“La burocrazia nutre se stessa. Un incartamento non può procedere troppo velocemente e senza intoppi perché questo renderebbe inutile lo stesso apparato burocratico che, anzi, tanto più è necessario quanti più problemi si trovano lungo la via”. (cit. una gola profonda di un ateneo Italiano). 

Ho iniziato a rimanere affascinato dalla burocrazia leggendo Kafka, quando, ragazzo, ancora non sapevo quali ingerenze provoca nella vita quotidiana. Pare  che lo stesso Napoleone avesse delle battute ad effetto in cui dichiarava che la burocrazia fosse un nemico più ostico di quello incontrato sul campo di battaglia. Nel maggio 2020 l’ennesimo Ministro dello sviluppo Italiano, al secolo Patuanelli, ha affermato “…bisogna abbattere la burocrazia. …”. E se lo era per un imperatore e lo è tuttora per un Ministro figuriamoci per un povero docente universitario. A chi non è accaduto almeno una volta di sentirsi chiedere il verbale del verbale e provare quel brivido, e se gli facessi notare che poi avrei bisogno del verbale del verbale del verbale? ma non l’ho fatto, ho prodotto l’ennesima carta inutile per mandare avanti il processo in questione piegandomi, come tutti, alle bizze di questo mostro senza testa, inteso come capacità di ragionamento, ma dai mille tentacoli e dalla fame atavica.

Questa storia inizia con una buona intenzione, l’idea del Ministero di valutare il lavoro delle Università e dei centri di ricerca Italiani.

In poco tempo questo proposito si è trasformato in un incubo kafkiano che regola con meccanismi perversi, intrecciatisi nel tempo in nodi ingarbugliati, le carriere e le vite dei giovani ricercatori e professori Italiani.

Non è mia intenzione analizzare nel dettaglio il lavoro fatto dall’ANVUR (Agenzia Nazionale per la Valutazione dell’Università e della Ricerca), opinioni favorevoli e contrarie sono facilmente reperibili in rete, ma semplicemente raccontare il mio rapporto con un “prodotto”. Si, prodotto, questo è il termine, piuttosto infelice direi, adottato dall’ANVUR per denotare un mio lavoro, nel caso in questione un banalissimo libro.

Per arrivarci devo prima fare un salto indietro e parlare brevemente della nascita di questo libro. Era il lontano anno 2000 ed io mi ero appena addottorato. L’anno successivo la mia tesi fu valutata meritevole di un premio e, parte integrante del premio stesso, pubblicabile con Springer, una casa editrice privata tedesca. Fiero e tronfio passai l’estate al rimaneggiamento della tesi per trasformarla in qualcosa di decente. Era agosto, mia moglie andava al lavoro ed io lavoravo al PC e compilavo, fiero l’ho già detto?, in LaTeX le mie bozze.

Nel 2003 il libro è finalmente pubblicato. Scopro presto che quel testo, il primo su un argomento di nicchia, vende bene e Springer mi chiede una seconda edizione estesa, che esce nel 2006, poi una terza ancora più corposa, nel 2014, ed infine una quarta, nel 2018.

Nel libro confluisce la mia ricerca ed è ciò che mi rappresenta maggiormente dal punto di vista professionale. Quando incontro dei giovani ricercatori ai congressi mi parlano del libro, non di un articolo specifico. I colleghi citano il libro in una delle quattro edizioni, facile scorciatoia quando ricordano che una certa cosa è stata fatta nel gruppo di ricerca in cui lavoro ma non ricordano lo specifico articolo.

In parallelo alla mia carriera ed alle edizioni del mio libro, l’ANVUR inizia ad implementare le regole per la valutazione della ricerca. I nostri valorosi non conoscono evidentemente Kafka né pensano di guardarsi un pò intorno, ossia all’estero, per beneficiare della esperienza dei paesi che hanno già fatto questo esercizio e, “col ghigno e l’ignoranza dei primi della classe” (cit. “Cirano”, Guccini, EMI, 1996) ripetono errori già compiuti percorrendo cammini transitati e già anche abbandonati. Immagino la loro prima riunione in cui buttano giù l’idea, la FORMULA, ossia l’equazione magica che avrebbe consentito al Ministero di capire facilmente chi lavora, e quanto, e chi no. Forse avevano già in mente qualcosa di impatto mediatico, un E = mc2, che già si lanciano in comunicati stampa: valuteremo analiticamente il lavoro di ogni dipartimento, ogni laboratorio, ogni docente, nulla sfuggirà alla nostra metrica.

Ma sorge un primo intoppo, una prima situazione in cui la formula non funziona bene. Nessun problema, mettiamo una correttivo, una “toppa” per usare un linguaggio sartoriale o informatico, tappiamo la falla, per i velisti, insomma, dovremmo esserci capiti sulla natura non strutturale dell’intervento. Esce poi una seconda situazione, contingente, ovviamente, necessitaria di una seconda toppa, e poi una terza, ed una quarta. In poco tempo i nostri valorosi si trovano fra le mani un demogorgone che devono tenere a bada con le proprie forze, gli si agita sotto ed appena si distraggono li trafigge con l’ennesima eccezione (https://it.wikipedia.org/wiki/Demogorgone nella versione “Stranger Things” e non in quella di Boccaccio).

In breve, in vece della formula riunificatrice delle forze elementari si ritrovano davanti un oggetto talmente complesso che la sola spiegazione per l’uso richiede pagine e pagine di documentazione con grafici esplicativi.

Fra le decine di aspetti kafkiani, si mi piace questo termine, uno che avrà un peso in questa banale storia è dato dal fatto che il demogorgone, ho deciso che chiamerò così l’insieme delle formule anvuriane, si alimenta con i dati di una fra due banche dati private straniere. Si, una fra due, a scelta. Anche questo avrebbe dovuto far riflettere, le banche dati elette sono due, evidentemente nessuna delle due copre lo scibile umano, e sono private, per cui fanno ciò che ritengono opportuno per il loro bilancio, ah, e sono straniere, per cui non sono tenute a capire i nostri meccanismi.

Ma non è tutto, il demogorgone è anche di difficile implementazione ed il Ministero, in piena tradizione deresponsabilizzatrice italica, scarica sui ricercatori l’onere di calcolarlo. Leggete le pagine di spiegazione, ricavatevi i dati e fate i calcoli, poi ci date i vostri “prodotti” migliori secondo le nostre regole e noi rifaremo i calcoli. Si, avete capito bene il procedimento… Ah, e se i calcoli non dovessero combaciare il ricercatore non avrebbe modo di saperlo né di conoscere, in caso di discordanza, di chi sia l’errore.

Mi permetto una breve digressione, perché è il cittadino a dover calcolare l’IMU?, lo stato ha tutti i dati ma delega il cittadino e lo multa se sbaglia. A differenza dell’ANVUR, almeno con l’Agenzia delle Entrate sono consentite le controdeduzioni.

Ed una seconda digressione, possiamo stimare il tempo speso dai ricercatori Italiani a fare individualmente calcoli che il Ministero avrebbe poi rifatto?

Ma in tutto questo, il mio libro? ci arriviamo…

Collegandosi, onerosamente per l’Università ovviamente, con una delle due banche dati, in particolare SCOPUS, parte del gruppo Elsevier, con sede principale in Olanda, si scopre subito che…

…che il mio libro non è un libro. Nel meraviglioso mondo delle classificazioni automatiche della cosiddetta intelligenza artificiale il mio libro è parcellizzato in diversi “prodotti”, alcuni sono visti come “articoli”, altri come “capitoli di libri”, altri come “editoriali” ed una edizione è totalmente assente.

Devo correggere questo vulnus. Non è solo una questione di simmetria celeste, pedanteria o overdose di fine settimana piovosi; avere un prodotto citato 100 volte per il demogorgone è diverso rispetto ad avere 10 prodotti citati 10 volte.

Poco male, SCOPUS consente di suggerire modifiche, con un form molto dettagliato demanda all’interessato parte del suo lavoro nella individuazione di errori e conseguenti correzioni, quindi si, se ve lo state chiedendo, i ricercatori Italiani correggono gli errori di una banca dati privata Olandese… Sono pigro e non ho voglia di compilare il form per cui decido di scrivere una mail, cosa che faccio nel settembre del 2018. Mi rispondono il giorno stesso affidandomi un “ticket” e garantendomi risposta entro 48 ore.

Dopo oltre un mese spedisco un sollecito e, il giorno stesso, mi rispondono che la mia richiesta è complicata per cui devo aspettare una settimana ancora.

A dicembre risollecito ma senza più ottenere risposta, poi a gennaio mi piego e compilo il form. Ad aprile 2019 ricevo una prima “vera” risposta. In breve, la prima edizione non viene coperta dalla banca dati, per le altre, mi chiariscono, hanno preso le informazioni direttamente dall’editore per cui potrei anche correggere il campo ma interagendo anche con l’editore, ovviamente.

Ah, e il signor SCOPUS (non saprei dire con chi interagisco, le mail sono quasi tutte anonime) ribadisce anche che il mio libro non è un libro, sono tanti capitoli, nel migliore dei casi. Sempre per scelta dell’editore (loro concorrente…).

Il 18 aprile 2019 una mail di una dipendente, finalmente firmata, mi chiede se il mio profilo sia veramente mio. Si, rispondo, il mio profilo è mio, qualsiasi cosa significhi questa assunzione di consapevolezza.

Il 10 maggio 2019, 8 mesi dopo l’inizio della interazione, ricevo una mail inquietante in cui mi viene comunicato che potrei suggerire un nuovo “titolo”, dove quel “titolo” indica una nuova collana e che sarebbe meglio se a farlo fosse l’editore. In ogni caso mi rimandano ad un altro form da riempire, delle corpose linee guida in font dimensione 8 e mi dicono di attendere fino ad 1 anno.

Mi arrendo.

Se oggi mi collego al profilo SCOPUS mi ritrovo ancora autore di una illuminante pubblicazione dal titolo “Concluding remarks”, un’altra “Introduction”… ed il mio libro, come un segreto omaggio al mio ammirato Kafka, perso “like tears in the rain”… (cit. “C_Beams speech”, Ridley Scott, Warner Bros, 1982).

Post scriptum: esiste una morale? se voglio misurare qualcosa ma ne perdo la parte principale in maniera sistematica, quanto ha senso questa misura? la causa ovviamente non è di SCOPUS, né di Springer, né, ovviamente, dell’autore del libro ma è lui che ne avrebbe pagato le conseguenze. Ma, in fondo, basterebbe aggiungere un’eccezione al demogorgone…

 

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22 Commenti

  1. Vedila così: se tu appartenessi a un settore ‘non bibliometrico’, il demogorgone ti avrebbe fatto un favore, perché al posto di un inutile libro avresti una decina di appetitosi capitoli che ti consentirebbero di superare più agevolmente la cosiddetta ‘prima soglia’. Tant’è vero che più di un collega ha provato ad auto-demogorgonizzarsi…

    • Non ci avevo pensato. Immagino, spero, che questi comportamenti siano intercettati dalla commissione.

  2. Esiste una morale? secondo me la morale sta nell’errore di base. L’idea, ormai ormai succhiata insieme al latte materno secondo cui sarebbe “una buona intenzione, l’idea del Ministero di valutare il lavoro delle Università e dei centri di ricerca Italiani”.

    Non è una buona idea che lo faccia il ministero in modo centralizzato. Non è qualcosa che possa scalare in modo ragionevole con il numero di ricercatori e “prodotti” e non è ragionevole sovrapporre alle valutazioni (che preesistono) da parte della comunità scientifica algoritmi farragginosi e opachi il cui unico scopo è di travestire con una patina di oggettività un’operazione irrazionale.

    All’estero restano sbigottiti quando scoprono che da noi si usa l’IF della rivista invece delle “most relevant citations”. Ma qui da noi i mostri della ragione prosperano.

    Mala tempora currunt.

    • Come dipendente pubblico ritengo che io debba rendere conto del mio stipendio, questo significa implicitamente che qualcuno debba valutare la mia attività. Ho sempre dato per scontato che debba essere il MUR ma su questo non ho riflettuto a lungo in effetti. A valle di questa considerazione ritengo che ci siano due macigni:

      a) Cosa devo misurare? questa domanda sottende una discussione che va oltre i modesti obiettivi di questo articolo e cioè: a cosa serve una Università? a produrre articoli? a generare premi Nobel? io ho la mia idea che probabilmente differisce non poco da quella dell’ANVUR;

      b) Con che tecnicismo misurare? personalmente ritengo che il meccanismo attuale sia profondamente sbagliato. Sta creando storture forti e difficilmente rimediabili nel breve periodo.

    • @Antonelli La tua risposta rende evidente la confusione di ruoli indotta dall’anvur e i suoi apprendisti stregoni. Scusa, ma se si sta parlando di VQR, cosa c’entra il singolo dipendente pubblico e il suo stipendio? La performance *nella ricerca* di un Dipartimento o di un ateneo sicuramente dipende da quello che fanno i singoli. Ma in forma *aggregata*. Casomai è il dipartimento a dover render conto di quel che fa coi soldi pubblici sul fronte della ricerca. Il singolo dovrebbe rispondere in primis al suo datore di lavoro (che non è una generica “opinione pubblica” ma l’ateneo in cui lavora) e questo dovrebbe poterlo fare tenendo conto in modo completo di tutte le attività che svolge per conto del “datore di lavoro”. Non solo una. E mettendo nel conto anche quello che la struttura mette in campo per permettergli di far ricerca.

      Sulla valutazione, del singolo, andrebbe poi ricordato che un professore universitario non è solo un pubblico dipendente ma anche (e forse prima) un membro di una comunità scientifica. Che già di suo esercita una prima valutazione, andando nel merito e non basandosi su parametri. Il problema principale della valutazione anvur è che è una valutazione “altra” e spesso incoerente con quella della comunità scientifica, innescando comportamenti che modificano in modo negativo il modo stesso di far ricerca.

      Questo è il problema. Metriche o indicatori quantitativi vengono dopo aver risolto questo nodo centrale. Sempre che ci si accorga che esiste.

    • Concordo parola per parola e mi sono spiegato male creando un corto circuito fra valutazione del singolo e del dipartimento. Grazie per il chiarimento.

  3. Caro Antonelli, non ti sarà sfuggito di essere in buona compagnia: infatti di articoli censiti su Scopus che nel titolo presentano le parole “concluding remarks” ce ne sono 2267, di cui moltissimi, ma non sono riuscito a contarli, non hanno altre parole nel titolo.

    • Molto divertente. In realtà mi era sfuggito, ho cercato anche “Final remarks”, “Introduction”…

  4. Infatti, cosa pretendi, ogni capitolo ha un suo doi ed è acquistabile separatamente (dal punto di vista economico non conviene per il compratore). Se non hai appiccicato l’orcid risulta sicuramente un libro curato da un certo Gianluca Antonelli, con tanti capitoli scritti da altri studiosi che, guarda caso, si chiamano anche loro tutti Gianluca Antonelli. Siccome l’indice di nepotismo viene misurato ormai in base alle occorrenze dei cognomi, è la dimostrazione che ormai il nepotismo impera anche nei processi editoriali presso Springer!

    Sbaglio qualcosa?

    • Quando mi sono trasferito nella mia sede attuale ho scoperto l’omonimia con un collega ed un architetto del posto che ha progettato diverse piazze. Solo uno dei due l’ho conosciuto da poco. Se implementassero l’algoritmo sul nepotismo.. :)

    • Pubblicare un libro può essere un’operazione semplice priva di alcun tipo di referaggio fra pari. Oppure può essere una raccolta di articoli. O ancora può essere l’evoluzione in chiave divulgativa o didattica di una serie di articoli. Perché no il libro di testo più usato al mondo. Una commissione potrebbe discernere il valore stesso del libro, un algoritmo, nonostante la generosità di eccezioni, probabilmente no. Forse per questo? a saperlo…

  5. La morale della storia è che un buon relatore di tesi dovrebbe insegnare non solo a fare ricerca ma anche a pubblicare nelle sedi più redditizie. Il mio, in tempi pre-anvuriani (parlo della seconda metà degli anni novanta), mi ha subito chiarito che non si pubblicano mai libri. Solo se costretti dall’amicizia accademica si può accettare di contribuire con un capitolo a un volume edito da altri, riciclando un articolo appena pubblicato in rivista con l’aggiunta di qualche nuovo dato e di irrilevanti dettagli sperimentali (quindi a costo zero). È anche vero che il mio SSD è rigorosissimamente bibliometrico da sempre (si dice che siano i chimici ad aver inventato l’impact factor settant’anni fa). Capisco che ritrovarsi la bibliometria tra i piedi a metà carriera sia un grosso problema. Nonostante il libro “demogorgonizzato”, Gianluca Antonelli è comunque diventato ordinario. E tutto è bene quel che finisce bene.

    • Non volevo mettere in risalto la mia storia personale in questo contesto ma fornire una semplice testimonianza. Questa miopia algoritmica può stravolgere sia la vita delle persone (2 anni per vedere “forse” riconosciuto il “prodotto” di maggior rilievo per un giovane sono potenzialmente catastrofici) che la sorte della stessa Università Italiana come evidenziato da Giuseppe. Giochiamo con le regole del gioco e quindi: no libri, no capitoli, no argomenti di nicchia, solo ricerca alla moda con meccanismi analoghi agli acchiappa-click dei siti web, argomenti con alta redditività a breve termine, autocitazioni, citazioni incrociate fra amici, ecc…

      Per curiosità, in epoca pre-ANVUR non ho ricevuto indicazioni negative sui libri. I decani del mio raggruppamento davano queste indicazioni per fare carriera: pubblicare poco ma bene, con pochi co-autori, prima o poi un lavoro a firma unica su una rivista prestigiosa.

    • Un buon relatore fa maieutica, capisce se sei da ricerca contemplativa o un tipo operativo. E soprattutto, sa mantenere la scala sociale seriamente. Deve avere la cognizione del ceto di provenienza del candidato.

      Diciamocelo chiaro, le pubblicazioni dovrebbero essere fatte gratis et amore Dei, non diventare lo strumento di tontine editoriali.

    • Il fenomeno della pubblicazione incrementale, se non addirittura doppione, è purtroppo alimentato da questi algoritmi…

  6. In realtà, gli algoritmi servono. A giustificare esclusioni che altrimenti non potresti fare. A non leggere.
    Certo il risultato è ricerca fatta di fretta, che si ripete.
    Anche le vite dei docenti contano: ricercatori umiliati, non riconosciuti, scappano se possono, altrimenti vivono vite che non son le loro.

    • Servono ad infantilizzare: non più adulti in grado di decidere se e quando vale la pena pubblicare, dire a voce, insegnare – ma ragazzini che traggono la loro soddisfazione dal compiacere gli adulti (guarda mamma che IF). Ai “nuovi adulti” naturalmente non interessa ne’ la scienza (che ovviamente ne risente) ne l’IF (comunque domani sarà l’IF normalizzato, dopodomani l’IF-ultimo-nome, ecc.) ma che i ragazzi stiano zitti giocando a farsi dispetti a vicenda.

    • Concordo con chi ha detto che gli algoritmi ministeriali “servono ad infantilizzare” o “produrre qualcosa di banalmente tangibile nel breve termine”.

      Capisco le sofferenze dei giovani ricercatori alle prese col sogno di fare i docenti e contribuire con ricerche interessanti al sapere e allo sviluppo di una civiltà migliore. E capisco anche i senior che si sentono sempre più col fiato sul collo…

      In tutta onestà, diversi consulenti di mia conoscenza lamentano che questo sistema anvuriano non crea veri incentivi alla ricerca, perchè è limitato su alcuni interessi e particolarismi inopportuni allo scopo principale della ricerca. E lo dico con tutto che non amo le materie sociali ed umanistiche, ma pur queste devono esistere e meno male che esistono. E’ da alcuni filosofi che Google trae ispirazione per il suo behavioral advertising, mica da ingegneri o statistici, per dirne una.
      Alle imprese ed alle istituzioni servono cervelli freschi, per pensare nuove soluzioni. Non ci servono “autoreferenzialismi” che gonfiano le citazioni (malcostume anche spagnolo, non solo italiano): mi sono fatto una ricognizione di come funzionerebbe il sistema delle pubblicazioni:

      1) si paga una submission per sperare di pubblicare alla pari di un gratta e vinci dalle probabilità più o meno chiare (vatti a fidare di chi revisiona che non faccia il ladro, non fatemi dire che casi sono giunti alle mie orecchie e ai miei avvocati)
      2) bene che vada, la ricerca finisce per confermare intuizioni da laboratorio che vengono sempre posteriormente all’invenzione stessa
      3) le pubblicazioni sono interessanti se da queste si intuisce un’expertise del soggetto, altrimenti sono un falso indicatore di talento/utilità/produttività
      4) le case editrici guadagnano per lo più da submission, abbonamenti con cross-subsidies, convenzioni con specifiche istituzioni/università polarizzanti, ma a parte questo la loro fantomatica produttività da loro reclamizzata è qualcosa di cui non hanno molta dimestichezza

      I libri dovrebbero avere un valore aggiunto indipendentemente da chi e come si pubblichino, purchè siano validi e correttamente redatti, altro che ANVUR o SCOPUS. Se dobbiamo dirla tutta, i miei colleghi per fare ricerche chiamano direttamente i laboratori, i policlinici, Banca d’Italia o Eurostat, non aprono certamente queste librerie digitali

      Se fossi in voi professori, mi alleerei con il mondo professionale e smetterei con questo atteggiamento ignaro o diffidente, perchè questo COVID deve darci una lezione di vita, innanzitutto l’università deve porre al centro gli studenti e creare comunità, la ricerca deve avere un’anima non partigiana da ateneo guelfo o ghibellino (meglio di come io talvolta ho tradito far pensare), deve trasmettere competenze e fregarsene se nessuno apprezza o peggio conferisce diritti su questa base
      Le alleanze università-imprese servono oggi più che mai, solo così puoi detronizzare gli oligopoli editoriali degni delle peggiori satrapie, cavalcare il cambiamento politico, vedrete come cambierà la società post-COVID, stanno cadendo vecchi troni, siate giovani dentro (non solo fuori se l’anagrafe vi grazia). Se fate questo, potete presentarvi alle porte di Elsevier, far loro vedere che siete in tanti e costringere addirittura un DPCM per sbloccare tutto (l’hanno fatto per il CORONAVIRUS, volete che non lo facciano per l’università?)…

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