Dio solo sa se in Italia i cittadini non hanno bisogno di semplificazioni. Siamo tutti oberati da infiniti e spesso inutili adempimenti. Il Governo Monti, col decreto-legge n. 5 del 9 febbraio che reca già nel suo titolo la parola “semplificazione”, ha aperto il nostro cuore alla speranza. Ai tanti sgradevoli tagli del passato speriamo adesso che segua un gradevole taglio delle complicazioni. Però, a colpi di scure, è talvolta facile mancare qualche bersaglio.

Mi si perdoni se la prendo un po’ alla lontana. Molti grandi avanzamenti culturali, scientifici o tecnologici sono stati originati dalla libera curiosità e dalla fantasia innovativa dei ricercatori. Invece che avanzare sulle strade già battute, alcuni tentano di aprire sentieri nuovi. Molte volte si fallisce, qualche volta si ha successo e il piccolo sentiero sconnesso diventa rapidamente un’ampia strada sicura che soppianta o si affianca alla precedente. Quando le principali fonti di energia per il movimento erano i cavalli o i muli, abili allevatori cercavano di selezionare equini sempre più potenti e resistenti. Negli stessi anni fisici e chimici curiosi, studiando il calore, mettevano a punto le prime macchine termiche, dando origine ad una “rivoluzione energetica” che dura tuttora. I motori a scoppio che fanno muovere tutte le nostre automobili  sono in fondo eredi diretti di quei bizzarri studi scientifici sul calore.

Gli esempi nella storia della scienza, anche recente, potrebbero moltiplicarsi all’infinito. Il cruciale ruolo strategico giocato dalla libera ricerca mossa dalla curiosità in ogni campo dello scibile (gli anglosassoni la chiamano curiosity-driven o blue skies research) è ampiamente dimostrato tanto che non mancano esempi di investimenti in questo campo non solo dei bilanci pubblici ma anche di grandi imprese private. Tre anni fa, alla notizia che il Consiglio delle Ricerche inglese aveva imposto che ad ogni proposta di finanziamento pubblico venisse allegata una dichiarazione sull’impatto economico dei risultati della ricerca, venti scienziati inglesi, tra cui un premio Nobel per la chimica e otto accademici della Royal Society, scrissero una vibrante lettera di protesta al Times Higher Education proponendo swiftianamente una “modesta rivolta” per salvare la ricerca. L’European Research Council, appena istituito dalla Commissione Europea, ha lanciato il programma IDEAS che finanzia ricerche curiosity-driven in ogni disciplina, dalla letteratura all’ingegneria, dalla matematica alla medicina.

Nella legislazione italiana l’attenzione alla libera ricerca di curiosità trova un primo minuscolo spazio nella prima legge finanziaria del Governo Prodi nel 2006. Si istituisce infatti nel bilancio dello Stato un nuovo fondo per gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica (FIRST) e si garantisce comunque a carico del FIRST, pur senza indicarne la quota, “il finanziamento di un programma nazionale di investimento nelle ricerche liberamente proposte in tutte le discipline da università ed enti pubblici di ricerca, valutate mediante procedure diffuse e condivise nelle comunità disciplinari internazionali interessate”. Proprio questo comma è stato cassato dal decreto-legge sulla semplificazione. In realtà è stato sostituito da un altro impegno a valere sul FIRST per il sostegno alla ricerca italiana svolta nel quadro di programmi europei o internazionali. Una scelta quanto mai opportuna e condivisibile. Ma non si capisce proprio perché a danno della libera ricerca di curiosità. Uno dei tanti benvenuti colpi di scure ha sbagliato stavolta bersaglio. La ricerca italiana spera modestamente che il Parlamento vi ponga rimedio.

(Pubblicato su Europa del 15 febbraio 2012)

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4 Commenti

    • Grazie del commento e del link all’articolo di Fabio Cioffi. Nella prima versione dell’articolo per “Europa” avevo inserito un cenno alla serendipity e alla bella favola persiana sui tre principi di Serendip (SriLanka) che ha dato origine al nome inglese. Poi gli spazi ristretti di un quotidiano mi avevano costretto a quest’ulteriore “taglio alla curiosità” … Libera rimedia.

  1. Sull’impatto socio-economico della ricerca il dibattito è stato sostenuto, in UK, a seguito dell’introduzione di questa dimensione nel prossimo esercizio di valutazione della ricerca, il REF (peserà per il 20% in prima battuta)
    http://www.hefce.ac.uk/research/ref/pubs/2011/01_11/

    Comunque la discussione continua, e segnalo questo recente articolo sul THE
    http://www.timeshighereducation.co.uk/story.asp?sectioncode=26&storycode=419128&c=1

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