Replica di Giorgio Israel alla lettera di A. Bonaccorsi e G. Novelli (in appendice).

Senza affliggere il Messaggero con un battibecco e per poter argomentare in dettaglio, rispondo per punti e con una considerazione finale.

1 — Non ho affatto confuso tra settore bibliometrico e non bibliometrico. Ho contestato (in accordo con una vasta letteratura) il valore delle valutazioni bibliometriche e sottolineato le ingiustizie e assurdità cui da luogo. Ho evidenziato che nel settore non bibliometrico l’Anvur fa comunque uso di un criterio statistico (di mediana) basato su una classifica delle riviste compiuta dall’Anvur. Circa i criteri bibliometrici i professori Novelli e Bonaccorsi si limitano a sentenziare che «le citazioni sono invece largamente accettate come metrica di qualità, con poche e documentate eccezioni».

A parte il fatto che i tempi dell’“ipse dixit” non sono riproponibili nella versione dell’ “Anvur dixit”, i professori ignorano deliberatamente le crescenti critiche alla bibliometria provenienti da istituzioni come la International Mathematical Union, l’Institute of Mathematical Statistics, l’International Council of Industrial and Applied Mathematics, la European Physical Society, la Australian Academy of Science, gli editors di tutte (dico tutte) le riviste di Storia della Scienza, Tecnologia e Medicina, e da personalità scientifiche di primo piano, tra cui, tanto per citarne alcune, il premio Nobel per la chimica Richard Ernst o Douglas Arnold, “past president” della Society for Industrial and Applied Mathematics (che pubblica un gran numero di riviste tutte di primissimo piano). Non credo proprio che i professori Novelli e Bonaccorsi, con tutto il rispetto, abbiano l’autorità per ignorare o scartare come marginali tutte queste critiche, se non dando prova di una sconcertante assenza di quella obbiettività e di quel rigore scientifico che pretendono di introdurre nell’università italiana.

Per quanto riguarda il settore non bibliometrico, siamo da poco di fronte allo scandalo delle riviste accreditate come “scientifiche” dall’Anvur, tra cui Airone, Yacht, Barche, Suinicoltura, Libertiamo, Alternative per il socialismo, Il Mattino, Il Sole 24 Ore, Evangelizzare, Leadership medica, Etruria oggi, e via delirando. Sia ben chiaro, nessuno contesta la rispettabilità di molti di questi periodici, ma il fatto che si tratti di pubblicazioni scientifiche che fanno ricorso a referee. L’affannosa e pietosa autodifesa che viene da ambienti dell’Anvur è che sarebbe colpa dei professori che hanno inserito nel database del Cineca articoli pubblicati su queste riviste o giornali. L’avranno pur fatto, e in certi casi non potrebbe esserci nulla di male, poiché il Cineca non pone limiti di sorta. Ma non è compito dell’Anvur fare pulizia dei lavori non scientifici? E non è l’Anvur che si sta spendendo da mesi per selezionare le riviste ammesse come scientifiche, classificandole in riviste di serie A, B, C, e su questa base imporre le mediane nei settori non bibliometrici? Non è l’Anvur che si impanca a garante di serietà e rigore? Come è potuto accadere che abbia accreditato come riviste scientifiche alcuni quotidiani (e non altri) e riviste di carattere politico-partitico? Che un professore scriva su Yacht o sul Mattino non è affatto uno scandalo, che citi queste pubblicazioni come “scientifiche” lo è, che l’ Anvur le accrediti come tali è uno scandalo doppio o anche triplo. Perché l’Anvur ha fatto questo? I maligni diranno che si è prestato a un mercato in cui, in cambio del consenso alle sue dubbie iniziative, ha concesso l’accreditamento “scientifico” a queste riviste. Non è così? Allora, si ammetta quantomeno la propria inadeguatezza e ci si dimetta per aver prodotto un simile spettacolo indecoroso, invece di vantare con tanta prosopopea la qualità della propria azione. Il minimo che si possa dire è che l’Anvur, in questa occasione, ha mostrato di essere lo specchio di quella parte dell’università italiana che dice di voler epurare.

 

2 — Le commissioni sono sovrane. L’Anvur invia questo messaggio ripetutamente da giorni. Questo non basta affatto perché esiste un DM che va in un senso ben diverso e che non può essere corretto da semplici dichiarazioni. Sono giorni che da tante parti si richiede un chiarimento su questo punto. Da ultimo, la Conferenza delle Facoltà di Medicina ha dichiarato «indispensabile chiarire se il superamento dei valori mediani degli indicatori quantitativi debba essere considerato come requisito indicativo o tassativo ai fini del conseguimento dell’abilitazione». Ora, si rassegnino all’Anvur: il loro potere non è ancora quello di decretare, emettere leggi, quasi fossero al di sopra del governo e del parlamento, alla maniera di quel che faceva Corrado Gini nel Ventennio. Chi deve rispondere è il Ministro, e non con dichiarazioni o lettere, ma nelle forme e nei modi adeguati. Si è in attesa e l’Anvur farebbe bene a unirsi a questa attesa invece di lanciare messaggi inutili e aggiungere confusione a confusione.

 

3 — Nessuno dice di «non fare niente». Ma l’Anvur avrebbe dovuto più opportunatamente operare come organo di valutazione ex-post, e anche nel modo più severo e non come un selezionatore a priori, sostituendo tecniche automatiche (in alcun modo previste normativamente dalla riforma universitaria) alla valutazione di merito individuale, per giunta producendosi in un balletto di mediane e algoritmi, con errori gravi (e ammessi) e mostrando di non conoscere neppure la definizione di mediana. Al classico spettacolo di corruttela dell’università italiana si è sostituito un caos che ci renderà ridicoli in tutto il mondo. «Fare qualcosa» non significa farlo a qualsiasi costo, anche a quello di commettere ingiustizie in modo consapevole. Difatti:

 

4 — Ecco il punto più sconcertante e grave della replica. Si dice: «è possibile che questo sistema porti all’esclusione di qualche bravo commissario, ma certamente non vedremo commissioni composte da commissari che giudicano candidati più preparati di loro, come spesso è accaduto». Conosciamo benissimo gli abusi commessi da certe commissioni nei precedenti concorsi. Spesso i nomi dei vincitori si conoscevano prima. S’immagini ora che la commissione, invece di tenersi nascosta la “pastetta”, avesse dichiarato all’inizio: «abbiamo deciso di far vincere Tizio, anche se è una ingiustizia escludere Caio e Sempronio, perché sono migliori». Un ricorso sarebbe stato banalmente vincente e la commissione sarebbe stata svergognata per la sua sfacciataggine. Ebbene, qui è ancora peggio, perché si sa a priori che il sistema porterà all’esclusione di qualche bravo commissario, e se ne conoscono anche i nomi. Non dicano i commissari dell’Anvur di non conoscere esempi specifici: l’esclusione di tutti (dico tutti, eccetto il sottoscritto che non si è presentato come candidato commissario) gli ordinari storici della matematica, pur valentissimi, il cui solo torto è di non scrivere su riviste indicizzate dai database “obbiettivi” di Isi e Scopus, e di produrre libri ed edizioni critiche. Tutti gli storici di rilievo a livello internazionale hanno firmato un appello per denunciare questo scandalo. All’Anvur si voltano dall’altra parte di fronte a questo caso (come ad altri analoghi) perché, pur di imporre il loro sistema, non importa che cadano teste valide e innocenti. Lo sanno, e questo è lo scandalo, perché questo significa che l’ingiustizia viene fatta a priori, consapevolmente. Che, pur di affermare un principio astratto – perché tale è e non altro – ci si acconci a tagliare deliberatamente delle teste, non appartiene né alla serietà scientifica né allo spirito di una società liberale, bensì a una mentalità da militanti che, pur di far vincere i propri principi (le proprie elucubrazioni statistiche) sono disposti a far uso della ghigliottina. Insomma, chi se ne importa se la storia della matematica o consimili discipline interdisciplinari vengono cancellate: quel che conta è il trionfo dei parametri. Questo non è il modo di ragionare di professori universitari, di uomini di cultura, ma di militanti contabili, con tutto il rispetto per i contabili che applicano le loro competenze a tematiche ad esse congrue e non sono militanti.

 

5 — E con quale coraggio si difende come accettabile qualche ingiustizia pur di evitare la circostanza di commissari che giudicano qualcuno più bravo di loro? Al contrario, con l’immissione in serie A di riviste risibili (in quanto “scientifiche” beninteso, non in quanto tali, per carità) si renderà possibile che gente che non ha scritto un libro da venti anni, o mai, e che ha pubblicato soltanto una recensione soltanto o una noterella entri in commissione. Gente del genere sarà davvero superiore a coloro che dovrà giudicare? Ma andiamo! Ci si prende forse per scemi?

Si difende questa ingiustizia affermando che almeno non vi sarà più la circostanza di commissari inferiori ai candidati. Non solo questo potrà accadere, nel settore non bibliometrico ma anche in quello bibliometrico. Potrà difatti accadere che candidati che hanno pubblicato negli ultimi anni prevalentemente libri – che bibliometricamente non valgono niente – siano giudicati da commissari che hanno pubblicato articoletti di modesto valore ma bibliometricamente remunerativi. Per l’intanto, nel settore bibliometrico, abbiamo il paradosso che gli ordinari di storia della matematica non soltanto sono stati esclusi come commissari ma non supererebbero neppure la mediana per presentarsi candidati, mentre alcuni candidati la superano. Significa che sono inferiori ai candidati? Al contrario. Significa che, data la loro maggiore maturità scientifica producono più libri ed edizioni critiche negli ultimi anni che non articoli, mentre spesso i più giovani non hanno ancora la maturità sufficiente per il primo tipo di pubblicazioni e producono prevalentemente articoli. Se si voleva un’ulteriore prova delle aberrazioni cui conduce la bibliometrica in salsa mediana, eccola servita. E tanto per rendersi ridicoli di fronte alla comunità scientifica internazionale.

 

6 — Avevo sottolineato l’ingiustizia di un sistema di selezione iniziale che ignora l’apporto didattico dei docenti perché – dicevo – vi sono docenti che non fanno ricerca ma insegnano molto, ma altri, validi sul piano della ricerca, che danno poco o nulla alla didattica. Mi si risponde che questo è solo un setaccio iniziale di capacità scientifica. Ma questo non invalida la mia critica. Difatti, si rischia di sbatter fuori fin dall’inizio docenti di cui non si valuta adeguatamente l’apporto scientifico, per aver male valutato o ignorato la loro produzione, e per giunta ignorato il loro apporto didattico; e viceversa di ammettere gente che ha pubblicato soltanto su riviste risibili e che ha fatto poca o niente didattica. È inoltre discutibile ammettere docenti che hanno una produzione scientifica ma hanno marcato visita per l’insegnamento: i commissari dell’Anvur dovrebbero saper qualcosa dell’esistenza di corsi iperspecializzati frequentati da uno studente, e che hanno l’unica funzione di consentire a qualcuno di fare il proprio comodo. Invece di discutere questo aspetto, su cui si possono avere diverse opinioni, ma che comunque non può essere accantonato con un’alzata di spalle, ecco cosa si dice:

 

7 — «Quanto al fatto che i professori universitari non fanno solo ricerca è falso». Non mi sono mai sognato di dire che “i professori universitari non fanno solo ricerca”. Ho fatto un discorso ben diverso. Ho detto che vi è chi non fa solo ricerca e chi fa solo ricerca (o quasi), fermo restando che, per legge, i professori universitari hanno l’obbligo di fare anche altro che la ricerca. Questo è inconfutabile. È inevitabile concludere che, se i professori Novelli e Bonaccorsi dichiarano falso che i professori universitari non facciano solo ricerca, vuol dire che, secondo loro, fanno soltanto ricerca… Mah… Si attende con ansia una spiegazione di tale sorprendente affermazione, e invece ci si spiega che, in base ai dati, 5 docenti su 100 non hanno scritto una riga tra il 2004 e il 2010. Cioè che non hanno fatto ricerca… Ora, non voglio entrare nel merito delle statistiche e posso pur ammettere che quel numero sia 10 o 15 anziché 5. Non solo. Concordo in toto sul fatto che un simile scandalo va sanato; così come va sanato quello della inadeguatezza o della latitanza didattica o delle false riviste scientifiche. Ma che c’entra? Cosa diamine c’entra con la tesi che sia falso che i professori universitari non facciano solo ricerca? Qui delle due l’una: o vi è stata una pausa nel controllo della logica o la sintassi è stata usata in modo stocastico.

 

Conclusioni — La replica dei professori Novelli e Bonaccorsi è una miscela di di superficialità, di disprezzo dei valori culturali e del merito, di fiducia cieca nei propri metodi, assortita dalla pretesa di volerli imporre ad ogni costo. Inoltre, alla “somministrazione” di uno di quei test di tipo Invalsi (tanto cari ai “valutatori oggettivi”) volti a verificare le competenze di comprensione di un testo, essi sarebbero bocciati, come risulta dai punti 5 e 6. E sarebbero bocciati anche sul piano dell’esercizio della logica e della sintassi. Sono difetti che emergono anche nel documento dell’Anvur del 14 settembre e che non si addicono a un docente universitario. Figuriamoci se si addicono a chi è stato chiamato a governare la valutazione dell’università italiana e vanta di aver evitato l’anomalia di persone che ne giudicano altre di livello superiore.

 

LA LETTERA (Il Messaggero, 22 settembre 2012)

Perché il concorso per docenti  rimette in moto la macchina dell’università

 

di GIUSEPPE NOVELLI e ANDREA BONACCORSI*

 

Caro direttore, come professori universitari e ricercatori vorremmo dire la nostra su quanto scritto da Giorgio Israel sul Messaggero del 18 settembre 2012 a proposito dei concorsi per docente universitario. Il professor Israel confonde gli indicatori (mediane) dei settori non bibliometrici (storici, filosofici, letterari, eccetera) con quelle dei settori bibliometrici (medicina, scienze, fisica, chimica, eccetera). Nei settori non-bibliometrici, non vengono considerate le citazioni, ma soltanto una soglia minima di pubblicazioni come indicatore di base per accedere all’abilitazione, come commissario o come candidato. Nei settori bibliometrici le citazioni sono invece largamente accettate come metrica di qualità, con poche e documentate eccezioni. La commissione peraltro è e rimane sovrana, e può decidere di abilitare candidati che non raggiungono la mediana, ma che hanno lavori di grandissimo valore, oppure di escludere candidati la cui produzione è vasta ma di scarsa qualità.

Naturalmente, per evitare arbitri, queste decisioni di tipo prevalentemente qualitativo andranno adeguatamente motivate e prese in modo trasparente prima di analizzare le candidature. Il reclutamento dei docenti richiede meccanismi certi, qualificati e non arbitrari. L’Anvur è perfettamente consapevole del fatto che nessun sistema è perfetto e quindi degli errori sono inevitabili. Si tratta di ponderare questi errori, confrontarli con i sistemi esistenti e chiedersi se vale la pena di correre il rischio di commetterli, piuttosto che non fare niente (e commettere per questa via errori peggiori). L’Anvur è altrettanto consapevole delle profonde differenze tra le aree scientifiche e per questo ha proposto un criterio semplice come la mediana, che si affida alla auto-regolazione dinamica delle comunità. Una volta accettato il criterio, esso evolve insieme alla qualità scientifica delle diverse comunità nel tempo. Stabilire delle soglie di minima è importante per i tanti giovani che vogliono accedere a una carriera accademica: finalmente sapranno quanto e come pubblicare!

È possibile che questo sistema porti all’esclusione di qualche bravo commissario, ma certamente non vedremo commissioni composte da commissari che giudicano candidati più preparati di loro, come spesso è accaduto. Ricordiamo che il meccanismo delle soglie qualitative e quantitative riguarda solo una fase della procedura concorsuale prevista dal Miur, ovvero l’abilitazione scientifica: saranno poi gli atenei a valutare i requisiti didattici, le capacità cliniche (nei settori della medicina), brevettuali, etc. dei docenti che intenderanno chiamare.

L’abilitazione sarà un requisito necessario, ma non sufficiente. Quanto al fatto che i professori universitari non fanno solo ricerca è falso. Il dato relativo alla valutazione della ricerca mostra che mancano il 5,3% dei prodotti attesi, il che vuoI dire che cinque docenti su cento non hanno scritto neppure un articolo tra il 2004 e il 2010. Oppure ne hanno scritto solo uno, o due, e in tal caso la percentuale cresce. Non sono molti, per carità, ma non dovrebbero proprio esistere. Non vogliamo cadere nell’errore del rimpallo di responsabilità’ non intendiamo farlo, riteniamo invece di contribuire in modo propositivo a rimettere in moto una macchina ferma da cinque anni, durante i quali l’università ha perso più di cinquemila docenti, in gran parte giovani che sono andati all’estero privando il nostro Paese di risorse di cui abbiamo invece bisogno.

 

* Consiglio direttivo dell’Anvur

 

 

 

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108 Commenti

  1. Caro Vladimir,

    provo ad esporre per punti ciò che proporrei “si fossi foco”, con la premessa che chi scrive è un associato settori bibliometrici.
    1. Età accademica: occorre valutare la produzione scientifica realmente prodotta durante il periodo trascorso nel ruolo occupato al momento di presentare la domanda. Del resto, mi sembrerebbe implicito nel ragionamento che porta a determinare un numero di pubblicazioni che DEBBONO essere state prodotte negli ultimi dieci anni. Tutti gli associati hanno già avuto giudizio positivo circa la produzione relativa al periodo trascorso da ricercatori. Se era buona allora lo è ancora, o no? In alternativa, fare i conti dal momento in cui il singolo candidato ha ricevuto la prima citazione.
    2. H indice corretto: ho già detto come la penso. Come se l’articolo di sette pagine sulla relatività ristretta, valesse meno oggi di allora. Ma non scherziamo. Ricordo che quando ancora non esisteva Pub med, circolava un giornale, Current Contents, che, nelle prime pagine riportava l’elenco dei Citation Classics. Avere un lavoro che resite al trascorrere del tempo ed al progresso delle conoscenze è un MERITO, non una colpa!
    3. Numero di citazioni ricevute dalla produzione complessiva: vedi punto 1 piano alternativo. Ma chi vuooi che citasse i miei primi lavori, scritti in itliano su riviste che più di nicchia di così non si può. Eppoi, mica abbiamo avuto tutti le medesime opportunità. Io ho scelto in base al mio gusto e passione personale il mio ambito di ricerca, certo non in base alla mia conoscenza di quanto forte fosse il gruppo nel quale sono entrato.
    4. Invito a voler riflettere ancora una volta come tutte queste “quantificazioni” siano pretestuose, decisamente “gattopardesche” (Israel, ROARS, 2012). Anche se non sono stato citato, con piacere vedo comparire all’orizzonte frequenti richiami all’attività didattica svolta. Perchè c’è da dire che, seppure presumibilmente in un numero limitato di casi, forse trascurabile, saremo valutati anche da persone che, chiamate per chiara fama, mai hanno dovuto dimostrare la loro capacità di esporre una lezione. Questo è un punto un po’ debole delle mie argomentazioni, ma la didattica mi brucia e quindi ne parlo. Se la mia età accademica è 30 anni, bene sono 30 anni che insegno all’università. Non conta assolutamente nulla, a leggere bene i testi anvuriani. Bella roba davvero!

    PROPOSTE ACCESSORIE

    ELIMINAZIONE dei SSD e dei settori concorsuali, aberrazione direi unica, perlomeno singolare, del nostro sistema di reclutamento. Uno scandalo da cui è nato lo scandalo presente e del quale non ci si riesce a liberare.

    Assunzione diretta del docente da parte dell’ateneo interessato.
    Quando lavoravo a Boston University, il candidato si faceva bello bello un certo numero di conferenze (lezioni) presso i dipartimenti interessati e il giudizio dei dipartimenti era esiziale per l’esito della trattativa, non so se mi spiego. Alla faccia della produzione scientifica.

    Come altri, ritengo inderogabile introdurre il meccanismo dell’assunzione diretta locale, prevedendo (e mettendo in atto) sanzioni per quei dipartimenti che assumono docenti e ricercatori (compresi assegnisti di ricerca in parcheggio)che, in un tempo ragionevole si dimostrano improduttivi, assenti dalle lezioni, incapaci di attrarre fondi.
    Niente posizioni per quel dipartimento per un periodo di tempo conveniente. Premi per chi indovina il candidato.

    Si eliminerebbero così le pastette cui siamo stati abituati da anni? Il vizietto è difficile da eradicare, ma secondo me questo sarebbe un modo molto migliore per cominciare a tentare di risollevare la qualità del nostro lavoro.

    • “Come altri, ritengo inderogabile introdurre il meccanismo dell’assunzione diretta locale, prevedendo (e mettendo in atto) sanzioni per quei dipartimenti che assumono docenti e ricercatori (compresi assegnisti di ricerca in parcheggio)che, in un tempo ragionevole si dimostrano improduttivi, assenti dalle lezioni, incapaci di attrarre fondi.
      Niente posizioni per quel dipartimento per un periodo di tempo conveniente. Premi per chi indovina il candidato.”

      In una sistema di Università PUBBLICA, e con l’attuale statuto giuridico dei docenti, direi che è molto, molto difficile mettere in piedi un sistema come questo. Nel sistema attuale, almeno nel mio Ateneo, è difficilissimo individuare chi è DAVVERO improduttivo, impossibile sanzionarlo. Ho paura che, con l’aziendalismo imperante, una proposta del genere si tradurrebbe nel penalizzare i docenti (e i loro dipartimenti “incapaci di attrarre fondi”, ovvero già pesantemente penalizzati a livello di PRIN ecc.
      Insisto sul fato che il nostro è un ssitema di Università pubblica in cui il docente è un funzionario dello Stato; in quanto tale andrebbe studiato, guardando ai migliori esempi esteri DI QUESTO TIPO. Altrimenti, si rischia di “mischiare” tra loro modelli assolutamnete incompatibili (es. quello statunitense descritto e quello statalista), come purtroppo hanno fatto i nostri ultimi “riformatori” – Gelmini in testa, uccidendo quel poco che ci resta di (buona) Università pubblica senza peraltro ottenere i vantaggi del sistema alternativo. A me questo sembra ovvio, a chi ci governa no.

    • A me basterebbe che la “confirma” fosse una procedura seria che preveda anche la “disconferma” anziché la patetica formalità che é oggi.
      V.

    • Caro/a FP,
      solo una precisazione.
      l’università deve essere PUBBLICA (come anche il resto delle scuole). Non è detto, però, che debba anche essere disonesta. Vogliamo forse qui discutere di come viene attribuito lo FFO (fondo di funzionamento ordinario) agli Atenei e di come da alcuni di questi, almeno viene ripartito? io propongo che ogni Ateneo, in base alle proprie risorse, magari anche ottenute da finanziamenti non statali, sia messo in grado di gestire in autonomia completa le proprie necessità.Altro che attivare posizioni (a budget) per corsi da uno studente.
      Lo so che sembra difficile, ma si può fare.
      Cordiali saluti

  2. Alcune schematiche valutazioni personali:
    1) una soglia minima quantitativa per la selezione e’ necessaria: per quanto imperfetta possa essere ogni implementazione, la sua mancanza ha contribuito a creare per decenni concorsi scandalosi. Conosco molti casi in cui una soglia minima avrebbe evitato la vincita del nipotino di turno. Il rischio di tenere fuori il genio e’ molto minore, secondo me, di quello di promuovere l’incompetente.
    2) in alcuni settori non scientifici, la soglia minima potrebbe anche essere zero. Non e’ affatto scontato che l'”articolo” sia l’unita’ di misura piu’ adatta, ne’ che un lavoro su Yacht Club sia necessaramente irrilevante. I criteri possono certamente essere di altro tipo (brevetti, realizzazioni, insegnamento, progetti internazionali, fondi ottenuti, mostre etc).
    3) le soglie quantitative naturalmente non bastano: la valutazione deve estendersi a tutta la vita lavorativa e ai risultati
    4) che in prima applicazione ci siano un milione di difetti non mi spaventa: e’ natura delle stime il tendere al valore vero solo dopo molti esperimenti. Che oggi possiamo discutere sul come trovare i migliori indicatori mentre fino a ieri potevamo dire solo che i concorsi facevano schifo mi sembra un grande passo avanti.
    5) l’insegnamento dovrebbe essere valutato oggettivamente, anche dagli studenti; dopodiche’, potrebbe essere incluso in qualche “mediana” anch’esso
    6) in tutte le valutazioni internazionali di cui mi sono trovato a far parte, e’ stata sempre considerata una soglia minima di pubblicazioni e citazioni, in genere stimata ad occhio facendo una sorta di mediana dei candidati; una volta scremata la lista, si poteva discutere del dettaglio; la procedura ANVUR mi sembra rispecchi questa prassi
    7) stilare una lista di pubblicazioni accettabili o buone mi sembra un’ottima idea, per evitare la proliferazioni di riviste inutili e di bottega e per dare indicazioni chiare; in prima applicazione, le maglie saranno inevitabilmente larghe, ma sara’ facile correggerle in seguito; affossare il tentativo non cambierebbe l’uso distorto di pubblicazioni fasulle e non permetterebbe di selezionare, sia pure a tentativi ed errori, le riviste serie
    8) piu’ in generale, la valutazione quantitativa ANVUR mi sembra l’ultima spiaggia: se la comunita’ la rigetta in toto, tutti penseranno che vogliamo schivare le valutazioni e mantenere baronati e concorsi falsati. Una valutazione seria ci premia e ci rende forti davanti l’opinione pubblica. Mi auguro che riusciremo a renderla (piu’) seria, non ad azzopparla.

    • Caro Luca, e’ la valutazione quantitativa alla Anvur ad aver superato, e di gran lunga, l’utlima spiaggia della decenza. Qui non si tratta di discutere di buone o cattive idee, si tratta di fare riferimento alla letteratura ed alle esperienze internazionali e non inventarsi la pozione magica da far ingurgitare ai selvaggi.

    • “facendo una sorta di mediana dei candidati; una volta scremata la lista, si poteva discutere del dettaglio; la procedura ANVUR mi sembra rispecchi questa prassi”

      La procedura ANVUR non calcola la mediana dei candidati ma dei professori nel ruolo superiore. Inoltre, anche se calcolasse quella dei candidati, condannerebbe all’estinzione intere aree della ricerca come quella della storia delle matematiche, di cui Giorgio Israel fa parte. È un caso estremo, ma come molti casi estremi evidenzia che gli indicatori bibliometrici non si prestano a formulare giudizi di valore vincolanti. Senza dire dei parametri basati sulle citazioni, per loro natura del tutto inadatte a scopi normativi (errori, ritardi di registrazione, citazioni di cortesia, …). Per quanto mi riguarda ho usato e continuerò ad usare la bibliometria, ma sono contrario al suo uso *normativo* e *automatico*.

      Se è proprio necessario introdurre delle soglie inderogabili, mi limiterei a soglie che distinguano chi è attivo scientificamente da chi non lo è sulla base di indicatori oggettivamente riscontrabili (niente citazioni) senza avere pretese di giudizi di merito automatici (il mio h-qualcosa è più grande del tuo …). Con qualche fatica, potremmo accordarci sulla massa critica di produzione che chiediamo a commissari e candidati per entrare nel gioco concorsuale. Qualcosa di simile a delle soglie CUN revisionate.

    • “l’insegnamento dovrebbe essere valutato oggettivamente, anche dagli studenti”

      Ora gli studenti sarebbero in grado di valutare “oggettivamente” il livello dell’insegnamento che viene loro impartito? Attenzione: non sto dicendo che non si debba ampliare sempre più la valutazione da parte degli studenti; è allo strano e distorto uso dell’avverbio “oggettivamente” cui ci stiamo (ci stanno?) abituando che mi riferisco.

      “in tutte le valutazioni internazionali di cui mi sono trovato a far parte, e’ stata sempre considerata una soglia minima di pubblicazioni e citazioni, in genere stimata ad occhio facendo una sorta di mediana dei candidati; una volta scremata la lista, si poteva discutere del dettaglio; la procedura ANVUR mi sembra rispecchi questa prassi”

      Davvero ti pare così? Ma allora sei rimasto un po’ indietro, ormai lo sanno tutti che le soglie saranno “discrezionali”. Oltre al fatto- non irrilevante – che, come qui si è ricordato più volte, la procedura di abilitazione – a differenza di un concorso o una chiamata – non ha natura comparativa.

  3. Gli assurdi guai creati dall’applicazione di criteri meccanici e aziendalisti alla valutazione dei professori. Intervista al filosofo Tullio Gregory sulla “rivoluzione meritocratica” dell’Anvur. (da Il Manifesto):

    Puzzle incomprensibili. Caos strisciante. Parvenus della ricerca. Questi, forse, sono i giudizi più benevoli espressi dalla comunità accademica sui criteri dell’Agenzia Nazionale della Valutazione (Anvur) che serviranno a giudicare i candidati all’abilitazione nazionale, il nuovo concorso che sta mettendo a soqquadro l’università. E che determineranno i futuri orientamenti della ricerca italiana assimilandola al mondo delle scuole di management e delle risorse umane.
    Anche se non è certamente l’unica, la parte più esposta a questo processo è quella delle scienze umane, storico-sociali e giuridiche che denunciano il tentativo di assimilazione ad un sistema meritocratico che simula il funzionamento di un’agenzia di rating, più che il reale esercizio di un giudizio critico.
    A Tullio Gregory, accademico dei Lincei, fondatore del Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee del Cnr, oltre che membro del comitato scientifico del Festival Filosofia di Modena chiediamo come funzionerà il nuovo sistema di valutazione centralistico, che molti hanno definito “da Unione Sovietica”. “Lei è benevolo” – risponde Gregory. “Più che centralistico, quello dell’Anvur è un sistema aziendalistico, espressione di un potere incredibile, quello di valutare con criteri numerici oggettivi e quantitativi ciò che non può esserlo. Per loro, in filosofia, storia o nel diritto basta superare una ‘mediana’ su tre, cioè avere pubblicato un minimo numero di libri o articoli in dieci anni per diventare commissari o presentarsi agli esami dell’abilitazione. A parte il fatto che un articolo non è paragonabile ad una monografia, in questa situazione chi ha impegnato dieci anni per completare un’edizione critica della Divina Commedia non ha il diritto di presentarsi al concorso. Un altro criterio per l’accesso al ruolo è la ‘capacità di attrarre finanziamenti competitivi’. Immagini quanto possa essere competitivo un professore di sanscrito! Prima hanno scassato l’università con le riforme, adesso impongono queste misure. È una tristezza indescrivibile”.
    L’Anvur è il prodotto più autentico della riforma Gelmini. La mentalità di cui questa agenzia è il prodotto ispira anche le scelte del ministro Profumo. Ci aiuti a comprenderla.
    La nascita di questa agenzia obbedisce ad una pretesa molto antica, quella di quantificare la qualità di un’attività scientifica. Un lavoro che ha impegnato da sempre logici e epistemologi, ma senza alcun risultato positivo. Leibniz scriveva in un frammento: “non discutiamo, calcoliamo”. Il suo era un tentativo di tradurre i concetti in parametri formali. E da allora è stato lo sforzo compiuto da tutte le logiche formali che però non è mai andato in porto. Questo accade perché esistono molte logiche e non una sola, elemento trascurato dall’Anvur. Invocare questi precedenti sarebbe dare troppa importanza a questi valutatori che, più semplicemente, hanno ignorato alcuni dati di fatto.
    Quali?
    Tutte le grandi istituzioni scientifiche europee, i Lincei, l’Académie des sciences di Parigi, la European Science Foundation hanno messo in guardia contro l’applicazione meccanica dei criteri bibliometrici per valutare le pubblicazioni. La valutazione è un giudizio critico, un esercizio della ragione e non della macchina calcolatrice. Invece l’Anvur marcia sicura e affida la valutazione a quello che loro chiamano, con vocabolario aziendalistico, “prodotto” e non ricerca. Conta la quantità delle citazioni ricevute su alcune riviste censite da due società schiettamente commerciali, e non scientifiche, come Scopus e Isi, società che guadagnano sulle riviste che inseriscono in elenco e sulle richieste che ricevono. Queste citazioni possono essere anche stroncature. Non importa, ciò che conta è che il prodotto si venda, cioè venga citato.
    La bibliometria è la panacea di tutti i mali dell’università. È il rimedio alla corruzione nei concorsi e premierà gli studiosi meritevoli?
    Non sarà affatto così. La bibliometria è solo un esempio di una mentalità calcolatrice che si sta applicando a tutti i livelli dell’istruzione. Questa tendenza procede dai tempi dell’ottimo ministro Berlinguer, quando sono stati introdotti meccanicamente e stupidamente i crediti, pensando che i crediti equivalgano a ore di studio o di numeri di pagine. Oggi l’esame di maturità è il risultato di una somma di crediti accumulati in tre anni. Le commissioni possono attribuire solo 5 punti su 100 per assegnare il titolo. Praticamente è inutile farli. Il tutto può essere riassunto con una battuta di Boccaccio: «facessi un mare di teologia da far rincoglionir frate Cipolla». Hanno fatto un mare di numeri da far rincoglionire tutti quanti.

    • Abbiamo imparato che per far naufragare una qualche iniziativa in Italia ci sono vari metodi:

      1) Buttarla in “politica”, di un argomento farne una questione tra destra e sinistra.

      2) Buttarla in “caciara” , spesso simile al metodo 1

      3) Buttarla in “filosofia”, è per i più sottili ed avvezzi a discutere dei massimi sistemi.

      L’articolo di Tullio Gregory sul manifesto mi sembra una “mirabile” fusione tra i punti 1 e 3. Il che implica anche il punto 2 parzialmente.

    • Celenteron, dia un’occhiata al Consiglio direttivo ANVUR e troverà un fisico, un ingegnere, un economista-ingegnere, un medico veterinario, un genetista, ma nessun filosofo. Dunque per far naufragare iniziative non c’è nessun bisogno di “filosofia”. Però parlare di filosofia – senza virgolette- come se fosse sinonimo di caciara è segno inequivocabile che non si sa di cosa si sta parlando. Forse lei ha buone speranze di essere assunto all’ANVUR.

    • Ovviamente non mi riferivo alla filosofia in se, come alla politica in se. Pensavo fosse chiaro……

      Il problema è che considerare l’ANVUR come il “male assoluto” fa perdere di vista molte cose.

      Un esempio, inneggiare ed accodarsi alla mozione Gelmini-Binetti-Mazzarella.

      Correte in edicola che assieme al testo rilegato della mozione ricevete in regalo un manule di antievoluzionismo ed un cilicio in acciaio inox 18/10…..

    • “Correte in edicola che assieme al testo rilegato della mozione ricevete in regalo un manule di antievoluzionismo ed un cilicio in acciaio inox 18/10…..”

      … insieme ad una copia di Yacht Capital e un’altra di Airone? A parte gli scherzi, è vero che stiamo messi male. Tuttavia, Roars (e anche la grande maggioranza dei commentatori) ha seguito una strada diversa da quella di dipingere l’ANVUR come male assoluto. Sono state rivolte critiche dure, ma circostanziate. E anche adesso ci si domanda come sia possibile salvare le abilitazioni dal cul-de-sac in cui sono state infilate dall’ANVUR. Rimanendo sempre sul piano delle soluzioni concrete.

  4. Caro Israel,
    da da pensare che un uomo di area moderata come Gregory (area alla quale appartengo anche io) abbia trovao ospitalità per l’intervento che citi sul Manifesto…lui che era una grande firma del Sole24ore

  5. ahhhh, ora ho capito chi ha scritto quel comunicato dell’anvur che diceva più o meno “benchè il criterio della mediana sia univoco, ha un punto di ambiguità…” riconosco la superba logica e l’impeccabile sintassi.

    • A:Il materiale non era sufficiente e l’analisi non ha dato risultati soddisfacenti.
      B: Ma se il materiale era insufficiente perchè l’hai analizzato?
      A:Tanto non pago io, anzi mi pagano per farlo:
      B: aahh! ho capito!
      Conversazione tipica della specie anvurica, animale in via di moltiplicazione 🙂 o 🙁

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