Mauro Moretti recensisce il libro di Federico Bertoni: Universitaly. La cultura in scatola. 

 

«Un minimo lavoro di storicizzazione serve solo a tracciare la cornice di uno sguardo puntato in modo disincantato sul presente» (p. VIII). La dichiarazione programmatica di esordio di Federico Bertoni illustra uno dei motivi che hanno suscitato in me, a libro schedato e chiuso, una reazione articolata e complessa, non priva di ambivalenza. Da un lato, è bene affermarlo con chiarezza, si tratta di pagine che mi piacerebbe saper scrivere, e non ne sarei capace: per l’efficacia della descrizione, in apparenza piana e diretta, ma basata su un uso raffinato e su un controllo pieno di testi e strumenti analitici – l’università rappresentata attraverso Stendhal e Flaubert, Baudrillard Jakobson e DeLillo spiazza e attrae il lettore di libri di storia; più consueto, e troppo pervasivo, il foucaultismo di fondo – che sostengono una tessitura efficace e accattivante. D’altra parte mi sono rimasti dubbi e perplessità tanto sul piano diagnostico che su quello degli spazi di azione – la soluzione del professore, delineata nella sezione conclusiva –, delle prospettive in senso lato politiche.

Bertoni ha di certo ragione su un punto, che coglie molto nitidamente: nell’ultimo quindicennio una serie di scelte, condivise in sostanza da attori politici pure appartenenti a schieramenti diversi, sono state preparate, accompagnate e giustificate da un discorso pubblico costruito con accortezza, e in più di un caso basato su vere e proprie menzogne, intorno all’università – «tattica di base è pervertire le parole, mutarne il senso, farne segni vuoti senza referente» (p. 38); «la battaglia si gioca in gran parte sul piano del linguaggio e della comunicazione» (p. 42) –; discorso che viene qui dissezionato nel confronto ravvicinato con alcuni termini-chiave come merito, eccellenza, valutazione. E questo racconto dell’università, strumentale non a un intervento riformatore, ma a un disegno di drastico ridimensionamento – punitivo e mortificante – dell’istruzione superiore ha avuto il suo momento di condensazione politica attorno alla discussione sulla legge Gelmini. Non occorrerà riportare qui i dati ormai noti e circolanti, al di là dei freni imposti dalla straordinaria reticenza del mondo politico e della comunicazione, sulla traumatica riduzione dei finanziamenti, degli organici, degli studenti iscritti; sarebbe semmai esercizio molto istruttivo, da questo punto di vista, riesaminare alla luce di esiti ormai almeno in parte visibili gli atti parlamentari e gli interventi e i commenti sulla stampa nell’ultimo decennio. Ne deriverebbe un quadro d’insieme lievemente più sfumato di quello proposto con ironia amara da Bertoni – «l’università dei baroni, regno di malaffare e inefficienza», sprecona e corrotta, popolata da incompetenti assenteisti, contrapposta a «un povero paese di gente onesta, dedita all’impresa e al lavoro, stretta nella morsa della crisi» (p. 50), e ora infine sfidata dai decisori politici in nome del merito, criterio garantito nella selezione dei giovani, dell’efficienza, di un nuovo rapporto con la società e l’impresa. E ne deriverebbe anche, oggi, la revisione critica di illusorie aspettative coltivate ad arte, e che già a quell’altezza cronologica, alcuni anni fa, sarebbe stato agevole denunciare come fallaci. Per fare un solo esempio, sui prevedibili risultati della riforma del reclutamento accademico, ben distanti dall’auspicata inversione delle dinamiche localizzanti, mi capitò allora di esprimermi prima ancora dell’approvazione definitiva della legge.(1) Battaglia difficile da combattere, questa attorno all’immagine pubblica del sistema universitario e dei suoi addetti istituzionali – i professori, anzitutto; per gli studenti non mi sembra si delinei un profilo così netto –, a un senso comune che appare ormai radicato e irriflesso, anche perché, come scrive Bertoni, l’«apparato mediatico» (p. 44), all’interno del quale spesso operano persone poco competenti, è in sostanza univocamente orientato, apparendo in più di un caso eterodiretto. Non sarebbe difficile ricordare agli appassionati dei rankings che se gli accademici italiani ottengono posizioni più che dignitose, a livello globale, se non altro sul piano della produzione scientifica, ben più mortificante è la collocazione nazionale su quello della libertà di stampa; ma sarebbe ingiusto prendersela solo, o prevalentemente, con i giornalisti.

Chiunque abbia affrontato, anche in modo sommario, almeno alcuni capitoli della storia universitaria italiana, ed abbia pratica degli strumenti disponibili per la ricerca, sa bene che una parte cospicua del discorso sull’università è stata elaborata all’interno del mondo accademico; e l’identificazione degli interlocutori è problema centrale, in una più distesa prospettiva storiografica. Proprio su questo terreno, però, mi sembrano emergere alcuni punti critici. Non credo sia del tutto soddisfacente, ad esempio, motivare la diffusione e il successo della leggenda nera sull’università della quale si è detto richiamandosi genericamente al fatto che «lo storytelling che la accompagnava è risultato vincente, davvero egemone in un Paese che diffida da sempre del sapere, che manda in malora il suo patrimonio artistico, che giudica uno spreco gli investimenti su cultura e formazione» (pp. 54-55). Non che l’osservazione sia priva di riscontri empirici; ma di certo, in specie per la sua ultima parte, non è sempre stato così, e si tratta anzi di una profonda, relativamente recente modificazione dei tratti del discorso pubblico. Una storia della percezione, dell’immagine del sistema scolastico e universitario nell’opinione pubblica e nella sfera del confronto politico e tecnico-professorale, della quale esistono alcuni frammenti, fornirebbe, in questa direzione, importanti elementi documentari e di comprensione. Il libro, insomma, e in modo in fondo dichiarato, è carente di profondità storica, e questo determina più di un punto di frizione sul piano analitico; ed è in qualche misura singolare che uno stendhaliano possa rivendicare, seppure con cautela, il primato conoscitivo dell’autopsia, «il potere di certificazione del testimone oculare e la garanzia emotiva dell’esperienza vissuta» (p. VIII): al centro della mischia la visuale è offuscata, e questo può alterare la percezione dei tempi e delle dinamiche.

In principio erano due numeri, anzi un’addizione: 3 + 2. È la formula con cui viene designata comunemente la riforma voluta dall’allora ministro Luigi Berlinguer […]. Perché il 3 + 2, soprattutto all’inizio, è stato davvero un grande business: scelte politiche e provvedimenti legislativi hanno fornito il quadro giuridico in cui far scorrazzare l’imperdonabile irresponsabilità del corpo docente italiano […]. Gli effetti immediati, impliciti nel sistema e assolutamente prevedibili, sono stati quelli che hanno legittimato le riforme delle riforme e i tagli finanziari successivi: proliferazione delle sedi didattiche e dei corsi di laurea, moltiplicazione e frammentazione estrema degli insegnamenti. Fai crescere in modo indiscriminato la foresta e poi affili la scure. Genio strategico di prim’ordine. Trappola perfetta. (pp. 12, 14)

No, non direi. Indubbia l’irresponsabilità degli accademici – in specie dei vertici degli atenei – nella gestione di alcuni recenti passaggi della storia universitaria italiana, in primo luogo nell’amministrazione dei bilanci universitari con la nuova autonomia, nella destinazione delle risorse disponibili dopo che il FFO aveva sostituito le antiche, e più vincolanti, voci di spesa. Ma le cose sono andate in modo diverso, con ritmi e scansioni cronologiche differenti, all’interno di processi variamente alimentati e sostenuti; né l’ipotesi della trappola appare credibile – e del resto in altre pagine del libro Bertoni prende le distanze dall’ipotesi della «cospirazione» (p. 95), sottolineando la complessità delle trasformazioni in atto. Di certo non data dalla riforma Berlinguer la radicale mutazione della geografia accademica italiana: è una lunga vicenda novecentesca, già visibile nel primo dopoguerra, e in buona sostanza compiuta al momento dell’entrata in vigore della riforma stessa, spinta anche dalla nuova demografia universitaria degli anni Sessanta. Non si può qui ripercorrere neanche per accenni la storia – a tratti convulsa, legata sia a una lunga serie di iniziative locali, sia a tentativi di regolamentazione e pianificazione centrale – della fondazione di nuove università in Italia; a correggere una percezione a volte strumentalmente distorta andrà però ricordato che nella sua dimensione d’insieme il fenomeno, connesso allo straordinario allargamento dei quadri mondiali dell’istruzione superiore nella seconda metà del XX secolo, è tutt’altro che patologico – su singoli casi, su determinate scelte, su pratiche specifiche il discorso potrà essere diverso –, come mostra il confronto con situazioni internazionali comparabili, per scala, a quella italiana. E anche per quel che riguarda il volume e l’articolazione della cosiddetta offerta didattica un attento sguardo retrospettivo condurrebbe a una valutazione diversa, ancorata a tempi più lunghi. In realtà, nella drammatica crisi dell’università italiana nell’ultimo decennio – crisi in parte esogena, indotta da decisioni politiche su scala nazionale che altrove, in Europa, sono state di altro segno – convergono e si intrecciano percorsi istituzionali e culturali di diversa origine e durata, più interni, alcuni, alla storia universitaria italiana, che ha avuto alcuni tratti di marcata specificità, connessi, altri, a quella dimensione globale alla quale Bertoni fa frequente riferimento. Distinguere, in questo caso, non è solo utile a una migliore comprensione, ma può avere implicazioni politiche non trascurabili.

Fra le varie questioni che potrebbero essere evocate su questo terreno una mi sembra di particolare rilievo, quella proposta da Bertoni, in tono fra lo sconsolato e il polemico, relativa agli atteggiamenti dei docenti universitari di fronte all’aggressione politico-mediatica dell’ultimo decennio:

«perché nessuno si ribella? […] ci vorrebbe una seduta analitica generale, una sorta di terapia di massa per sbrogliare il mistero della psicologia sociale del docente universitario» (pp. 102-103).

No, un In treatment collettivo no, per favore! E guardo con molta perplessità al corollario, così spesso ricorrente, della necessaria riforma intellettuale e morale: «un saggio storico sulla moralità nell’accademia italiana» (p. 104) mi parrebbe mal impostato nelle sue premesse fondamentali, mentre si dovrebbe guardare, all’interno di un arco cronologico relativamente lungo, alle condizioni strutturali della costituzione di un corpo accademico nazionale, della sua storia successiva, dei rapporti interni ad un contesto universitario segnato da varie linee di faglia. Questo per non dire dei nessi profondi, mutevoli, non univocamente orientati, fra sfera universitaria, rappresentanza politica, governo nazionale e locale. Certo, ognuno dovrebbe fare i conti, anche per sé, non solo per gli stimati colleghi, con la descrizione della fenomenologia professorale, contraddistinta da «rassegnazione, indifferenza, conformismo, opportunismo, pigrizia o vigliaccheria» (p. 104), e da una invidiabile capacità di adattamento al ribasso; e, certo, alcuni sfoghi si comprendono. Per fare solo un esempio, ritengo che i professori che nel 1931 giurarono siano comunque, rispetto a noi, persone di specchiata virtù: loro si misurarono con una dittatura vera, noi con apparati burocratici che possono, sì, incidere in qualche misura sulla nostra attività quotidiana, ma che non hanno ancora a loro disposizione un tribunale speciale. Basta, del resto, pensare alle reazioni di organismi accademici di vertice di fronte alla trovata renziana delle cattedre Natta per rendersi conto di quanto avesse visto giusto, sulla servitù volontaria, Étienne de La Boétie. Tuttavia continuo a pensare che l’accostamento moralistico alla materia non porti lontano, sul piano della comprensione. Non credo, poi, come invece sembra pensare Bertoni, che uno dei motivi principali della debolezza interna del “corpo” possa essere il suo assetto verticale – non a caso Bertoni torna sul «ruolo unico della docenza» (p. 110). Le linee di divisione mi paiono di natura diversa e, pur tenendo conto di recenti e marcate modificazioni, di origine non attuale, ma connessa ai caratteri originari del sistema: distribuzione geografica e “scala” delle sedi – dal 1862 in avanti si ripresentano idee e tentativi di stabilire una formale gerarchia fra gli atenei –, facoltà professionali e facoltà a maggior vocazione didattica e scientifica, tensioni fra campi disciplinari, rapporti asimmetrici e variabili fra gruppi accademici e centri decisionali, con le connesse, radicate pratiche negoziali, e così via; sullo sfondo, la costante contesa attorno a risorse scarse, e ripartite dal centro. In questa prospettiva sarebbe stato utile introdurre qualche elemento di comparazione. L’università di Bertoni mi sembra presa in uno scarto troppo ampio fra le assurde costrizioni e il lessico distorto della quotidianità accademica nostrana e le logiche globali del mercatismo (che, come ha avvertito uno dei maggiori storici dell’università in età contemporanea, Robert Anderson, ha poco a che fare con il liberalismo: nel XIX secolo, l’età d’oro del capitalismo laissez-faire, nessuno sostenne che le università dovessero essere rette come imprese commerciali); eppure scelte diverse rispetto a quelle compiute in Italia, negli anni della crisi, si sono rivelate praticabili, nello spazio specifico della politica. Bertoni accenna solo a un caso, molto significativo, la scomparsa delle tasse universitarie in Germania (p. 60); caso che tocca, fra l’altro, una delle più radicate menzogne trasmesse, a proposito dell’Italia, dal sistema della comunicazione, ed avallate da ineffabili colleghi bocconiani, menzogna quasi impossibile da scalfire nel senso comune, quella della sostanziale gratuità degli studi superiori in Italia; studi in realtà cari, se non carissimi, sia per l’ammontare della tassazione, sia per le modestissime risorse destinate al diritto allo studio. Ma si sarebbe potuto far cenno alla situazione danese, ad esempio, o agli sforzi pure compiuti da paesi in difficoltà economiche, come la Spagna, per non penalizzare troppo il comparto universitario. Bertoni accenna a molte altre questioni che richiederebbero una trattazione distesa. Alla domanda retorica da lui rivolta ai «ministri dell’Istruzione, ai rettori, a chiunque abbia incarichi di governo nei nostri atenei: davvero credete che il capitalismo italiano, fatti salvi gli interessi immediati, in primis nel settore medico, abbia le credenziali giuste in termini di storia e soprattutto di cultura per diventare un finanziatore liberale dell’università?» (p. 91) aveva risposto da par suo, quasi un secolo fa, Giovanni Gentile. Istituendo, con la riforma, i consigli di amministrazione delle università, Gentile prevedeva la presenza, al loro interno, di rappresentanti di eventuali finanziatori diversi dallo Stato, a condizione che l’ammontare del loro contributo fosse pari almeno al 10% del finanziamento pubblico. Sono certo che di fronte a richieste anche molto minori, oggi quasi tutti gli esponenti di un idolatrato mondo dell’impresa, assunto acriticamente a modello, si dileguerebbero dal campo universitario. Questo è un esempio che vengo ripetendo, ma illustra bene diverse idee di università, diverse visioni del ruolo dell’istruzione superiore nell’assetto istituzionale e sociale di un paese.

Non è poi solo questione di atteggiamenti più o meno illuminati, di buona o cattiva volontà dei singoli. Basta semplicemente scorrere alcuni dati del censimento del 2011 per rendersi conto dell’enorme peso percentuale, nel sistema produttivo italiano, delle imprese piccole e piccolissime, fino a 9 addetti; solo 3.646 imprese, allora, ne contavano più di 250. Su questa scala, e considerando anche la tipologia dei prodotti, diviene immediatamente comprensibile il perché di rapporti non semplici (non è banale collocare all’interno di un’impresa con sei addetti che produce suole di scarpe un dottore di ricerca), fra i tempi spesso assai brevi del calcolo imprenditoriale e quelli necessariamente medio-lunghi dell’azione formativa, fra il “prodotto” degli atenei e le ovvie difficoltà di assorbimento da parte di un sistema con queste caratteristiche. Non può essere questione di qualità media, di livello del prodotto universitario: non si vede, altrimenti, perché altri mercati capitalistici si varrebbero dei laureati italiani.

Un’ultima considerazione, fra le molte possibili, riguarda una sospensione di giudizio, sul punto chiave della valutazione. Con tutti i possibili rilievi, tecnici e di merito, che possono essere mossi alle opache e discutibilissime procedure adottate in Italia – se mi si passa la semplificazione polemica, sembra a volte che lo scopo ultimo sia quello di graduare senza valutare, valendosi di criteri estrinseci e formali, in modo assolutamente contrario ad ogni buona prassi scientifica –, io non sono così persuaso, come pare essere Bertoni, del fatto che, di fronte a una cattiva valutazione, sarebbe preferibile farne a meno del tutto. Siamo, di nuovo, nel campo delle possibili scelte politiche, oltre che della contesa sull’immagine pubblica – rispetto alla quale il rifiuto di un rendiconto non credo aiuti –; in questo caso, delle finalità dell’esercizio. La prevalente retorica dell’eccellenza, del top 5%, ne ha largamente distorto il possibile senso, e la vera utilità: qui, come per il reclutamento, occorre invece sorvegliare la soglia bassa, salvaguardare i requisiti minimi di appartenenza alla comunità scientifica. L’enfasi, l’ossessione verticistica e piramidale del discorso pub- blico e delle scelte politiche e di indirizzo valutativo, ha spesso mortificato il gran corpo centrale dei buoni professionisti della ricerca e dell’insegnamento – l’università, sarà bene non dimenticarlo, è in larga parte, e deve essere, una scuola – senza che siano stati impiegati, così almeno da molti si osserva, strumenti davvero efficaci in questa prospettiva; da un diverso orientamento, e da una prassi più trasparente, si potrebbe forse ripartire per forme più condivise di autocontrollo del corpo, cosa che implicherebbe, però, una diretta rappresentanza del corpo stesso ai vertici dei meccanismi valutativi.

Molte volte mi capita di pensare, sulla base di una certa familiarità con i testi, ad una possibile antologia dei “racconti” dell’università; di certo, nella sezione contemporanea, per le pagine di Bertoni ci sarebbe spazio.

Bibliografia

1 M. Moretti, Sul passato – e sul presente – dei concorsi, in Governare le università. Il centro del sistema, a cura di C. Bologna e G. Endrici, il Mulino, Bologna 2011, pp. 23-49.

Testo già apparso su Allegoria Online.

 

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2 Commenti

  1. Scrivete cose interessantissime (come anche l’articolo ‘Valutare senza leggere’) e che dovrebbero portare ad una drastica revisione del sistema università, a partire dal reclutamento e dalla possibilità di pochi di stravolgere l’assegnazione delle cattedre in modo arbitrario.
    Chi avrà la mente e le forze per preparare una seria opposizione ad operazioni che hanno creato tanto danno, per studenti e docenti (alcuni)?

  2. Recensione molto interessante. Leggerò il libro. Aggiungo un commento: la mole di lavoro svolta nelle università italiane frustra qualunque ipotesi di valutazione basata su metodi non bibliometrici (o per scale di qualità delle riviste, che è lo stesso). Però noi sappiamo che questi metodi sono molto imprecisi e grossolani. In pratica noi sappiamo che una valutazione non può essere che approssimativa, e che basarci sopra quote premiali di FFO è un errore. Se una valutazione è necessaria, questa deve avere scopi diversi dal finanziamento: ad esempio individuare situazioni di difficoltà sulle quali intervenire a garanzia del servizio fornito allo studente. Inoltre, una cattiva valutazione se associata ad un sistema di premi e punizioni è certamente peggiore di nessuna valutazione, per una ragione molto semplice: induce i valutati a comportarsi in modo da massimizzare il proprio risultato. Criteri sbagliati o inadeguati incoraggiano comportamenti inadeguati e spesso non etici (cosa che sta già succedendo: scambi di citazioni, pasticci sull’ordine degli autori, lavori scritti al puro scopo di citarne altri propri, etc.).