Sono stati pubblicati da poco i nuovi World University Rankings del settimanale britannico Times Higher Education. Con qualche zuccherino in più, rispetto al solito, per l’Italia, ma cogliendo tutti un po’ di sorpresa. La Scuola Normale Superiore di Pisa fa il debutto in questo gioco di società e riesce a piazzarsi al 63° posto. Una italiana nelle prime 100 è un evento che non si era mai verificato, e per trovarne una nelle prime 200 bisogna tornare al 2008 (con Bologna al 192° posto), quando peraltro la classifica del THE veniva compilata in collaborazione con Quacquarelli-Symonds, secondo una metodologia piuttosto diversa. ROARS, come al solito, prende l’occasione per farci la tara sopra, e analizzare i risultati più da vicino.


THEWUR
Grande affare. Quante sono le Università, nel mondo? Quanti sono i ricercatori che vi lavorano? Quanto si spende per la ricerca universitaria? Queste sono alcune delle domande che si potrebbe porre uno scienziato sociale all’inizio di uno studio sull’Università. Domande di cui, peraltro, conosciamo le risposte: con 17.500 Università, 7 milioni di unità di personale accademico, e oltre 100 miliardi di dollari impiegati per la ricerca che si svolge sotto l’égida delle istituzioni universitarie, il business accademico ha ormai una dimensione – e un impatto – tale da giustificare tutti i proclami sulla knowledge-based society.

C’è invece chi si occupa solo di una piccola porzione di questa complessa e multiforme realtà, e si ingegna di costruirci sopra una teoria dell’eccellenza accademica, da rivendere poi al vasto pubblico, che poi in pratica ha a che fare con ben altre situazioni ed esigenze. Niente di strano, il pensiero umano si applica a tutto ciò che lo interessa, direbbe il filosofo. E però questa recente “branca della filosofia”, che ha preso piede inizialmente in modo un po’ disordinato in alcuni Paesi, ha poi acquisito una rilevanza internazionale, e alquanto spropositata rispetto al merito degli argomenti, che farebbero venire più di un dubbio ad Aristotele, Platone e Pitagora. Insomma, un altro piccolo-grande business. Rimandiamo ad altri post pubblicati da ROARS l’inquadramento del fenomeno – e in particolare a quello che avevamo vergato l’anno scorso per l’occasione analoga a quella odierna, fornita dalla pubblicazione dei World University Rankings del settimanale britannico Times Higher Education, specializzato in questioni accademiche – e buttiamo l’occhio sulla notizia di giornata.

«Surprise star performer from Italy». Grazie a tutti gli strilloni che il THE ci invia sulla casella di posta con scientifica meticolosità, siamo in grado di competere con la stampa quotidiana per la preparazione di questo articolo, e abbiamo sotto gli occhi i dati principali con un paio di giorni di anticipo rispetto all’ordinario lettore e navigatore di internet. Leggiamo per bene tutti i riassuntini confezionati dal team redazionale, che quest’anno ci spiazzano un po’. Già da un paio di settimane sapevamo dell’esistenza di una “surprise star performer from Italy” (secondo l’annuncio di uno di questi piccoli trailer pubblicitari), e la cosa aveva creato un po’ di scompiglio anche qui a ROARS, con ipotesi variamente declinate. Non ci ha azzeccato nessuno, se lo volete sapere.

Il fatto è che la Scuola Normale Superiore di Pisa, in quanto istituzione “speciale” – come la chiamiamo in Italia – presenta caratteristiche talmente particolari da risultare un po’ per tutti nel limbo come Università “a tutto tondo”. Ciò non tanto per la dimensione tarata su élite studentesche molto ristrette, ma piuttosto per il ruolo di mero “Collegio-convitto” dell’Università di Pisa dal punto di vista della didattica curriculare relativa ai corsi di laurea (e laurea magistrale) per i quali è attivo un percorso formativo. Che poi la Normale organizzi e conferisca “in proprio” i dottorati di ricerca non ne scalfisce la natura ibrida, anche agli occhi del resto del mondo, o no? Del resto, chi l’ha mai vista la Normale nelle classifiche internazionali?

Questo, pensavamo, e – diremmo – pensavano tutti. Avevamo dimenticato che i radar del THE prendono in considerazione una Università solo se decide di partecipare volontariamente all’esercizio di classificazione, inviando una serie di dati istituzionali ai responsabili – in questo caso il gruppo di intelligence presso Thomson Reuters, partner ufficiale del settimanale britannico per la raccolta e l’elaborazione dei dati. Dati che, ovviamente, si uniscono a tutti quelli ricavabili in modo autonomo attraverso il Web of Science, la ben nota piattaforma informativa in materia di “prodotti della ricerca” gestita dal colosso americano – e non solo a quelli, come vedremo in dettaglio.

220px-Palazzo_Carovana_PisaIl ballo delle debuttanti. La Normale ha deciso di partecipare quest’anno per la prima volta a questo “gioco di società”, e il debutto è andato più che bene: 63° posto. Anche perché i requisiti formali che lo stesso THE impone alle Università valutande sono stati interpretati in modo lasco; infatti, se leggiamo il dettaglio metodologico, constatiamo che

«Universities are excluded from the Times Higher Education World University Rankings if they do not teach undergraduates; if they teach only a single narrow subject; or if their research output amounted to fewer than 1,000 articles between 2009 and 2013 (200 a year). […]»

La clausola circa l’insegnamento a livello undergraduate parrebbe mettere fuori gioco l’istituto di Piazza dei Cavalieri; in effetti uno degli indicatori da calcolare per ottenere i punteggi di merito viene costruito utilizzando il dato numerico grezzo degli «undergraduate degrees awarded», e il degree in questione – come abbiamo ricordato – è quello che i Normalisti ottengono dall’Università di Pisa. Ma il Direttore Responsabile dei rankings del THE, Phil Baty, interpellato da ROARS, ha smussato l’angolo, ricordando che problemi simili si ritrovano anche in altri casi, e questo è il prezzo pagato per mettere assieme Università di diverse dimensioni e diverse fisionomie istituzionali. La chiosa è stata disarmante:

«[…] in general we aim to rank those entities that are in considered to be universities in the public eye.»

A questo punto, si chiederà il lettore, come mai non troviamo in classifica anche la Scuola S. Anna, oppure, più prosaicamente, la “Bocconi” e la LUISS (che ancor meno problemi porrebbero)? Ce lo siamo chiesti anche noi, e lo abbiamo chiesto al THE; la replica è stata netta: «Scuola S. Anna of Pisa, “Bocconi” and LUISS University did not participate in the rankings initiative and are therefore not ranked.»

Ora, è vero che un po’ tutti i principali ranking internazionali sono compilati sulla base di una partecipazione volontaria all’esercizio, che si materializza proprio sulla base della fornitura di una serie di dati istituzionali, autocertificati, come quelli sulla popolazione studentesca, sul personale accademico e ricercatore, sui titoli di studio conferiti, sulle risorse finanziarie a disposizione, et similia, ma possono esistere diverse motivazioni sottese ad una “non-partecipazione”. Ad esempio, in questi anni sono state numerose le prese di posizione volte al “boicottaggio” dei ranking da parte di intere comunità scientifiche o di gruppi di Università, che intendono così avversare il debole strumento valutativo rappresentato da simili pratiche ipersemplificatorie delle diverse e complesse realtà socio-economiche, giuridiche e istituzionali. Dubitiamo però che la mancata partecipazione di S. Anna, Bocconi e LUISS ai ranking del THE sia ascrivibile a codesta forma di avversione “a tutto tondo” alle classifiche, bensì ad una più limitata contestazione di questi o i quei criteri che penalizzerebbero eccessivamente la loro (eccellente!) Università. Forse sbagliando, nel caso concreto in questione. Sì, perché tenere dietro a tutto l’armamentario di indicatori, pesi e misure utilizzati dai vari rankers non è poi così semplice. E i criteri cambiano, si affinano, si complicano… Se il “rankitismo” – come è stato definito su ROARS – è una sindrome diffusa anche in Italia, forse è perché la qualità degli stessi amministratori accademici che devono confrontarsi con tali “stimoli esterni” non brilla granché…

Uno sguardo d’insieme. La classifica generale di quest’anno (2014-15) del THE non è troppo diversa da quella dell’anno scorso. Di certo non lo è nelle prime posizioni, dove sono accampati per bene i colossi accademici anglo-americani che ben tutti conosciamo: il Caltech (California Institute of Technology) guida la pattuglia per il quarto anno consecutivo, davanti ad Harvard, Oxford, Stanford, e poi Cambridge. La seconda cinquina vede il MIT davanti a Princeton, alla californiana Berkeley, e al tandem, sul 9° posto, Imperial College-Yale.

Basta, non ce la facciamo più ad emozionarci per questi coccolatissimi Atenei dagli endowment miliardari e dai finanziamenti scroscianti. Cerchiamo qualche notizia più qualitativa e più cognata agli strumenti della politica universitaria ordinaria. Vediamo ad esempio che anche il THE lamenta l’effetto dei tagli alla spesa pubblica nei vari Stati degli USA, che hanno ridotto la presenza delle università statunitensi nelle Top 200 da 77 a 74 con un arretramento in classifica per il 60% di esse, e una perdita netta nientepopodimenodiché di 5,34 posizioni, in media. Simile discorso anche per il Regno Unito, che cala da 31 a 29 rappresentanti. L’unico Paese a sorridere, in Europa, è la Germania, che porta a 12 le sue Università nell’Olimpo accademico, scavalcando l’Olanda che si deve accontentare di 11. Bene sempre anche la Svizzera, con 7 rappresentanti, che può continuare a vantare la primazia nell’Europa Continentale con il Politecnico di Zurigo al 13° posto.

L’Asia sembra l’unica realtà in stabile ascesa, con un incremento da 20 a 24 delle proprie istituzioni nelle prime 200, ed una prestazione eccezionale della Turchia, che passa da 1 a 4 grazie soprattutto all’impatto citazionale.

L’Italia si deve accontentare della buona novella pisana; e comunque il piccolo esercito rappresentato nella fascia 200-400 aumenta di due unità, come possiamo dettagliare con la “classifica avulsa” riportata qui sotto (NB: il punteggio totale di merito non viene reso noto dal THE oltre la 200a posizione, ma lo calcoliamo esplicitamente per comodità di sintesi):

avulsa-italiaSecondo Phil Baty, in un commento sollecitato da ROARS, «la Scuola Normale Superiore di Pisa è una istituzione piccola ma eccellente, con un forte accento sulla ricerca. […] Le principali aree che guidano la sua prestazione eccezionale sono il punteggio relativamente alto per la reputazione accademica e il punteggio dell’indicatore citazionale che risulta di assoluta eccezione. La prestazione in tale indicatore è guidata da una serie di articoli massicciamente citati in fisica delle particelle elementari, astrofisica e nanotecnologie».

Questo giudizio è rafforzato anche dal risultato conseguito dalla Normale nella speciale classifica per l’Area disciplinare “Scienze fisiche”, dove si infila al 40° posto.

A rosicare per il risultato della Normale saranno innanzitutto i cugini della École Normale Supérieure di Parigi, che si vedono scivolare al 78° posto (dal 65°), e si chiederanno a quale Santo hanno fatto riscorso gli Italiani, visto che loro devono comunque servire una comunità di 2.300 studenti e 650 dottorandi, con un personale accademico, ragguardevole, di 800 unità, ma impegnato ovviamente anche in tutte le attività didattiche istituzionali predottorali.

Per il resto, saranno contenti i triestini, che consolidano la loro posizione scavalcando Trento (in arretramento) e Milano-Bicocca. Uno zuccherino per Sapienza e Bologna solo nella sottoclassifica per le “Arts and Humanities” (77° e 84° posto, rispettivamente). Mangia polvere il Politecnico di Milano, mentre festeggia la Puglia, che già l’anno scorso aveva sconfitto il “gufo” Giavazzi portando Bari fra le prime 400, ed ora spinge Lecce addirittura nella fascia 250-275. Che al di là della numerologia rimangano sempre dei problemi ce lo ricorda questo articolo della “Stampa”, che riprende alcune denunce sulle modalità di reclutamento dell’Università del Salento. Aria di casa nostra, insomma, oltre e al di là della patina del “Times Higher”.

La metodologia. Dal THE ci fanno sapere che sono quasi 800, in totale, le Università che hanno mandato a Thomson Reuters i dati richiesti per costruire un esaustivo Profilo istituzionale, in aumento di 50 unità rispetto all’anno scorso. Queste Università costituiscono l’insieme statistico sulla cui base sono determinati i parametri effettivi che concorrono alla costruzione dei ranking.

La metodologia non è cambiata rispetto all’anno scorso, e questa è la prima volta dopo anni di successivi restyling macro e micro. Come è noto, i ranking si basano sulla composizione, mediante “pesi” percentuali, del valore di una serie di indicatori, opportunamente riscalati, per risultare comparabili e amalgamabili. Riportiamo per comodità in questa tabella il breakdown nei 13 indicatori utilizzati dal THE, con il loro rispettivo peso:

indicatoriTHE

Se non è opportuno perdersi nei dettagli tecnici, in questa sede, ci si consenta un paio di approfondimenti. Il primo riguarda i dati grezzi: non è possibile accedervi, in quanto Thomson Reuters li utilizza per offrire un ulteriore servizio commerciale – in primis alle stesse Università che hanno gentilmente contribuito in modo gratuito alla raccolta dati, mediante consulenze ad hoc su come migliorare le proprie performances in classifica, o a singoli privati, tramite la piattaforma inCites. Una pratica che l’European University Association commenta in modo critico nel contesto del proprio progetto di analisi dei ranking, RISP, laddove nell’ultimo Report a disposizione si riporta l’opinione di un esperto secondo cui

«Of course there is absolutely nothing wrong with providing services (for a charge) to enhance the management of universities, but would most universities (and their funding agencies) agree, from the start, to the establishment of a relationship where all data is provided for free to a centralized private authority headquartered in the US and UK, and then have this data both managed and monetized by the private authority? I’m not so sure.»

Il secondo approfondimento è più succoso e riguarda la parte sugli indicatori “reputazionali”. Sì, cari lettori di ROARS, perché se pensavate che le classifiche mondiali fossero basate solo su “dati oggettivi”, come quelli bibliometrici, dovete ricredervi. Questa credenza nasce dal fatto che la prima classifica mondiale di Università, quella di Shanghai, uscita nel 2003 (e che ha poi mantenuto piuttosto costante la propria metodologia), fa uso solo di indicatori di tale natura. E però le “reputation surveys” rimangono usate non solo da Quacquarelli-Symonds nei propri rankings (dal 2004 al 2009 in collaborazione con il THE, poi autonomamente), ma dallo stesso “Times Higher”, come si vede nel prospetto. Ben il 33% del punteggio di merito (15% + 18%) si basa sull’esito del giudizio di “distinti” accademici e ricercatori sparsi per il mondo, selezionati da Thomson Reuters per compilare un questionario (il cui testo è accessibile pubblicamente), dove si richiede di indicare un certo numero di Università eccellenti, separatamente per la didattica e per la ricerca.

Ora, va detto che non saremo noi di ROARS a biasimare l’utilizzo del fattore umano nelle procedure di valutazione: c’è però modo e modo di impiegare tale essenziale facoltà. Del resto furono proprio le reputation surveys all’origine del dissidio e alla rottura fra il THE e QS, con lancio di stracci in pubblico. E’ evidente che un giudizio esperto sarà possibile solo perché la conoscenza diretta permette la valutazione comparativa delle opzioni sul terreno… ma come è possibile conoscere direttamente 17.500 Università e tutta la loro attività di produzione scientifica? Ovviamente bisogna volare un po’ basso, e sperare che questo processo non rinforzi solo le dicerie e le tradizioni…

Gli interessati possono comunque consultare la metodologia impiegata da Thomson Reuters, e quel poco di risultati che i responsabili rendono noti al pubblico. In particolare si può visionare la “distribuzione geografica” dei rispondenti (circa 10.000) individuata nel senso di “regione di maggiore familiarità” con i sistemi di istruzione superiore e della ricerca accademica. Il Sud Europa (dal Portogallo alla Grecia) contribuisce per il 5%…

Complimenti vivissimi alla Normale, e buon ranking a tutti!

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18 Commenti

  1. Le lacune in aritmetica elementare sembrano essere una costante dei confezionatori di classifiche. A suo tempo avevamo notato che la formula “ammazza-atenei” dell’ANVUR non escludeva possibili divisioni per zero (https://www.roars.it/online/vqr-gli-errori-della-formula-ammazza-atenei-dellanvur/). Qualcuno aveva obiettato che la nostra era una pignoleria perché nella pratica la probabilità di un denominatore nullo era trascurabile. Senza dilungarmi in lunghe spiegazioni tese a mostrare che la divisione per zero è il caso paradossale che rivela un errrore di concetto, mi basta ricordare l’espressione di compatimento con cui un mio collega matematico aveva commentato la formula anvuriana: “ma che bravi, sono riusciti ad inventarsi le combinazione convessa con pesi negativi, solo un ingegnere poteva riuscirci” (avrei potuto obiettare che nel direttivo ANVUR c’è anche un fisico, ma avevo incassato in silenzio).
    A quanto pare Times Higher Education ha superato l’ANVUR: il quarto indicatore del “teaching” è
    _____________
    PhDs/undergraduate degrees awarded
    _____________
    Per la normale dovrebbe essere infinito, dato che il denominatore è zero.

    Se invece contano come undergraduate degrees quelli conseguiti dai normalisti presso l’ateneo pisano, vuol dire che alcuni undergraduate degrees sono contati due volte da THE

    • “Senza dilungarmi in lunghe spiegazioni tese a mostrare che la divisione per zero è il caso paradossale che rivela un errrore di concetto”

      si si, evitiamo, altrimenti il Comitato Nobel, abituale lettore di ROARS potrebbe ritirare il Nobel a t’Hooft e Veltman.

    • Non capisco perché per la normale il “undergraduate degrees” sarebbe = 0. La SNS rilascia dei Diplomi di Licenza che, ok, non hanno valore legale, ma ai fini della classifica possono essere considerati.

      Sul secondo punto, TUTTI i normalisti sono stati contati due volte, perché ognuno di essi consegue il Diploma di Licenza della SNS + la Laurea dell’Unipi.

    • Se è per questo, i degrees rilasciati da molte altre delle istituzioni esaminate “non hanno valore legale.”

    • La Normale non eroga la didattica istituzionale che compone il curriculum del corso di laurea, ma didattica aggiuntiva, complementare.

      Non vogliamo sminuire il ruolo di codesta didattica, ma quando si parla di “undergraduate degree” si parla di laurea, è molto chiaro.

      Dopodiché possiamo smussare l’angolo come fanno al THE, ma questo è un altro discorso.

  2. combinazione convessa con pesi negativi: credo che il libro delle ricette di Nonna Papera sia: “La guida del Sole 24 Ore agli investimenti finanziari. Gli strumenti, i prodotti, i processi, i servizi. Caratteristiche e criteri di valutazione”

  3. Vista la posizione di UniPi rispetto alla Normale, sarebbe interessante tentare un esperimento: per 5 anni UniPi prende di FFO una quantita’ pari a quanto attualmente prende la SNS moltiplicata per il rapporto tra numero di studenti iscritti a UniPi e numero di normalisti. E la SNS si accontenta del Budget di UniPi per il rapporto Normalisti/(Iscritti a UniPi).

    E poi vediamo dopo 5 anni i posizionamenti relativi.

    Da notare che in questo esperimento sto tralasciando molti altri motivi di differenza non trascurabili alla luce dei criteri del ranking.

  4. Interessante una domanda del genere senza chiedersi al contempo cosa ne sa chi ha redatto il ranking di THE (che peraltro mi sembra l’ unico bersagio dell’ articolo e dei commenti).
    Nei commenti non vedo informazioni false, ma si puo’ sempre imparare. Ce le indica per favore ?

  5. Quello che interessa a THE è il rapporto dottori di ricerca / lauree triennali (criterio peraltro che a me sembra fasullo, ma non è questo il punto). Il calcolo dei diplomi undergraduate serve a stabilire quanti laureati di primo livello sforna un ateneo e qual è il rapporto fra chi completa il PhD e quei laureati. Ora, ha assolutamente senso considerare i normalisti che prendono la triennale, o se si vuole naturalmente anche quelli con la LM, come appartenenti alla SNS, perché nella grande maggioranza si laureano a Pisa perché sono stati ammessi ai corsi ordinari SNS. Non sarebbero laureati di Pisa se non fossero studenti SNS. Non si tratta di studenti dell’Università di Pisa che hanno vinto al lotto il posto in Normale.

    Per il resto, è noto che anche gli anni scorsi, se si pesavano i punteggi rapportandoli alle dimensioni dell’ateneo e in particolare al numero di docenti, la SNS figurava già in un gruppo di testa internazionale accanto alla SISSA. Sono posti piccoli, ci sono molte persone qualificate e ci mancherebbe pure che non si vedessero i risultati.

    • Gli anni scorsi la SNS non poteva figurare in un gruppo di testa perché solo quest’anno ha chiesto di partecipare.

    • @ Leone Porciani: So benissimo che non si vince al Lotto un posto in Normale. Ma da qui all’ idea di considerare i laureati triennali normalisti come in conto al 100% alla SNS ce ne corre. Sarebbe interessante sentire il parere di qualche docente di UniPI. E nche ci si potrebbe chiedere come mai ne caso di UniPI-SNS alcuni studenti vengono contati due volte…

      In ogni modo, ribadisco che il mio commento originale non era un mettere in dubbio la buona reputazione della SNS (o della SISSA). Piuttosto volevo sottolineare che alcuni dei parametri di THE non sono neutri rispetto all’ evidente abbondanza di risorse di cui godono SNS e SISSA. P.es. il parametro THE data dal rapporto tra PhDs awarded/Academic staff non può non risentire in positivo del sovradimensionamento dei budget di SNS e SISSA rispetto a qualsiasi altra sede di dottorato. E questo è un’ osservazione che esula da considerazioni sulla qualità, ma è legata a quello che viene dichiarato essere uno dei parametri per la valutazione degli aspetti didattici.

      Insomma, l’ articolo da’ una dimostrazione in più, se mai necessaria, della follia di voler confrontare entita’ non confrontabili appiattendo tutto su un unico parametro unidimensionale.

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