risk-europe-2010By Francesco Sylos Labini Research Europe11-09-2014

 

In research policy it is difficult to know which exploratory path will be more fruitful or which researchers will make a breakthrough.

Before 2004, for example, the publication and citation records of Andre Geim and Konstantin Novoselov gave no hint that they were about to discover graphene, resulting in thousands of citations a year and a Nobel prize. Many breakthroughs cannot be predicted and come from researchers who do not have an exceptional record.

Handling risk is an important task for funding agencies. They must decide whether it is more effective to give large grants to a few elite researchers or small grants to many researchers. The evidence, including a study based on data from the national research council of Canada, shows no correlation between grant size and citation impact, suggesting that larger grants do not lead to larger discoveries and that funders might therefore do better to target diversity rather than narrowly defined excellence.

However, the principal EU-level funder of basic research, the European Research Council, takes the opposite route, funding only 5 to 10 per cent of applicants. This creates several problems.

First, when there are so few winners, applications become risk averse and aim for consensus between reviewers. But innovative projects should explore subjects away from the mainstream and provoke discussion. It is unlikely that the projects that yielded graphene would have scored in the top 5 per cent in review.

Second, only researchers with very high bibliometric scores—well-established researchers—can hope to have their projects selected. This creates a Matthew effect: the rich get richer and the poor get poorer.

Third, now that writing, reviewing and administering grants absorbs so much of researchers’ efforts, a punitive rejection rate results in a huge waste of resources.

Fourth, at the European level, a highly competitive funding strategy favours those (northern European) countries with well-established research policy. Yet in Spain, Portugal, Greece and Italy, where national sources of research funding have almost disappeared and most university and research budgets go on salaries and infrastructure, the ERC is the only funder to which researchers can turn for curiosity-driven work.

Given the situation in their countries, any southern European researcher who wins ERC funding has a strong incentive to move. Eighty per cent of Italian holders of ERC grants, for example, are working abroad. The ERC grant system has become a mechanism for transferring money and talent from southern to northern Europe, increasing scientific, economic and social divisions.

Young southern European researchers unable to get an ERC grant may end up part of a lost generation, forced into low-quality employment. EU policymakers must ask themselves whether such educated people should be in that position, and whether various member states should really be forced to abandon all hope of becoming technologically competitive.

The real question in science policy is how to fund the innovative ideas lurking among the large corpus of professional scientists. To do this, funders must understand that there are different kinds of scientific quality, and that the pursuit of one idea of ‘excellence’ results from an ideological and unrealistic dogma. The search for creative and innovative research projects must acknowledge that science is a social process.

One way for the ERC to reduce the bias towards mainstream, flagship research programmes and create space for bottom-up, curiosity-driven research would be to relax its selection procedure—raising its success rate to, say, 30 per cent, with average grants becoming smaller. It might even introduce an element of randomness, which the British philosopher of science Donald Gillies has argued would lead to better funding decisions.

Other, more immediate measures could boost research policy and funding at the national and EU levels, and help young scientists in southern European countries. These include finding a regional balance for funding distribution among member states and encouraging R&D spending by removing it from deficit calculation.

Scientists in EU member states must also get involved in the debate about EU policy on research funding and its distribution. They have every incentive to raise their voices and do everything they can to prevent history from repeating itself. The fact that fiscal consolidation is written into the constitutions of Italy, Spain and Greece, whereas the target of spending 3 per cent of GDP on R&D remains an empty aspiration, tells us a lot about the place of research in the continent’s political priorities.

Francesco Sylos Labini is a physicist at the Enrico Fermi Center in Rome and works at the institute for complex systems at the CNR, Italy’s national research council. He is a founder and editor of the science policy blog Roars.it

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29 Commenti

  1. Articolo condivisibile per molti punti, per altri no.
    ———–
    1) L’idea con cui nasce l’ERC è di finanziare una particolare ricerca di eccellenza, non di sostituirsi ai fondi di ricerca degli stati membri. E’ chiaro che in un momento di crisi come questo la sua missione potrebbe essere rivista.

    2) L’ERC conosce come gestire i rischi: quando Geim ha ottenuto il suo grant, la percentuale di successo era solo del 3% e lui è stato selezionato. Tuttavia, concordo che se un reviewer mette un voto basso è questo risulta in pratica in un “potere di veto” ed è difficilissimo avere il proposal selezionato. Tuttavia, se si applicassero le regole dell’ERC in modo corretto, il voto finale non dovrebbe essere una semplice media dei voti dei reviewer ma piuttosto risultare da una valutazione collegiale. Ad esempio, un progetto con voti parziali 5,5,2( 5 è il massimo) potrebbe benissimo superare uno con 4.5,4.5,4.5.

    3) In nessuna sezione della domanda è previsto l’inserimento di indici bibliometrici del proponente, anche se alcuni li inseriscono comunque nella sezione CV. Inoltre, per la mia esperienza personale nel mio settore, non mi sembra che i progetti selezionati siano stati di individui con indici bibliometrici “super mediani”. Si punta molto sugli articoli del proponente come autore principale e pubblicate su riviste di prestigio.

    4) Concordo in parte sul Mattew effect: adesso si sta osservando che alcuni vincitori dei primi Starting Grant ottengono anche il Consolidator Grant.

    5) Il dato che “l’80% dei vincitori italiani di ERC lavori all’estero” è chiaramente errato e sensazionalistico, anche se è vero che questo riguarda una quota notevole dei nostri grantee (direi circa il 50% per Starting Grant) e rappresenta un criticità notevole.

    6) Il concetto “portiamo il finanziamento dal 10% al 30% dei proponenti” non è completamente condivisibile espresso in questo modo: capisco che sia difficile ma i progetti finanziati dovrebbero essere quelli di eccellenza in assoluto e non in % rispetto ai proponenti. Un altro modo di aumentare il numero di progetti finanziati potrebbe essere quello di intervenire pesantemente su budget, in considerazione che le spese per la ricerca in alcune aree sono significativamente diverse (es sperimentali Vs teorici).

    • “Il dato che “l’80% dei vincitori italiani di ERC lavori all’estero” è chiaramente errato e sensazionalistico” Prima di dire che il dato e’ errato bisogna fornire quale la fonte per il dato “giusto”. La mia fonte e’ la relazione di Anna Tramontano (Univ. La Sapienza, European Research Council) al primo convegno di Roars [https://www.roars.it/online/anna-tramontano-la-situazione-italiana-nel-contesto-del-finanziamento-internazionale/vedi minuto 12 sec. 10 e segg].
      .
      Qui il grafico.


  2. Contrariamente a quello che dice Anna Tramontano, il grafico non mostra percentuali ma valori assoluti. In blu sono gli incoming, in verde gli outgoing. Quelli che rimangono in Italia non sono riportati, e non sono in numero molto diverso dai verdi, come dice Marco Bella. L’80% pare essere una stima che Tramontano fa ad occhio interpretando male il grafico che sta presentando. Anche il 5% di tasso di accettazione mi sembra un po’ esagerato, visto http://erc.europa.eu/statistics-0.

    • “In blu il numero di vincitori di ERC”: insomma se si fa una critica almeno ascoltare quello che si critica e’ troppo sforzo ? Mah. (ps la stima e’ a occhio, ma e’ corretta al primo ordine)

    • Nella didascalia della slide il blu è spiegato come “Non-nationals in host country”, non come “il numero dei vincitori di ERC”. O sbaglio?

    • Questo vuol dire che, a occhio, almeno sulla base della slide, per circa 100 vincitori italiani che vanno fuori ci sono un po’ meno 20 vincitori stranieri che vengono in Italia, non che l’80 % dei vincitori italiani va all’estero.

    • Da quella slide e’ quello che risulta, bene. Oltre a questo dato la Tramontano aggiunge, circa la stima dell’80% dei vincitori italiani va all’estero, che “…noi abbiamo la maggior parte dei nostri ricercatori che hanno vinto grant erc che sono fuori dall’Italia. Ho un po’ di numeri che mostrano da dove vanno e da dove vengono …”. Poiche’ la Tramontano e’ nel board di ERC penso che abbia ben presente i numeri (nb dati del 2011). Ma ripeto se avete altre fonti siete i benvenuti a postarli, io mi sono rifatto al talk della Tramontano e a successive discussioni con lei.

  3. La frase “incriminata” è questa:
    ——-
    Eighty per cent of Italian holders of ERC grants, for example, are working abroad
    ——-
    Secondo me, non è quello che dice il grafico “brain drain”. Il grafico dice che ci sono circa 100 “nationals away from country” (riga verde, per me l’italiano che lavora a Varsavia) e circa 20 “non–nationals in host hountry” (riga blu, per me il polacco che lavora a Roma). Quanti sono i grant italiani? 124, secondo quanto detto qui:

    http://erc.europa.eu/statistics-0

    quindi abbiamo (124 grant totali-circa 20 grant di stranieri)= 104 grant di italiani in Italia. Direi che 104 italiani in italia e 100 italiani all’estero sono numeri confrontabili, per cui la mia stima è appunto 50% e 50%. Se ci fossero altre interpretazioni, sarei lieto di ascotarle.
    ———

    In ogni caso, il fenomeno è preoccupante. Come dice Anna Tramontano (ho avuto il privilegio di seguire il suo intervento dal vivo!!) che gli Italiani vadano via dall’Italia è fisiologico e può dipendere da tanti fattori, incluse le scelte personali. A guardare bene, potrebbe anche essere un fatto positivo: con la formazione della bistrattata università italiana molti ricercatori originari del nostro paese sono competitivi all’estero! L’università italiana non è affatto così male come ci vorrebbero far credere!
    Dovrebbero però esserci altrettanti stranieri che vengono in Italia e vincono il grant, e qui siamo molto carenti. Sicuramente, paghiamo pesantemente a causa delle nostre strutture carenti, ma anche da una burocrazia impossibile. Ascolterei tutto l’intervento di Anna Tramontano, in particolare quanto racconta i problemi assurdi nell’assumere uno straniero in italia. Per risolvere queste criticità non servono solo finanziamenti, ma soprattutto una normativa chiara e applicabile. Il momento in cui mi sono vergognato di più nell’università italiana è stato quando ho portato un professore tedesco a richiedere il codice fiscale qui a Roma… Da qui deriva il”brain drain” e porta allo scompenso ben evidenziato dal grafico.
    Comunque, Italiani bravi in Italia ci sono eccome… l’opinione diffusa sull’ERC è che non tutti i bravi vincono, ma vince è davvero bravo.

    • La stima di 50%, se fosse giusta, non sarebbe poi cosi’ differente da quella che ha detto la Tramontano dell’80% e che io ho riportato (non c’e’ un fattore 10, ma un fattore ~ 1,5). In ogni caso ci sono un paio di motivi per cui questo succede: il primo e’ che con una certa frequenza vince chi e’ gia’ fuori. Il secondo e’ che ci sono forti incentivi a andare fuori viste le prospettive di carriera in Italia. Il vero problema dell’ERC, come ha detto la Tramontano, e’ che la maggior parte delle borse va a finire nelle stesse istituzioni (eg Max Planck): come mi disse un policy maker europeo di alto livello gli ERC servono a aumentare il budget del Max Planck del 10%. In ogni caso e’ innegabile che ci sia un travaso di risorse umane e finanziarie dal Sud al Nord Europa (c’era un grafico che non ritrovo che mostrava che le universita’ Inglesi sono quelle che portano a cas piu’ finanziamenti Europei di tutti ad esempio). Questo e’ il punto politico dell’articolo, oltre ovviamente alla critica dell’ideologia dell’eccellenza che sta corredendo da dentro il sistema della ricerca – e non solo in Italia.

  4. Tre commenti
    1. i ricercatori “eccellenti” sono tali perchè ne esistono tanti, i più, meno eccellenti. Un po’ come i leoni nella savana. Campano perché ci sono masse di erbivori. Esagerando un po’ la scienza moderna (non quella ottocentesca), quella delle riviste impact factor, h factor etc, sta in piedi proprio perchè esistono i tanti non eccellenti. Le strategie dominanti in europa e in Italia vanno nella direzione di eliminare gli “erbivori” desertificando la savana. Non sembra una strategia così intelligente. I leoni finiranno per sbranarsi?
    2. Il fondo ERC sembra sempre di più e solo la modalità con cui i grossi laboratori e i nuovi “baroni” europei lanciano i loro pupilli. Per i “free lance” è dura, magari non impossibile, ma molto dura. Il fatto che gli inglesi prendano molti grants è dovuto a molti fattori, non secondario quello di controllare importanti riviste dove tentiamo tutti di pubblicare, che però finiscono per avere un’influenza generale negativa.
    3. Il problema non sarebbe l’ERC se ci fossero altre fonti di finanziamento decorose a livello nazionale e locale (anche nelle singole università) e non riproducessero lo stesso schema dell’ERC. Purtroppo anche qui stiamo andando nella direzione opposta (vedi PRIN)
    Firmato: un ricercatore di casta bassa

    • Sono d’accordo. Anche se mi sembra che il ERC non sia il finanziamento alla ricerca ma una sorta di premio. Se il tasso di successo è del 5-10% il problema è che c’è già una scrematura a monte per cui tra 100 ricercatori solo una frazione (10?) fanno domanda e di questi (10?) solo un 10% (1?) vince. Insomma pura follia ideologica, o calcolo ben preciso ma mascherato da ideologia pura: abbiamo forse soldi da sprecare per non premiare solo gli eccellenti? Ecco è questa retorica, accettata e amplificata anche da ricercatori di valore che è deleteria. Bisognerebbe rendere obbligatorio almeno un esame di storia e filosofia della scienza ai primi anni, anzi magari direttamente al liceo.

  5. Colgo l’occasione per ripetere, in questo commento, alcuni fatti storici e politici, che peraltro sono già noti a Francesco.
    1) La politica Europea della ricerca rappresenta un complemento istituzionale alle politiche Nazionali (della ricerca) – nel senso, in particolare, che non è (e non vuole esserne) un sostituto. Questo fatto è noto a tutti – cioè tutti (Stati Membri e cittadini) devono essere consci di questo fatto quando ci si siede al tavolo della discussione;
    2) Ovviamente, la politica Europea della ricerca deve interfacciarsi – proprio per (1) – con le varie Politiche nazionali, ma, essendo Una, è chiaro che deve assumere Un certo “modello” di politica nazionale, per andare a “complementarlo”. Tale modello è “per forze naturali” più simile ai buoni modelli del centro-nord Europa che a quelli del Sud;
    3) Nel tipico modello nazionale di politica della ricerca, ci sono [già] strumenti di finanziamento dei progetti di ricerca, affluenti o comunque sufficienti per l’ordinaria vita delle istituzioni accademiche e di ricerca;
    4) Nel tipico modello nazionale di finanziamento dei progetti di ricerca è molto diffuso il modello competitivo per gruppi di ricerca “piccoli” e “co-locati” piuttosto che per “Network” e “grandi collaborazioni”, visti piuttosto come uno scadimento politicheggiante o iperburocratico;
    5) Nel tipico modello nazionale di finanziamento dei progetti di ricerca sono degli Enti specifici gestiti da qualificati ricercatori a gestire i singoli programmi, e non i Ministeri (i.e. l’autorità politica);
    6) Nel contesto del Programma Quadro Europeo (che è lo strumento operativo più rilevante della politica Europea della ricerca) mancava, fino a 10 anni fa, uno specifico programma destinato al finanziamento di progetti di ricerca “per gruppi piccoli”, perché tutto era congegnato nell’ottica della cooperazione sovranazionale, oltre che della “sussidiarietà”, e fu un movimento di scienziati piuttosto che di Stati a volere e desiderare un’istituzione ed un programma come l’ERC;
    7) “Ovviamente” il citato movimento di scienziati era orientato e guidato da persone e idee di “centro-nord Europa” piuttosto che del Sud, ma il contesto generale era da vedersi e intendersi come “pro-Europeo”;
    8) Nell’appoggiare la creazione dell’ERC, gli scienziati Europei e le loro organizzazioni ritenevano di dotare l’Europa di uno strumento (a) aggiuntivo, (b) di qualità, (c) adatto a raccogliere la sfida globale, e contenere il brain-drain, soprattutto alla luce del gran parlare di “società basata sulla conoscenza” dei primi anni del Millennio.
    Spero di aver fornito o chiarito alcuni concetti di base utili alla discussione.

    • Grazie per aver stabilito una verità contestuale. L’accanimento contro ERC mi pare incomprensibile. Non è l’unico programma europeo che finanzia ricerca di base. Per esempio, esiste FET che, oltre al vasto programma Open, ha al momento i due grossi flagship projects su graphene e human brain. ERC non è il programma più selettivo. Per esempio FET Open in FP7 ha avuto un tasso di accettazione di proposte inferiore al 5%, e nella prima cutoff date di Horizon2020 FET Open ha ricevuto ben 675 proposte. La scrittura di proposte ERC richiede un impegno assai minore (di almeno un ordine di grandezza, sperando che così FSL consideri la differenza significativa) della scrittura di una proposta europea di altro tipo (per esempio, ancora FET Open).
      Sia i finanziamenti erogati a consorzi (es., FET) sia quelli in forma di grant erogati ad individui (ERC) consentono di assumere ricercatori bravi e meno bravi, idealmente i più bravi che si riescono a trovare. ERC ha il grande vantaggio che li puoi assumere per cinque anni, e questo è senz’altro più attraente per i ricercatori bravi.
      Io sto coordinando un progetto FET Open e sono felice, ma sarei più felice di aver vinto un ERC ;-)

    • 3) Non in Italia
      4) Non in Italia
      5) Non in Italia
      Politiche per la ricerca in Italia? No comment

    • Grazie Renzo. Come dice Alberto in Italia non ci sono le condizioni necessarie per cui la politica EU abbia senso. Ora non ci sono più neppure in Spagna, Portogallo, Grecia e la Francia sta sull’orlo del burrone. Facciamo finta di niente? Colpa dei governi nazionali e la UE non può fare nulla? Balle. La UE può fare molto, mette delle multe se produci troppo latte e ha imposto il cambiamento delle Costituzioni dei alcuni dei paesi membri. E Non può intervenire sulla politica scientifica? Non vuole e non è interessata: la questione è solo politica, come denunciamo nella lettera aperta.

    • Condivido molto quello che dice Francesco. In realtà come per le politiche di austerità, anche per la ricerca l’UE ha adottato un approccio che forse ha finito per allargare le divergenze tra paesi. E forse anche l’emigrazione dei cervelli dal sud-europa verso il centro Nord e UK è una conseguenza non so quanto non voluta di quelle politiche.

    • Roc: per prima cosa le devo dire è che è piuttosto irritante polemizzare con chi non ha neppure il coraggio di firmarsi. Il problema della politica dei grants EU è che è diventata un riferimento anche per quella nazionale, basta vedere cosa succedeva con i Prin (ma non ci sono più! ah già!) e ora con i SIR (in teoria of course). Tassi di accettazione ridicoli. Il punto è semplice: o c’è una analisi fondata sui dati che mostra in maniera chiara che premiare “l’eccellenza” sia una cosa che abbia un minimo di senso, oppure la conclusione (ad esempio la mia) è che questa è pura ideologia imposta da persone che conoscono la ricerca e il processo scientifico come io conosco il mandarino antico. Infine un’altra inaccettabile pratica è proprio quella dei progetti flaghships: decisioni prese chiassàdove e da chissàchi in maniera del tutto top-down. Come i nostri progetti bandiera (ah! ma hanno lo stesso nome ! ma guarda un po’!)

  6. Mi sembra francamente fuori luogo prendersela con l’ERC perche’ propone un certo tipo di grant, evitando completamente di prendere in consderazione l’intero impianto dei grant europei. Cerco di schematizzare:
    1) i grant ERC non sono gli unici grant europei, sono solo uno dei pillars, il piu’ prestigioso certo ma la critica viene mossa come se tutti i fondi venissero distribuiti nello stesso modo. Tradizionalmente la ricerca finanziata dalla CE è stata quasi sempre di tipo “collaborativo” e la maggior parte dei fondi vengono tutt’ora indirizzati verso questo tipo di ricerca
    2) una tipologia di grant dedicata all’eccellenza mi sembra assolutamente adeguata. Il discorso del rischio è del tutto fuori luogo in quanto uno degli obiiettivi dell’ERC è proprio quello di rischiare investendo su ricerca che ha scarse possibilita’ di successo ma che rappresenterebbe un deciso passo avanti nel caso l’avesse
    3) i fondi europei sono per definizione soltanto complementari a quelli nazionali. Il fatto che l’Italia abbia azzerato gli investimenti in ricerca è un dato anomalo. L’Europa dovrebbe cambiare politica perche’ italia, grecia e portogallo hanno deciso di suicidarsi? Potrebbe essere una proposta ma la risposta non mi pare affatto scontata
    4) non sta scritto da nessuna parte che i finanziamenti nazionali debbano seguire la stessa impostazione di quelli europei. In Italia la corruzione si è diffusa a livello talmente capillare che ormai imitare un non-italiano è vista come una sorta di clausola di salvaguardia dal marciume locale. Fa un po’ il paio con lo “straniero” inserito maldestramente nelle commissioni ASN. Difficile vedere la colpa dell’ERC in questo atteggiamento idiota. Sarebbe forse il caso che l’universita’ italiana (e tutti gli altri settori, ovviamente) cominciassero a rigettare la corruzione dall’interno. Io continuo a vedere che tutti stanno zitti di fronte alle nefandezze piu’ allucinanti…
    5) il discorso sulle percentuali di progetti finanziati non ha senso perche’ queste non vengono decise a priori. Viene deciso a monte il numero di progetti, sulla base dei fondi disponibili. Le percentuali estremamente basse dipendono dal fatto che il numero delle application aumenta sempre di piu’, anche per le politiche suicide dei governi nazionali rispetto ai tagli alla ricerca.
    6) i finanziamenti a pioggia, piccole somme date a tanti si sono sempre dimostrate uno spreco.
    Saluti,
    V.

    • Ho già risposto ai punti 1-5 (vedi discussione con Renzo Rubele). Per il punto (6) mi piacerebbe avere una referenza che mostri che il suo punto di vista abbia una base documentale e non sia un pregiudizio ideologico. Oltre a N esempi (con N>>1 a partire dal caso del grafene che cito nel testo) conosco, tra gli altri, questo studio
      .
      We conclude that scientific impact (as reflected by publications) is only weakly limited by funding. We suggest that funding strategies that target diversity, rather than “excellence”, are likely to prove to be more productive.
      .
      http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0065263
      .
      che giunge a risultati opposti a quelli che dice lei. Rimango in attesa.

    • Che i finanziamenti a pioggia alla ricerca siano uno spreco è un mantra che dovrebbe essere provato. Così come l’idea che premiare solo l’eccellenza sia la scelta corretta. Non ci sono soluzioni semplici. Io trovo le considerazioni di Donald Gillies sulla desiderabilità di fondi attribuiti casualmente del tutto convincenti. Le potete leggere qui: http://riviste.unimi.it/index.php/roars/article/view/3834

    • A me le argomentazioni per trasformare i funding schemes in lotterie sembrano piuttosto deboli.

      Il problema e’ che la probabilita’ di ottenere un ERC grant e’ del 10% sul totale degli applicanti. Per chi e’ veramente al top del suo campo in realta’ e’ molto piu’ alta, anche il 50% di success rate, mentre per chi e’ solo “molto bravo” e’ 0%.

      Basterebbe aumentare al 30% la percentuale di successo assegnando grant piu’ magri, sarebbe abbastanza per distinguere chi e’ molto bravo da chi e’ solo bravo.

      Premesso che un vincitore di ERC grant non e’ che va in nord europa perche’ preferisce la pioggia al sole e al mare, ma neanche perche’ e’ turbocapitalista. Ci va perche’ ha voglia di fare ricerca e non politica, non avendo a che fare con una parte di colleghi che considerano la ricerca un infantile voglia di primeggiare (letto veramente!), sciopero di studenti 30enni con kefiah (ma villa in collina), ecc

  7. Bell’articolo di FSL. E’ il noto problema del compromesso fra “exploration” e “exploitation” che si ritrova nelle politiche decisionali in vari contesti scientifici, socio/economici, ecc.
    Un ulteriore punto che vorrei inserire nella discussione (ad es. per chi sostiene i finanziamenti a piogga) e’ la questione della valutazione *ex-post*, del tutto assente in Italia, e che rende, temo, questo tipo di finanziamento qui da noi un tantino disinvolto. La mia opinione e’ che il finanziamento a piogga (exploration) in una qualche misura sia opportuno, ma con qualche cautela: deve essere affiancato da una valutazione che consenta di stabilirne a posteriori la bonta’.
    Sono di solito i sistemi di finanziamento nazionali che li assicurano questi finanziamenti, e in Italia sono sostanzialmente spariti…

    • Ti diranno che la ricerca fondamentale non si puo’ valutare neanche a posteriori, perche’ il numero di citazioni/pubblicazioni e’ fuorviante, perche’ una ricerca per ora infruttuosa potrebbe essere il germe di grandi imprese scientifiche un domani, ecc.

  8. Francesco Sylos Labini: basta con questa manfrina che chi sta usando un nickname “non ha il coraggio di firmarsi”. Mi chiamo Davide Rocchesso e qualche anno fa mi sono iscritto a questo blog con un nickname perche’ mi avete dato la possibilita’ di farlo. Se non vi va bene togliete questa possibilita’.
    Mi pare che in questo articolo e in questo scambio si siano lette affermazioni manifestamente sballate alle quali piu’ persone hanno replicato in modo fin troppo garbato. Se poi voi pensate che attaccare ERC sia il modo giusto per spingere i governi del sud Europa a erogare fondi per la ricerca, rispetto il vostro pensiero ancorche’ lo trovi piuttosto illogico. Per concludere, io ritengo che in Italia i pochi fondi disponibili dovrebbero essere erogati a pioggia, sia perche’ un minimo vitale e’ necessario per ogni ricercatore, sia perche’ le altre forme di erogazione si sono sempre scontrate con un sistema diffusamente corrotto. Lo so bene che i prin erano selettivi, e conosco anche bene i meccanismi non propriamente darwiniani di selezione della specie. Nella mia personale esperienza con la commissione europea, sia come proponente siamo come revisore, posso dire che il livello di serieta’ e correttezza e’ incomparabilmente piu’ alto. Certo, a chi ritiene che sia l’Europa a corrompere l’Italia, non ho argomenti da opporre.

    • Davide Rocchesso lo abbiamo scritto e ripetuto più volte: i commenti di anonimi sono tollerati fintanto che non entrano in prolungata polemica. Non è accettabile che in un blog in cui si discute in maniera polemica con degli accademici, le persone si nascondano dietro un nick name.
      .
      Non si capisce quale siano le affermazioni manifestamente sballate a cui lei fa riferimento. Ho citato dei dati e ho citato l’autorevole fonte (un membro del board ERC). Verificheremo in dettaglio se si tratta del 50% o dell’80%, ma come ho già scritto il discorso non cambia.
      .
      Nel mio articolo ho fatto delle critiche alle grant ERC basati su argomenti specifici dunque se vuole replicare, lo faccia nello specifico il che non significa farmi dire che “ritengo che sia l’Europa a corrompere l’Italia” perché questa è solamente una sciocchezza che non ho mai scritto.

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