Anvur), la terzietà, la pubblicità e la responsabilità individuale. Una preselezione “terza” con requisiti elevati seguita da “peer review”; una verà accessibilità pubblica dei procedimenti delle commissioni di selezione (non come ora: provate ad andare a cercare i verbali di concorso e quando li avete trovati cercate di non piangere nel leggerli); rendere normali le “references”; e far ricadere su chi sceglie le conseguenze della scelta. Niente di tutto questo può essere in alcun modo imposto per legge: deve derivare dall’interesse (magari sostenuto dal buon senso) di chi seleziona. Detto questo, anche nei procedimenti di selezione per chair internazionali ad elevato grado di autonomia l’operato delle commissioni di selezione è altamente discutibile e spesso difficilmente riconducibile a principi evidenti. Chi resta fuori lasciamo che si consoli trovando mille e una evidenze di favoritismo. Inoltre, in generale piacerebbe che diventasse comune in ogni candidato l’onestà di conoscere in partenza i propri limiti, di fare passi commisurati alle proprie possibilità e di accettare che quei limiti vengano riconosciuti da una commissione. Quanti hanno incontrato – nella comunità accademica – persone consapevoli delle proprie inadeguatezze e oneste a tal punto da non ambire a posti di responsabilità accademica o addirittura da non pretenderli, riconoscendo di non essere confortate da credibilità scientifica ?

  5. […] Guido Martinotti, da “maniaco visionario”, è contro “il sistema dei concorsi” e, in particolare, contro la presenza del “’membro esterno” straniero” che – ed ha ragione – è segno di “provincialismo”. La giusta soluzione per Martinotti? “Un sistema più decentrato con autonomie reali e responsabili”, alternativo all’”orrido prodotto centralistico del ‘mentecatto burocrata’ romano”. E quindi “un sistema universitario autonomo, basato su una discrezionalità responsabile, con forte mobilità, e con il minimo di rapporti feudali”. […]

  6. Proposte radicali e/o ministeriali di riforma dei meccanismi di reclutamento dell’Università: tutto parte dal presupposto di un sistema interamente corrotto, feudale, dove il peggio delle male pratiche accademiche mondiali è diffuso in modo capillare e uniforme. Ma è davvero così? Non è possibile prendere atto del fatto che ci sono differenze notevoli tra atenei, tra facoltà, tra settori disciplinari, tra dipartimenti, tra gruppi di ricerca? E una valutazione ex-post non sarebbe molto più facile? Se davvero il nostro sistema è corrotto fino al midollo e va raso al suolo e ricostruito su diverse fondamenta, prima di abbattere e ricostruire non è meglio cercare di capire com’è successo che più di qualche buon prodotto c’è stato negli anni scorsi (nel senso di produzione di giovani ricercatori competitivi, e di prodotti della ricerca di altissimo livello, etc. etc.)?

    Già adesso ogni dipartimento, ogni facoltà (scuola), ogni ateneo potrebbe (e avrebbero potuto) dotarsi di meccanismi di funzionamento che ostacolino le male pratiche, o che richiedano la trasparenza per ogni passaggio decisionale. Perché nessuno ha fatto granché?

    Finora, mi sembra, tutte le riforme strutturali dell’Università nel tempo hanno prodotto effetti non prevedibili e non previsti, più “Catch 22” che “De re publica”. E difficilmente si può dire che abbiano davvero raggiunto gli obiettivi che si erano poste.

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