Sono rimasto molto stupito dall’articolo di Meldolesi a proposito di sperimentazione animale, in relazione ai fatti di Sabato 20 Aprile inerenti la liberazione di alcune cavie dall’Istituto di Farmacologia (Dipartimento di Biotecnologie e Medicina Traslazionale) dell’Università Statale di Milano.  Meldolesi utilizza un fatto, come quello del gesto operato dagli attivisti di “Fermare Green Hill”, che dico subito che non proverò a difendere (non perché non sia d’accordo, ma perché non è il mio compito) in questa sede, e che ha senz’altro implicazioni giuridiche che andranno discusse, per provare a confutare un argomento assai più ampio e complesso, ovvero quello della liceità morale della sperimentazione animale, su cui credo che l’autore del pezzo abbia molte lacune.

 L’argomentazione di Meldolesi ha una struttura di questo tipo: dato che gli animalisti hanno mandato in fumo anni di lavoro inerenti la ricerca scientifica, e dato che l’animalismo non poggia su solide argomentazioni (ma su, cito testualmente, “idee grossolane”), e dato che tutti i paesi “avanzati” utilizzano la sperimentazione animale senza operare “tortura”, allora l’animalismo è ingiustificato e va respinto dalle fondamenta, specie quando violento come nel caso del 20 Aprile. Nonostante molte delle premesse che Meldolesi adopera per il suo argomento non siano giustificabili, rendendo l’argomento infondato, vorrei provare anche a dire perché l’argomento utilizzato dall’autore denota anche poca passione per la teoria dell’argomentazione. Utilizzare un caso specifico, per di più assai controverso come quello della liberazione presso l’Istituto di Farmacologia, per tentare di confutare un complesso set di argomenti, come quelli isolati a favore dell’animalismo e dell’antispecismo, è cercare di fare a pugni con la nebbia. Una nebbia, in cui, vale la pena vederci chiaro.

Dall’articolo di Meldolesi si evince che ci siano due fazioni contrapposte di questo tipo: da un lato la ricerca scientifica, con tutti i suoi razionali principi e parametri accademici mentre, dall’altro lato, gruppetti di facinorosi emotivi e mistificatori del reale che tentano di far leva su fatti inesistenti. In questo senso devo difendere anche parte del mio lavoro di ricerca che, come dottorando in filosofia, si è a lungo concentrato sull’etica animale.

Le tesi dell’animalismo, e dell’antispecismo poi, godono oggi di ampia e articolata diffusone nei principali centri della ricerca universitaria a livello mondiale. A meno di voler considerare ricerca solo la ricerca operata nei dipartimenti di scienze, ma so che né Meldolesi, né altri, compierebbero questo (qui si, davvero) grossolano errore, mi si permetta una stereotipato elenco. Nel 1975 esce il libro Animal Liberation di Peter Singer, professore presso Princeton (lo stesso posto dove stava Einstein, che spero Meldolesi non consideri un emotivo facinoroso), che difende entro una cornice utilitarista delle preferenze argomenti di equiparazione morale (tesi su cui Meldolesi si scaglia, in modo un po’ imbarazzante verso la fine) tra umani e animali; Tom Regan, professore emerito presso la North Carolina State University, ha argomentato in favore dell’animalismo basando sul giusnaturalismo – poi Tzachi Zamir, che ha difeso le sue tesi in testi pubblicati da Princeton University Press, Paola Cavalieri edita da Columbia, Gary Francione che è Distinguished Professor of Law presso la Rutgers School of Law-Newark, e potrei continuare all’infinito. Ad occuparsi di etica animale, e della difficilmente confutabile equiparazione morale “uomo/animale” ci sono interi centri di ricerca – come l’Oxford Centre for Animal Ethics diretto da Andrew Linzey, o l’istituto ICAS – Institute for Critical Animal Studies. Ci sono riviste prestigiose, con gli stessi meccanismi di peer-review del resto del mondo accademico internazionale, come il Journal of Animal Ethics edito daUniversity of Illinois e molte ricerche, fondamentali per lo sviluppo dell’antispecismo, sono state ospitate dalle principali riviste filosofiche al mondo da The Monist all’American Philosophical Quarterly. E anche in Italia, tra gli animalisti presunti facinorosi, ci sono neurologi di fama internazionale, come Massimo Filippi dell’INSPE del San Raffaele (tra i primi scienziati al mondo, secondo una classifica di qualche anno fa), linguisti come Alessandro Zucchi che ha insegnato a Stanford e pubblicato su Natural Language Semantics per non parlare, poi, ovviamente dei filosofi dalla più celebre Paola Cavalieri fino a docenti universitari sparsi ormai un po’ ovunque, nella penisola. E poi ci sono anche in Italia le riviste scientifiche sull’argomento, come Animal Studies (edita dalla casa editrice Novalogos)[1] – fino alle centinaia di pubblicazioni ormai ampiamente discusse, anche in ambito extra – accademico – complice il lavoro di diffusione di editori di settore, come Sonda. 

È chiaro che basta questo, brevissimo, elenco per evidenziare due elementi. Non solo Meldolesi propone una contrapposizione, quella tra ricerca scientifica e “animalisti facinorosi”, che non sta né in cielo né in terra ma – cosa più grave – lo fa pur avendo ampio materiale a disposizione per non ricadere in questo stereotipo che è figlio, esattamente, dell’argomento che utilizza l’autore alla fine del suo articolo sostenendo che gli animalisti inventano dei fatti inesistenti su cui riportano l’attenzione pubblica. Cosa c’è di più inventato della tesi che l’animalismo sia solo quello che descrive Meldolesi, dato che ormai da decenni la ricerca universitaria si concentra sui suoi argomenti?

Ci sarebbe poi, più importante, la questione del benessere degli animali da laboratorio e del fatto che le torture, inflitte a essere creati, utilizzati per i fini più svariati, e poi uccisi, siano solo illazioni. Ma credo sia maturo il tempo, proprio grazie agli anni di ricerca filosofica e scientifica, per non rispondere più ad accuse del genere: se chi si fregia di spirito scientifico non ha idea di come, anni di Animal Cognition, abbiano mostrato che animali non umani soffrono, anche in senso psicologico, cosa potrei dire io adesso? Non bastava tenersi aggiornati sulle pubblicazioni delle principali riviste scientifiche? Una volta, dei tizi vestiti di nero, sostenevano che certi umani non soffrissero davvero – perché falsi umani – e dunque era inutile affannarsi per i loro diritti. Forse, vorrei dire, è il caso di cominciare a comprendere che se la ricerca universitaria ha un senso, essaserve anche a far avanzare l’etica confutando le troppe banalità che siamo costretti ad ascoltare.

Io non sono uno di quelli che si oppone alla sperimentazione animale per motivi scientifici, e proprio perché ho rispetto per le differenze di ambiti di ricerca. Ma da filosofo credo non ci siano argomenti morali in suo sostengo: il problema non è cosa possiamo imparare o ottenere uccidendo miliardi di esseri viventi, ma a cosa ci servirà aver imparato tutto ciò quando non riusciremo più a lavare il sangue dal camice bianco. Un corretto dibattito, che mi auspico questo scambio tra me e Jacopo Meldolesi potrà contribuire a stimolare nella giusta direzione, deve innanzitutto dare dignità alle tesi dell’avversario e non, dunque, facendo riferimento a fatti come quello del 20 Aprile ma alla miriade di pubblicazioni di settore che da tempo si sforzano di dar senso all’etica animale. Cominciamo a discutere, dunque, sul punto: io credo di avere ottimi argomenti a sostegno dell’equiparazione morale uomo animale, che spaziano dalla confutazione del paradigma cartesiano al complesso caso dello “Species Overlap”[2]. Chi si oppone a questa equiparazione ha buoni argomenti o solo petizioni di principio? A un dibattito serio, e finalmente rispettoso di ogni posizione, l’ardua sentenza.


[1] L’autore è direttore di Animal Studies.

[2]O. Horta  “What is Speciesism?” in The Journal of Agricultural and Environmental Ethics, 23, 2010, 243–266, DOI 10.1007/s10806-009-9205-2, available at: http://www.springerlink.com/content/g0l0j4615j676t60/

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7 Commenti

  1. Caro Sig. Caffo
    Pur non essendo Meldolesi né associata a lui, se non per la mia posizione in merito alla SA, non posso non commentare al Suo articolo che, devo dire, mi ha inizialmente irritato molto profondamente. Poi ripensandoci a mente più fredda, temo derivi da una semplice confusione di termini sulla definizione di “animalismo”. E a mio parere dovrebbero essere gli animalisti a chiarire questo punto, dato che riguarda loro.
    Ritengo necessario commentare per punti per spiegare meglio.

    Iniziamo dall’uso creativo delle “citazioni testuali”. Dal Suo articolo:

    1-L’argomentazione di Meldolesi ha una struttura di questo tipo: dato che gli animalisti hanno mandato in fumo anni di lavoro inerenti la ricerca scientifica, e dato che l’animalismo non poggia su solide argomentazioni (ma su, cito testualmente, “idee grossolane”), e dato che tutti i paesi “avanzati” utilizzano la sperimentazione animale senza operare “tortura”, allora l’animalismo è ingiustificato e va respinto dalle fondamenta, specie quando violento come nel caso del 20 Aprile.

    La citazione testuale è in realtà fuorviante, in quanto decontestualizzata. Meldolesi infatti diceva:
    “L’ idea degli animalisti, condivisa peraltro anche da alcuni politici, è che l’uomo non ha diritto di utilizzare in alcun modo gli animali, soprattutto non può ucciderli. Questa opinione, logicamente, non dovrebbe riguardare solo la ricerca, ma anche, anzi soprattutto, l’allevamento di animali a fini alimentari. Su questo aspetto, però, gli animalisti sono in genere piuttosto evasivi. A loro giudizio la ricerca, dato che viene condotta nell’interesse dell’uomo, dovrebbe utilizzare solamente uomini o strumenti non viventi, come modelli matematici. Secondo loro l’uso di animali non sarebbe soltanto atroce ma anche inutile o pericoloso perché gli animali sono diversi dall’uomo. Su questo argomento essi citano l’opinione di scienziati a loro giudizio numerosi e prestigiosi. Infine gli animalisti sostengono che la ricerca è pagata dall’industria multinazionale, accreditando il sospetto che si tratti di una banda di masnadieri interessati solo a fare soldi sulla nostra pelle.
    Non c’è bisogno di dire che queste idee sono grossolane.”

    Ora, magari la differenza sarà sottile, ma dire che è grossolano tirare in ballo il “chi vi paga” e tralasciare il 99.99% (stima ottimistica) degli animali uccisi dall’uomo per limitarsi a quelli usati nella SA (sorvolo sull’enormità della panzana della differenza incolmabile tra animale e uomo per brevità di esposizione) mi pare cosa diversa dal dire che “l’animalismo si basa su idee grossolane”. Per la questione degli scienziati contro la SA, arrivo nei punti seguenti.

    2-Nonostante molte delle premesse che Meldolesi adopera per il suo argomento non siano giustificabili, rendendo l’argomento infondato,

    Quali sarebbero, di grazia, le premesse ingiustificabili? Restare così nel vago sa tanto di generica accusa, non di “smontaggio
    dell’argomentazione”…

    3- Utilizzare un caso specifico, per di più assai controverso come quello della liberazione presso l’Istituto di Farmacologia, per tentare di confutare un complesso set di argomenti, come quelli isolati a favore dell’animalismo e dell’antispecismo, è cercare di fare a pugni con la nebbia. Una nebbia, in cui, vale la pena vederci chiaro.

    Mi permetta: controverso un par di palle. Questa è effrazione e vandalismo. E se si parla di etica si richiede un comportamento adeguato ai propri altissimi standard. Le chiedo, ad esempio: quanti dei topi nudi (che sono immunodeficienti) liberati dagli animalisti sono ancora vivi? Azzardo una cifra: zero. Quindi anche secondo gli standard animalisti, questi tizi sono entrati, hanno portato via un po’ di animali che sarebbero stati sacrificati con anestesia e li hanno probabilmente visti morire a casa loro dopo un’agonia angosciante. Complimenti.
    Le faccio una proposta: diversi scienziati che hanno avuto a che fare con gente come quelli di Fermare Green Hill hanno iniziato a chiamarli “animalari” anziché animalisti, proprio per non offendere gli animalisti seri. Potrebbe essere un modo di isolare i comportamenti violenti.

    4-Le tesi dell’animalismo, e dell’antispecismo poi, godono oggi di ampia e articolata diffusone nei principali centri della ricerca universitaria a livello mondiale. A meno di voler considerare ricerca solo la ricerca operata nei dipartimenti di scienze, ma so che né Meldolesi, né altri, compierebbero questo (qui si, davvero) grossolano errore, mi si permetta una stereotipato elenco.

    Allora, ricitando l’articolo originale di Meldolesi, lui diceva che gli animalisti sostengono di avere il supporto “di scienziati a loro giudizio numerosi e prestigiosi” per quanto riguarda l’idea che “l’uso di animali non sarebbe soltanto atroce ma anche inutile o pericoloso perché gli animali sono diversi dall’uomo”. E tutti quelli da Lei citati saranno anche “persone importanti” (anche se personalmente non mi ha mai impressionato il “lei non sa chi sono io”, se le idee espresse non mi convincono) ma o non sono scienziati (per sciovinismo indico come scienza solo quella che segue il metodo scientifico) – o se lo sono, nella stragrande maggioranza dei casi non sono in campo biomedico. E per quanto riguarda il professor Filippi sarei curiosa di sapere se si rifiuterebbe a priori di accettare dati sul Parkinson, o sulla SLA, provenienti dalla SA, in quanto “l’uomo è un’altra cosa”.

    5-È chiaro che basta questo, brevissimo, elenco per evidenziare due elementi. Non solo Meldolesi propone una contrapposizione, quella tra ricerca scientifica e “animalisti facinorosi”, che non sta né in cielo né in terra ma – cosa più grave – lo fa pur avendo ampio materiale a disposizione per non ricadere in questo stereotipo che è figlio, esattamente, dell’argomento che utilizza l’autore alla fine del suo articolo sostenendo che gli animalisti inventano dei fatti inesistenti su cui riportano l’attenzione pubblica. Cosa c’è di più inventato della tesi che l’animalismo sia solo quello che descrive Meldolesi, dato che ormai da decenni la ricerca universitaria si concentra sui suoi argomenti?

    Mi sa che qui non ci sia accordo sui termini. Un dialogo si potrebbe trovare nel momento in cui il movimento animalista condannasse come terrorismo gli atti che la frangia animalara sta compiendo. Ma non lo fa. E se non lo fa, son solo belle parole.

    6-Ci sarebbe poi, più importante, la questione del benessere degli animali da laboratorio e del fatto che le torture, inflitte a essere creati, utilizzati per i fini più svariati, e poi uccisi, siano solo illazioni. Ma credo sia maturo il tempo, proprio grazie agli anni di ricerca filosofica e scientifica, per non rispondere più ad accuse del genere: se chi si fregia di spirito scientifico non ha idea di come, anni di Animal Cognition, abbiano mostrato che animali non umani soffrono, anche in senso psicologico, cosa potrei dire io adesso?

    Potrebbe darci ad esempio la sua definizione di “tortura”. E poi mi piacerebbe sapere quale sia la sofferenza psicologica della Drosophila melanogaster. Qui stiamo facendo di tutta l’erba un fascio da un’altra parte.

    7-Non bastava tenersi aggiornati sulle pubblicazioni delle principali riviste scientifiche? Una volta, dei tizi vestiti di nero, sostenevano che certi umani non soffrissero davvero – perché falsi umani – e dunque era inutile affannarsi per i loro diritti. Forse, vorrei dire, è il caso di cominciare a comprendere che se la ricerca universitaria ha un senso, essaserve anche a far avanzare l’etica confutando le troppe banalità che siamo costretti ad ascoltare.

    Questo riecheggia troppo gli “informati!!!1!1!!” che si trovano un po’ ovunque su internet, mi spiace farlo notare. E quindi finisce ad essere essa stessa una banalità.

    8-Io non sono uno di quelli che si oppone alla sperimentazione animale per motivi scientifici, e proprio perché ho rispetto per le differenze di ambiti di ricerca. Ma da filosofo credo non ci siano argomenti morali in suo sostengo: il problema non è cosa possiamo imparare o ottenere uccidendo miliardi di esseri viventi, ma a cosa ci servirà aver imparato tutto ciò quando non riusciremo più a lavare il sangue dal camice bianco.

    Lei quindi se avesse un figlio malato la cui cura richieda SA, preferirebbe far morire lui piuttosto che un ratto? “lavare il sangue dal camice bianco” è retorica della peggior specie, sig. Caffo, e ho quindi qui risposto con retorica di pancia altrettanto agghiacciante, per darle un’idea di cosa proviamo noi scienziati a sentire questi non-argomenti. Ben venga il dibattito, ma ci si risparmi queste immagini.

    9-Un corretto dibattito, che mi auspico questo scambio tra me e Jacopo Meldolesi potrà contribuire a stimolare nella giusta direzione, deve innanzitutto dare dignità alle tesi dell’avversario e non, dunque, facendo riferimento a fatti come quello del 20 Aprile ma alla miriade di pubblicazioni di settore che da tempo si sforzano di dar senso all’etica animale.

    Rimane il fatto che la cosa deve essere bidirezionale. E viene complicato trattare con una posizione ideologica che contiene persone che non ci vedono nulla di strano nelle minacce alla persona e nei gesti violenti e vandalici. Ribadisco, conosco anche io animalisti con cui discuto pacatamente, ma loro per primi si dissociano con rabbia da gesti come questi. Se qualcuno venisse a bruciarle i libri nello studio, lei riuscirebbe a parlare pacatamente con una persona che non lo condanna quando lei le espone il fatto?

    10-Cominciamo a discutere, dunque, sul punto: io credo di avere ottimi argomenti a sostegno dell’equiparazione morale uomo animale, che spaziano dalla confutazione del paradigma cartesiano al complesso caso dello “Species Overlap”[2]. Chi si oppone a questa equiparazione ha buoni argomenti o solo petizioni di principio? A un dibattito serio, e finalmente rispettoso di ogni posizione, l’ardua sentenza.

    L’articolo che Lei cita è a pagamento: vorrebbe essere così gentile da esporcene i contenuti?

  2. Cari Colleghi,
    di solito io invito coloro che argomentano come il dr. Caffo a sottoscrivere una dichiarazione in cui si impegnano, in caso di malattia grave o non grave, a non essere curati con farmaci che siano stati testati su animali.

    Sinora nessuno ha aderito alla mia richiesta, ma
    sono sicuro che Caffo o accettera’ la proposta o scrivera’
    un ugualmente lungo e dettagliato articolo nel quale motivera’ le ragioni per cui anche a chi e’ contro la sperimentazione animale e’ lecito essere curati con tali farmaci.

    Specifico per coloro (sempre piu’ numerosi) che siano del tutto privi di senso dell’umorismo che:

    1) la mia era solo una provocazione: mi auguro (e ne sono quasi sicuro) che Caffo usi farmaci testati su animali

    2) conosco di persona Jacopo Meldolesi, persona affabile e molto attenta ai problemi di filosofia della scienza, ma non ho alcun rapporto di lavoro con lui

    3) essendo un biomatematico (*), non uso alcun animale per i miei esperimenti, tutti fatti solo con carta, penna, computer e compilatore di linguaggio C. Tuttavia, proprio perche’ sono un teorico so quanto siano importanti i dati ‘in vivo’ e non solo ‘in vitro’.

    Cordiali saluti,
    Alberto d’Onofrio

    ——-
    (*) La biomatematica e’ assai popolare presso gli animalisti. Chissa’ perche’, me lo chiedo spesso. Forse pensano che essa possa fare a meno dei dati sperimentali. Un poco come se i fisici teorici avessero generato la loro disciplina in maniera scollegata dalle osservazioni in laboratorio, o nel “meleto” di Newton.

    • Hai perfettamente ragione: la modellizzazione matematica e’ importante ma si basa su esperimenti biologici e non puo’ prescinderne. Molti animalisti sembrano pensare che il computer possa essere usato invece degli esperimenti su animali, anziche’ insieme ad essi.

  3. Apprezzabile replica. Facile d’altra parte criticare l’ipersemplificazione di J. Meldolesi che evoca un’omogenea quanto oscura entità animalista: far di tutte le erbe un fascio, associando atteggiamenti ingenui e acritici a approfondite e argomentate opposizioni all’uso indiscriminato degli animali nella ricerca è un artificio retorico ben noto e abusato per evitare di controargomentare sui contenuti. Altro artificio retorico consiste nell’espandere l’argomentazione contro lo sfruttamento degli animali a tutti i casi in cui gli animali vengono utilizzati dall’umanità (per lavoro, alimentazione, compagnia). Come L. Caffo, nemmeno io sono aprioristicamente contro la ricerca con gli animali (in passato ne ho anche fatta in prima persona) e tuttavia mi pare evidente che gli obiettivi delle tre R (reduction, refinement, replacement) non si potranno mai raggiungere negando la legittimità del dissenso fondato sui progressi dell’etica e della sensibilità comune, e al contrario vanno promossi proprio anche attraverso vinsoli crescenti alla ricerca sugli animali, che deve in ogni momento poter essere chiamata a rendere conto della propria giustificazione e inevitabilità.

  4. Leonardo Caffo ha ragione quando sostiene che non e’ possibile costruire un argomento logico incontrovertibile che dimostri la superiorita’ dell’uomo sull’animale e quindi il suo diritto ad “usare” l’animale fino ad ucciderlo. Questo e’ un problema etico che ciascuno deve risolvere da se. Tutti gli altri argomenti citati sono inesistenti nel post: soltanto rimandi a presunte fonti autorevoli e errori grossolani (ad es. la ricerca ucciderebbe miliardi di esseri viventi). Poiché non conosciamo il futuro ma solo il passato, dobbiamo rifarci alla nostra storia scientifica per questo tipo di valutazioni e rimando ad un mio articolo recente sul Fatto Quotidiano in occasione del novantesimo anniversario del Nobel per la scoperta dell’insulina. Banting e Best, lavorando su un piccolo numero di cani furono in grado di isolare l’insulina e di dimostrare che con questa sostanza poteva essere curato il diabete (giovanile, di tipo 1). Da allora sono stati salvati da morte certa molte decine di milioni di malati. Dunque in questo caso: 1) l’animale e’ abbastanza simile all’uomo da giustificare il parallelismo tra le rispettive malattie e la loro cura; 2) il rapporto tra uomini salvati e animali uccisi e’ enorme: anche chi volesse buddhisticamente sostenere che una vita vale una vita dovrebbe in questo caso sostenere che non valeva la pena di sacrificare alcuni cani per salvare molti milioni di ragazzi.

  5. … ho rimosso quello che avevo scritto …. mi sono autocensurato … ma credo che Caffo abbia passato ogni limite: sostiene che vi è “equiparazione morale uomo animale” e poi ci chiede “ma a cosa ci servirà aver imparato tutto ciò quando non riusciremo più a lavare il sangue dal camice bianco”, e come se, nemmeno tanto velatamente, volesse sostenere che chi fa SA è equiparabile ad un assassino. Ora io avrei tante cose da dire al S. Caffo (s non sta per signore), ma non voglio sprecare il mio tempo con un essere che non vorrei nemmeno “equiparare” ad un maiale … non è un offesa, o lo è?. Una sola domanda: quando ha lavato l’ultima volta l’auto ha contato i moscerini uccisi? Si è confessato?
    … ma mi faccia il piacere …

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