Dunque è possibile. Between, rivista di letteratura comparata edita dall’Università di Cagliari, esiste solo online, ed è gratuita. Gli autori degli articoli non vengono pagati (ma come accade sempre, nelle riviste accademiche), e la rivista non viene venduta: i vari contributi si scaricano liberamente dal sito http://ojs.unica.it/index.php/between. Con tutti i dubbi e le riserve che la classificazione merita, Between è stata messa in fascia A nella recente valutazione dell’ANVUR.

Anche Herom. Journal on Hellenistic and Roman Material Culture è una rivista online, ma ha una storia più complicata. I direttori di Herom avevano fondato, nel 2007 la rivista Facta. A Journal of Roman Material Culture Studies. La rivista Facta ha avuto un notevole successo tra gli specialisti, ma a un certo punto al comitato editoriale è parso che il suo prezzo fosse eccessivo, o eccessivo l’aumento del prezzo nello spazio di cinque soli anni (prezzi per le biblioteche, un numero annuo):

2008 = 85 euro

2009 = 125 euro

2010 = 245 euro

2011 = 325 euro

2012 = 395 euro

I direttori hanno cercato di convincere l’editore Serra ad abbassare il prezzo dell’abbonamento, ma senza riuscirci: vedi l’editoriale del primo numero di Herom, 1 [2012], pp. 7-21: Scherben bringen Glück. Herom’s Editorial Statement. Hanno deciso perciò (senza frizioni: l’editore Serra è anzi francamente ringraziato nell’editoriale per la pazienza e l’entusiasmo mostrati nell’avventura di Facta) di rassegnare le dimissioni e di rivolgersi a un altro editore. Leuven University Press ha subito accettato la proposta ed è nata Herom: un bel sito web, contributi scaricabili in pdf, print on demand, il tutto a costi accessibili (il costo del volume online per i privati è di 55 euro). Tutto bene, mi ha scritto uno dei direttori, salvo «l’amarezza (ma non troppa) per aver portato un bel prodotto italiano all’estero».

Dunque è possibile trasferire i saggi accademici online; ed è possibile pubblicarli in open access. Del resto, è quello che succede ormai nelle scienze dure e nelle scienze sociali, non si vede perché le scienze umane dovrebbero fare eccezione. È auspicabile che ciò avvenga? Non saprei. Ciò che è auspicabile è che le riviste online non diventino proprietà di un cartello di pochi editori che alzano i prezzi a loro piacimento: che è precisamente ciò che è accaduto e sta accadendo nel settore delle scienze dure. Non è auspicabile, non è giusto per almeno quattro ragioni: perché chi pubblica su queste riviste non viene pagato; perché il lavoro redazionale e promozionale non giustifica prezzi troppo alti; perché i frutti della ricerca scientifica pagati dallo Stato dovrebbe essere gratuiti per ogni contribuente; e perché la pubblicazione in open access stimola il dibattito e la produzione scientifica.

D’altra parte, il fatto che pubblicare online sia comodo ed economico non significa che la carta debba essere abolita, anche perché le riviste accademiche italiane hanno costi tutto sommato ragionevoli. Ecco i prezzi (per le biblioteche) di alcune tra quelle che mi càpita più spesso di vedere: Medioevo romanzo (Salerno Editrice), 70 euro per due numeri annui; Lingua e stile (Il Mulino), 56 euro per due numeri annui; Nuova rivista di letteratura italiana (ETS), 47 euro per due numeri annui; Studi mediolatini e volgari (Pacini), 49 euro per un numero annuo.

In questo panorama di complessiva moderazione, di complessiva ragionevolezza, spiccano alcune anomalie, la principale delle quali (non la sola) mi pare sia rappresentata proprio dall’editore di Facta, Fabrizio Serra, che pubblica un gran numero di riviste, per lo più d’area umanistica, alcune ottime altre discrete altre ancora pessime, ma unificate tutte dal fatto di costare cifre che, paragonate a quelle delle riviste di altri editori, appaiono – come dire – bizzarre. Qualche esempio dal listino 2013 (i prezzi sono quelli del volume cartaceo + accesso online tramite riconoscimento IP riservato a non più di venti computer dell’ateneo che stipula l’abbonamento): Archaeologia Maritima Mediterranea, 995 euro per un numero annuo; Poiesis (rilegato), 1595 euro per un numero annuo; Rivista di letteratura italiana, 1095 euro per tre numeri annui (l’abbonamento ai soli volumi cartacei, senza l’online, costa 995 euro); Studi novecenteschi, 895 euro per due numeri annui. Eccetera:

www.libraweb.net/Documenti/prezzi.pdf.


Data questa bizzarria, e dato che di questa bizzarria mi sono accorto quando ero il responsabile della biblioteca della mia facoltà, ho dovuto bloccare gli abbonamenti alle, diciamo, meno necessarie tra le riviste dell’editore Serra: perché spendere cifre simili per le riviste riduce di migliaia di euro il budget per la normale amministrazione della biblioteca (pulizia, luce, stipendi per il personale) e per i libri (il che, per inciso, ha una diretta conseguenza sugli equilibri all’interno degli atenei: le scienze dure, che si esprimono per lo più attraverso articoli, non attraverso libri, si avvantaggiano rispetto alle scienze umane e sociali). Su questa strada sono stato seguìto da alcuni colleghi di altre università italiane (Torino, per esempio) e straniere (per esempio – come si legge nell’Annual Report 2009, p. 7 – la Society for the Promotion of Roman Studies dell’Università di Londra ha deciso di sospendere l’abbonamento a tre riviste di antichistica «purely by reason of huge price increases which put them beyond our reach. All three issue from the same publisher, Fabrizio Serra, with whom other libraries, notably the Warburg, have experienced the same difficulty»). Ho anche comunicato la cosa su www.menodizero.eu, sul Sole 24 ore e, scendendo nel dettaglio, sulla (defunta) Rivista dei Libri:

www.larivistadeilibri.it/2010/02/giunta.html

Di fronte a cifre così chiare, è stato difficile eccepire: queste riviste – hanno convenuto parecchi colleghi – costano davvero troppo. Qui per esempio un articolo uscito su Filelleni:

http://filelleni.wordpress.com/2012/07/18/riviste-accademiche-quando-invertiamo-la-rotta

La cosa importante è che a convenire sono stati anche colleghi che dirigono o condirigono riviste dell’editore Serra: vale a dire, dato il numero crescente delle riviste pubblicate, una parte considerevole (maggioritaria, forse) dei docenti universitari italiani. Alcuni, tra questi colleghi, mi hanno assicurato che avrebbero tentato di negoziare, di sensibilizzare, di spuntare insomma prezzi che siano più in linea con le medie italiane. Ogni rivista fa caso a sé, si capisce, ma non mi pare che le cose, a due anni dal mio primo intervento sulla Rivista dei libri, siano cambiate molto: la decisione presa dai direttori di Facta è, se non sbaglio, rimasta quasi isolata (quasi: perché, prima ancora di quelli di Facta, anche i direttori di Workshop di Archeologia Classica, Andrea Carandini e Emanuele Greco, hanno deciso di dimettersi, e per la medesima ragione).

Che fare, a questo punto? Continuare così? È un’opzione, ma un’opzione discutibile, perché continuiamo così a spese della fiscalità generale; e rischiosa, perché di taglio in taglio le biblioteche potrebbero presto non avere più i soldi per acquistare queste riviste, e i nostri studi finirebbero per circolare in forma di dazebao, o di pdf allegati alle e-mail. Se – come sento dire – una delle ragioni per cui alcuni direttori non vogliono dimettersi è il desiderio di tenere viva la ricerca e il dibattito culturale a livello universitario, vendere una rivista a ottocento euro non è senz’altro la strategia giusta. Che fare? Intanto, essere molto cauti nell’accettare proposte di direzione o di condirezione o di partecipazione al comitato scientifico di nuove riviste che oggi costano poco ma domani potrebbero costare tantissimo, e senza che i direttori o condirettori possano farci niente. Essere direttori di qualcosa è tentante, è anche vantaggioso, ma a volte astenersi è la scelta più saggia. Poi, credo che i direttori delle riviste più costose (magari coordinandosi?) dovrebbero fare ulteriori pressioni sull’editore affinché abbassi i prezzi. Se l’editore non accetta di farlo, suggerirei di portare il problema nelle associazioni: «Che fare con le riviste accademiche?» meriterebbe di essere il primo tema all’ordine del giorno nelle riunioni del prossimo anno.

Altri interventi sul tema possono essere letti qui, qui e qui.

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6 Commenti

  1. “Ciò che è auspicabile è che le riviste online non diventino proprietà di un cartello di pochi editori che alzano i prezzi a loro piacimento: che è precisamente ciò che è accaduto e sta accadendo nel settore delle scienze dure.”

    Guarda che non sempre è così, questo è stato uno fra i casi più eclatanti:

    http://en.wikipedia.org/wiki/Topology_%28journal%29

    Certo, la maggior parte delle riviste sono ancora gestite da editori che lucrano, ma molte cose si stanno muovendo.

  2. Passi avanti certamente fondamentali, anche se io ritengo che in questo momento sia miope passare da una rivista costosissima a una relativamente economica. I costi di “migrazione” sono talmente alti che di fatto equivale a rinviare indefinitamente il vero cambiamento importante, cioè l’Open Access. Facta era diventato inaccessibile anche per la comunità accademica. Ora Herom è accessibile per la comunità accademica, ma continua a rimanere inaccessibile per tutti gli altri…

  3. Ci sono 239 riviste italiane nella Directory of open access journal http://doaj.org/doaj?func=findJournals&uiLanguage=en&hybrid=&query=italy
    L’università di Milano ne pubblica 16 che nello scorso anno hanno registrato 123000 download. Quasi quanto l’intera piattaforma del Mulino che ne pubblica 80.
    Quindi certo che è possibile.Ed è altrettanto certo che se queste riviste sono gratuite per chi legge, vi è un impegno cospicuo in termini di lavoro e tempo dedicato da parte di chi pubblica. Una rivista non dovrebbe costare 800 euro e si dovrebbero fare pressioni perché gli editori non alzino i prezzi imitando i monopolisti stranieri, tuttavia una disseminazione ampia anche al di là della propria comunità scientifica si può ottenere solo attraverso la presenza online di lavori di ricerca liberamente accessibili per tutti.

  4. Il tema e’ caldo e importante ma mi sarei aspettato un maggior approfondimento. Che le riviste costino tanto, anche a seguito di una progressiva deriva monopolistica, non e’ un mistero. Che, a fronte di questo l’ Open Access abbia un’ alta attrattiva, anche.

    Tuttavia il tema e’ complesso e non credo che si possa risolvere sulla base del rifiuto volontario di far parte di comitati editoriali. Mi piacerebbe vedere un maggior approfondimento e un po’ di confronto di dati.

    Per esempio, anche se e’ evidente che editori privati come Elsevier cerchano il massimo profitto, mi sfugge il motivo per cui anche riviste edite da societa’ scientifiche (penso, in ambito di scienze naturali l’ AIP o la APS americane) hanno dei tariffari di abbonamenti estremamente alti. Un modo per finanziare altre attivita’ ? Costi fuori controllo ? Costi incomprimibili ? Non so. Ma mi piacerebbe capire prima di prendere posizione. Di sicuro anche una modlaita’ Open Access unicamente on-line ha dei costi incomprimibili che tendono a crescere nel tempo (basti pensare al problema delle necessita’ di ridondanza dei dati e alle problematiche legate all’ obsolescenza rapida delle piattaforme tecnologiche (ben noto a chi si occupa del problema nel mondo delle biblioteche).

    Altro esempio: i costi di pubblicare in modalita’ “Open access” su una rivista tradizionale sono decisamente alti (da diverse centinaia a diverse migliaia di Euro per articolo).
    Nel panorama del finanziamento italiano alla ricerca ce lo possiamo permettere ? Soprattutto tenendo presente che su molte riviste gran parte degli autori continua a non pagare l’ Open access e quindi occorre preventivare non solo il costo di pubblicazione ma anche quello di acquisto dell’ abbonamento ?

    Infine, con i meccanismi di valutazione escogitati fin qui da Anvur & Co., questa discussione non rischia di assomigliare a discussioni sul sesso degli angeli ?

    • Nessuna discussione sul sesso degli angeli. In fisica e matematica, ormai, chiunque pubblica i propri preprint online, e gli editori (salvo poche eccezioni) hanno ormai rinunciato ad impedirne la diffusione sui siti online (primo fra tutti arXiv). Poi, sulle riviste i lavori saranno magari impaginati un po’ meglio, ma i risultati scientifici si trovano gratis su internet (unica eccezione alcuni libri).

      Anzi, io non ho alcuna certezza che Elsevier o Springer continueranno a rendere accessibili i miei lavori fra, diciamo, vent’anni (a pagamento o meno), mentre ho una relativa sicurezza che le società fisiche o matematiche e arXiv continueranno a rendere disponibili i miei lavori.

      Ti cito solo da http://arxiv.org/help/faq/whytex

      “And by archiving the source, we maximize the potential for seamless adoption of future technological improvements. Archived papers can be repeatedly rejuvenated by automated reprocessing.”

      Arxiv fornisce un servizio a tutti, chiedendo solo una modesta sovvenzione ad alcune istituzioni, e si preoccupa fin da ora del futuro.

      La distinzione Open access/Paid access diventa pretestuosa, perchè si chiede comunque allo studioso di pagare cose per cui non dovrebbe pagare nulla o, al massimo, una cifra estremamente ridotta. E, ti ripeto, arXiv e simili repository dimostrano che è fattibile rendere disponibili i lavori scientifici a tutti e a costi contenutissimi.

  5. Quello del “tanto si trova gratis su internet” è uno dei tanti miti della Rete. Non perché non si trovino realemente tante risorse disponibili. Ma perché ipersemplifica qualcosa che semplice non è per nulla. Sono un fisico e gli arxiv li ho praticamente visti nascere (quando erano ancora basati a Los Alamos e non a Cornell). Hanno sicuramente costituito una svolta epocale ma non sono la reale alternativa alle riviste per assenza di peer review (l’ endorsement che utilizzano non è la stessa cosa) e per l’ assenza di un comitato editoriale (essenziale per far funzionare il peer review in una qualunque delle forme note). Mi è anche capitato, per interessi professionali, di parlare con responsabili di grandi biblioteche o di supporti web per la ricerca, il che mi ha permesso di capire quanto delicato e costoso possa essere il problema della transizione tra piattaforme tecnologiche, LaTeX o non LaTeX.

    Quanto tutto cio’ influisce sui prezzi ? Quali sono i costi di mercato oggi “tutto compreso”, inclusi i costi nascosti per la mantenibilita’ nel tempo degli accessi ? Questo io non lo so. E questo mi piacerebbe leggere in un articolo sull’ argomento costi delle riviste.
    Che i prezzi siano astronomici lo so bene. Basta parlare con un bibliotecario. Ma quali siano le vere ragioni dietro le politiche di marketing che danno questi prezzi, di nuovo, lo ignoro e mi piacerebbe saperne di piu’.

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