Una delle più autorevoli riviste internazionali ha lanciato l’allarme: l’allocazione dei fondi per la ricerca nel nostro paese avviene in modo non trasparente. L’articolo uscito sull’ultimo numero di Science riprende una petizione, sottoscritta da studiosi italiani e rivolta al presidente della repubblica, che denuncia il fatto che solo una percentuale minima dei fondi destinati alla ricerca sulle cellule staminali viene assegnata sulla base di un procedimento di valutazione che comporti la “peer-review” – ovvero un giudizio da parte di un collegio di esperti della disciplina che si pronunciano sul valore del progetto. La notizia, come è ovvio, ha trovato spazio sulle pagine di alcuni dei quotidiani nazionali, dove è stata affiancata dai pareri di alcuni autorevoli scienziati italiani che lamentano l’inefficienza e l’insensibilità al merito del finanziamento pubblico della ricerca. Un dato, tra gli altri, è significativo. Secondo uno studio promosso da Farmindustria la percentuale di ricercatori stranieri che lavorano nei laboratori italiani è del 4,3 % contro una media del 17, 5 % dei paesi europei.

Non c’è che dire, un risultato brillante. Per invertire la tendenza è necessario un ripensamento complessivo del modo in cui funziona il finanziamento pubblico della ricerca. Tutti sono d’accordo che la stagione dei finanziamenti “a pioggia” è finita. Non ci sono più i soldi, e il metodo si è rivelato del tutto insensibile al merito. In attesa che la nuova titolare del dicastero dell’istruzione metta a punto le proprie proposte per ottenere un’allocazione dei fondi che sia più efficiente e più sensibile la merito, ci sono altre iniziative che potrebbero creare i presupposti per un’inversione di tendenza per quel che riguarda la capacità delle nostre istituzioni di ricerca di attrarre studiosi stranieri. Alcune di queste sono di facile attuazione, e potrebbero essere realizzate senza costi eccessivi da parte della pubblica amministrazione.

La prima riguarda la pubblicità del reclutamento. Allo stato attuale la procedura funziona in questo modo: quando un’università italiana decide di bandire un concorso per un posto, sia esso a tempo determinato o a tempo indeterminato, la notizia viene data attraverso la pubblicazione sulla gazzetta ufficiale. Si tratta di un requisito legale, che ha la sua importanza, ma che è del tutto insufficiente a garantire che la nuova opportunità di impiego abbia una circolazione adeguata. In particolare, esso è del tutto inutile dal punto di vista degli studiosi stranieri, che normalmente non leggono questa pubblicazione (e anche se lo facessero la troverebbero probabilmente incomprensibile). Per ottenere visibilità le proposte di lavoro dovrebbero essere pubblicate nelle riviste internazionali o nei siti internet (e ce ne sono diversi) che ormai da molti anni costituiscono la principale fonte di informazione per la comunità mondiale degli studiosi di qualunque disciplina. Basta dare un’occhiata a una di queste pubblicazioni (ad esempio il Times Higher o il sito www.jobs.ac.uk) per rendersi conto che buona parte delle università del mondo, e una percentuale crescente di quelle europee, pubblicizzano regolarmente le proprie offerte in questo modo. L’annuncio è in inglese, e contiene una descrizione sommaria delle caratteristiche del lavoro e dei requisiti richiesti ai candidati, con le indicazioni sulla procedura per partecipare alla selezione. Normalmente il materiale necessario può essere scaricato via internet andando alla pagina delle offerte di lavoro dell’università o dell’istituzione che bandisce il posto. Se necessario, e ciò avviene ancora in molti paesi europei, si indica tra i requisiti l’abilità di insegnare in una o più lingue, che sono – a seconda delle esigenze – l’inglese o quella in cui si svolge normalmente la didattica. La procedura, e questo è un secondo aspetto su cui sarebbe possibile un intervento da parte del ministro, è semplice e può essere portata a termine in poche ore. Un esempio per capirci: normalmente il candidato deve presentare una lista delle proprie pubblicazioni (e non le pubblicazioni medesime), un curriculum, una dichiarazione relativa al proprio progetto di ricerca e/o al proprio metodo di insegnamento (a seconda che il posto preveda la prevalenza dell’una, dell’altra attività o di entrambe) e i nomi di alcuni (possono essere due, o anche di più) referee. Questi ultimi vengono contattati autonomamente da chi bandisce il posto per ottenere un parere riservato sul valore del candidato. La prima selezione avviene sulla base della documentazione presentata e dei referee, quella finale in seguito a un colloquio con una commissione che comprende membri dell’istituzione che bandisce il posto e studiosi esterni di riconosciuta autorevolezza. A volte, specie per i posti a tempo determinato, non è previsto alcun colloquio. Tutto si svolge nel giro di pochi mesi. Un rapido confronto con le procedure di reclutamento impiegate in passato nel nostro paese è sufficiente a spiegare il dato evidenziato da Farmindustria.

Modificare il meccanismo del reclutamento richiede tempo. Tuttavia, è possibile immaginare modi attraverso i quali si potrebbero premiare le università e gli istituti di ricerca che pubblicizzano le proprie offerte di lavoro sul mercato internazionale. Negli ultimi anni ci sono stati alcuni “volenterosi” che l’hanno già fatto, con buoni risultati. Legare l’allocazione dei finanziamenti per la ricerca anche a questo requisito – formulato in modo che non sia facile aggirarlo – sarebbe un modo per premiare i virtuosi facendo un primo passo nelle direzione di una maggiore apertura di un settore essenziale per lo sviluppo del paese.

Pubblicato su Il Riformista il 27 maggio 2008

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