Per il sistema universitario nel suo complesso il turn-over è limitato al 20%, ma nel recente DM punti organico, ci sono atenei che se la passano decisamente meglio degli altri, primo di tutti quello del Ministro Carrozza, la Scuola Superiore Sant’Anna, con un turn-over superiore al 200%. In tempi di vacche magre, un pugno di atenei potrà persino incrementare l’organico mentre parecchi altri, pur rimanendo sotto il 100%, si collocheranno comunque ben al di sopra del fatidico 20%. Tutto ciò a spese di un’ulteriore stretta sui punti organico degli atenei non beneficati e delle prospettive di carriera di chi vi lavora. Da dove saltano fuori queste disparità? Interrogato dal quotidiano la Stampa, il MIUR si pronuncia con un lapidario “è la legge del merito”, ma molto più prosaicamente si tratta di una riga tirata sulla clausola di salvaguardia che era stata applicata l’anno scorso. Considerato che le norme non sono cambiate, era lecito cancellarla? Perché è stato fatto?

Riprendendo lo scritto di Beniamino Cappelletti Montano, apparso su Roars il 21 ottobre 2013, Flavia Amabile, su La Stampa, ha riportato la replica del Ministero alle critiche che sono state avanzate:

È la legge del merito, sostiene il ministero. Infatti tra i favoriti dalle nuove regole ci sono di sicuro i migliori atenei italiani ma nel frattempo gli altri protestano perché non vedono riconosciuti gli sforzi per risanare la situazione, che pure ci sono stati. Il Miur ricorda, comunque, di aver sbloccato per il 2014 il turnover dei ricercatori che sarà del 50%.

Il passo non è virgolettato e Amabile non ci dice chi – al MIUR – abbia fornito tale risposta. Essa merita tuttavia qualche doverosa puntualizzazione. Ma in primo luogo ci piace di segnalare l’ottima grafica interattiva messa a punto dai giornalisti de La Stampa:

Bene, secondo il MIUR tale asimmetria nella distribuzione dei punti organico per l’anno 2013, i punti che determinano la capacità di assumere o promuovere personale da parte degli Atenei, sarebbe dovuta a scelte “meritocratiche”.

Non è così.

Come ha ben spiegato Cappelletti Montano, la ripartizione così anomala è frutto di tre fattori.

I primi due:

il Dlgs 49/2012 che introduce la disciplina per la programmazione, il monitoraggio e la valutazione delle politiche di bilancio e di reclutamento degli atenei. Come recita l’art. 2 del Decreto

 1. Il presente decreto disciplina:    

a) l’adozione del piano economico-finanziario triennale, al  fine di garantire la sostenibilità di tutte le attività dell’ateneo;    

b) i principi di riferimento per  la  predisposizione  dei  piani triennali  diretti  a  riequilibrare,  secondo   criteri   di   piena sostenibilità finanziaria, i rapporti di consistenza  del  personale docente,  ricercatore,  dirigente  e   tecnico-amministrativo   degli atenei, prevedendo che gli effetti delle misure stabilite dalla legge 30 dicembre 2010, n. 240  trovino  adeguato  riscontro  nei  suddetti piani;    

c) i limiti massimi dell’incidenza delle spese  di  personale  di ruolo e a tempo determinato, inclusi gli oneri  della  contrattazione integrativa, nonché delle spese per l’indebitamento degli atenei, al fine di assicurare la sostenibilità e  l’equilibrio  della  gestione economico-finanziaria e patrimoniale delle università;

In sostanza si tratta di una misura volta ad assicurare la sostenibilità e l’equilibrio  della  gestione economico-finanziaria e patrimoniale delle università. Ottime cose che sono però altre dal “merito”. Per premiare i meritevoli, infatti, è stata ideata e recentemente ampliata, una quota dello stesso Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) detta appunto “premiale”. Il Dlgs 49/2012 introduceva ai fini del calcolo della sostenibilità economico finanziaria degli atenei un apposito indicatore, detto ISEF (indicatore di sostenibilità economico finanziaria). Tale indicatore avrebbe inciso sulle possibilità di reclutamento e avanzamento di carriera dei singoli atenei, con il fine di evitare che si producessero squilibri o nel peggiore dei casi dissesti.

Nel frattempo la “spending review” di Monti (l. 7 agosto 2012, n. 135) ha disposto che

Per il biennio 2012-2013 il sistema delle università statali, si può procedere ad assunzioni di personale a tempo indeterminato e di ricercatori a tempo  determinato nel limite di un contingente corrispondente  ad  una  spesa  pari  al 20% di quella relativa al corrispondente personale complessivamente  cessato  dal servizio nell’anno precedente.

In sostanza, il turnover è calcolato sul sistema nel suo complesso e non sulla base delle cessazioni di ogni singolo ateneo. In questo modo, l’indicatore ISEF è stato utilizzato per togliere ad alcuni e attribuire ad altri, fermo restando il vincolo del turnover complessivo al 20%.

Tralasciamo pure il fatto che le previsioni del Dlgs. 49 avrebbero dovuto essere rideterminate ogni anno dal Ministero e che i calcoli riferiti all’ISEF erano esplicitamente indicati come validi per il solo anno 2012.

Il punto è che fra ripartizione dei punti organico del 2012 e ripartizione 2013 si notano scostamenti enormi. Quegli scostamenti che premiano in maniera evidente, fra gli altri la Scuola Superiore Sant’Anna e la Scuola Normale di Pisa.

Come ha segnalato Cappelletti Montano, il punto è che fra il DM relativo ai punti organico del 2012 e quello del 2013 è saltata una clausola di salvaguardia che mirava proprio a evitare che si generassero squilibri eccessivi. Eccola:

Per ogni Istituzione Universitaria statale, e comunque nel limite massimo del 50% dei Punti Organico relativi alle cessazioni dell’anno 2011

Grazie alla sparizione di questa clausola si è potuto produrre il grafico visibile più sopra, con atenei che –  in regime nazionale di turnover al 20% – riescono a superare perfino il 200%.

Quattro domande ora:

1. Dove sta il merito in  questa faccenda? L’indicatore ISEF non ha nulla a che fare con la qualità della ricerca né della didattica: è un indicatore di sostenibilità economico-finanziaria, ma lo si è piegato ad altri scopi. E’ ovvio che possa aver senso l’idea di limitare le assunzioni e le progressioni di atenei in sofferenza come strumento per favorire il risanamento dei bilanci. Tuttavia, qui siamo di fronte a qualcosa di diverso: l’indice ISEF è stato usato per costruire una nuova classifica degli atenei. In questo modo, anche atenei che non si trovano in situazione di sofferenza sono stati penalizzati a favore degli atenei il cui unico “merito” era quello di precederli nella “classifica ISEF”. Insomma, stiamo parlando di merito scientifico-didattico o di una competizione sul parametro di sostenibilità finanziaria?

2. Considerato che un aumento delle tasse studentesche concorre a migliorare l’indice ISEF, il Ministero ha deciso consapevolmente di incentivare l’incremento di tale prelievo?

3. Governare un sistema complesso significa correggere gli eventuali squilibri. Questo era il senso, ad es., del Dlgs. 49. Invece, con il DM relativo ai punti organico 2013 si aggravano gli squilibri, danneggiando con ogni probabilità l’offerta formativa di diversi atenei, che vedendo ridotta drasticamente la propria capacità di rimpiazzare docenti e ricercatori non potranno che chiudere corsi di laurea e dipartimenti ormai privi dei requisiti minimi. A questo proposito, va ricordato che il Ministro Carrozza, eletto nelle liste PD, appartiene a un partito il cui segretario di allora aveva dichiarato a suo tempo:

D’altra parte, la deliberata volontà di tagliare l’istruzione e la ricerca produce decrescita e povertà: come abbiamo visto, può essere mascherata o meno da un alone improprio di “meritocrazia” o dalla supposta volontà di “eccellenza” contro gli sprechi, ma finisce di lasciare soltanto macerie. Questa è la storia dell’ultima legislatura, nella nostra e nella vostra lettura, e della coerenza nella volontà di indebolire il sistema pubblico dell’istruzione e della ricerca. La vicenda dell’ultima legislatura ha chiarito – qualora ce ne fosse bisogno – l’intelligenza della frase attribuita a Derek Bok, ex presidente dell’Università di Harvard: “i costi dell’ignoranza sono ben maggiori dei costi dell’investimento in conoscenza”.

Si conferma ancora una volta che un conto sono le dichiarazioni elettorali, un conto i fatti?

4. L’ateneo del Ministro svetta in cima alla lista degli Atenei beneficiati dalla sparizione – ingiustificata- della clausola di salvaguardia. Al MIUR è stato valutato il danno di immagine per il Ministro, ma anche per tutto il sistema universitario spesso accusato dalla stampa di essere nelle mani di “baroni” sempre pronti ad anteporre i propri interessi particolari?

Lo spessore di una visione politica si misura anche dalla scelta dei concetti e delle parole. In mancanza di argomenti validi, a poco vale sventolare la bandierina del “merito”, ormai ridotta ad un panno lacero e logoro dalla retorica a buon mercato degli ultimi decenni.

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17 Commenti

  1. Come ho già detto nei commenti dell’articolo precedente, tutto questo fa parte di un piano di differenziare e diminuire il numero di università sul suolo italiano. Il problema, invece, è non ammettere che c’è questa vera intenzione!

  2. Magari avessero usato il merito, aka VQR.

    Direi che la VQR non l’hanno proprio usata, visto il risultato di Padova (che con la VQR e’ prima in 7 settori su 14 tra le megauniv).

    Tra l’altro, con tutto il rispetto, le Scuole Superiori non mi sembrano tanto superiori rispetto ad altre ben precise universita’, tipo Padova.

    Ma forse sbaglio…

  3. Complimenti per l’articolo, anche se a me sul piano legale non sembra affatto da sottovalutare che il Ministero abbia omesso preliminarmente la pubblicazione dei criteri per il 2013 per come espressamente richiesto dalla normativa. Mi sembra un vulnus gravissimo: mancanza di criteri preliminari => distribuzione arbitraria (illegale). Credo si possa e si debba agire anche per le vie legali, a questo punto.

  4. Chiedo subito scusa per il testo appositamente provocatorio.
    Devo infatti segnalare che il MIUR non sta mentendo, sta applicando un criterio assolutamente meritocratico, ovvero sta assegnando all’accademia italiana esattamente cio’ che si merita.
    L’università (intendo l’insieme di PO, PA e RU) è infatti l’unica che negli ultimi anni ha accettato senza protestare evidenti politiche di taglio ela realizzazione di una riforma che ha alla sua origine solo la necessità di ridurre le assegnazioni di fondi all’accademia: la “meritocrazia” e il problema della migliore allocazione delle risorse riducendo le sedi universitarie sono temi “nobili” su cui si potrebbe veramente discutere coinvolgendo tutta l’accademia, ma non lo si fa perché non sono interessanti per chi ha un solo vero obiettivo che è quello di tagliare una quota di spesa pubblica ritenuta inutile (senza dirlo in modo ufficiale ovviamente).
    Quanto accade è quindi anche “merito” dell’accademia:
    altre categorie a noi assimilabili (ad esempio i magistrati che, come i docenti e i ricercatori, sono dipendenti pubblici non contrattualizzati) non hanno infatti permesso simili decurtazioni e infatti sono state piu’ limitate, soprattutto sul piano retributivo.
    In università (nell’accezione sopra indicata) si pensa invece che i problemi siano solo per gli “altri” e quindi non si fa nulla: non è un caso che il tasso di sindacalizzazione sia tanto basso e che nessun sindacato abbia quindi l’influenza delle associazioni che, ad esempio (e l’esempio non è causale), hanno i magistrati.
    Quanti docenti e ricercatori a fronte di certi tagli sarebbero disposti a fermare i corsi e le sessioni di laurea? Ovvero quanti seguirebebro i comportamenti e le minacce fatte dai magistrati o dai macchinisti dei treni? (altra categoria altamente sindacalizzata e consapevole della propria forza).
    Salvo che in occasione della breve e circoscritta fiammata relativa ai mesi dell’approvazione della legge Gelmini, cosa è stato fatto per contestare le decisioni dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni? La voce di maggiore protesta è stata (udite udite!) quella della CRUI, mentre tutto il resto ha assunto comportamenti “responsabili e di dialogo” con un MIUR che, per volontà politica e per scarse capacità organizzative, sta facendo solo danni.
    Non solo le discussioni relative alle ingiustizie nell’assegnazione dei punti organico si sommano a quelle tra “poveri” (ovvero ricercatori incardinati e precari) e portano a dimenticare gli “elementi fondamentali” ovvero che le risorse complessive sono state tagliate oltre l’accettabile (al contrario di quanto accade nel resto dell’Europa, Grecia esclusa), che i PRIN sono in enorme ritardo e che a fine dicembre (ovvero a tre anni dall’approvazioen della Gelmini) nessun abilitato sarà stato assunto (e che molti idonei dei vecchi concorsi non sono stati mai “chiamati”).
    Magistrati e ferrovieri avrebbero accettato simili condizioni o i tribunali e la rete ferroviaria avrebbero già vissuto lunghe giornate di sciopero? Cosa avrebbe, a livello di forza “persuasiva” in meno l’università (PO, PA e RU) per farsi sentire dal governo? Nulla di meno, ma è pigra e discute tra sé (e su Roars si litiga anche tra nord e sud…)
    L’accademia non ha fatto nulla e quindi non solo si è “meritata” il trattamento vergognoso che sta subendo, ma rischia anche di “meritarsi” di peggio se non si sveglierà dal torpore in cui è caduta.
    Paolo T.
    PS Certo, avere piu’ iscritti al sindacato e quindi avere piu’ forza “contrattuale” non sarebbe male, ma qui rischio di fare solo pubblicità alla piccola minoranza dell’accademia che crede ancora che l’essere privi di una forte rappresentanza sindacale sia un elemento molto negativo…

    • Uno sciopero danneggerebbe gli studenti, e lascerebbe i politici indifferenti (anzi, avrebbero una scusa in più per togliere ancora fondi ad Università e Ricerca).

      Scioperi generali della scuola (elementari, medie e superiori) ce ne sono almeno due volte l’anno (e.g. maggio 2013 e ottobre 2013) e non mi sembra abbiano risolto molto. I professori di elementari, medie e superiori hanno loro lo stipendio bloccato come noi, credo. (Sbaglio?)

      Quanto ai sindacati, io tre anni fa ho dato soldi sia alla CGIL che alla CISL (come molti colleghi) per una causa collettiva contro non ricordo più neanche cosa (blocco stipendi? ricostruzioni di carriera? boh). So solo che i loro avvocati hanno intascato 200 euro e sono spariti (mai più ricevuto neanche una email).

  5. a proposito di “merito”. L’Università per Stranieri di Siena ha una percentuale di indebitamento pari al 23,08%. E’ il secondo ateneo più indebitato d’Italia (ha comprensibilmente voluto acquistare strutture piuttosto che pagare affitti). Alla luce del dl.49 dovrebbe essere tra gli atenei il cui bilancio è “non sostenibile”. Ciò nonostante guadagna il 144.9% in termini di P.O. Questo accade perché ha un indicatore di spese del personale 54,69% in ragione di: entrate da tassazioni studentesche pari a 5.300.00 euro e entrate complessive pari a 12.300.00 euro.

  6. Le critiche sull’atteggiamento dei sindacati hanno un fondamento, ma ricordo che:
    a) i docenti delle scuole (dalla materna alle superiori) hanno una forza contrattuale piu’ limitata (il reddito medio è piu’ basso e quindi la capacità di resistenza), ma di fatto pagano anch’essi una scarsa sindacalizzazione (vengo da li’… un blocco a giugno degli scrutini e degli esami ha lo stesso effetto di un blocco del traffico ferroviario… e a fronte della immediata precettazione basta seguire alla lettera i regolamenti per rendere le operazioni lunghe mesi…)
    b) chi anni fa ha pagato per il ricorso contro il blocco degli scatti deve attendere che ai primi di novembre la corte costituzionale si pronunci… che io sappia poi costava 100 euro per i non iscritti e 50 per gli iscritti… ma le sigle sono diverse e le parcelle degli avvocati pure…;
    c) in università provate ad immaginare il blocco delle sessioni di laurea e d’esame a giugno/luglio e a fronte della precettazione l’effettuazione di esami orale con commissione completa da tre persone (quella per cui usiamo i trentesimi…) e quindi 3/4 studenti al giorno… nelle grandi università i 200 studenti del corso li esamini in 50 giorni… le discussione delle tesi di laurea nei secoli lontani erano una al giorno… si puo’ ripetere l’esperienza… e quindi confrontate il tutto con l’obbligo totale di ore per la didattica annuale che hanno docenti e ricercatori e noterete che il sistema si blocca da solo..
    d) infine la domanda è ovvia, se i sindacati rappresentassero (e fossero seguiti) dal 90% dei docenti e ricercatori anziché dal 10% (valore ampiamente ottimistico) avrebbero o no un maggiore ascolto dal MIUR?
    Comunque sia 100 anni fa contadini ed operai scioperavano in condizioni di reddito e normative molto peggio delle nostre… si mettevano semplicemente in gioco senza paura… la mia esperienza è invece stata quella di vedere meno del 20% delle firme dei colleghi su un documento che contestava la legge Gelmini e ne segnalava le ripercussioni negative che si sarebbero sommate ai tagli di spesa di Tremonti… in effetti avevamo torto… la realtà è stata peggiore delle previsioni…

    • a) è vero, ma a occhio sono anche molti di più.

      b) può darsi che ricordo male: nei miei ricordi, ho dato 100 euro alla CGIL e 80 alla CISL.

      c) il blocco avrebbe ripercussioni tremende. Quello che metto in dubbio è il fatto che ai politici possa interessare qualcosa. Cioè, oltre a danneggiare gli studenti, un comportamento del genere può realmente sortire qualche effetto? Dalla situazione nelle scuole direi di no, ma io sono pessimista. D’altronde viviamo in un Paese in cui non si rispettano neanche i risultati dei referendum…

      d) certamente, ma alcuni pregiudizi sono duri a morire (tipo il fatto che i sindacati fanno i loro interessi, invece di quelli degli iscritti).

      Per quanto riguarda le petizioni, anche in questo caso il dubbio è che non servano. (Le 400 mila firme del Fatto per salvare la Costituzione sono servite?)

      Vorrei essere un po’ più propositivo, invece che criticare soltanto. Ma di soluzioni non me ne vengono in mente.

    • @ abbondazio. Su questione ricorsi in materia di blocco degli scatti. Le informazioni che ho sono che la Corte Costituzionale si dovrebbe pronunciare su questo tema il prossimo 5 novembre essendo già stati accolti alcuni ricorsi da diversi TAR regionali. I ricorsi ai TAR sono quindi fermi in attesa del pronunciamento della Corte.

  7. L’idea di introdurre una competizione, ovvero una logica di mercato libero, in una amministrazione pubblica e’ semplicemente miope e fuori dal contesto.
    Nel modello anglosassone, che vorrebbero copiare, le universita’ possono “eliminare” gli elementi improduttivi (non dimentichiamoci degli amministrativi) e la societa’ supporta la mobilita’ del personale.
    Coaa dovrebbero fare le universita’ non virtuose? Tenendosi gli elementi improduttivi e non essendo attrattive per i migliori che andranno laddove ci sono piu’ posti e piu’ possibilita’ sono destinate a peggiorare.
    E’ questo un bene per il paese? E’ questo che fara’ progredire l’Italia?
    Capisco la volonta’ di rivalsa da chi ha subito negli anni la spesa dissennata di molti atenei e adesso non vuole subirne le conseguenze, ma la vendetta non e’ la soluzione.

  8. Come al solito l’ Italia e’ il paese delle occasioni perdute. Era corretta l’ idea di fare una valutazione seria, sia per spingere gli Atenei a migliorare la loro qualita’ scientifica e didattica, sia per premiare con una quota ragionevole chi avesse operato meglio. La mancanza di una visione strategica, ovvero se faccio una certa cosa devo prima sapere PERCHE’ la faccio, ha creato dei soggetti “autonomi” che, come ANVUR, hanno debordato dal loro ruolo di valutatori ex post, per diventare un soggetto politico attivo che vuole determinare le politiche. Allora abbiamo conflitti di interesse a iosa,uso di numerologie da paese sottosviluppato, mancanza di regole, regole fatte dopo che la partita e’ stata giocata, regole adattate al risultato, errori pacchiani di statistica elementare e alla fine una agenzia di valutazione la cui “membership” viene giustamente rifiutata dagli omologhi europei, per non aderenza ad un corretto “code of practice”. Occasione persa che andra’ a favorire politicanti e parassiti che dentro il sistema universitario non mancano, che avranno facile gioco a dire che non si puo’ o si deve valutare (tutto il mondo civile lo fa in modo piu’ o meno decente) ma che tutto deve essere rimesso nelle mani della politica accademica maneggiona nel modo solito.
    Ovviamente il degrado fa anche il gioco di chi vuole tagliare risorse al sistema universitario pubblico per dare competitivita’ ad un privato, che altrimenti non ne avrebbe.

  9. Spesso mi chiedo cosa si potrebbe fare, anche constatando che molti colleghi collaborano con entusiasmo al degrado (dopo di noi il nulla …). Io vedo studenti seri e interessati cui viene offerto poco o niente, di modo che alla fine si demotivano pure loro …

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