Fare ricerca innovativa non è identico ad avere molte citazioni; essere ricercatori di successo non equivale a essere buoni ricercatori, disporre di molto tempo libero non è identico a essere degli oziosi. L’ondata di “riforme” che tuttora investe l’università ha condotto gli studiosi a occuparsi di più di comunicazione e di bibliometria, sacrificando – in una sorta di feticismo – al culto dell’eccellenza misurata da indicatori esterni, il perseguimento della qualità oggettiva e soggettiva del lavoro di ricerca.   La Charte de la désexcellence, di cui offriamo un adattamento italiano, è un progetto di un gruppo di ricercatori dell’Université libre de Bruxelles. I fautori dell’ineccellenza vogliono che chi ancora oppone all’ideologia dell’eccellenza l’onore del proprio lavoro usi gli interstizi che  rimangono nell’università iper-organizzata dal big business e dal big government per creare zone di resistenza e gettare – o conservare – il seme di un’università pubblica fondata sul dialogo e sulla solidarietà.

Ripubblichiamo di seguito l’articolo di M.C. Pievatolo intitolato “Molto, in fretta, male: una carta per l’ineccellenza”, già apparso sul Bollettino telematico di filosofia politica.

Antonello_da_Messina_-_St_Jerome_in_his_study, Wikimedia commons

Toccato più tardi degli altri settori, il mondo universitario ha adottato l’ideologia dell’ “eccellenza” col fervore dei neofiti. Nella scia degli accordi di Bologna, che sancivano, principalmente, l’introduzione del principio della concorrenza nelle università europee, sembrava cruciale curare la propria immagine, trasformare la propria istituzione in una macchina da guerra in grado di assorbire i migliori crediti, i migliori docenti e ricercatori, il maggior numero di studenti e di rafforzare il proprio posizionamento nazionale e internazionale. In un contesto di penuria e di crisi, la preoccupazione di un rapido ritorno sugli investimenti contribuiva inoltre a rendere sistematica una amministrazione della ricerca e dell’insegnamento basata su indicatori. [Charte de la désexcellence. 2014]

L’ondata di “riforme” che tuttora investe l’università ha condotto gli studiosi a occuparsi di più di comunicazione e di bibliometria, sacrificando – in una sorta di feticismo – al culto dell’eccellenza misurata da indicatori esterni, il perseguimento della qualità oggettiva e soggettiva del lavoro di ricerca.  Fare ricerca innovativa, però, non è identico ad avere molte citazioni; essere ricercatori di successo non equivale a essere buoni ricercatori, disporre di molto tempo libero non è identico a essere degli oziosi.

La Charte de la désexcellence, di cui offriamo un adattamento italiano, è un progetto di un gruppo di ricercatori dell’Université libre de Bruxelles, reso pubblico nel 2014. Rispetto alla molte critiche che vedono nell’iper-organizzazione un consapevole impedimento alla ricerca e all’innovazione, questo testo è una proposta d’azione. Non basta, infatti, dissentire dall’ideologia dell’eccellenza a parole e però continuare a pubblicare negli stessi circuiti in cui essa viene praticata e verificata. Occorre prenderne le distanze nel comportamento quotidiano – cosa, oggi, ancora relativamente più facile che nella scienza di stato della prima metà del secolo scorso.

L’idea che la ricerca possa rimanere tale solo se animata da spirito di condivisione, disinteresse e onestà e da piaceri non identici a quelli contabili non è certo nuova. I fautori dell’ineccellenza vogliono però impegnarsi e far impegnare in qualcosa di più di una presa di posizione teorica da macinare nei circuiti proprietari della comunicazione e della valutazione accademica. Vogliono che chi ancora oppone all’ideologia dell’eccellenza l’onore del proprio lavoro usi gli interstizi che  rimangono nell’università iper-organizzata dal big business e dal big government per creare zone di resistenza e gettare – o conservare – il seme di un’università pubblica fondata sul dialogo e sulla solidarietà.

Socrate, nel Simposio, riesce a spostare la discussione dalla retorica alla dialettica – e dall’economia alla filosofia – semplicemente avendo il coraggio di dichiararsi non competitivo e di pretendere di discutere alla sua maniera. Gli ineccellenti pensano che anche noi dobbiamo avere un simile coraggio, nei fatti prima che nelle parole.

Insegnamento

L’insegnamento è una missione essenziale dell’università. Non è oggetto di consumo e non deve essere redditizio. Gli ineccellenti, di conseguenza, s’impegnano a:

  • nell’organizzazione degli insegnamenti promuovere la logica del sapere e non quella del “guadagno” di studenti;
  • difendere l’accesso libero all’università da parte degli studenti;
  • opporsi a una amministrazione delle materie d’insegnamento sottomessa alle mode e al numero degli iscritti;
  • criticare pubblicamente i discorsi e i processi che trasformano le università in istituzioni strettamente professionalizzanti, promettendo l’acquisizione di competenze immediatamente operative;
  • rifiutare di trattare gli studenti come “clienti” o “consumatori”, e dunque
    • considerare la ricerca nella sua natura attiva e interdisciplinare come il cuore dell’insegnamento;
    • combattere l’infantilizzazione degli studenti, dovuta, fra l’altro, alla standardizzazione dei contenuti e delle aspettative, e proporsi invece di formare adulti curiosi e critici:
  • evitare di ricorrere a sistemi di valutazione precostituiti e standardizzati;
  • promuovere, nei propri corsi, una riflessione che permetta, a un tempo, l’acquisizione e lo sviluppo di utensili e una migliore comprensione del mondo e della sua evoluzione;
  • rifiutare di elaborare dei repertori di competenze [référentiel des compétences] il cui obiettivo principale non sia la fioritura intellettuale e personale degli studenti e dei docenti nell’indagine teoretica e pratica
  • promuovere riflessioni pedagogiche collettive per attenuare le scandalose deficienze della valutazione standardizzata dei nostri insegnamenti;
  • vigilare perché gli ausili pedagogici standardizzati e il loro eventuale tecnicismo non aumentino la standardizzazione e il livellamento dei corsi;
  • rifiutare di promuovere, partecipare o organizzare corsi e tirocini economicamente discriminanti;
  • rifiutare di assumere o promuovere docenti-ricercatori esclusivamente in base alla loro ricerca o alla loro capacità di ottenere dei fondi;
  • valorizzare l’esperienza professionale al momento dell’assunzione solo se è in grado di alimentare le missioni universitarie dell’insegnamento e della ricerca;
  • pretendere che ogni valutazione dell’insegnamento interna ed esterna renda espliciti i suoi criteri e i suoi obiettivi e che permetta di esprimere pareri fondati su criteri diversi.

Ricerca

Fare ricerca significa creare conoscenze aperte e diversificate. Non è un’intrapresa produttivista e utilitarista, né ha per scopo la fabbricazione di prodotti finiti. Di conseguenza, gli ineccellenti si impegnano a:

  • considerare didattica e ricerca come teoricamente e praticamente inseparabili e interdipendenti;
  • difendere la libertà di scegliere i temi di ricerca, al di fuori di ogni criterio di redditività;
  • rifiutare l’attuale logica della valutazione, che mette in competizione ricercatori ed enti di ricerca e mortifica la collaborazione, e quindi:
    • non dare nessun credito ai ranking internazionali e di denunciare incessantemente le loro finalità e i loro metodi;
    • partecipare e sottoporsi a valutazioni solo a condizione che promuovano l’auto-valutazione dei gruppi di ricerca e la discussione di criteri stabiliti collegialmente;
    • rifiutare di importare criteri di valutazione standardizzati nel dominio della ricerca;
    • render conto alla società, senza per questo essere dipendenti dalla domanda sociale o privata. La ricerca deve ascoltare il mondo, ma essendo abbastanza autonoma da non farsene dettare l’agenda;
  • rispettare, nelle procedure di assunzione  e di promozione, queste regole:
    • non accettare metodi di reclutamento che sfavoriscano implicitamente i candidati locali;
    • sottrarsi all’egemonia di criteri quantitativi (rango accademico, numero di pubblicazioni, fattore d’impatto, indice H…) e dar priorità alla valutazione dei contenuti;
    • non usare il post-dottorato all’estero come criterio di selezione (discrimina i poveri e le donne);
    • pretendere formulari di candidatura e di valutazione che comprendano criteri qualitativi e lascino spazio ad argomentazioni circostanziate;
    • esigere che, in tutta la catena di selezione, vi siano posti accessibili anche a candidati che si scostino dai criteri quantitativi;
    • non dare priorità all’unità o al centro di ricerca di provenienza nei criteri di selezione delle domande individuali;
    • rifiutare la mobilità non sostenuta da un programma finanziario adeguato;
  • per quanto concerne  le pubblicazioni, non sottomettersi all’ossessione produttivista ma prendersi il proprio tempo e diffondere il frutto della propria ricerca anche fuori dal mondo accademico, vale a dire:
    • non accordare credito agli indicatori bibliometrici nella gestione delle carriere e nella selezione dei progetti di ricerca;
    • non cercare mai di conoscere gli indicatori bibliometrici propri e dei colleghi e creare zone bibliometricamente libere;
    • attirare l’attenzione dei giovani ricercatori sui pericoli dell’ideologia dell’eccellenza che dà priorità alla quantità e alla velocità rispetto al contenuto;
    • preferire la pubblicazione di testi sintetici – libri, articoli, saggi – piuttosto che la loro segmentazione e ripetizione;
    • rifiutare di aggiungere la propria firma ad articoli alla cui stesura non si sia  partecipato attivamente;
    • favorire termini di consegna abbastanza lunghi da permettere una scrittura di qualità;
    • favorire la composizione comune di opere pubblicate a firma collettiva;
    • non limitarsi all’inglese come lingua di pubblicazione;
    • stare attenti a non firmare contratti d’edizione che permettano l’espropriazione mercantile del nostro lavoro;
    • pubblicare in riviste ad accesso aperto quanto più sistematicamente possibile:
    • continuare a pubblicare in riviste locali, regionali, nazionali e per gli editori universitari che si impegnano alla diffusione pubblica dei risultati di ricerca;
    • promuovere la discussione collettiva delle proprie ricerche, dentro e fuori l’accademia;
    • continuare a comporre testi che rendano disponibile il frutto della propria ricerca anche a un pubblico non accademico;
    • rifiutare di trasformare il lavoro di pubblicazione in un pretesto esplicito o implicito per sottrarsi o trascurare l’impegno in altri settori della vita universitaria;
  • opporsi alla trasformazione di dipartimenti e laboratori in cellule manageriali:
    • favorendo la loro gestione collegiale e democratica e l’alternanza nelle cariche direttive, o, se risulta impossibile, creare altre strutture che la permettano;
    • pretendendo il riconoscimento di strutture di ricerca interdisciplinari nelle università;
    • autorizzando modalità differenti di collegamento, o anche di scollegamento, delle persone dalle unità di ricerca;
    • condividendo la propria ricerca con chi vogliamo noi, anche oltre i limiti imposti da raggruppamenti e reti istituzionali:
    • considerando i dottorandi, in qualsiasi circostanza, come compagni di ricerca;
    • proteggendo la libertà accademica dei dottorandi nella loro ricerca;
    • informando con sincerità i candidati al dottorato sulle loro effettive prospettive future;
    • impegnandosi, malgrado la precarizzazione e la pressione salariale, a rispettare la dignità del lavoro e dei lavoratori:
    • rifiutando di sfruttare a fini personali i risultati di una ricerca compiuta collaborativamente;
  • rifiutare gli incarichi amministrativi che danneggiano il proprio insegnamento e la propria ricerca (relazioni di tutti i tipi, valutazioni a ripetizione, redazione di progetti di ricerca);
  • trattare i frutti della ricerca finanziata in tutto o in parte dal pubblico come patrimonio della società;
  • pretendere che i contratti di ricerca conclusi con attori pubblici  e privati non ostacolino l’uso e la diffusione dei risultati a tutti.

Amministrazione

L’amministrazione è una componente essenziale del funzionamento dell’università, e non l’attrezzatura malleabile e passiva dei nuovi manager dell’istituzione. Di conseguenza, gli ineccellenti si impegnano a:

  • pretendere che sia assunto personale strutturato in quantità adeguata, con condizioni di lavoro soddisfacenti. Questo implica che:
    • non si debbano intraprendere nuove iniziativi didattiche e di ricerca senza aver prima accertato che i mezzi amministrativi ne permettano l’esecuzione;
    • si richieda e si ascolti il parere del personale amministrativo;
    • si riconosca l’importanza dell’amministrazione nei processi decisionali;
  • valorizzare e mobilitare le risorse interne piuttosto che ricorrere a competenze e tecniche (amministrative, informatiche etc.) esterne, inadatte alle specificità dell’università;
  • permettere agli amministratori di trattare gli studenti come uguali, senza considerazioni strategiche legate al loro profilo (nazionalità etc.).

Servizio alla collettività

Per gli ineccellenti la missione delle università è il servizio alla collettività. Gli atenei sono e devono restare luoghi aperti e connessi alle questioni sociali. Il loro servizio, però, non deve ridursi né a una ricerca che risponda alle esigenze immediate delle autorità e del mercato – compreso quello del lavoro -, né all’offerta di vuote competenze mediatiche piegate alla logica della visibilità personale e istituzionale. Di conseguenza, gli ineccellenti si impegnano a:

  • difendere la libertà d’espressione dei membri dell’università sulle questioni sociali, comprese quelle che implicano una critica all’istituzione;
  • promuovere l’impegno nella società di attori, saperi e valori dell’università (tramite associazioni, movimenti, collettivi impegnati, società scientifiche locali e così via), per reciproco insegnamento ed emancipazione collettiva;
  • rispondere positivamente alle richieste delle abilità universitarie da parte della società civile;
  • creare strumenti di contatto e di discussione fra scienziati e non specialisti – quali luoghi, eventi, organi di stampa, modalità di comunicazione e così via;
  • sottrarsi al richiamo della visibilità a tutti i costi, declinando in particolare gli inviti mediatici che impongono scansioni temporali incompatibili con le spiegazioni complesse e non danno luogo a un diritto d’accesso ai contenuti diffusi.

Il documento mi è stato segnalato da Brunella Casalini.

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24 Commenti

  1. A me piacerebbe vedere uno studio su quanto si è gonfiata la ricerca scientifica in Italia dall’introduzione delle metriche. Nei corridoi degli atenei è ben noto come negli ultimi anni si sia innescato un mercimonio di articoli, auto-citazioni, citazioni incrociate e scambi di favori per sostenere la propria produzione. Ovviamente quando poi compariamo i nostri risultati con quelli delle altre nazioni facciamo finta di nulla.

    • x StefanoL

      Assolutamente no. Mi è capitato molte volte che dei revisori stranieri mi chiedessero di citare alcuni lavori e non solo. E poi basta guardare il boom delle pubblicazioni cinesi. Quello che contesto è che nessuno ha ancora mostrato, dati alla mano, che la qualità delle ricerca non è per niente aumentata nonostante da anni siamo perseguitati dalle valutazioni.

  2. Anche: evitare di incontrare gli studenti solo sulla posta elettronica; evitare di promuoverli e invitarli a ripetere l’esame se non sono sufficientemente preparati; controllare, se possibile, la qualità della loro produzione scritta; non sottostare mai al ricatto della fretta.

  3. Nel merito è totalmente condivisibile. Un suggerimento, Maria Chiara, anche se la traduzione dall’originale è fedele nel riproporre il neologismo. Più che di ineccellenza si dovrebbe parlare di CARTA DELLA NORMALITA’ ACCADEMICA (contro la c.d. “eccellenza”). Che mi parrebbe un’etichetta/slogan capace di restituire un significato aggiuntivo, propositivo e non solo oppositivo…

    • “Normalità accademica” sarebbe in effetti un buon titolo, però:

      a) oggi questa normalità non è (più) la norma;

      b) “ineccellenza” mi sembra un’espressione appropriata anche di là del suo immediato senso oppositivo.

      Il gioco dell’eccellenza, infatti, è un gioco a somma zero, nel quale si vince solo a scapito degli altri. Se si intende la scienza in modo diverso, essere ineccellenti, cioè fare ricerca per il piacere di farlo e non per mettere le mani sull’insegna che gli ignavi rincorrono nell’antinferno, è un titolo di merito – proprio come lo era la professione di ignoranza di un altro ineccellente che ha avuto un certo impatto nella storia della filosofia, a dispetto di un indice h pari a 0.

    • Mi sarebbe piaciuto un dialogo tra Socrate e Fantoni sul tema della valutazione a partire dalla frase sulla “fotografia dettagliatissima e, soprattutto, certificata della qualità della ricerca italiana”.

  4. Tutto come da copione: sappiamo bene cosa i firmatari si impegnano a NON fare e cosa la ricerca NON dovrebbe essere, mentre nessuno si azzarda a dire cosa la ricerca è, cosa dovrebbe fare un buon ricercatore e soprattutto come si distingue un buon ricercatore dal portaborse del solito barone.

    • Un buon ricercatore, prima ancora di “fare cose”, dovrebbe essere capace di leggere e comprendere semplici testi scritti.

  5. C’è anche una tendenza preoccupante che emerge sempre più nei consigli di corso: medicalizzare lo studente. Chi non passa dal primo al secondo anno, si propone, dovrà consultare uno … psicologo!
    Lo psicologo, provvisto di adeguato compenso, viene, parla con lo studente e gli chiede se è depresso. Ovviamente lo studente schiva questo colloquio (come dargli torto?) e allora il Ministero ci punisce perché perdiamo le matricole.
    Stiamo vivendo in un mondo di pazzi.

  6. penso anch’io che si dovrebbe chiamare in positivo Carta della normalità accademica, oppure, meglio, come oggi spesso si usa e non a torto, Carta della buona pratica accademica; tuttavia è già abbastanza prolissa, non aggiungerei altro, anzi toglierei qualcosa per renderla più universale…
    @indrani: quello che segnala, con buona pace di qualche onesto collega di M-PED, è un’altra delle perversioni psicopedagogistiche di cui è vittima l’università dei saperi.

  7. Inutile dire che mi ci riconosco. Ma la maggioranza dei colleghi e’ totalmente, dico TOTALMENTE, succube dell’ideologia dell’agire a favore dell’immagine, indipendentemente se la singola azione meriti l’esposizione esaltatoria o meno. E meno male che Robespierre diceva che la verita sta alle volta dalla parte della minoranza (probabilmente perche nonconformista). Sto collezionando una serie di cattive, anzi pessime pratiche accademiche lesive della dignita personale del docente/studioso/ricercatore (e persino del dettato della Costituzione in materia di liberta di ricerca e di insegnamento), dal terrorismo valutatorio esercitato a piu livelli, fino alle censure vere e proprie sull’attivita altrui, fino all’esclusione da certi ambiti istituzionali di discussione, fino a fondi sprecati per far ascoltare agli studenti (per i famosi crediti liberi diventati un vero e proprio vergognoso mercato) dei discorsi banali o semplicistici o inutili ‘importati’ da luoghi ‘prestigiosi’. Fino alle gravi e discriminenti pecche nell’organizzazione di incontri di studio (riviste o convegni che siano), dove primeggia la cura della cosidetta immagine (la propria, ovviamente, anche se di gruppo). Siccome in questo momento sono in Romania, dove paradossalmente queste pratiche sono state introdotte e si sono diffuse prima che in Italia, con certi colleghi ci capiamo al volo.
    A proposito, mi sembra che dagli elenchi manchi la lotta al plagio (in termini ampi) generato dalla necessita di riempire il proprio CV con ogni sorta di cose.

  8. E’ ancora peggio di quello che pensavo: anche ai docenti viene chiesto di incontrare lo psicologo-formatore che recupererà i gggiovani poco zelanti.
    La motivazione di tutto questo; perché così si fa in America, perché lì funziona, mentre noi non abbiamo la cultura dello psicologo!
    Capito? Non abbiamo la cultura …

    • Non sarebbe il caso di sapere piu o meno dove succede questo? Nord, centro-sud, sud, isole? Sarebbe da sottoporre a cure e narrative psicologiche chi solo pensa a simili idiozie. Pero la ragione profonda e^ abbastanza semplice e ovvia, piu facile incolpare il singolo (cioe scaricare sul singolo) che cercare le motivazioni sociali e istituzionali, dalla famiglia e suo ambiente, alla scuola, universita, corso di laurea (sbandato in molti casi), mancanza di prospettive di lavoro, mancanza di culture generale e di curiosita (frustrata dalla cultura invalsi) ecc.

  9. bisognerebbe aggiungere alla carta:
    … evitare di partecipare allo sport preferito degli accademici: i concorsi!
    I consigli di dipartimento in cui si discute di organico e i post in cui si discute di ASN (anche su Roars) sono sempre i più affollati … diciamolo che ci piace lo sport preferito dagli accademici … e diciamolo … 🙂 facciamo un po’ di autocritica ogni tanto.

  10. @paolo: verissimo e sacrosanto; la soluzione radicale sarebbe eliminare i concorsi (anche se continuo a ritenere che la vecchia 382/80 fosse assai meglio di tutto quello che è venuto dopo: in Italia non c’è limite al peggio) 😉

  11. Ci voleva l’Università libera di Bruxelles o come cavolo si chiama per elaborare una serie faraonica di precetti che contrappongono alla fine una visione altrettanto ideologica di quella dell’ANVUR?. Bastava semplicemente rifiutare in blocco la bibliometria e pretendere di avere Dipartimenti moderni, sburocratizzati, che ci consentissero di lavorare. Non abbiamo fatto niente di questo e ne stiamo pagando le conseguenze. Il morbo ha preso non solo l’Italia, ma anche l’Europa e gli USA. E’ la fine del primato culturale occidentale. In Italia potevamo avere gli anticorpi per rifiutare tutto questo, ma la sete di potere di noi accademici ha distrutto tutto. Di conseguenza qualcuno ha conquistato il potere di una istituzione allo sfascio che nulla ha da spartire col mondo reale. Mea culpa!

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