Con l’articolo di Francesco Coniglione avevamo annunciato una serie di interventi sul problema della sottovalutazione della cultura umanistica e sul pericolo connesso al suo definanziamento, così rispondendo all’appello sottoscritto da R. Esposito, E. Galli della Loggia e A. Asor Rosa. Ecco ora un ulteriore contributo sul tema.

Redazione di Roars

 

 

Nell’ordine (o nel caos, dipende dai punti di vista) naturale delle cose c’è sempre un momento in cui la presa di coscienza assume il compito (e il valore) di essere una sorta di istantanea, di rendere una ‘situazione’ modello, paradigma; in altre parole, di aver fissato il problema. E crediamo così che per quel problema abbiamo agguantato il filo, sbrogliato il quale potremo in tutta tranquillità andare avanti per la nostra strada. Non è così per la questione delle ‘due culture’, per la quale – di massima – può valere pressappoco ciò che un filosofo oggi direbbe, aderendovi, del dualismo cartesiano o, rovesciando la prospettiva, ciò che uno scienziato penserebbe, stigmatizzandolo, del taglio concettuale dato una volta per tutte da Galileo tra teologia, religione naturale e scienza. Diremmo, cioè, che le due posizioni sono inconciliabili con lo stato dell’arte delle rispettive discipline e che la strada sinora percorsa nei diversi saperi pur sarà servita a qualcosa! Ed ecco la presa di coscienza.

Il paradigma delle ‘due culture’, che rimonta a un piccolo saggio di Charles P. Snow del 1959, è vetusto e va abbandonato. È arrivato il tempo di iniziare a pensare (qualcuno lo fa già da tempo) a forme diverse di Uomo, collocate non più e non solo nel quadro della figura dell’umanista e dello scienziato, ma plasmate da un ibridismo culturale trasversale, capace di ammorbidire la figura del ‘professionista della disciplina’, per aprirlo formativamente al significato del mondo nella sua complessità. E l’importanza di quel significato va ‘oltre’ ciò che si è capaci di fare, perché, pur prevedendo una qualche determinatezza, esso può improvvisamente aprirsi alla possibilità. Spiegherò meglio con un esempio.

È pur vero che c’è chi costruisce ponti e chi ci cammina sopra. Ma è anche vero che, stando in mezzo a una campata che unisce due sponde, chi cammina si sarà fermato qualche volta a fissare un tramonto. E lì avrà cambiato idea sulla propria vita o avrà partorito in mente un ‘altro’ ponte. Che cosa vieta, dunque, a questa banale metafora di estendersi al di là di una collocazione letteraria? Semplicemente il fatto di pensare, reciprocamente, che il ponte ‘serva’ esclusivamente per far transitare merci e che per cambiare la propria vita o partorire una buona idea ‘serva’ un posto qualsiasi da cui affacciarsi. L’intreccio di queste due situazioni, di queste due realtà, non è affatto prevedibile e ragionare nei termini di un settarismo conoscitivo significa pensare a-priori che la destinazione d’uso del ponte (della ricerca in genere) e la molteplicità di significati imprevedibili (l’affaccio creativo) cui può dar luogo siano separabili, pre-determinabili, finiti, isolabili, etc. Ciò vale, con diverse modalità e distinguo, e a parti invertite, sia per l’ambito scientifico che per quello umanistico. Che per forza di cose sono ‘diversi’, perché diverse sono le cose di cui si occupano!

Così, per riprendere Cartesio e Galileo, potremmo ritrovare ragioni valide per poter essere d’accordo – dal loro punto di vista – e in disaccordo – dal nostro. Che questi scienziati usavano l’accetta operando ‘culturalmente’ e mai si sarebbero sognati di rinunciare allo studio dell’analisi matematica il primo e a fare gli oroscopi, il secondo. La culla dello specialismo, umanistico e scientifico, è infetta da sempre e non è colpa di chi fa scienza o di chi scrive di letteratura o di filosofia. Tuttavia, sappiamo dalla Storia che lo specialismo, opportunemente manipolato, è un ottimo viatico per contribuire a produrre genialità, poco critiche e autonome, ma ben ordinate e ubbidienti. Abili costruttori di bombe, da una parte, e fanatici e sterili cultori di ideologie, dall’altra, sono esempi perfetti di come il sistema delle ‘due culture’ portato all’estremo generi mostri. E per farli incontrare e farli felicemente riabbracciare non serve poi tanto.

In Europa stiamo lottando (almeno auspicherei che fosse così) per scongiurare che questi due modelli degenerati di cultura possano tornare a reincontrarsi. Purtroppo, sta nei fatti che il mantenimento di una pace ‘a tutti i costi’ –  vuoi anche per una congiuntura mondiale che la finanza europea complice si è ‘divertita’ a creare – si è lentamente spostato dalla costruzione di un’identità culturale europea (anche per via economica), smarginata ma nettamente diversa da quella del resto del mondo, a un contesto costruito essenzialmente su principi di coesione e di competizione creative tra Stati membri che, tenacemente e a costo di enormi sacrifici, ha finito col mettere in secondo piano la missione ideale originaria. Programmi mastodontici come Horizon 2020 puntano, in sostanza, ancora quasi tutto sulla tecnologia, più che sulla scienza di base, perché si pensa che da essa dipenda il modo di cui l’europeo sarà capace di competere e di difendersi da un programma di ricerca analogo, ma di marca asiatica, indiana o statunitense. E che da quel programma possa dipendere a ‘cascata’ –  come vuole certo liberismo –  la sopravvivenza dell’altra Cultura, provvedendo a salvarne soltanto parti di essa.

Il punto è che per quest’ultimo ‘tipo’ di cultura (quella umanistica) il denaro è servito quasi sempre come strumento di difesa e di sopravvivenza. Ed è fuor di dubbio, tranne rarissime eccezioni, che il pensatore ‘umanista’ (come lo scienziato di razza) difficilmente punti dritto al denaro. Si obietta in modo miope che all’intellettuale non serve il laboratorio, e che forse (ma non ci credo molto al giorno d’oggi) possa bastare un umile desco, una pergamena e una penna d’oca. Ma di solito l’intellettuale di mestiere si impegna indefessamente a fare un’altra cosa. Cosa? Si impegna a difendere e a conservare il patrimonio che una cultura esprime, la tradizione che essa racchiude, il sistema di valori su cui ha fondato la sua convivenza e tutto il sistema ‘simbolico’ su cui essa si è strutturata: sia esso un sito archeologico piuttosto che una chiesa, una biblioteca piuttosto che un museo, poco importa. E qui l’elenco potrebbe continuare. In breve, se parte di quei benefici economici che, indubbiamente e con merito, il sistema della prima cultura ha generato a cascata (la ricerca scientifica in senso lato e i profitti che è capace di guadagnare per se stessa) non riesce o non è in grado di ‘passarli’ alla seconda, ritenendola non un basamento su cui anch’essa affonda i suoi piloni, ma un’inutile veranda o ripostiglio, qualsiasi cosa riesca a costruire non avrà significati da condividere, o, in condizioni paradossali, non ne avrebbe del tutto. L’effetto è peggiorativo se la saldatura tra economia e ricadute applicative della ricerca scientifica vedono le conquiste dell’intellettuale-non-scienziato come non utili e, quindi, non funzionali a moltiplicare i profitti del sistema.

Di contro, la presunta passività economica è il modo più nobile di porsi e di ringraziare che la parte cosiddetta umanistica della cultura umana possa esibire. Proprio perché il suo sforzo è immateriale, tacito, di selezione e di stratificazione. Di preparazione sinergica, insieme alla ricerca pura, delle condizioni in cui far fiorire benessere quanto più allargato possibile e situazioni di vita accettabili per tutti; cose che, detto altrimenti, si chiamano godimento estetico, salute, coesione, appartenenza, identità, etc. In poche parole felicità. Ma quella ‘dipendenza’ non può giustificare un riconoscimento di secondo ordine. Lo svilimento culturale di chi è attento alla bellezza, alla contemplazione, al gusto, alla ricostruzione dei significati, alla discussione sui valori  è di danno alla persona e a un popolo quanto il non curarsi della sua salute. V’è anche che il coltivare queste sensibilità non possono essere che presupposti da rendere complementari tanto al modo di fare scienza,  quanto a quello di fare arte. Perché è dal ‘riconoscimento’ che scaturisce un possibile colloquio.

Il mondo culturale che stiamo costruendo, anche in Italia, – sebbene al riguardo ci siano molte proiezioni positive – non è affatto propenso a favorire questo dialogo. Prima che economico, il problema è di cultura e politico; di politica culturale o di cultura politica, se si vuole. E il bilanciamento tra le due anime della Cultura non è solo questione di cifre. E’ dato da prese di coscienza. Profonde e sostanziali. Può accadere che una nazione come la nostra possa rinunciare a fare Scienza? E, allo stesso modo, si può richiedere di ‘non occuparsi’ più di arte, letteratura, storia, archeologia, filosofia etc.? Con la nostra tradizione? A quale divinità stiamo sacrificando l’una o l’altra? Ed ecco la chimera. Da anni stiamo abdicando a costruire un ‘nostro’ sistema formativo, che tenga conto della ‘nostra’ tradizione e la innesti virtuosamente in una strategia globale. Credere che facendo ciò che fanno gli altri ci aiuti a traghettare sull’altra riva, è pensare allo stesso modo di chi, vedendo un tizio che nuota, calcoli che per far ciò sia sufficiente soltanto muovere le braccia.  Tempo fa, credo, si arrivò, con parità di intenti, a discutere animatamente dentro e fuori le aule parlamentari per non far sparire dalle programmazioni scolastiche Darwin e la geografia.

Percorrendo queste strade, per tutta una serie di ragioni, oggi siamo collocati, perché ci siamo autocollocati, alla periferia dell’impero. Mentre i mastodontici programmi come Horizon 2020 annunciano miliardi di euro al livello europeo sulla ricerca scientifico-tecnologica, sul piano nazionale Germania, Francia e Inghilterra da tempo hanno messo nero su bianco politiche di sostegno per i loro sistemi di formazione interna, cioè scuola e università, col risultato che ai soldi europei punteranno ancora a testa bassa con ottime idee e un ottimo potenziale formativo. Noi, forse, avremo ancora ottime idee, ma competeremo con armamentari formativi sempre più scadenti. Guardiamo alle politiche di altri paesi come se fossero le migliori: si citano le statistiche della preparazione dei sud-coreani nel reparto scientifico come se fossero mirabilia (con ciò non voglio dire che i nostri debbano rinunciare a questo reparto, anzi!), ma nessuno ha il coraggio di dire che quel tipo di formazione sacrifica la persona, che avviene sette giorni su sette, a scapito di qualsiasi sollecitazione a coltivare il reparto umanistico e di una qualità della vita insopportabile per un adolescente europeo, perché – semplicemente – non hanno dietro le spalle e davanti i nostri occhi ciò che abbiamo noi.

Ed ecco il punto. In Italia guardiamo ancora a questo modello duale perché riteniamo che ‘cultura’ non sia un termine complesso, ma semplice, addirittura “componibile”, come ha osservato tempo fa Lucio Russo. Le parti di una cultura sono invece interrelate. Sbilanciarle significa non impoverire una singola parte di essa, ma l’intero sistema. Lo sforzo, non piano, è di portare avanti tutto nel suo complesso. Se non ci si prova, rischiamo di capovolgere la realtà e di pensare che Galileo non avesse mai letto una pagina di letteratura e che la sua splendida prosa fosse soltanto il frutto di un afflato divino. Guardare alla dualità culturale non serve agli scienziati o agli umanisti. E credo che in pochi, forse nessuno tra loro, la pensa così.  E’ più opportuno ritornare a pensare che la questione di un siffatto dualismo sia strumentale e utilitaristica. Quella che è stata un’ipotesi razionale riuscita di guardare alla realtà e di costruirla secondo modalità non alternative, ma complementari, possiede un valore inestimabile. Porla sotto altri termini sarà anche più semplice, ma di certo più rischioso.

 

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4 Commenti

  1. giusto. Mi sembrano assurdo discutere ancora sulle “due culture” (e della “superiorità” dell’una e sull’altra). La cultura è una sola ed è frutto della curiosità intellettuale dell’uomo.
    Da umanista quale sono, mi sembra che uno dei problemi culturali più evidenti in Italia sia la debolezza del “sapere scientifico diffuso”. Come hanno osservato in tanti, affermare “non so nulla di matematica!” non scandalizza nessuno…

  2. A me il problema più grave sembra lo svuotamento complessivo della cultura umanistica, che si priva delle basi forti (cultura classica, filologie medievali, nascita delle tradizioni nazionali) e le sostituisce con categorie non formative né ‘pesanti’: tesi sui video in you-tube, tesi sulle riviste che parlano di tennis, tesi sul minore allievo di un minore. Matricole di Lettere che non sanno cos’è un sonetto, che hanno difficoltà a capire Dante, che non sanno collocare l’italiano sull’asse linguistico di pertinenza …

  3. Concordo con entrambi i commenti.

    Mi viene in mente il film “Ecce Bombo”. All’esame di maturità

    i) uno studente porta in aula una suo amico, quasi coetaneo, il “poeta contemporaneo” Alvaro Rissa, sul quale lo studente ha fatto una tesina;

    ii) un altro studente non riesce a dire a cosa è uguale “due alla meno uno”, e ad un certo punto Michele (Nanni Moretti), che è tra gli osservatori, esclama: “eh no no, basta. Questa è una vera e propria tortura!”.

    Per quanto riguarda Horizon 2020, l’affermazione che punta “ancora quasi tutto sulla tecnologia, più che sulla scienza di base” non mi convince per niente.

    I due flagship scientifici della UE sono “graphene” e “Human brain”. Non si sa quasi nulla di entrambi, per cui la vedo dura ce si facciano applicazioni a breve. Sono temi di ricerca di base.

    In aggunta, le frasi:

    “perché si pensa che da essa dipenda il modo di cui l’europeo sarà capace di competere e di difendersi da un programma di ricerca analogo, ma di marca asiatica, indiana o statunitense. E che da quel programma possa dipendere a ‘cascata’ – come vuole certo liberismo – la sopravvivenza dell’altra Cultura, provvedendo a salvarne soltanto parti di essa.”

    mi ricordano ancora “Ecce Bombo” e lo studente di i), che prima di dimostrare le sue incompetenze matematiche con “due alla meno uno” aveva apoditticamente affermato:

    “insomma, con trentanni di malgoverno democristiano la situazione è quella che è: la situazione è insanabile”.

  4. Personalmente credo che, al di là della distinzione -difficile da definire e, dunque, da sostenere – tra discipline umanistiche e “scientifiche” (quasi che, ad esempio, la Storia non fosse una “scientia”, ossia, un ambito del sapere), il vero problema riguardi l’equivoco, trasversale, fra lo studio come “riflessione sulla disciplina” e come “riflessione sul mondo attraverso la disciplina”. La prima concezione dovrebbe corrispondere all’attività di formazione della persona come individuo che conosce ed è in grado di pensare, la seconda alla sua capacità di vivere dentro una prospettiva culturale. Si tratta di due fasi successive,
    la seconda delle quali non può prescindere dalla prima. A me sembra che oggi, nelle indicazioni ministeriali sull’insegnamento scolastico e nella programmazione nazionale della ricerca, prevalga, indebitamente, la smania di anticipare la seconda. In poche parole: pretendiamo di correre verso gli obiettivi, senza preliminarmente verificare la mappa del percorso, e senza preoccuparci di allenare il fisico all’impresa. E così la letteratura si riduce ad una lingua priva di tradizione, e la matematica diventa un sistema di misura privo di fondamento concettuale. Ed il frutto della millenaria creazione umana viene incoscientemente messo da parte.

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