Tutti pazzi per l’INVALSI?

 

Se nel mondo universitario l’ANVUR ha fatto aggrottare diverse sopracciglia (per usare un eufemismo), sul fronte della scuola l’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione) gode perlomeno di altrettanta impopolarità.

Proprio in questo periodo si sono svolte o si svolgeranno le prove: il 7 e il 10 maggio nelle seconde e quinte della scuola elementare; il 14 nelle prime delle scuole medie; il 16 nelle seconde delle superiori; il 17 giugno, una prova Invalsi sarà inserita nell’esame di Stato che conclude il primo ciclo.

E infatti proprio in questo periodo si moltiplicano le posizioni fortemente critiche a riguardo, da diversi fronti.

 

Alcuni accademici, che grazie all’ANVUR conoscono i rischi di una valutazione che anela a misurare troppe cose troppo diverse con pochi e comodi indicatori, hanno espresso diversi pareri allarmati. Giorgio Israel, in una lettera aperta al Ministro Carrozza, la invita a non cedere alla cieca fiducia nelle valutazioni svolte con ossessione burocratico-numerica falsamente “oggettivista”; Luciano Canfora, in un’intervista al Sussidiario, propone direttamente di “eliminare l’Invalsi e restituire i suoi test a chi li ha inventati”.

Anche tra gli insegnanti serpeggia l’insoddisfazione: anche se saranno obbligati a somministrare i test, molti nutrono numerose perplessità e chiedono alle famiglie di supportarli–come ad esempio in questa lettera firmata da 21 docenti della scuola Corazza a Parma.

E difatti tra le famiglie qualche genitore ha condiviso lo scetticismo, e addirittura ha invitato gli altri genitori a boicottare le prove non mandando i propri figli a scuola in quei giorni- una scelta poi perseguita da parecchi, stando a Repubblica.

Non mancano poi le voci critiche del mondo sindacale: FLC-Cgil argomenta per esteso diverse criticità verso l’INVALSI e più in generale verso il sistema di valutazione nelle scuole. In un documento firmato assieme ad altre 9 associazioni rivendica la necessità di ripensare questo sistema coinvolgendo in un ampio dibattuto pubblico tutti gli attori interessati.

Più dura la posizione dei Cobas Scuola, che lanciano un “appello contro la scuola-quiz” e indicono delle giornate di sciopero proprio durante i giorni dei test.

Altrettanto dure anche le reazioni delle organizzazioni studentesche: la Gioventù Comunista e StudAut ad esempio propongono boicottare i test INVLASI, in cui vedono un modello di istruzione ispirata al mercato e alla competizione. Anche UdS (Unione degli Studenti) si schiera nettamente contro l’INVALSI: rilevando come le prove non siano in alcun modo obbligatorie, invita studentesse e studenti delle superiori a boicottarle con “scioperi bianchi, blocchi delle lezioni, flash mob e assemblee dentro e fuori delle scuole”.

Cosa risponde a tutto questo il mondo della politica? Né PD e PDL si sono espressi sulle polemiche di recente, e pertanto è ragionevole pensare che mantengano sull’INVALSI l’opinione che hanno manifestato nel 2111: il PDL appoggiandolo incondizionatamenteil PD concordando di principio, ma invocando delle modifiche. Ad accorarsi alle numerose critiche è invece il Movimento 5 Stelle, come si può leggere in un comunicato stampa che denuncia gli effetti negativi dell’INVALSI e invita ad un ripensamento del modello valutativo (vedi anche il videomessaggio della deputata Silvia Chimenti). Vale forse la pena qui di osservare un cambio di rotta nell’atteggiamento di chi un tempo faceva vanto di “non consultare le parti sociali” (la capogruppo alla camera Lombardi nell’incontro in streaming con Bersani) e invece ora si premura di dare voce alle critiche che provengono da una parte di queste; addirittura, la Senatrice Montevecchi conclude il suo intervento alla Camera (3:40) citando alla lettera dal penultimo paragrafo della scheda tecnica redatta da UdS.

 

Cosa accomuna tutte queste critiche? Sono ascrivibili a quella tendenza conservatrice e lassista del “nessuno mi può giudicare, nemmeno tu” che affliggerebbe diverse categorie italiane che proprio non vogliono che qualcuno metta il naso nei loro affari?

Credo di no: molte di queste voci critiche forniscono argomenti dettagliati, che possono essere accolti o respinti, ma vanno presi sul serio. La maggior parte peraltro sottolinea di essere assolutamente favorevole all’idea di valutazione –non di rado proponendo spunti e momenti di condivisione per elaborare diversi modelli valutativi. La pietra della discordia è però che tutte le valutazioni esercitano un effetto distorcente sui sistemi che mirano a valutare –d’altronde è anche a questo che servono. Ora, l’INVALSI è un così detto “test a crocette” (sebbene, a rigore, le prove recenti prevedano anche qualche domanda aperta o quasi); per far alzare il punteggio di una classe nell’INVALSI diversi insegnanti sottopongono i ragazzi a diverse prove a crocette per abituarli al test, e alcuni addirittura insegnano ai ragazzi a copiare.

Questi effetti distorcenti saranno tanto più marcati quanto test come l’INVALSI acquisiscono una posizione protagonista nelle politiche della valutazione (cfr. la legge di Campbell). Questa pressione distorsiva sarà ancora maggiore qualora l’INVALSI sortisse degli effetti concreti dal punto di vista dei finanziamenti.

Ed è qui che troviamo un altro filo rosso che lega tutte queste voci critiche: c’è il sentore che presto i risultati dei test potrebbero venire impiegati per dirigere il flusso delle risorse nelle scuole con risultati “migliori” a discapito di quelle con risultati “peggiori” –che nel clima di sottofinanziamenti attuale significherebbe probabilmente orientare i tagli laddove invece ci sarebbe maggiore bisogno di investimenti.

Ogni volta che vogliamo operare una misurazione di un processo complesso (qual è ad esempio l’apprendimento) ad un indicatore molto succinto (nel caso dell’INVALSI, massimamente succinto: una graduatoria monodimensionale), l’informazione risultante mescolerà assieme diverse cose, e ne perderà di vista diverse altre. Certo, qualche informazione ce la restituiranno: ma cosa? E da questa informazione così compressa ma pertanto così confusa, quanti e quali consigli possiamo lasciarci dare? Gli indicatori dovrebbero così essere maneggiati tanto più criticamente quanto più sintetizzano, ma le disavventure dell’uso poco oculato della bibliometria ci insegnano che quando si ha a disposizione un numerino così semplice e maneggevole si tende a sovrastimarne la possibilità d’impiego.

Forse se misurazioni di questo tipo lasciassero spazio a valutazioni che tengono in conto un numero maggiore di parametri, e che si propongono di formulare diagnosi e prognosi degli ostacoli alla formazione anziché limitarsi a stilare graduatorie, molte critiche si potrebbero trasformare in contributi attivi alla costruzione condivisa di processi di valutazioni da affiancare o sostituire all’Invalsi. Quel che è chiaro in tutti questi messaggi (e che è riconosciuto perfino dai fan dell’Invalsi come Daniele Checchi) è che la valutazione è e dev’essere una scelta politica, e pertanto preferibilmente deve scaturire da una discussione condivisa sugli obiettivi; sembra che la stagione dei tecnici esterni, chiamati a risolvere i problemi di un sistema a prescindere da chi quel sistema lo abita quotidianamente, stia volgendo al termine.

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