La discussione sulle mediane non-bibliometriche ha finora avuto ad oggetto principalmente il modo in cui si è pervenuti alla loro definizione, mettendone in luce le equivocità e le contraddizioni (ed è stato scritto molto su ciò in Roars), che il recente intervento di Andrea Graziosi non fuga del tutto, per come si evince dai molti commenti ad esso susseguenti. Vorrei invece qui sostenere delle cose diverse, ovvero l’effetto perverso che tali mediane (specie la terza) possono avere sulla vita scientifica nel lungo termine e la loro sostanziale inutilità nel breve, oltre a rispondere ad alcuni argomenti che ho letto varie volte su queste pagine, in particolare a difesa della terza mediana.  Cominciamo da questi ultimi.

1. Alcuni argomenti assai ripetuti

Innanzi tutto ritengo che una delle giustificazioni portate per sostenere quanto meno la non dannosità per i “non interessati” della terza mediana sia quanto meno inesatta. Dire che essa sia ‘aggiuntiva’ e non ‘sostitutiva’ sarebbe corretto se essa si “aggiungesse” alle altre due, ovvero se si richiedesse che, oltre a un numero x di monografie e/o a un numero y di articoli normali, ci fosse anche un numero z di articoli in fascia A. Si sarebbe potuto, ad es., utilizzare la terza mediana come demoltiplicatore delle altre due mediane, nel senso che uno o due articoli in fascia A avrebbe fatto ridurre il numero delle monografie o articoli normali necessari. Ma invece non è così: bastano uno o due articoli in terza mediana per ‘sostituire’ ogni altro criterio e quindi non importa di avere zero nelle altre due mediane. In effetti col parlare di ‘aggiuntività’ si voleva dire una cosa diversa: che la terza mediana non danneggia coloro che non la posseggono, perché in ogni caso questi possono fare valere una delle altre due mediane; essa cioè è “non esclusiva”. Ma il problema non è se si danneggiano gli altri, ma se si stabilisce una situazione di privilegio per alcuni con delle regole che rendono loro più facile essere papabili di idoneità. Infatti, una situazione di privilegio per parte di una popolazione è ipso facto un danno per il resto di essa.

Inoltre, per sostenere l’utilità della terza mediana si afferma che la sua eliminazione «danneggerebbe quegli studiosi la quantità delle cui pubblicazioni è limitata, ma che hanno prodotto risultati di qualità. È stata pensata soprattutto per giovani che non hanno ancora avuto il tempo di pubblicare molto ma che sono già apprezzati dalla comunità scientifica» (lettera di Agostino Giovagnoli della SISSCO, l’associazione degli storici contemporanei, ai soci). Non vogliamo entrare nel merito se effettivamente l’elenco delle riviste in fascia A sia effettivamente rispondente ai criteri di qualità enunciati (e le riserve sollevate in merito sono già numerose) o se piuttosto (specie per quelle italiane) non abbia risposto all’esigenza di accontentare i gruppi e le scuole forti e riconosciute, o le persone ‘autorevoli’, in modo da non scontentare nessuno (è questa la mia impressione per quelle di filosofia).

Quel che importa è il suo effetto immediato, ovvero la conseguenza – è stato detto più volte – che basta essere stati negli ultimi dieci anni al posto giusto, con le aderenze giuste, al momento giusto e si è tra i giovani migliori e quindi candidabili. Il giovane dottorando del docente facente parte del comitato scientifico della rivista giusta (limito il discorso alle riviste italiane) e che ha pubblicato in essa solo un estratto della sua tesi di dottorato, potrebbe essere in teoria candidabile a PO. Ma, se il criterio della retroattività verso i titoli vale per gli ultimi dieci anni, non sono però retroattivi i criteri minimi per la scientificità delle riviste e i criteri generali per la definizione delle riviste in fascia A (comitati scientifici, peer review ecc. – vedi punti 3.1 e 3.2 del Documento di accompagnamento: mediane dei settori non bibliometrici), in quanto solo negli ultimi anni – e in modo ancora assai approssimativo e incompleto – le riviste italiane hanno cominciato ad attrezzarsi in questo senso, dopo aver fiutato il vento. Per gran parte degli ultimi dieci anni è sempre valso il criterio della ‘vicinanza’: Tizio presenta il proprio allievo a Caio che fa parte o dirige la rivista Vattelapesca il quale con benevolenza ne pubblica il contributo perché non può dir di no all’amico e collega (oppure vengono più direttamente e semplicemente pubblicati gli articoli dell’entourage di riferimento della rivista). Ciò di fatto non pone solo un problema di retroattività, ma di giustizia di fondo, precostituendo una situazione di privilegio per alcuni a danno di altri.

In merito al problema della retroattività e della sua sostanziale ingiustizia o meno (argomento del ricorso al TAR Lazio dei costituzionalisti
contro l’allegato B al DM 76 “criteri e parametri”), qualcuno ha sostenuto che in ogni caso le valutazioni si fanno su “partite giocate nel passato”: bella scoperta! Sarebbe ben strano che si giudicasse un candidato sulle sue “future partite”, anche se in qualche caso questo è avvenuto… Si è anche detto che di fatto, quando si presenta un curriculum, viene giudicata la sede in cui si sono pubblicate gli articoli: mica Cambridge può leggere 200 CV al giorno! A parte il fatto che in genere non tutti presentano la loro candidatura a Cambridge, è ovvio che quando un commissario valuta la carriera di qualcuno ha dei parametri di giudizio e tra questi può anche esservi quello della sede di pubblicazione (ricordo che nei vecchi concorsi, questa era esplicitamente citata tra i fattori da valutare), ma questi parametri sono plurali (dipendono dalla sensibilità dei singoli commissari), possono essere discussi in sede di commissione e non dispensano dall’analisi o valutazione dei contributi o articoli pubblicati, anche in sedi meno prestigiose; non sono costanti e fissati per legge o regolamento, come sta avvenendo nel caso della terza mediana (o delle altre due). Mi pare che questa sia una bella differenza.
 È ovvio che debba esistere qualche criterio di qualità: nessuno qui a Roars ha sostenuto il contrario. Il contendere è nel fatto se questo criterio di qualità debba essere stabilito centralmente e una volta per tutte da un organismo come l’Anvur mediante procedure quantomeno poco chiare e attraverso una classificazione delle riviste, anch’essa fatta in modo non del tutto trasparente e tramite una terza mediana concepita nel modo che sappiamo. 
 Temo proprio che con l’Anvur e i meccanismi che essa sta introducendo possa succedere qualcosa di simile a quel modo ‘amministrato’, come nella vecchia Unione Sovietica, tanto paventato da Andrea Graziosi.

2. La funzione perversa nel lungo termine

Ma cosa comporta nel lungo termine un criterio come la terza mediana? Esso fa sì che da questo momento in poi vi saranno un certo numero di riviste e di comitati scientifici che avranno nelle mani il destino non solo delle carriere, ma anche del futuro della ricerca scientifica. E immaginate se questo criterio finirà per estendersi (come si paventa e da alcune parti si vorrebbe) anche agli editori. Saranno scoraggiati nuovi indirizzi di ricerca, e quindi la nascita di nuove riviste che spesso ne sono espressione, e verrà esercitata una enorme pressione sulle riviste che contano per aver pubblicato un articolo. E in assenza di procedure di peer review cieca autentica (chi ci assicura che tutte le riviste italiane di fascia A le adottino? Chi ci assicura che esse siano autentiche e non ‘finte’? Controllerà l’Anvur? Sarà istituita una sorta di gendarmeria della peer review?), sarà uno sgomitare e un cercare protettori e amici, magari attraverso gli scambi più strani (anche di citazioni…). E come non ‘ringraziare’ (e qui lasciamo libero campo alla fantasia) chi si è fatto sponsor del giovane ‘migliore’? Attraverso questo criterio della terza mediana e delle riviste divise in classi (che è unico al mondo) si introdurrebbe a lungo andare un fattore di distorsione, non facilmente prevedibile nei suoi effetti, nella vita e nella produzione scientifica italiana; e tutto ciò per salvaguardare qualcuno che ha pubblicato solo pochi articoli, ma nelle riviste ‘migliori’. Ne vale la pena? Perché non invitare e incoraggiare questi giovani ‘migliori’ a darsi un po’ più da fare, aspettare qualche anno e magari pubblicare qualche altro articolo o una monografia? Per contro, da parte di coloro che non possono o non vogliono pubblicare in riviste di fascia A vi sarà un rincorrere la meta del numero di monografie e di articoli su riviste varie, in modo da superare le altre due mediane, con la conseguenza che il materiale di scarto aumenterà esponenzialmente. Che si farà allora? Si fisseranno ulteriori criteri più stringenti per definire cosa si intende per ‘monografia’ e cosa per “articolo scientifico”? Mi sembra la rincorsa eterna tra cannoni e fortificazioni, tra norme ed evasione delle norme, con il comico effetto finale delle grida manzoniane e dello sviluppo di tutte le furbizie evasive immaginabili. Non vedo come l’esistenza di una terza mediana ‘qualitativa’ possa porre freno a tale fenomeno; ovvero come essa possa non far “prendere il sopravvento” alla quantità pura, come sostiene Graziosi, stante il fatto che le tre mediane sono indipendenti l’una dalle altre.

Si potrebbe obiettare che per definire le riviste di fascia A basta fornire criteri abbastanza chiari relativi alle procedure di accettazione degli articoli, per cui la rivista che li rispetta può entrare nella lista. Se la cosa fosse così semplice, nessuna obiezione. Ma l’inserimento nella fascia è legato non al possesso di requisiti minimi (quelli di cui al punto 3.1 del citato Documento di accompagnamento); invece «si tratta di una classificazione a posteriori, basata sulla reputazione che una rivista ha acquisito storicamente e nel corso della evoluzione della comunità scientifica» (punto 3.2). Dunque entrare in fascia A non è il frutto del mero adempimento di requisiti formali (se fosse solo per questi, in breve tutte le riviste si adeguerebbero facendo venir meno la ratio della distinzione in classi e tutte le vacche diventerebbero nere) ma la conseguenza di una reputazione che si acquisisce alla fine di un processo che può richiedere anche anni e che si basa essenzialmente sul giudizio della comunità scientifica, ovvero delle società disciplinari, ovvero dei presidenti e dei direttivi che le compongono (e difatti l’Anvur ha fatto ricorso ad essi in prima istanza per stilare tale elenco). Nel contempo, in attesa che sia portato a compimento tale processo – non precisamente la quintessenza della democrazia e della trasparenza (come è stato notato da Alberto Baccini su Roars) – che succede? Chi mai pubblicherà su una rivista non in fascia A e che non si sa se mai lo diventerà? E se il suo direttore e i suoi promotori sostengono delle posizioni eterodosse rispetto al mainstream, potranno sperare nella benevolenza della “comunità scientifica”? E poi a quale paradosso assisteremmo mai nel momento in cui la rivista Vattelapesca dopo quattro anni di rodaggio diventa di fascia A, che improvvisamente tutti gli articoli pregressi già pubblicati verrebbero ipso facto promossi e il Tizio che ha in essa pubblicato diventa ipso facto un Autore di Qualità, un ‘Migliore’?

3. La sostanziale inutilità

Ma andiamo avanti e facciamo vedere la sostanziale inutilità della terza mediana (ma anche delle altre due). Infatti, in ogni caso dopo che il Migliore avrà superato la mediana, dovrà comunque esser ritenuto degno dalla Commissione sorteggiata, la quale potrà dire benissimo che il suo unico articolo è una cavolata pazzesca e bocciarlo, promuovendo viceversa chi ha due monografie stampate nel proprio scantinato. E lo stesso vale anche per coloro che hanno superato le altre mediane. È ovvio dunque che si potrà portare all’incasso la terza mediana (qualora si presenti da sola) solo a condizione da avere una Commissione ‘benevolente’, ovvero che giudichi quell’unico articolo effettivamente come qualcosa di grande pregio, al punto da bastare da solo a dare una idoneità. Ma cosa sarebbe cambiato se non fosse esistita né la terza mediana né le altre due? Chi avrebbe impedito, infatti, al candidato con un solo articolo di presentarsi per l’idoneità e di fidare in una Commissione ‘benevolente’ che avrebbe giudicato quell’unico articolo come geniale, ottenendo così comunque l’idoneità? In fin dei conti è proprio quanto è successo in passato, con grande scandalo della comunità scientifica che ha giudicato un solo articolo (o pochi articoli) insufficiente per la vincita di una valutazione comparativa.

Insomma, comunque si voglia mettere la cosa – mediane e no – la decisione terminale spetta a una commissione la quale alla fine dirà chi è idoneo e chi no. Tutta questa bagarre sulle mediane ha il solo vantaggio di fornire alla commissione una sponda legislativa che gli permetta di prendere in considerazione metà circa di possibili aspiranti (ricercatori e associati che vogliono avanzare), facendole risparmiare un po’ di lavoro. E infatti le norme contenute nel DM 12 dell’11 giugno 2012  sui criteri, i parametri e gli indicatori sembrano da un lato ritenere le mediane prescrittive per l’ottenimento dell’abilitazione, dall’altro paiono riservare alle commissioni un sotterfugio per aggirarle. E del resto nella sua recente intervista il presidente dell’Anvur Fantoni dichiara – interpretando in senso permissivo il suddetto decreto – che le mediane non sono prescrittive, ma indicative. Dunque, nella sostanza e in assenza di ulteriori indicazioni e precisazioni (richieste anche dal CUN), sembra che l’Anvur si stia attestando sulla linea del ciascuno faccia come gli pare. E allora? A che pro tanto affaticarsi? A cosa sono dunque servite tutte queste mediane? Solo a far lavorare di meno le Commissioni, dando loro loro la possibilità di escludere in linea di principio circa la metà dei possibili candidati, anche se tra questi ultimi è possibile vi siano delle persone degne che non stanno sopra la mediana per un pelo. E dà anche loro l’alibi per poter idoneare tutti coloro che stanno sopra le mediane, rinviando la patata bollente alle singole sedi universitarie, nelle quali i soliti meccanismi di potere decideranno chi deve e chi non deve essere ‘chiamato’. Sarà questo un successo della meritocrazia? Non credo: tanto varrebbe assumere qualche ragioniere e risparmiare un po’ po’ di quattrini.

4. Tanto rumore per nulla?

Il risultato finale non sarà dunque un sistema che assicuri di per sé la promozione dei migliori, ma un sistema che vorrebbe moralizzare almeno in parte le passate decisioni, ritenute arbitrarie e nepotiste, delle commissioni di concorso, e ciò mediante un sistema farraginoso e amministrato in cui parte delle decisioni (solo quelle ad excludendum e non certo ad promovendum, per quanto prima detto) sono facilitate con un complesso e poco trasparente lavorio di accordo tra società disciplinari, membri Gev ed Anvur, che di per sé viene ritenuto moralmente più sano ed integerrimo delle vecchie commissioni. Un assunto evidentemente tutto da dimostrare e che quanto successo sinora certamente non avalla e alla cui base v’è il retro-pensiero che, siccome le commissioni sono in genere fatte da malavitosi (come si pensa siano tali gran parte dei PO), allora è meglio sottrarre loro l’oggetto del desiderio, escludendo in partenza gli immeritevoli. Non importa se tra chi non supera alcuna mediana v’è un Wittgenstein che in tutta la sua vita ha pubblicato una sola opera e non su rivista di classe A: non vi sarà nessun Bertrand Russell che lo potrà salvare dalla perpetua bocciatura.

Una macchina mastodontica – questa sí di stile sovietico – per un risultato che non garantisce affatto la promozione dei migliori; se tutto dovesse funzionare bene e se l’interpretazione delle mediane fosse quella prescrittiva essa permetterebbe solo la esclusione dei ‘peggiori’, con il rischio assai elevato che tra costoro vi siano studiosi meritevoli, che hanno avuto solo la sfortuna di non entrare nei “giri che contano” o il coraggio di osare la pubblicazione su riviste internazionali; o che semplicemente non l’hanno ritenuto utile perché le regole finora vigenti non hanno dato loro alcun incentivo in questo senso. Se invece le mediane non dovessero risultare prescrittive, ma solo indicative, allora abbiamo scherzato e ciascuna commissione può fare come vuole: basta avere un po’ di fantasie nel motivare il perché non ci si è attenuti a quanto indicato nel decreto.

Ne valeva la pena? O non sarebbero state possibili delle regole e delle modalità di idoneità più semplici e meno macchinose, senza effetti perversi né il rischio di una inutile “strage degli innocenti”?

Send to Kindle

30 Commenti

  1. “come sta avvenendo nel caso della terza mediana (o delle altre due)” … “Ma andiamo avanti e facciamo vedere la sostanziale inutilità della terza mediana (ma anche delle altre due).”

    L’articolo contiene argomentazioni contro la terza mediana (o forse è il titolo ad essere fuorviante?) dei settori non bibliometrici che mi paiono molto deboli (a parte quelle già note, che riguardano l’idea stessa di mediana e sono comuni a tutti gli indicatori). In particolare, nel paese delle case editrici “stampatori a pagamento” e “degli autori a proprie spese” (già oggetto del sarcasmo di Unberto Eco nel Pendolo di Focault) mi pare impossibile difendere il criterio di contare il numero di pubblicazioni, non importa quali, come se fosse significativamente meno distorsivo dei comportamenti degli aspiranti candidati (o addirittura più equo) di quello implicito nell’idea di una lista.

    • concordo con paolo bertoletti:
      almeno in area 13 la terza mediana, pur con tutte le possibili critiche, svolge un ruolo importante
      perchè non scrivere un bell’articolo simile sulla prima o sulla seconda mediana?

    • Mi scusi Bertoletti, ma il mio articolo le ha dato l’impressione di voler difendere il criterio di contare il numero delle pubblicazioni? Non mi pare che da esso si possa evincere ciò. E poi, sebbene il titolo per brevità faccia riferimento alla terza mediana, è evidente che gli effetti perversi e l’inutilità fanno riferimento e tutte e tre le mediane.

  2. Sante parole (parlo da apprteneten a settore bibliometrico, peraltro). Centrato uno se non il punto clou.

    “E del resto nella sua recente intervista il presidente dell’Anvur Fantoni dichiara – interpretando in senso permissivo il suddetto decreto – che le mediane non sono prescrittive, ma indicative.”
    Infatti, recita testualmente l’intervista, e con particolare riferimento ai settori bibliometrici versus non bibliometrici: “La base è sostanzialmente la stessa, il criterio della mediana, con una differenza molto importante; la mediana non è prescrittiva, è INDICATIVA. Può fare domanda CHIUNQUE, anche chi è SOTTOla mediana, la commissione a questo punto ha a disposizione ben 10 indicatori, quello della mediana è solo uno, per assegnare o meno l’abilitazione, e il peso dato ad esso in relazione agli altri 9 può essere deciso dalla commissione. Ovviamente sono tutti giudizi che dovranno essere motivati, ma la libertà della commissione è totale. Le commissioni infatti in fase di insediamento potranno decidere liberamente in che misura attenersi ai criteri quantitativi, se prevedere eccezioni eccetera.”

    Da un lato, qui si parla di candidati, ma anche per i commissari il semaforo recita che “la sua posizione rispetto alla candidatura alle commissioni di abilitazione nazionale è suscettibile di essere (NON) AMMESSA.”
    Dall’altro, mi pare che questo scarichi tutto o quasi sui commissari e de facto costituisce, visti i 9 criteri + 1, un rimpallo dell’ANVUR al CUN, neppure tanto indiretto.

    • Quali sono i 10 indicatori? Si può sapere anche noi?
      Comunque è chiaro, la commissione decide prima di valutare i candidati quali sono i criteri di ammissibilità alla valutazione, li pubblica in modo che i candidati si possono ritirare (entro 15 giorni) per non incappare nella squalifica di due anni e poi li applica puntualmente a tutti i candidati residui.
      I nuovi criteri, tra l’altro, devono essere più selettivi di quelli anvur. In sostanza se passa uno borderline per anvur, ne deve scendere uno magari a posto per anvur.

    • penso si faccia riferimento agli altri parametri elencati nel decreto. alcuni di questi li copio-incollo dal decreto stesso

      impatto della produzione scientifica complessiva valutata mediante gli indicatori di
      cui all’articolo 6 e agli allegati A e B;
      b) responsabilità scientifica per progetti di ricerca internazionali e nazionali, ammessi
      al finanziamento sulla base di bandi competitivi che prevedano la revisione tra pari;
      c) direzione di riviste, collane editoriali, enciclopedie e trattati di riconosciuto
      prestigio;
      d) partecipazione a comitati editoriali di riviste, collane editoriali, enciclopedie e
      trattati di riconosciuto prestigio;
      e) attribuzione di incarichi di insegnamento o di ricerca (fellowship) ufficiale presso
      atenei e istituti di ricerca, esteri e internazionali, di alta qualificazione;

  3. Non sono nuovi indicatori, basta leggere e ricordarsi il DM 76/2012, la norma sull’abilitazione. Nell’art. 4 ci sono i 10 criteri per ordinario (diventano 8 per associati):
    a) impatto della produzione scientifica complessiva valutata mediante gli indicatori di cui all’articolo 6 e agli allegati A e B;
    b) responsabilità scientifica per progetti di ricerca internazionali e nazionali, ammessi al finanziamento sulla base di bandi competitivi che prevedano la revisione tra pari;
    c) direzione di riviste, collane editoriali, enciclopedie e trattati di riconosciuto prestigio;
    d) partecipazione a comitati editoriali di riviste, collane editoriali, enciclopedie e trattati di riconosciuto prestigio;
    e) attribuzione di incarichi di insegnamento o di ricerca (fellowship) ufficiale presso atenei e istituti di ricerca, esteri e internazionali, di alta qualificazione;
    f) direzione di enti o istituti di ricerca di alta qualificazione internazionale;
    g) partecipazione ad accademie aventi prestigio nel settore;
    h) conseguimento di premi e riconoscimenti per l’attività scientifica;
    i) nei settori concorsuali in cui è appropriato, risultati ottenuti nel trasferimento tecnologico in termini di partecipazione alla creazione di nuove imprese (spin off), sviluppo, impiego e commercializzazione di brevetti;
    l) possesso di altri titoli, predeterminati dalla commissione, con le modalità di cui all’articolo 3, comma 3, che contribuiscano a una migliore definizione del profilo scientifico del candidato.

    • grazie per il riferimento! confesso che leggendo “indicatori” non avevo affatto pensato ai criteri del DM.

    • Quindi svaniscono d’incanto i filtri quantitativi? La commissione DEVE scriverlo all’insediamento. O se la cava, come sempre è stato, dicendo “si terrà conto di questo e quest’altro…”. Immagino che se rilassa i vincoli anvur lo deve dire, non può non farlo. Ci stiamo prendendo in giro? Forse si.

    • Beh, è vero, quei criteri erano scritti ben prima delle mediane.

      Ovviamente, senza nulla togliere alla pertinenza di tali criteri, essi sono quel tipo di valori accademici che premiano eminentemente le Pubbliche Relazioni, piuttosto che la validità scientifica (o tantomeno didattica).

      Per inciso, chi è sufficientemente influente (magari perché davvero bravo) da farsi invitare qua e là, dirigere gruppi di ricerca ed essere chiamato nei comitati redazionali delle riviste (tipicamente con funzione esornativa) non aveva bisogno di nuovi ‘criteri meritocratici’: avrebbe trovato il modo di farsi promuovere serenamente con tutti i precedenti sistemi di reclutamento.

      Specificamente il merito scientifico era ciò che doveva essere catturato da quanto misurato dalle mediane. Se ora, visto l’esito triste di queste ultime, si vogliono acclamare gli altri criteri come un’ancora di salvezza, beh, mi pare segno del fatto che siamo proprio alla frutta.

    • Giustissimo.

      Aggiungerei che la validità didattica è del tutto ininfluente, a meno che non sia insegnato all’estero.
      Qualche credito all’estero, magari in coabitazione con una mezza dozzina di esercitatori, teaching assistants e ausiliari vari, costituisce infatti un titolo ai fini dell’abilitazione.
      Di contro, svariate decine di CFU “erogati” nel corso degli anni da un ricercatore (rigorosamente da solo, altro che teaching assistants) in Italia, magari firmando oltre mille verbalini, non contano nulla.
      Che cosa curiosa.

  4. Aggiungerei che anche il CUN ha stilato “criteri, indicatori e parametri”, suddivisi per settori.
    Forse sarebbe non solo attinente, ma anche sensato.
    Consente anche di coinvolgere altri nelle responsabilità delle decisioni…

  5. Come detto in molti post precedenti, le commissioni potranno decidere per altri criteri (la norma aggiunge “più selettivi”, ma è un terreno semanticamente minato) PRIMA di avviare le valutazioni individuali e necessariamente PER TUTTI i candidati a priori.
    Non può dunque cavarsela dicendo genericamente, ma deve dire quali criteri sì e quali no. Testualmente dal DM 76/2012:
    “L’individuazione del tipo di pubblicazioni, la ponderazione di ciascun criterio e parametro, di cui agli articoli 4 e 5, da prendere in considerazione e l’eventuale utilizzo di ulteriori criteri e parametri più selettivi ai fini della valutazione delle pubblicazioni e dei titoli sono predeterminati dalla commissione, con atto motivato pubblicato sul sito del Ministero e su quello dell’università sede della procedura di abilitazione. La ponderazione dei criteri e dei parametri deve essere equilibrata e motivata.”

    Il peso che ogni commissione darà a ciascun criterio sarà – come sempre – affidato alla sua discrezionalità, con i limiti del rispetto della normativa e della motivazione (si spera logicamente sostenibile ;-)).

    • Si ma deve o non deve farlo adottando filtri quantitativi? La commissione deve o non deve dire che i candidati sono ammessi alla valutazione anche se non superano i requisiti medianici? Secondo me l’interpretazione del DM impone l’uso di filtri numerici.

    • Che siano filtri quantitativi è chiaro nel DM 76/2012. E’ la loro applicazione che è problematica…
      Ecco il testo normativo:
      “Nelle procedure di abilitazione […] la commissione utilizza per la misurazione dell’impatto della produzione scientifica complessiva gli indicatori [segue lista differenziata per bibliometrici e non] indicati nel predetto allegato, attenendosi al principio secondo il quale l’abilitazione può essere attribuita esclusivamente ai candidati … [segue l’elencazione delle mediane].”
      Poi a chiusura dell’articolo: ” Qualora la commissione intenda discostarsi dai suddetti principi è tenuta a darne motivazione preventivamente, con le modalità di cui all’articolo 3, comma 3, e nel giudizio finale.” (sono i già detti ulteriori e più selettivi criteri e parametri).

  6. Attribuzione di incarichi di insegnamento o di ricerca (o partecipazione per i candidati PA)(fellowship) ufficiale presso atenei e istituti di ricerca, esteri e internazionali, di alta qualificazione;

    esteri e internazionali!!! Qualcuno mi può spiegare la differenza? Se è estero sarà per forza internazionale o no!

  7. L’università albanese dove era iscritto il giovane Bossi è per noi estera, ma è albanese e nazionalissima, e non internazionale….
    Inoltre, in Italia hanno sede istituti di ricerca internazionali che non sarebbero esteri se si guardasse alla location geografica.

  8. Coniglione ha scritto: “alla cui base v’è il retro-pensiero che, siccome le commissioni sono in genere fatte da malavitosi (come si pensa siano tali gran parte dei PO),”

    Nooooooo! Ma cosa mi dici mai (da leggersi con voce alla Topo Gigio). Ma davvero circola quest’opinione in giro? Incredibile!

  9. Secondo quale principio la didattica all’estero è un titolo mentre quella in Italia non figura nemmeno? Come si può giustificare una scelta così discriminatoria?

    Sono gli alunni diversi e migliori? I colleghi? I reclutatori? La lingua di insegnamento? Il coraggio di allontanarsi da casa?

  10. No! Molto semplicemente all’estero si guadagna di più….per cui aumenta la mediana della furbizia……più hai lavorato all’estero……più sei intelligente……….più sei intelligente……..più meriti di avere l’abilitazione.

    Per favore smettiamola con questa storia della “fuga dei cervelli”……..perchè gli altri non sono cervelli?

  11. […] E del resto, quale giudizio competente e nel merito possono dare solo cinque commissari, che il sorteggio ha possibilmente assemblato senza alcuna considerazione per la copertura disciplinare di macrosettori assai vasti (in settori molto comprensivi, possono esser mancati del tutto gli specialisti di ampi campi di ricerca)? La reputazione che si costruisce nei modi da noi sopra indicati, non viene certo attribuita da tutti i componenti di un settore assai vasto, ma solo dagli specialisti dell’argomento; per farla breve, lo studioso di Marsilio Ficino non conquista una buona (o cattiva) reputazione da parte dei più di 150 professori ordinari di Storia della filosofia, ma solo da parte dei quindici (dico numeri a caso) specialisti di filosofia del Rinascimento: e sono questi ultimi che ne devono giudicare la maturità scientifica. Una banale conditio sine qua non del tutto ignorata dall’attuale sistema di ASN. E non si obietti che i commissari potevano acquisire il parere pro veritate di un esperto esterno, in quanto mi paiono evidenti gli inconvenienti e gli arbìtri cui può dar luogo una simile procedura (basti solo pensare a quanto sia facile promuovere o bocciare scegliendo l’esperto giusto, come avevo già segnalato in un precedente articolo). […]

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.