Autonomia universitaria / Riforme dell'Università

The Dark Side of the Moon: vediamoli tutti i punti della proposta 3Elle

Alessandro Figà Talamanca in un recente contributo su ROARS ha esortato a non nutrire aprioristici pregiudizi per le proposte TREELLLE (di seguito: 3L), facendo notare che fra i 100 punti programmatici che chiudono un rapporto di studio recentemente pubblicato da questa associazione ce ne sono alcuni di buon senso. In effetti quelli che Figà Talamanca ha indicato possono sembrare tali. Ma il lettore di ROARS deve essere consapevole che questa associazione non profit, rigorosamente apartitica, ma legata a doppio filo alla Fondazione Agnelli, ha in mente un’idea assai precisa di Università. Esiste, in altre parole, un “dark side” della proposta 3L che si snoda attraverso un nutrito drappello di punti programmatici che chiudono il Rapporto di studio.

Cinque le chiavi di volta dell’Università immaginata da 3L:

1) il definitivo azzeramento dell’autonomia accademica dell’Università italiana nel significato presupposto dai Costituenti, per privilegiare una visione di fondo nella quale la politica, attraverso una cabina di regia facente capo alla Presidenza del Consiglio (punto 6), e il mercato (punti 16, 18, 20, 44, 51, 53, 54, 78, 79, 81, 82, 88), prendendo possesso del governo degli atenei, diventano le stelle polari del sistema universitario;

2) un’Università sempre più diversificata sul territorio, ove le “eccellenze” e i finanziamenti basati sulla premialità siano concentrati in alcune sedi (punti 4, 17, 44, 45, 50, 65);

3) un’Università ad accesso controllato, tendenzialmente a numero chiuso (punto 55);

4) un’Università che professionalizza, che fa del mettersi al servizio delle imprese un suo tratto fondante e strutturale (punti da 83 a 91);

5) un’Università che rilancia sulle pratica valutative poste in essere da ANVUR, rinforzando potere, mezzi e prerogative dell’Agenzia sottoposta all’esecutivo (40, 41, 44, 45, 50).

Il lettore che voglia convincersene non ha che da leggere la selezione dei punti proposti da 3L che riproduciamo nel post.

Punti programmatici tratti dal “Quaderno n. 13” dell’Associazione TreeLLLe, dal titolo Dopo la riforma: università italiana, università europea. Proposte per il miglioramento del sistema terziario


4. La chiave di volta per essere competitivi a livello internazionale è la diversificazione degli atenei, sviluppando vocazioni in specifici campi della ricerca e della didattica, aumentandone l’attrattività e l’apertura al mondo in termini di docenti, studenti e investimenti pubblici e privati. Le università e le altre istituzioni terziarie devono soddisfare al contempo a) la domanda di un numero sempre maggiore di studenti (e di adulti) con bisogni molto differenziati adottando una didattica adeguata (“Student-Centered Learning”); b) l’impegno per la ricerca e la cura della eccellenza (lauree magistrali e dottorati), ma la promozione dell’eccellenza deve e può coniugarsi con la promozione della qualità media diffusa nel sistema.
6. Specificatamente per la ricerca italiana, sarebbe altamente auspicabile creare, come in molti paesi avanzati, un organismo permanente di coordinamento nazionale di università e ricerca incardinato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri (sul modello del Chief Scientific Advisers Committee inglese) che:
  • si occupi in modo coerente del Piano Nazionale della ricerca individuando gli obiettivi e le linee strategiche di sviluppo e finanziamento per tutta la ricerca (non solo la frazione di pertinenza MIUR);
  • ottimizzi la distribuzione e l’utilizzo dei fondi per la ricerca erogati da diversi ministeri;
  • coordini i numerosissimi enti che svolgono attività di ricerca, oltre a quelli vigilati dal MIUR, e le molte risorse in arrivo attraverso i fondi strutturali europei destinati a ricerca e innovazione. [Il punto, per inciso, coincide col suggerimento recepito e rilanciato dall’ANAC di Cantone nel Piano Nazionale Anti-Corruzione, di cui ROARS ha già offerto un’ampia analisi critica]
15. Alla luce di quanto detto, occorrerebbe superare la regola che vincola le entrate da tasse universitarie al 20% dell’FFO ricevuto dagli atenei, fissando regole comuni tra atenei per la contribuzione delle famiglie con reddito inferiore a una certa soglia e lasciare poi piena libertà agli atenei al di sopra della soglia di salvaguardia. Il mancato gettito dovuto alla limitazione della tassazione per le famiglie meno abbienti dovrebbe essere coperto con trasferimenti statali.
16. Prevedere misure incentivanti per ogni tipo di collaborazione tra settore privato e università, lasciando piena libertà di utilizzo sulle risorse che le università raccolgono sulla base di contratti con i privati. Rafforzare anche lo strumento della donazione.
17. Eliminare in 5 anni la quota storica del finanziamento, fonte di iniquità e non idonea a incentivare comportamenti virtuosi, portando il costo standard a coprire il 70% delle risorse assegnate e la quota premiale al 30%.
18. Stimolare la valorizzazione in chiave imprenditoriale della ricerca e dell’innovazione anche promuovendo una risposta adeguata – ed economicamente remunerativa – alla domanda di formazione permanente e ricorrente e di formazione a distanza, attraverso attività e servizi didattici a pagamento, anche in collaborazione con imprese, Enti locali, ordini professionali.
20. Qualificare e potenziare il management tecnico-amministrativo degli atenei anche con manager provenienti dal settore privato.
40. Considerare l’ANVUR (agenzia esterna e indipendente, vigilata dal MIUR [questo la legge non lo mette in pratica]) uno strumento strategico di valutazione delle varie attività degli atenei (ricerca, didattica, ecc.), una bussola per i decisori pubblici e le stesse istituzioni universitarie, per capire dove si trovano e dove stanno andando la ricerca e l’istruzione superiore rispetto agli obiettivi prefissati dal MIUR.
41. Rafforzare l’ANVUR secondo opportuni standard europei, dotandola del personale e delle risorse necessari ad assolvere adeguatamente le complesse funzioni che le sono state attribuite.
44. Utilizzare i risultati della valutazione per rafforzare l’autonomia di quegli atenei ed enti che abbiano provato il proprio valore e per alleggerire i carichi burocratici e valutativi (ad esempio, alleggerimento sugli accreditamenti iniziali e periodici, visite in loco ogni 10 invece di 5 anni), ferma restando la valutazione dei risultati conseguiti da parte del Ministero e dell’ANVUR.
45. Utilizzare questi stessi risultati per favorire la differenziazione tra gli atenei anche in materia di specializzazione delle attività di ricerca, per esempio a partire dai dottorati, ma anche dalla tipologia della didattica e quindi delle lauree rilasciate. Occorre pensare ad atenei in grado di offrire livelli diversi di didattica e di ricerca, diversi tipi di laurea e dottorato, anche in settori diversi del sapere.
50. Proseguire nell’attività di accreditamento e valutazione (AVA) dei dottorati di ricerca, che ha permesso una razionalizzazione del numero dei corsi e un innalzamento della qualità scientifica media dei collegi di dottorato.
51. Passare da una “governance collegiale” (spesso corporativa) a una “corporate governance”, cioè alla separazione delle responsabilità tra ruoli accademici e ruoli economico-finanziari e manageriali (tipici del Consiglio di Amministrazione); passare quindi da una figura di un Rettore che media tra interessi potenzialmente conflittuali (tra quelli del corpo docente e quelli dello Stato e degli studenti) al Rettore “imprenditore della ricerca” e garante di una gestione finanziaria sostenibile.
53. Modificare il sistema elettivo del Rettore: si raccomanda che il Consiglio di Amministrazione, sentito il Senato accademico, nomini un Search Committee (comitato di personalità di chiara fama in ambito scientifico e accademico) composto da 5 persone esterne dall’Ateneo e da uno interno che ha il compito di ricercare e ricevere le candidature e scegliere una rosa di tre nominativi anche non appartenenti ai ruoli dell’Ateneo di cui ha verificato la disponibilità. Il Rettore sarà poi eletto, tra questa rosa di tre candidati, da un largo corpo elettorale secondo le indicazioni della legge 240/2010. La scelta del Rettore dovrebbe in ogni caso avvenire sulla base di un programma preciso per lo sviluppo dell’università e dovrebbe esistere un organismo in grado di valutare il buon perseguimento del programma che ha enunciato.
54. Il Consiglio di Amministrazione, su proposta del Rettore, nomina i Direttori di Dipartimento (scuole, centri di ricerca, etc.) avendo concordato con loro obiettivi ben definiti da conseguire, su cui poi saranno valutati. In ogni caso, anche a prescindere dalla nomina dall’alto, a differenza di quanto avviene oggi, i Direttori di Dipartimento dovranno essere sempre valutati su obiettivi da conseguire.
55. Onde evitare che gli atenei reclutino studenti ad ogni costo, ogni ateneo (e all’interno per ogni raggruppamento omogeneo di corsi di laurea) dovrebbe essere invitato a fissare il tetto massimo di studenti ammissibili ogni anno in base a criteri fissati dal MIUR che riguardino le risorse fisiche (mq. per studente) e umane (numero dei docenti per corso e per studente), ferma restando la capienza complessiva del sistema per far fronte alla domanda. Per favorire una gestione più trasparente, efficienti e attenta alle esigenze degli studenti, ogni università, indicativamente, non dovrebbe superare la soglia di 40.000 iscritti. Particolare attenzione dovrebbe allora essere dedicata ai mega atenei che, anche utilizzando l’art. 1 c. 2 della legge 240 (vedi proposta 52), potrebbero essere ridimensionati con nuove soluzioni organizzative e normative (segnatamente per l’area delle scienze mediche).
65. Avviare una riflessione strutturata su caratteristiche e finalità del dottorato, il prodotto di punta dell’università italiana che non deve più essere visto esclusivamente come primo passo di una carriera accademica, ma come qualificazione di alto livello in grado di dare un contributo importante al sistema produttivo, all’amministrazione pubblica e alla ricerca. Questa riflessione dovrebbe tenere conto che la capacità di offrire corsi di dottorato di qualità costituirebbe un elemento capace di operare indirettamente quella specializzazione e differenziazione tra atenei che si auspica.
78. L’università deve costruire il futuro (e la nuova classe dirigente). Nella P.A., l’università non può non essere un “diverso”. Valutare la possibilità di trasformare le università in enti autonomi (pur sempre soggetti al controllo e valutazione periodica dell’amministrazione pubblica) per consentire loro la “autonomia strategica”, per individuare il proprio “posizionamento” e innovare e competere, anche a livello internazionale, con la flessibilità e la prontezza necessarie.
79. Per intanto sperimentare, grazie alla rapida approvazione del decreto attuativo richiesto, l’opportunità concessa dall’art. 1 della Legge 240/2010 ove si prevede che sulla base di accordi di programma tra il MIUR e le università che hanno conseguito la stabilità e la sostenibilità del bilancio, possono sperimentare propri modelli funzionali e organizzativi, ivi comprese modalità di composizione e costituzione degli organi di governo e forme sostenibili di organizzazione della didattica e della ricerca su base policentrica, diverse da quelle indicate nell’articolo 2 (ovvero quelle generali previste dalla stessa Legge 240).
81. Inserire tassativamente, nel piano annuale della performance di ogni ateneo, obiettivi quantitativi e di progetto per tutte le articolazioni strutturali dell’ateneo (Facoltà, Scuole, Dipartimenti, Centri, etc.).
82. Concedere alle università di una totale autonomia nell’assunzione di dirigenti amministrativi a tempo determinato su fondi propri, con eliminazione del vincolo dell’8% rispetto al personale dirigente e ammettere ai concorsi pubblici per dirigenti a tempo indeterminato anche quadri provenienti dal settore privato.
83. Per aumentare il numero dei laureati e ridurre l’elevato numero di abbandoni, le Università avviano (su basi facoltative) le Scuole Universitarie Professionali (SUP) e gli studenti interessati a lauree triennali a carattere professionalizzante si iscrivono a questi atenei.
84. Le SUP sono dotate di un proprio statuto e di propri organi di governo (con presenze e competenze esterne)
autonomi e separati rispetto agli organismi di governo degli atenei , così come avviene per gli IUT francesi; le lauree professionali non sono offerte dagli attuali Dipartimenti o dalle Scuole/Facoltà delle Università, ma dalle loro SUP che vengono appositamente costituite; le Scuole Universitarie Professionali rilasciano le lauree professionali (LP) caratterizzate da percorsi triennali, le quali sono contraddistinte da una classe diversa rispetto alle classiche lauree triennali (LT) che consentono il passaggio alle Lauree Magistrali (LM).
85. Le SUP, una volta consolidate, possono evolvere a organizzazioni completamente indipendenti dalle Università e diventare degli istituti sulla falsa riga delle Fachhochschulen, con la conseguenza che gli studenti che desiderano conseguire le lauree professionali non si iscrivono più alle Università, ma direttamente alle Scuole Universitarie Professionali.
86. Il finanziamento delle SUP, a regime, si giova di risorse stabili e dedicate dello Stato, di fondi regionali nonchè delle imprese o enti, da destinare con vincoli di utilizzo alle università disponibili a creare questo nuovo canale formativo; l’attivazione delle lauree triennali è subordinata alla disponibilità (formalizzata mediante protocolli di intesa o convenzioni) di imprese, ordini professionali, enti pubblici e privati, ecc., allo svolgimento di stage in numero pari a quanto programmato; sono previste partnership con imprese, enti e scuole secondarie per valorizzare strutture laboratoriali presenti; viene istituito presso le Camere di commercio il Registro nazionale per le SUP sulla falsa riga di quello previsto per l’alternanza scuola-lavoro; per garantire una possibile integrazione tra ITS e SUP, negli organi di governo di queste ultime saranno possibili rappresentanti degli ITS operanti nel territorio.
87. Le SUP promuovono corsi con accesso a numero programmato (in prima applicazione fino a tre corsi per Ateneo per anno con 50-100 allievi per corso di laurea); nella programmazione dell’offerta formativa, le SUP tengono conto delle indicazioni dei soggetti attivi nei processi di sviluppo territoriale, in primis le rappresentanze del sistema economico locale, degli ordini professionali, degli enti pubblici e delle regioni; nella progettazione didattica il riferimento non è ai settori scientifici disciplinari ma ai macrosettori.
88. I requisiti del numero di docenti per l’attivazione delle lauree professionali sono meno stringenti rispetto alle triennali (ad esempio 2 docenti per annualità come per le lauree sanitarie). Devono essere previsti tutor universitari e tutor aziendali (o dell’ente); la docenza deve essere composta almeno per il 50% da soggetti esterni all’università, provenienti dal mondo del lavoro e delle professioni con una specifica esperienza professionale maturata nel settore di almeno 5 anni; il personale afferente all’università è impiegato in prevalenza per le discipline più teoriche e per il coordinamento dell’attività didattica.
89. Almeno il 50% dell’insegnamento deve essere focalizzato su aspetti professionali. La formazione deve portare all’acquisizione di conoscenze e competenze rivolte all’esercizio di funzioni di carattere specialistico.
90. Il tempo scuola deve essere all’incirca ripartito in 1/3 di lezioni frontali, 1/3 di formazione in laboratorio, 1/3 di stage presso imprese o enti (ovvero 60 crediti di didattica frontale, 60 di didattica laboratoriale e 60 di stage). Il terzo anno viene speso prevalentemente sul campo (oppure un semestre al secondo anno e un semestre al terzo in logica di alternanza scuola-lavoro). Il terzo anno usufruisce di programmi che favoriscono l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani (FSE, garanzia giovani, alto apprendistato, ecc.) al fine di consentire agli studenti di
ottenere una retribuzione minima o un rimborso spese.
91. Definire delle “passerelle” che consentono ai diplomati biennali ITS di iscriversi alle SUP per conseguire la laurea professionale con un riconoscimento di un numero minimo di crediti e ai laureati triennali SUP di accedere alle altre lauree universitarie con il riconoscimento di un numero minimo di crediti.
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