«Science has infected itself (voluntarily!) with a life-threatening parasite. It has  given away its crown jewels, the scientific knowledge contained in the scholarly archives, to entities with orthogonal interests: corporate publishers whose fiduciary duty is not knowledge dissemination or scholarly communication, but profit maximization. After a 350-year incubation time, the parasite has taken over the communication centers and drained them of their energy, leading to a number of different symptoms. I fear continued treatment of the symptoms will lead to the death of the patient. How can we orchestrate a significant nucleus of institutions to instantiate massive subscription cuts? How can we solve the collective action problem?»

Nella Open Access Week segnaliamo un articolo di Björn Brembs le cui tematiche si collegano strettamente a quelle del movimento per l’Open Access (e per l’Open Science). Nel suo articolo Brembs individua i principali ostacoli alla disseminazione della conoscenza scientifica e cerca di proporre possibili soluzioni

Il bene pubblico di cui parla il neurobiologo Björn Brembs nel suo articolo So many symptoms only one desease: a public good in private hands è la conoscenza scientifica, quella che i ricercatori producono, validano attraverso la peer review e poi cedono gratuitamente (per ricomprarla a caro prezzo) nelle mani di privati il cui scopo primario non è quello della diffusione della conoscenza scientifica ma la massimizzazione del profitto. In questa situazione c’è qualcosa di perverso e patologico e una corresponsabilità di fondo da parte dei ricercatori già ben sottolineata da Cameron Neylon nel suo articolo Researcher as victim. Researcher as predator. Non è che i ricercatori non si rendano conto di questa situazione in cui si sono cacciati da soli, e infatti dei tentativi di somministrare cure paliative ci sono, e Brembs porta alcuni esempi:

  • Elsevier ha di recente concesso agli editor di Wikipedia una serie di accessi gratuiti alla sua piattaforma per permettere a Wikipedia di citare i suoi articoli nelle bibliografie. I sostenitori dell’accesso aperto ritengono questa manovra scorretta perché appare un incremento di pubblicità a contenuti chiusi fatto attraverso uno strumento aperto.
  • La Hague Declaration su content e data mining chiede all’Europa di prevedere una eccezione legata alla ricerca per poter effettuare operazione di text e data mining senza i vincoli posti dalle attuali normative sul copyright.
  • La competizione per pubblicare nelle riviste a elevato impatto per poter ottenere avanzamenti di carriera ha reso sempre più perverso il meccanismo del publish or perish. Un possibile rimedio potrebbe essere quello di pubblicare le ricerche una prima volta a scopi esclusivamente scientifici in archivi di pre-print (mutuando l’esempio dai fisici) e poi una seconda volta ai fini della carriera nelle riviste ad alto impatto.
  • Le riviste ad alto impatto, quelle in cui è indispensabile pubblicare per aspirare ad avanzamenti di carriera, finanziamento di progetti, prestigio nella propria comunità disciplinare sono però quelle che pubblicano la ricerca meno affidabile. Non è un caso che le retractions siano aumentate sensibilmente proprio in queste riviste. Sono molti i casi in cui i dati sono stati falsificati, per cui sono in corso diverse iniziative in cui i ricercatori dedicano il loro tempo a replicare e quindi validare i dati degli esperimenti dei colleghi, facendo quello che i grandi editori non hanno avuto interesse di fare e supplendo alla loro superficialità.
  • Anche le due forme dell’open access verde e d’oro rappresentano cure palliative alla mancanza di accesso alla conoscenza scientifica che hanno creato ulteriori distorsioni nel sistema. La prima, la via verde, richiede una azione decisiva da parte di politici e finanziatori per potersi affermare, la seconda, la via d’oro, è già saldamente nelle mani degli editori che la stanno sfruttando per accrescere ulteriormente i loro profitti .

Questi sono solo alcuni degli sforzi fatti dai sostenitori dell’open science (che sono vittime ma anche e soprattutto corresponsabili insieme alle loro istituzioni di questo stato di cose) per mitigare i sintomi di una “malattia” che ha ormai radici molto profonde Grandissimi e anche lodevoli sforzi che hanno però dato origine a piccoli risultati e che alla lunga potrebbero portare alla morte del paziente. Il suggerimento di Brembs è allora quello  di intervenire alla radice della malattia rappresentata dalla concentrazione nelle mani di poche multinazionali di un bene che per sua natura è pubblico e appartiene a tutti.

La prima azione da fare è quella di tagliare gli abbonamenti e di reinvestire una piccola parte dei soldi risparmiati in una moderna infrastruttura per la ricerca, la seconda è quella di appoggiarsi alle iniziative esistenti (ad es. LOCKSS ) per essere sicuri che la ricerca attualmente a disposizione continui ad essere accessibile nel lungo periodo.

In un sistema interamente gestito dalle comunità scientifiche probabilmente la pubblicazione nei top-ranked journals smetterà molto presto di essere una priorità per i ricercatori.

Brembs pare essere molto convinto della bontà di questa strategia, anche se non sa come farla diventare una strategia collettiva, e soprattutto chi e come debba avviarla.

Qualcuno ci sta già provando.

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