«Abbiamo appena terminato un’operazione importantissima che è stata la valutazione della qualità della ricerca, un’operazione lunga che è durata valutando qualcosa come 15.000 prodotti fatti in Italia e ha dato dei risultati molto importanti. Perché abbiamo un censimento e abbiamo scoperto cose importantissime […]  Il CNR: abbiamo il 30% di persone che sono inattive, dove inattive vuol dire che nel giro di sette anni queste persone non hanno prodotto un saggio che sia al di sopra di livelli e di standard minimi di ricerca» (Tito Boeri, Porta a Porta – 21 novembre 2013, minuto 23). Queste affermazioni sono corrette o no?

Durante la trasmissione “Porta a Porta” su RAI 1 del 21 novembre Tito Boeri ha ancora una volta portato il suo prezioso contributo alla soluzione dei problemi della ricerca e dell’università italiana. Il docente della Bocconi ha affermato due cose.

  • Che bisogna puntare le poche risorse pubbliche sulle università eccellenti e, conseguentemente, lasciare al proprio destino quelle ritenute inefficienti.
  • Che, secondo i risultati della VQR, “Al CNR il 30% delle persone sono inattive, in 7 anni non hanno prodotto un saggio al di sopra dei livelli minimi standard della ricerca”.

Il suo pensiero non si discosta da quello di altri bocconiani. Già dieci anni fa Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, in un articolo su “lavoce.info”  scrivevano:

Ha ragione Roberto Perotti: il sistema universitario e della ricerca in Italia non sono riformabili. Serve un cambiamento radicale perché riversare più fondi in questo sistema è come buttarli al vento”. Andavano avanti affermando “Il ministro Letizia Moratti, per un istante, è stata coraggiosa e ha commissariato il Cnr … Ma il suo coraggio è durato lo spazio di un mattino: anziché chiudere l’ente, …, ha dato mandato ad Adriano De Maio di riformarlo.

Il primo messaggio di Boeri implica la riproposizione del tema della divisione tra università di ricerca e università per l’insegnamento, tema già evocato da Sergio Benedetto dell’ANVUR, e che non ha trovato, almeno finora, particolare accoglienza nel dibattito e nelle politiche universitarie nazionali. La ministra Maria Chiara Carrozza ha opportunamente ricordato nel corso della trasmissione che le scelte che riguardano l’università vanno rese coerenti con le politiche di coesione territoriale, che una separazione tra le università “buone” e “cattive” comporterebbe una penalizzazione delle regioni meridionali, e che le università vanno valutate non soltanto per la qualità della ricerca ma anche dell’insegnamento e dei rapporti con il territorio. Comunque fin qui si è trattato di un confronto tra idee e proposte tra chi pone la competizione come strumento di selezione in un contesto di economia di mercato in grado di assicurare la migliore allocazione delle risorse, ampiamente rappresentato sulla stampa e nelle trasmissioni televisive, e quello di chi eccepisce i limiti dell’autosufficienza del mercato e pone la questione dell’educazione e della ricerca al centro dell’azione sociale e politica [1].

Quello che è inaccettabile è l’attacco al CNR. Quello che Boeri ha detto a Porta a Porta non è esatto.

  • La VQR non ha valutato, come da lui affermato, 15.000 prodotti di ricerca, ma ben 184.878, più di 10 volte tanti (vedi documenti ANVUR ed anche Nature).
  • Non è corretto, inoltre, dire che il 30% dei ricercatori è inattivo [2]. Boeri dovrebbe spiegare da dove ha tirato fuori questo dato [3].

Fonte: ANVUR – Rapporto finale VQR, infografiche


Nella VQR, a differenza dell’Abilitazione Scientifica Nazionale che riguarda i docenti universitari, non vi erano soglie da superare (la famosa mediana), ma vi era una scala di “qualità” specificata nel decreto che la regola (eccellente 1,0; buono 0,8; accettabile 0,6; limitato 0,0; non valutabile -1,0; plagio o frode -2,0; per ciascuna pubblicazione mancante rispetto al numero atteso è assegnato un peso negativo pari a -0,5). Nel rapporto finale della VQR sul CNR l’unico dato che si riferisce, indirettamente, ai singoli ricercatori è riportato nella seguente frase:

La percentuale di prodotti mancanti sui prodotti attesi (10,54%) è maggiore della media degli enti di ricerca (6,99%), come pure la percentuale dei prodotti penalizzati sui prodotti conferiti (2,98% contro una media del 2,08%).

Dunque si tratta, volendo accettare per buona l’interpretazione di Boeri secondo cui tutti i ricercatori dovrebbero produrre soltanto pubblicazioni sulle riviste, libri, rapporti tecnici, ecc. e non fare altro, del 13%, non del 30% – una bella differenza.


Fonte: ANVUR – VQR 2004-2010, Rapporto finale, Parte Seconda: La valutazione delle singole strutture – CNR


Se Boeri si fosse ben informato sulle procedure della VQR ed avesse seguito il dibattito sia durante il suo svolgimento, sia dopo la pubblicazione dei risultati, avrebbe potuto verificare: che la metodologia adottata dalla VQR è stata messa a punto per valutare la ricerca delle strutture e non delle singole persone, e che prevedeva punteggi negativi (unico sistema al mondo a fare questa scelta) per i “prodotti” mancanti; che il CNR per statuto non svolge soltanto ricerca di punta di cui si trova evidenza nella bibiometria, ma è impegnato nel trasferimento delle conoscenze in quella che viene chiamata “terza missione” che sempre con maggior insistenza viene evocata dal coté politico ed economico come l’unico elemento per la legittimazione del finanziamento della ricerca; che, al momento del conferimento dei dati per la VQR, parecchi ricercatori (certamente non il famoso 30%) hanno deliberatamente boicottato la VQR, ritenendo che la metodologia fosse inappropriata per valutare la performance dell’ente nel quale lavorano (nel decreto è specificato che la VQR ha l’obiettivo di valutare le strutture e che è vietato l’uso dei risultati per valutare i singoli ricercatori) e che il boicottaggio fosse un’appropriata forma di protesta per il fatto che i ricercatori del CNR non hanno voce in capitolo nel proprio ente, notoriamente in mano a persone esterne nominate dal potere politico (situazione del tutto diversa da quella dell’INFN, ente largamente governato dalla componente scientifica interna). Si parva licet, vorrei citare un mio articolo dal titolo “Sorpresa. I dati della VQR certificano che il CNR è il miglior ente di ricerca” in cui questi temi erano chiaramente affrontati.

Rimane la domanda: perché Boeri getta con non fondate argomentazioni discredito sul CNR, il più grande ente di ricerca italiano con 90 anni di gloriosa storia, di fronte all’opinione pubblica, anche se un po’ assonnata davanti al televisore dopo mezzanotte? Per furore ideologico o per deviare le poche risorse disponibili dagli enti di ricerca pubblici verso altri lidi? [4] E perché nel gennaio del 2012 vi fu un analogo – ingiustificato – attacco al CNR da parte del Corriere della Sera basato su una lettura erronea della relazione annuale della Corte dei conti? Insomma, cui prodest fare il tiro al piccione del CNR?


Note

  1. La ministra ha ricordato che, purtroppo, nel nostro paese soltanto il 2% della popolazione considera l’istruzione e la ricerca come una priorità del paese.
  2. L’uso del termine “inattivo” è pericoloso: evoca nel pubblico televisivo le figure del fannullone, dell’impiegato pubblico neghittoso che non fa niente e da sottoporre ai giusti rigori della revisione della spesa.
  3. Forse Boeri si è confuso con quanto scritto da Alberto Bisin  nell’articolo “L’università italiana produce poca ricerca. Risposta di A. Bisin a G. De Nicolao.”: “Il 30% di docenti italiani ha zero pubblicazioni. Speculo: il 50% produce ricerca minima e/o irrilevante” (basandosi su dati del tutto inaffidabili successivamente smentiti anche dalla VQR).
  4. Nel corso della trasmissione i vertici della Confindustria hanno reiterato la richiesta di finanziamenti statali alla ricerca delle imprese mediante il credito d’imposta. Lo strumento del credito d’imposta, diversamente da quello per progetto o mediante la domanda pubblica, pone ben noti problemi quali quello dell’incapacità dell’operatore pubblico di concentrare l’intervento su selezionate e promettenti tecnologie, e quello della difficoltà di verificare ex-post che le risorse siano state effettivamente impiegate per la ricerca.
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61 Commenti

    • qui si apre una voragine, è lo stesso dubbio che è venuto a me. Sono interessanti da un punto di vista sociologico la (infima) qualità delle regressioni, l’uso incredibile di correlazioni a posteriori per mostrare nessi causali prederminati, e via di questo passo. La questione fondamentale ruota intorno al tentativo (fasullo) di far passare le scelte economiche come scelte tecniche ovvero derivate da una analisi scientifica.

    • Forse smascherarli è tempo sprecato dal punto di vista scientifico. Ma è molto più fruttuoso dal punto di vista ideologico-politico smascherarli sui dati piuttosto che attaccarli esclusivamente sull’impostazione ideologica. Boeri ha sparato numeri a caso. Giorgio ha ben documentato come i numeri siano del tutto sballati. A questo punto possiamo discutere sul fatto che porti avanti alcune sue tesi sulla politica della ricerca. Boeri è libero di farlo ma non è libero di farlo inventandosi delle cifre a supporto della sua tesi. Su questo specifico aspetto dobbiamo pretendere che lui chiarisca pubblicamente.

    • Non c’e’ dubbio, Roars e’ a disposizione di tutti, al contrario di Porta a Porta o La Repubblica. Siamo sempre aperti ad ospitare una discussione intellettuale franca e magari aspra su questi temi: far finita di niente e’ del tutto controproducente.

  1. La sfida è aperta: se un qualunque economista bocconiano o parabocconiano è in grado di suffragare le proprie affermazioni con evidenze empiriche in grado di passare il vaglio dei referee di PHYSICA A, che una rivista a basso IF (quindi senza filtri commerciali come quelli di Nature) ma il cui Editor (Stanley) è uno dei più autorevoli cultori dell’interdisciplinarità scientifica, mi impegno formalmente a non parlare mai piuù male dei bocconiani, nemmeno in privato. Penso che FSL potrebbe associarsi alla scommessa.

  2. Il fatto e’ che loro sono ipse dixit e quindi non accettano nessuna sfida. Ricordo a tutti il grande successo del libro di perotti, i cui dati sono stati confutati, anche con toni da metterlo in ridicolo, su questo sito e da una splendida recensione di mauro moretti. Purtroppo Perotti continua a dire come andrebbe cambiata l’italia e anche ad indicare il colore migliore dei muri di casa nostra, sulle pagine del sole. Mentre i suoi critici restano inascoltati. Ha ragione Sylos e’ una questione di bieco potere. Ancora peggio e’ che’ questi deterministi alla perotti trovano audience nei settori della politica che dovrebbero farci dimenticare l’ultimo ventennio. Siamo veramente nei guai.

  3. Nell’invito al convegno della Bocconi intitolato “La ricerca in Italia. Cosa distruggere, come ricostruire” si legge:
    “La situazione della ricerca in Italia è per certi aspetti drammatica.
    Una serie di domande fondamentali rimangono così inevase[per essere precisi, “una serie” è singolare, quindi rimane così inevasa] .
    È giusto tenere in vita dipartimenti e centri di ricerca in cui più del 30% delle persone [di nuovo, singolare e plurale!] non fanno ricerca al di sopra di standard minimi? E come va utilizzato il censimento valutazione della ricerca accademica appena terminato per rafforzare gli istituti che hanno maggiori potenzialità?
    È giusto concentrare gli investimenti su pochissime istituzioni di ricerca in grado di raggiungere una massa critica di scienziati di livello? E come assicurarsi che altre istituzioni traggano beneficio da questo investimento? Come è possibile aiutare le istituzioni in crescita a competere nella gara mondiale per accaparrarsi talenti?
    Quale raccordo è necessario stabilire tra ricerca, politica industriale e il tessuto e la tipologia delle aziende che abbiamo oggi e che avremo in futuro? Quale ricerca è maggiormente congeniale al nostro Paese? Dovremmo puntare quasi tutto sull’innovazione in aree collaudate – moda, turismo e alimentari – e indirizzare la “vera” ricerca in pochissimi settori, ben selezionati, giocando solo lì la nostra competizione
    col mondo globale della scienza?
    Di quale governance della ricerca abbiamo bisogno? Ogni Ministero per sé e “regole sparse” o serve una visione d’insieme e un’azione coerente nel tempo?
    Obiettivo della giornata è cercare di dare risposte almeno ad alcune di queste domande attraverso gli interventi dei più autorevoli protagonisti della ricerca pubblica e privata, e dei rappresentanti delle istituzioni e del mondo industriale.”

    Guardando agli interventi previsti nella mattinata, si parlerà di VQR, di IIT, di ricerca biomedica e di ricerca industriale. La tavola rotonda sarà di fatto in mano ad esponenti della ricerca privata – non vi saranno rappresentanti della ricerca pubblica e delle istituzioni governative. C’è dunque da chiedersi quali proposte verranno avanzate in termini di cosa distruggere, se il settore pubblico è già semi-distrutto e, per la ricerca industriale, si può citare la famosa frase di Woody Allen, “Dio è morto, Marx è morto e io mi sento poco bene”. Sarà interessante ascoltare le opinioni dei presenti circa la strategia dell’innovazione puntata su moda, turismo e alimentari. Tale domanda, del tutto legittima in un ambiente accademico in cui, sembra, non sia chiaro qual è il rapporto tra ricerca e innovazione, ricorda la famosa dichiarazione berlusconiana “Perché dobbiamo pagare lo scienziato se produciamo le più belle scarpe del mondo?” E chi sarà, tra i presenti, in grado di formulare proposte per una diversa governance, forse la ministra intervistata da Boeri al termine della giornata?

    Ben sappiamo che in un convegno una cosa è scrivere un breve testo dietro un cartoncino di invito, un’altra è la discussione. I guru della comunicazione ci dicono che i titoli debbono essere strillati per attrarre l’attenzione. Ben venga dunque “Distruggere e ricostruire”. Staremo ad ascoltare non solo le analisi ma, soprattutto, le proposte.

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