ASN 2.0

Una classe A non è per sempre e non è per tutti. E neppure una classe B

Nel goffo tentativo di arrivare ad una valutazione parzialmente automatica delle scienze umane attribuendo al singolo lavoro la presunta qualità del suo contenitore (un tentativo per altro respinto al mittente in molte parti del mondo), Anvur ha intrapreso qualche anno fa la classificazione delle riviste suddividendole fra riviste di fascia A e riviste scientifiche. Qualche giorno fa sono stati pubblicati (e poi subito ritirati) gli elenchi delle riviste che, salvo accoglimento delle controdeduzioni, verranno eliminate dalle liste di riviste scientifiche. L’intero procedimento fa sorgere una serie di domande su cosa significhi la qualifica di rivista scientifica, sulla sua validità rispetto alle diverse aree scientifiche, ma soprattutto sulla utilità dell’impresa.

Non torniamo sulle discussioni e sulle critiche sollevate sia in ambito nazionale che internazionale al sistema adottato in Italia, che, oltre a non aver trovato l’appoggio delle comunità scientifiche, è stato costellato da una serie di strafalcioni commessi in entrambe le liste.

Su queste prime liste sono state calcolate le soglie della abilitazione passata e su una loro estensione sono state calcolate le soglie della attuale tornata di abilitazione. In particolare sulla presenza di articoli in riviste di fascia A sono stati valutati i membri dei collegi di dottorato (quelli sottoposti ad accreditamento), in molti atenei si è cominciato ad utilizzare la presenza di articoli in rivista di fascia A per operare valutazioni di tipo qualitativo/quantitativo. E ciò sempre secondo l’ormai tristemente noto mantra: “Meglio una cattiva valutazione che nessuna valutazione”.

Qualche giorno fa sul sito dell’Anvur è comparso (per poi essere, come da tradizione, immediatamente ritirato) un elenco di proposte di esclusione dalla lista di riviste scientifiche. In pratica un bel numero di riviste considerate scientifiche all’inizio, e su cui sono stati calcolati gli indicatori per la ASN, dovrebbero essere espunte dall’elenco (a meno di una attività di controdeduzione suscettibile di far cambiare idea a ad ANVUR).

Le proposte di eliminazione presentano diverse motivazioni. Anvur (o meglio, i gruppi di lavoro selezionati da ANVUR) ne individua 7 che riportiamo qui per comodità:

A Generali (validi per tutte le aree)

1) Mancato possesso del codice ISSN, ai sensi dell’art. 1, commi 1 e 2 del regolamento sulla classificazione delle riviste nelle aree non bibliometriche;

2) Riconducibilità a categorie definite come non ammissibili ai sensi degli artt. 2,comma 3 e 6, comma 1, del regolamento sulla classificazione delle riviste nelle aree non bibliometriche;

3) Mancanza di regolarità delle pubblicazioni, ai sensi dell’art. 11, comma 3, del regolamento sulla classificazione delle riviste nelle aree non bibliometriche.

B Specificamente richiesti dai GdL di singole aree (riportiamo qui le motivazioni per l’area 12)

4) Insufficiente qualificazione accademica degli organi direttivi, ai sensi dell’art. 12, comma 1, del regolamento sulla classificazione delle riviste nelle aree non bibliometriche;

5) Verifica dell’assenza degli indicatori previsti dall’art. 10, commi 1 e 2, del regolamento sulla classificazione delle riviste nelle aree non bibliometriche;

6) Mancata diffusione nella comunità scientifica di riferimento, e quindi mancata pertinenza all’area in cui la rivista è classificata, ai sensi dell’art. 13, comma 1, del regolamento sulla classificazione delle riviste nelle aree non bibliometriche;

7) Mancato ricorso alla pratica di revisione tra pari, ai sensi dell’art. 5 del regolamento sulla classificazione delle riviste nelle aree non bibliometriche

Quindi i gruppi di lavoro (tutti scaduti ad oggi) hanno pubblicato le liste aggiornate di riviste scientifiche e di fascia A il 12 maggio 2017, e ora, a fine luglio, pubblicano una proposta di emendamento (che non avrà valore sull’attuale tornata di ASN, ma probabilmente sulla prossima).

Come si sono ottenuti questi elenchi infiniti di riviste che sono scientifiche per area (ma solo all’interno di un’area) e di fascia A in base al settore concorsuale (tranne che per l’area 12)? E come mai tutto questo lavoro di valutazione delle sedi editoriali, quando in Francia o in Australia le agenzie di valutazione sono tornate sui loro passi, proponendo alle comunità scientifiche semplicemente un elenco di sedi editoriali riconosciute sulla base di requisiti squisitamente formali? Pensiamo davvero che le scienze umane possano essere valutate sulla base delle sedi editoriali in cui un ricercatore pubblica? E’ forse questa l’indicazione e la politica della ricerca che il Ministero vuole promuovere per gli umanisti? One size fits all? Usiamo la bibliometria per tutti e basiamoci sul prestigio della sede editoriale? Ma le scienze umane si prestano davvero a questa modalità di valutazione? E l’articolo è o diventerà il principale canale di comunicazione dei risultati delle ricerche nell’ambito delle scienze umane e sociali?

L’intera attività di classificazione delle riviste (nella prospettiva di creare liste di classe A e classe B) ci pare discutibile. Per una serie di motivi che proviamo ad esporre:

  • Il modello di classificazione che è stato molto inclusivo in fase iniziale e che da un certo punto in poi ha previsto un form di submission non ha eguali nel resto del mondo. Esistono liste di riviste (la DOAJ, ERIH, CIRC o anche la lista australiana o quella di AERES), ma queste liste hanno una funzione di riferimento per le comunità scientifiche, di garanzia che determinati equisiti formali sono rispettati, non entrano nel merito dei contenuti e della pertinenza;
  • Quanto scritto da membri di ANVUR rispetto alla correlazione fra valutazione peer e collocazione della sede editoriale in fascia A ha sollevato molte questioni e non è risultato affatto convincente, ma soprattutto Anvur non ha reso disponibili i dati su cui si è basata per poter arrivare a concludere che esiste una buona correlazione
  • La manutenzione delle liste (sia per gli ingressi che per le uscite) è molto macchinosa (e costosa) e per garantire la dovuta accuratezza dovrebbe essere un lavoro a tempo pieno
  • Ci si deve chiedere se questo lavoro a tempo pieno possa in un modo o nell’altro migliorare la ricerca delle aree coinvolte o facilitarne la valutazione, o se invece non indirizzi la ricerca in modo improprio
  • Le liste per la fascia A (tranne quelle di area 12) hanno una ferrea classificazione per settore disciplinare che calpesta e mortifica la multidisciplinarità, e sono di difficile usabilità e implementabilità, tanto è vero che per l’accreditamento dei dottorati si è assistito a un liberi tutti, e si è rinunciato alla divisione per settore concorsuale e persino a quella per area
  • Spesso se una rivista ha una versione cartacea e una elettronica (uguali) è censita solo una versione e l’ISSN dell’altra non viene riconosciuto come valido
  • Anche la presentazione di queste liste è del tutto poco amichevole. Si tratta di file in pdf con titoli e ISSN non facilmente consultabili

Ma allora si potrebbe fare diversamente?

Si, certamente. Si potrebbe fare come già hanno fatto i francesi o gli australiani

  • Si potrebbero definire dei criteri formali (simili a quelli in uso negli altri paesi) da raccogliersi con un form ordinato e non organizzato in maniera casuale e illogica come quello attuale.
  • La lista che ne risulta è unica e rappresenta le riviste che appunto rispondono a requisiti formali di scientificità (che non sono per settore o area, ma in linea di principio generali)
  • Si potrebbe prevedere la manutenzione di queste liste (in gran parte automatica) in periodi definiti (ad esempio con cadenza annuale)
  • La modalità di presentazione dovrebbe essere via web, ricercabile per (parole del) titolo e per ISSN e si dovrebbe mantenere un registro storico.

Quello che abbiamo ora invece è: una totale assenza di trasparenza rispetto a chi ha fatto cosa; liste differenti in cui non si capisce quale sia la differenza fra l’una e l’altra; piccoli gruppi di potere che entrano nel merito dei contenuti e che hanno potere di vita o di morte su schiere di giovani ricercatori e su imprese editoriali, anche non profit, che hanno anche una lunga tradizione; comportamenti opportunistici da parte delle nuove generazioni che tendono a massimizzare il “profitto” abbandonando generi letterari più diffusi tradizionalmente perché più adatti a comunicare un certo tipo di ricerca.

Alla fine la domanda è la seguente: dove sta andando la ricerca nelle scienze umane e sociali? Quali prospettive di miglioramento ci sono? Può questo sistema aiutare la ricerca di queste aree a non scomparire? Ma soprattutto è la ricerca che deve adattarsi ai sistemi di valutazione o non è piuttosto il contrario?

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8 Comments

  1. Giorgio Pastore says:

    Quello che mi chiedo io invece è: fino a quando la comunità accademica italiana sarà disposta a sopportare le fantasie valutative anvur? La “dignità della docenza” si limita alle sole questioni economiche?

    • rfasanelli says:

      “Meglio una cattiva valutazione che nessuna valutazione”? Mi preoccuperei innanzitutto del sostantivo anziché degli aggettivi ed inizierei con una valutazione degna di questo nome. Il principio guida di qualsiasi processo valutativo, dovrebbe essere la conoscenza profonda delle caratteristiche specifiche dell’evaluando. Per la Psicologia (SC 11/E) non è stato così. I SSD di riferimento, nonostante le differenti tradizioni culturali e le variegate pratiche di ricerca (si spazia dalle neuroscienze e dalla protomedicina, all’ermeneutica filosofica, passando per la statistica, il marketing e la comunicazione/influenza sociale) sono stati appiattiti in un unico contenitore bibliometrico.
      Sia ben chiaro, non faccio polemiche di retroguardia e passatiste, né sono contrario a priori alla scientometria (non presento casi specifici ed alternative, per mere questioni di spazio). Ancora una volta, però, il principio del “male minore” sembra aver prevalso. Siamo certi, tuttavia, che una cattiva misurazione sia migliore di nessuna misurazione? I miei maestri di epistemologia mi hanno insegnato che il cardine della scientificitá di un approccio risiede nella capacità di produrre dubbi, domande, piuttosto che risposte. Ma è evidente che ho fatto letture diverse da quelle dei neoburocrati anvuriani, che pare abbiano dimenticato, quando non rinnegato, le proprie origini.

  2. simplicio says:

    ….mah! Sto scorrendo la lista delle riviste scientifiche dell’Area 11, da cima a fondo: in cima trovo “Abruzzo Contemporaneo”, in fondo le “TRANSACTIONS OF THE AMERICAN MATHEMATICAL SOCIETY”. Sostenere che stanno sullo stesso piano mi pare un po’ arduo…

  3. Claudio La Rocca says:

    mi chiedo (e chiedo se qualcuno ha una risposta): le liste sono state ritirate perché l’ANVUR ha visto che sono insostenbili, oppure per procedere con ancor meno trasparenza?

  4. Mi sono trovata a indicare questo problema già ieri. Che si definisca un valore qualitativo delle riviste professionali, a fronte dell’abbondanza di testate periodiche (e generiche) possibili, non mi appare immotivato. Quello che mi appare invece davvero privo di senso è l’assoluta preminenza che viene data alla pubblicazione in rivista rispetto alla pubblicazione in volume. Questo mi è proprio incomprensibile. Perché mai la scelta di una pubblicazione in collocazione, come vogliamo definirla? miscellanea, di un lavoro deve valere di più di quella di una sede organica qual è un volume costruito dalla collaborazione multipla di specialisti di quell’argomento di ricerca?
    L’esempio che fa Paola Galimberti sull’esclusione dal processo di accreditamento dei dottorati di tutti i saggi editi in volume a totale ed esclusivo vantaggio dei contributi sparsi in rivista è veramente fondamentale. Che senso ha una cosa simile?

    (piccola nota: vengono esclusi dal riconoscimento che meritano anche i saggi collocati in volume nelle collane editoraili delle riviste! «A», beninteso)

  5. @Berta:
    sono d’accordo, ma vi è di più.
    Sono mesi che lo ripeto.
    I contributi in volume, secondo ANVUR, sono ontologicamente, cioè per il solo fatto di esistere, inferiori alle riv. classe A: questo è disconoscimento! questo è discriminazione! Questo è negare la realtà!
    Insigni giuristi hanno pubblicato fondamentali contributi nelle varie enciclopedie del diritto nazionali.
    Sono citatissimi, in quanto fondamentali, in italia (a questo punto, volutamente con la “i” minuscola) e all’estero.

    • Facciamo un esempio (immaginario ma verosimile) nel campo degli studi letterari. Ad es.: un Dipartimento decide di affrontare un tema di ricerca significativo e profondo, chessò?, L’eredità dantesca nella poesia del Novecento. È un argomento tanto complesso quanto articolato e quindi si organizza un gruppo di lavoro di ampio respiro: studiosi della letteratura medievale, della tradizione dantesca, dei (molti) lirici contemporanei in lingua italiana, magari anche delle lingue europee. È un lavoro che si articola su più anni accademici, naturalmente, il nostro Dipartimento ospita colleghi di diverse sedi italiane, di diverse sedi europee: seminari, conferenze, comunicazioni, dibattito.
      Il lavoro comune produce una significativa mole di studi: beninteso, è un lavoro comune perché si svolge mediante l’intersezione e il confronto, ma ogni saggio ha un autore precipuo, uno solo.
      La ricchezza del dibattito è feconda e dà i suoi frutti: dopo la preparazione del volume che ospita i contributi elaborati nel corso della ricerca, due giovani ricercatori del Dipartimento riprendono quella linea, sviluppano anche loro due saggi originali e li pubblicano su una delle riviste – fascia A, beninteso – che nel Dipartimento hanno la redazione.
      Quando si andrà alla valutazione per l’ASN, per l’accreditamento dei dottorati, per la procedura che stiamo qui commentando, i saggi delle ricerca, chiamiamola ‘originale’, avranno un valore di uno (o nel caso del dottorato, di zero); i due contributi derivati di quattro.

  6. Paolo Biondi says:

    Che dire delle riviste inserite dall’ANVUR dietro decisione del TAR o del Consiglio di Stato? Il commento più appropriato mi pare quello di S. Cassese qualche anno fa: è morta la valutazione, viva la valutazione…
    A chi fa gioco la sopravvivenza inutile ed inefficiente dell’ANVUR? Ancora non ho una risposta, ammesso che ce ne sia una, in uno Stato che si è dato l’ANAC, le Direzioni Distrettuali Antimafia, quella Nazionale, ma la corruzione e le mafie rimangono più vive che mai. Ahi povera (serva?) Italia… non donna di province, ma bordello!

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