Non sono ancora note le percentuali ufficiali di astensione (anche se Repubblica rilancia dati di fonte ANVUR), che da Tor Vergata viene subito rilanciata l’iniziativa #stopVQR. Il Gruppo di coordinamento sulle “3 missioni” (Insegnamento, Ricerca, Democrazia delle opportunità), promosso da alcuni docenti di Tor Vergata, rilancia la petizione stopVQR (http://firmiamo.org/stopvqr/), chiedendo così le dimissioni dei componenti dei Gruppi di Esperti della Valutazione (GEV) e impegnandosi a non prestare in nessun caso la propria collaborazione come revisori. Non una protesta contro la valutazione in quanto tale, ma contro “questa” VQR, perché essa è una delle cause principali della riconfigurazione in atto delle missioni dell’università, che si cerca  di nascondere dentro il cavallo di Troia della neutralità e oggettività di algoritmi incomprensibili. Un coordinamento sorto nella speranza che iniziative analoghe possano nascere in altre università italiane e che si arrivi a “fare rete”. StopVQR non è l’impegno di una stagione. È un’idea di università.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

________________________

Gruppo di coordinamento di docenti “stopVQR” di Tor Vergata

L’università delle “3 missioni”:

Insegnamento, Ricerca, Democrazia delle opportunità

 

Le università hanno da sempre il duplice compito di garantire, nella loro inscindibile unità, la trasmissione del sapere come pilastro portante della responsabilità intergenerazionale e la libertà e il progresso della scienza. La qualità della formazione e della ricerca è la premessa dell’efficacia della “terza missione”: le università – come ha detto Gaetano Manfredi subito dopo la sua elezione alla presidenza della Conferenza dei Rettori – sono anche «agenti sociali ed economici, motori dello sviluppo e della trasformazione dei territori e della società».

Le politiche di questi ultimi anni hanno reso sempre più difficile la vita di chi continua a dedicarsi con impegno e passione alle tre missioni dell’università. L’insegnamento è stato trattato come un’attività di “serie B”, perché questo significa, nel momento in cui si sceglie la logica premiale come cura risolutiva per i mali dell’università, concentrare ossessivamente gli incentivi sui prodotti della ricerca e solo su di essi. Ma come si fa a “produrre” quando i “fattori” della produzione vengono prosciugati? La parola d’ordine del merito ha coperto tagli che hanno allontanato ulteriormente l’Italia dagli altri paesi più avanzati per quanto riguarda le risorse investite per la ricerca e per i ricercatori, mentre la competizione con ogni mezzo per guadagnare posizioni nelle «dettagliatissime» classifiche dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) ha stravolto e stravolge la natura stessa del lavoro scientifico e i rapporti di solidarietà e collaborazione sui quali esso si basa. Ci si è dimenticati, infine, che la terza missione corrisponde al dovere di creare opportunità per tutti e non solo nelle aree più fortunate del paese: è la nuda evidenza dei numeri a denunciare che nelle regioni del Mezzogiorno il motore dello sviluppo assicurato dalle università si sta fermando.

Lo strumento principale per sostenere e giustificare questo percorso, ancorandolo al mantra dell’eccellenza e della rivincita dei più bravi su baroni e fannulloni, è la Valutazione della Qualità della Ricerca. E per questo, negli ultimi mesi, è sulla VQR che si è concentrata la protesta di tanti docenti. I più hanno scelto questa via per esprimere la loro giusta indignazione per una delle scelte più umilianti e incomprensibili fra le tante che sono state fatte “contro” l’università: la punizione selettiva dei docenti universitari, ai quali è stato imposto il blocco degli scatti stipendiali, senza nessun recupero neppure ai fini giuridici, fino al 31 dicembre 2015. Ma sono molti anche coloro che, considerando questa umiliazione come parte di un attacco più radicale e profondo ad un’idea di università, rifiutano e rifiuterebbero la VQR a prescindere dalla questione degli scatti. Sono tutti gli “addetti” (perché così vengono chiamati i professori nella neolingua dell’ANVUR) che protestano non contro la valutazione in quanto tale, che è doverosa per i docenti universitari come per tutti coloro che vengono pagati con i soldi dei contribuenti, ma contro “questa” VQR, appunto perché essa è una delle cause principali della riconfigurazione in atto delle missioni dell’università, che non si ha il coraggio e l’onestà di annunciare come progetto politico e si cerca dunque di nascondere dentro il cavallo di Troia della neutralità e oggettività di algoritmi incomprensibili (le cui falle, peraltro, sono state ampiamente dimostrate).

Il Gruppo di coordinamento sulle “3 missioni” (Insegnamento, Ricerca, Democrazia delle opportunità), promosso da alcuni docenti “stopVQR” di Tor Vergata, nasce dall’iniziativa di persone che hanno storie, competenze e anche prospettive culturali e politiche diverse. Le unisce la consapevolezza che:

  • occorre riportare in tempi rapidi il finanziamento delle università e della ricerca a livelli comparabili con quelli dei paesi più avanzati
  • a didattica e ricerca deve essere riconosciuta nelle università la stessa dignità
  • l’obiettivo dell’eccellenza senza equità non è compatibile con la Costituzione italiana
  • in tutte le aree del paese deve essere garantita la presenza di strutture di formazione e di ricerca di livello internazionale e per questo capaci di promuovere valori di cittadinanza, sviluppo economico, innovazione
  • l’esasperazione della competizione fra atenei, gruppi di ricerca e persone è estranea alla logica e alle finalità del lavoro accademico e scientifico

Assumiamo senz’altro che tutti i professori che insegnano e studiano nelle nostre università abbiano a cuore le “3 missioni” e sappiamo che alcuni di questi obiettivi sono condivisi anche dai più convinti sostenitori della VQR e delle politiche di questi ultimi anni, che ritengono che proprio in questo modo essi possano essere realizzati. Per i docenti che aderiscono al Gruppo di Coordinamento le cose non stanno così. Essi, pur avendo e potendo avere opinioni diverse su aspetti anche rilevanti della riforma realizzata con la Legge Gelmini, concordano sulla necessità di FERMARE QUESTA VQR COME DIMOSTRAZIONE DELLA VOLONTA’ CONCRETA DI APRIRE UN CONFRONTO VERO SUL FUTURO DELL’UNIVERSITA’. Questo è il nostro Rubicone e riteniamo che abbiano deciso di passarlo solo coloro che, aderendo ad almeno una di queste forme di protesta, hanno scelto o sceglieranno: a) di non sottomettere i prodotti per la campagna VQR, diffidando i rispettivi dipartimenti e atenei dal farlo al posto loro; b) di non sottomettere i prodotti, accettando però che possano farlo atenei e dipartimenti; c) di firmare la petizione stopVQR (http://firmiamo.org/stopvqr/), chiedendo così le dimissioni dei componenti dei Gruppi di Esperti della Valutazione (GEV) e impegnandosi a non prestare in nessun caso la propria collaborazione come revisori. Consideriamo e considereremo tutti gli altri colleghi, a prescindere dalle loro dichiarazioni “private”, dalle loro “riserve di coscienza” e dall’appello all’argomento del “male minore”, come sostenitori di fatto della cultura di “questa” VQR, che è diventata per noi “male maggiore” dell’università italiana. È vero che questo non è semplicemente un conflitto fra i professori e il governo, ma fra professori sulla natura e gli scopi del loro lavoro. È un segno di onestà dirselo a viso aperto, proprio perché ognuno possa dare il contributo della sua sincerità alla costruzione di un’università migliore. Il tempo della retorica del “restiamo uniti” ad ogni costo, così come quello del “vorrei ma non posso”, è finito.

Sappiamo infine che la protesta senza proposta è sterile. E per questo, come primo passo del nostro impegno, offriamo tre idee alla riflessione della nostra comunità accademica e del decisore politico, che ha finora scelto di girarsi dall’altra parte.

La dignità del lavoro universitario

Non basta “allocare” parole e promesse. Occorre allocare risorse. Il Governo, che è intervenuto addirittura per decreto legge per finanziare in modo cospicuo l’Istituto Italiano di Tecnologia, trovi un miliardo per il Fondo di finanziamento ordinario delle università, destinandolo, oltre che ad aumentare i fondi a disposizione della ricerca, alle seguenti priorità: 1)garantire che chi lavora per l’università sia trattato non “meglio” degli altri dipendenti pubblici, ma semplicemente “come” loro (la questione degli scatti); 2)sradicare la piaga dell’umiliazione dei tanti giovani che lavorano in forma precaria o addirittura gratuitamente nelle nostre università, coprendo fra l’altro in questo modo anche i buchi sempre più insostenibili dell’organico; 3)assicurare l’equilibrio fra i diversi saperi, abbandonando una volta per tutte la strada della sistematica mortificazione delle discipline umanistiche.

Gli scopi della valutazione

L’art. 5, comma 1, lettera a) della Legge Gelmini indica l’obiettivo della «valorizzazione della qualità e dell’efficienza delle università e conseguente introduzione di meccanismi premiali nella distribuzione delle risorse» insieme a quello della «realizzazione di opportunità uniformi, su tutto il territorio nazionale, di accesso e scelta dei percorsi formativi». Il modo in cui si è perseguita la valorizzazione della qualità ha eroso drammaticamente il diritto allo studio e l’uniformità di accesso ai percorsi formativi, perché basato sull’idea che la qualità del sistema si incentivi togliendo agli ultimi per dare ai primi e dunque allargando le distanze.

Il governo, “non” rispondendo il 25 febbraio all’interrogazione presentata tre mesi prima da alcuni parlamentari del PD, ha ribadito che l’articolo 60, comma 1, del decreto-legge n. 69 del 2013 prevede «che la quota premiale sia determinata in misura non inferiore al 16 per cento per l’anno 2014, al 18 per cento per l’anno 2015 e al 20 per cento per l’anno 2016, con successivi incrementi annuali non inferiori al 2 per cento e fino ad un massimo del 30 per cento. Inoltre, tale quota deve essere ripartita tra gli atenei per almeno tre quinti sulla base dei risultati conseguiti nella VQR e un quinto sulla base della valutazione delle politiche di reclutamento, effettuate con cadenza quinquennale dall’ANVUR». Questa indicazione e questa progressione devono essere immediatamente superate, orientando la valutazione ai seguenti obiettivi: 1)garantire che la quota premiale, comunque non superiore al 15 per cento, sia “aggiuntiva” rispetto al finanziamento ordinario; 2)garantire che essa vada per almeno il 40 per cento alla valutazione della didattica, non assegnando questa parte della quota fino a quando non saranno introdotti meccanismi appropriati e condivisi per tale valutazione. Allo stesso tempo, una quota fino al 15 per cento del Fondo di finanziamento ordinario dovrà essere destinata a sostenere i progetti promossi dagli atenei nei quali la valutazione evidenzia maggiori criticità e finalizzati al loro superamento.

La didattica e il supplizio burocratico

Le procedure del sistema di Autovalutazione, Valutazione e Accreditamento del sistema universitario italiano (AVA) sono, a causa della macchinosa e ridondante complessità che ingoia il tempo e le energie di tutti coloro che si trovano ad occuparsene, incluso il personale tecnico-amministrativo, la beffa che si aggiunge al danno dell’umiliazione della didattica. Si facciano tre cose, semplici da capire e di immediato impatto: a)si stabilisca in modo inequivocabile che nessun professore universitario a tempo pieno può dedicare meno di 100 ore l’anno all’attività di didattica frontale, quale che sia il suo contributo alla ricerca scientifica e con la sola, eventuale eccezione di coloro che ricoprono incarichi istituzionali chiaramente indicati da una norma valida su tutto il territorio nazionale; b)si stabiliscano e si applichino chiari criteri di penalizzazione per le università nelle quali questo limite minimo non viene rispettato o gli studenti segnalano nei loro questionari fenomeni di assenteismo senza che vi sia un intervento immediato da parte dell’ateneo per chiarire e risolvere queste situazioni; c)si pretenda e si ottenga dall’ANVUR il taglio di almeno il 50 per cento degli adempimenti e dei documenti previsti da AVA.

Si tratta di cominciare. E quando si comincia è importante dare segnali forti sulla direzione e sulla volontà di perseguire davvero gli obiettivi che si dichiarano. Il Gruppo di coordinamento sull’università delle “3 missioni” di Tor Vergata spera di riuscire a portare il suo piccolo contributo, con la speranza che iniziative analoghe possano nascere in altre università italiane e che si arrivi a “fare rete”. StopVQR non è l’impegno di una stagione. È un’idea di università.

Le adesioni di altri docenti di Tor Vergata e di gruppi di coordinamento per l’università delle “3 missioni” di altri atenei italiani possono essere inviate all’indirizzo treemme@mondodomani.org. Si ricorda che saranno considerate valide solo le adesioni di coloro che, aderendo ad almeno una di queste forme di protesta, hanno scelto o sceglieranno: a) di non sottomettere i prodotti per la campagna VQR, diffidando i rispettivi dipartimenti e atenei dal farlo al posto loro; b) di non sottomettere i prodotti, accettando però che possano farlo atenei e dipartimenti; c) di firmare la petizione stopVQR (http://firmiamo.org/stopvqr/), chiedendo così le dimissioni dei componenti dei Gruppi di Esperti della Valutazione (GEV) e impegnandosi a non prestare in nessun caso la propria collaborazione come revisori.

seguono 22 firme

Documento in formato pdf

Send to Kindle

4 Commenti

  1. A proposito dell’articolo sulla Repubblica, e delle espressioni di soddisfazione anvuresche e del cd fallimento della protesta: sarebbero da prendere sul serio se tutto fosse avvenuto spontaneamente. Spontanea e genuina è stata ed è la protesta, non spontanee, perché esercizi del potere, sono state le pressioni o azioni dissuasive. Se questo è un segno della “buona salute” dell’università, complimenti a chi lo afferma. Buona salute e coraggio nonché volontà masochistica di imbarcarsi nella riconosciuta faragginosità di Iris, nelle alchimie pseudomatematiche della vqr.

  2. Repubblica è un giornale schieratissimo, direi Bulgaro. Non lo leggo più da anni, sopravvive grazie alla legge sull’editoria e un pò di pubblicità degli amici. Dispiace vedere la stampa ridotta così. ..era un bel giornale. …peccato. non fa comunque più ne testo ne opinione, Lo legge solo qualche pensionato .

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.