Riportiamo di seguito un documento di analisi e proposta del Consiglio Universitario Nazionale, pubblicato lo scorso 11 giugno e intitolato:

Proseguendo il lavoro di analisi e di proposta sul reclutamento universitario, il documento presenta una proposta di modifica della disciplina di accesso nella carriera della docenza. Un particolare accento è posto sulla figura del Ricercatore a Tempo Determinato di tipo a).


Premessa

La legge 30 dicembre 2010, n. 240, di riforma del nostro sistema universitario, è intervenuta anche sull’accesso e sull’assetto della docenza universitaria, modificandone molti profili. Tra le innovazioni introdotte vi è l’istituzione, ad opera dell’art. 24, comma 3, lett. a) del Ricercatore a Tempo Determinato di primo livello (conosciuto anche come RTDa), figura che non trova significative corrispondenze in altri ordinamenti universitari comparabili con il nostro. In queste altre esperienze è, al contrario, diffusa la preoccupazione di assicurare stabilità agli studiosi che intendano impegnarsi nelle attività di ricerca e docenza universitaria al fine di garantire, da un lato la continuità dell’offerta formativa, dall’altro lato maggiore serenità nell’esercizio della professione. Tale condizione si traduce in un vantaggio sia per gli individui sia per il sistema nel suo complesso. Al contrario il ricercatore a tempo determinato (RTDa), pur essendo titolare a tutti gli effetti di incarichi di insegnamento, è destinato a ricoprire il proprio ruolo per un tempo limitato, da un minimo di tre a un massimo di cinque anni, senza che le università siano incentivate a programmarne una reale progressione di carriera verso l’inquadramento in ruolo.”
La l. n. 240/2010, abolendo il ruolo di ricercatore a tempo indeterminato, ha così trasformato la docenza universitaria in una carriera articolata in due fasce e non più in tre. Nel far ciò ha indebitamente caricato sulle nuove figure a tempo determinato tutto il peso di questa trasformazione, allungando il periodo di precariato in modo insostenibile sia per i giovani che aspirano a entrare nel sistema sia per il sistema universitario stesso. I giovani ricercatori non possono contare su alcuna stabilità prima dei quarant’anni e non sono incentivati a investire né nell’attività didattica, che rischia di essere percepita come un peso che rallenta l’attività di ricerca, né nell’attività di ricerca di lungo respiro, che richiede necessariamente tempi lunghi e sicurezza di posizione. Anche il sistema universitario risente di questa precarietà sia nella continuità dell’offerta formativa sia nelle prospettive di sviluppo dell’attività di ricerca.
Occorre pertanto capovolgere questo paradigma e assicurare soluzioni di governo del pre-ruolo più eque, che contemplino le esigenze di una giusta selezione negli ingressi e di una corretta valutazione delle attività dei docenti selezionati, con le esigenze di stabilità e continuità lavorativa per i singoli e per il sistema.
Come richiamato analiticamente nel documento CUN del 9 aprile 2014 Reclutamento universitario: una proposta per uscire dall’emergenza il drastico calo in atto di professori ordinari e associati costituisce la principale emergenza che deve affrontare il sistema universitario italiano. Se si vuole mantenere quella elevata qualità della didattica che ha sempre contraddistinto l’università italiana, la risposta a questa emergenza non può essere il ricorso massiccio a docenti non di ruolo. Al contrario, è necessario sostenere e motivare adeguatamente l’accesso alla ricerca e alla docenza universitaria tramite misure che siano di incentivazione e valorizzazione.
Nell’intento di ribadire presso le sedi istituzionali e nella comunità accademica la centralità di un tema qual è quello connesso alle modalità di accesso alla docenza universitaria, il Consiglio Universitario Nazionale offre questa prima proposta di ridefinizione delle posizioni attualmente configurate come ricercatore a tempo determinato di tipo a) e di tipo b) nel quadro attuale della docenza delineato dalla l. n. 240/2010.
All’atto di formulare questa prima proposta, esprime la necessità di ripensare anche le posizioni successive al conseguimento del dottorato con contratti rispettosi della Carta Europea dei Ricercatori(1), nonché l’intero assetto della docenza in tutte le sue fasi, compresa la fascia ad esaurimento dei Ricercatori a Tempo Indeterminato (RTI). Sarà perciò cura di questo Consiglio predisporre, in tempi brevi, proposte che affrontino questi temi.

(1) La carta europea dei Ricercatori richiama in particolare il principio che “i datori di lavoro e/o i finanziatori dovrebbero assicurare ai ricercatori condizioni giuste e attrattive in termini di finanziamento e/o salario comprese misure di previdenza sociale adeguate e giuste (ivi compresi le indennità di malattia e maternità, i diritti pensionistici e i sussidi di disoccupazione) conformemente alla legislazione nazionale vigente e agli accordi collettivi nazionali o settoriali. Ciò vale per i ricercatori in tutte le fasi della loro carriera, ivi compresi i ricercatori nella fase iniziale di carriera, conformemente al loro status giuridico, alla loro prestazione e al livello di qualifiche e/o responsabilità”.

L’analisi del CUN

Il Consiglio Universitario Nazionale ha recentemente richiamato l’attenzione su alcune gravi carenze strutturali nella docenza italiana a confronto con gli altri paesi europei. Tra queste, in particolare, ha posto in evidenza l’eccessiva lunghezza del percorso che mediamente intercorre tra il conseguimento del dottorato di ricerca e l’ottenimento di una posizione di ruolo, con conseguente innalzamento dell’età in ingresso nelle fasce dei professori.
Considerazioni analoghe sono state effettuate anche dal Ministro, Sen. Giannini, che, presentando alle Camere le linee programmatiche per l’Università, ha ricordato che l’Italia ha il corpo docente più anziano d’Europa con un trend in rapido peggioramento al punto da essere definito “drammatico” dallo stesso Ministro.
L’anzianità del corpo docente italiano non è un problema nuovo, ma la riforma della l. n. 240/2010, modificando la struttura della docenza nella sua fase iniziale, ha pesantemente influito sulla lunghezza del percorso antecedente all’immissione in ruolo. Basti qui ricordare che oggi, con la messa a esaurimento del ruolo dei Ricercatori (RTI) e la creazione di due figure di Ricercatore a Tempo Determinato (RTDa e RTDb), l’età media di ingresso in ruolo è cautelativamente stimabile in 40 anni dato che la legge prevede un periodo massimo pre-ruolo di 12 anni(2).
A quasi tre anni e mezzo dall’entrata in vigore della nuova legge, mentre la cosiddetta tenure track (ovvero i RTDb) non è, nei fatti, decollata, la sequenza di incarichi prefigurata dalla stessa legge (Assegno di ricerca; RTDa; RTDb) ha visto quasi esclusivamente la stipula di contratti di assegnista, mentre rimane insufficiente il numero di RTDa e quasi trascurabile il numero di RTDb. Se prima della l. n. 240/10 il numero medio di RTI reclutati ogni anno era all’incirca di 1.700 unità, si rileva, dopo l’approvazione della stessa legge, una progressione del numero degli RTD, quasi esclusivamente di tipo a), come da tabella sotto riportata, a fronte di un numero crescente di assegnisti di ricerca (16.081 a fine 2013):

RTDaRTDb

Dunque, nel quadriennio il potenziale reclutamento di circa 7.000 ricercatori a tempo indeterminato è stato sostituito dalla creazione di circa 2.000 posti non di ruolo, prevalentemente di tipologia a), oltre che dal reclutamento di 3.026 RTI(3).

Questi numeri appaiono incompatibili con il modello di reclutamento previsto dalla legge stessa che avrebbe dovuto comportare un’assunzione significativa di assegnisti come ricercatori a tempo determinato di tipo a) e b). Essi testimoniano l’esclusione di fatto dal sistema universitario della maggior parte degli assegnisti di maggiore anzianità di servizio e la mancata sostituzione dei circa 2.000 docenti che mediamente escono dal servizio ogni anno e prefigurano, in assenza di interventi, una pesante contrazione dell’intero corpo docente che passerebbe, nel suo complesso, dalle 62.573 unità del 2008 alle 44.194 del 2018 (-29%)(4).
Possiamo quindi dire che questa emergenza della docenza è anche un’emergenza generazionale che rischia di segnare il futuro dell’Università e di “bruciare” intere generazioni di giovani studiosi.
I giovani ricercatori, tra l’altro, vivono una condizione di sostanziale precarietà e incertezza, in netto contrasto con le migliori pratiche europee e con i principi comunitari sanciti dalla Carta Europea dei Ricercatori richiamata anche dalla stessa l. n. 240/2010.
La Carta richiama infatti diversi principi cui i datori di lavoro, compresi i soggetti pubblici, dovrebbero attenersi relativamente alle condizioni di lavoro dei ricercatori in tutte le fasi della loro carriera. In particolare afferma che:

i datori di lavoro e/o finanziatori dovrebbero garantire che le prestazioni dei ricercatori non risentano dell’instabilità dei contratti di lavoro e dovrebbero pertanto impegnarsi nella misura del possibile a migliorare la stabilità delle condizioni di lavoro dei ricercatori, attuando e rispettando le condizioni stabilite nella direttiva UE sul lavoro a tempo determinato.

Significativo è il richiamo alla direttiva sul lavoro a tempo determinato, che mira a prevenire gli abusi derivanti dal ricorso a contratti successivi di durata determinata.
E’ altresì da evidenziare che lo stato giuridico dei ricercatori a tempo determinato è particolarmente fragile in quanto lascia all’autonomia degli atenei la definizione di aspetti importanti relativi alla libertà di ricerca e ai diritti dei ricercatori. Si vuole qui richiamare, fra gli altri, il problema della presenza dei ricercatori negli organi di governo degli atenei; tale presenza viene sancita come principio nella Carta Europea dei Ricercatori per proteggere e promuovere gli interessi individuali e collettivi dei ricercatori.

(2) Il percorso di lunghezza massima previsto dalla l n.240/10, prendendo come inizio l’ottenimento del dottorato a 28 anni, si può schematizzare in quattro anni di assegno di ricerca, cinque anni del primo contratto da RTD (tipo a) e tre anni del secondo contratto RTD (tipo b). In questo schema l’età di immissione in ruolo come professore associato sarebbe di 40 anni.
(3) Ricercatori a tempo indeterminato reclutati grazie al piano straordinario ex comma 650, art.1 della l. n. 296/06. 4(4) Vedi il citato documento CUN del 9 aprile 2014.

La proposta del CUN

 Il CUN ritiene che per rafforzare l’assetto della docenza universitaria sia necessario ripensare la disciplina di accesso al ruolo di professore. Reputa altresì doveroso il rispetto dei principi costituzionali secondo i quali l’accesso ai ruoli pubblici deve avvenire mediante efficaci procedure di selezione di natura comparativa, idonee ad accertare il possesso delle competenze e delle professionalità necessarie al miglior assolvimento dei compiti e delle responsabilità, che, nell’unitarietà della funzione docente, il nostro ordinamento assegna alle diverse fasce. A tal fine pertanto propone che:

  • sia superata la duplice figura RTDa e RTDb;
  • sia istituita una nuova figura di Professore a tempo determinato, titolare di una posizione di durata quinquennale, per l’accesso alla quale, previa idonea selezione pubblica comparativa che comprenda la valutazione delle competenze scientifiche e didattiche, è richiesto il possesso del titolo di dottore di ricerca(5);
  • il professore a tempo determinato sia confermato a tempo indeterminato con il nome di Professore Associato, previa acquisizione, entro i cinque anni, dell’ASN che ne certifica la maturità scientifica. La disponibilità delle risorse necessarie in caso di inquadramento in ruolo deve essere assicurata dall’ateneo nel momento in cui si costituisce il rapporto di lavoro con il professore a tempo determinato;
  • nel rispetto dell’autonomia universitaria, il consiglio di amministrazione, acquisito il parere del consiglio di dipartimento, proceda all’inquadramento nel ruolo di professore associato. Il consiglio di dipartimento, solo con motivata delibera approvata a maggioranza assoluta degli aventi diritto, può proporre al consiglio di amministrazione di non procedere all’inquadramento;
  • il Professore a tempo determinato abbia gli stessi diritti e prerogative degli attuali professori associati e ordinari per quanto riguarda gli aspetti legati alla ricerca (responsabilità di progetti nazionali e internazionali), sia membro effettivo del consiglio di dipartimento, abbia l’elettorato attivo alle cariche accademiche e che assuma gradualmente incarichi didattici e organizzativi coerenti con quelli dei professori di ruolo.

Per quanto riguarda l’aspetto non marginale della denominazione della nuova figura di Professore a tempo determinato, quella di assistant professor in uso nei sistemi anglosassoni non appare adottabile in Italia per il diverso significato che ha avuto la figura dell’assistente in Italia, poi cancellata dal d.P.R. n. 382/1980 e, poiché le denominazioni in uso in Spagna e Francia non sono direttamente traducibili in italiano, il CUN propone di rimettersi all’esempio tedesco che ha introdotto, con la riforma della docenza del 2001, la figura dello Junior Professor come primo livello della docenza. Pertanto il CUN propone di dare al nuovo Professore a tempo determinato la denominazione di Professore Iunior.
A queste misure normative è imprescindibile associare un congruo stanziamento di risorse che consenta il reclutamento di almeno 10.000 Professori Iunior nel quinquennio 2014-2018, rispondendo così alle esigenze di reclutamento evidenziate nel documento del CUN del 9 aprile 2014.

(5) oppure altro titolo previsto dalla legge

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40 Commenti

  1. Sul Sole 24 Ore di ieri, anche Dario Braga constata il fallimento della “tenure track all’amatriciana” (questa la profetica definizione che era stata data dai meno sprovveduti) e rilancia una proposta in larga parte sovrapponibile a quella del CUN (pur non menzionandola):
    ____________________________
    «Alla prova dei fatti due figure diverse di Rtd (A e B) sono davvero troppe. Teniamo il Rtd come canale di accesso (tenure track), semmai portandolo a 5 anni, e rinunciamo al Rtda (che, de minimis, andrebbe comunque svincolato dai punti organico). Allarghiamo per converso la possibilità di utilizzare gli assegni di ricerca in modo più efficiente e flessibile rimuovendo il limite dei quattro anni ma, introducendo, al contempo, un gradino salariale che garantisca dopo il quarto anno incrementi salariali consistenti e compensativi. Se poi proprio volessimo “cambiare verso” dovremmo superare la logica di gestire il personale mediante “punti organico” lasciando agli atenei la libertà di lavorare sui loro bilanci in funzione delle risorse reali e non sulla base di programmazioni virtuali.»

    http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2014-08-04/non-e-ancora-paese-ricercatori-063710.shtml?uuid=ABNkx8gB

  2. La disponibilità delle risorse necessarie in caso di inquadramento in ruolo deve essere assicurata dall’ateneo nel momento in cui si costituisce il rapporto di lavoro con il professore a tempo determinato;
    ————-
    Questo punto, viste le logiche con le quali si gestiscono i punti organico, lo vedo molto critico.
    Rimangono poi i concorsi da PA? Altrimenti l’ASN servirebbe solo ai PJ. Quale è il vantaggio di passare per un PJ se alla fine costa come un PA? Non riesco ad immaginarmi un dipartimento che si brucia punti organico in un’operazione di PJ che poi non va a buon fine.

  3. Una proposta che potrebbe essere attuata immediatamente, direttamente dal ministero e senza intervento del legislatore, e’ proprio quella di azzerare il costo in punti organico dei ricercatori di tipo a), costo che non ha alcuna ragion d’essere visto che sono figure molto piu’ simili agli assegnisti di ricerca che non ai professori, e’ che e’ estremamente penalizzante in regime di vincoli al turnover. Eventualmente, si potrebbe imporre un limite al massimo numero di ricercatori di tipo a), proporzionale a quello dei professori e ricercatori a tempo indeterminato in servizio. Questo permetterebbe almeno al sistema di “rifiatare”, mentre si ripensa la riforma della figura del professore iunior o simile.

  4. Un punto fondamentale che non leggo nella proposta del cun è la riserva del budget necessario per l’ingresso in ruolo della figura a tempo determinato. Questa necessità al momento frena gli RTDb.
    Non garantire il budget non garantisce l’automatico ingresso in ruolo, quindi nn ci sarebbe differenza con RTDa.
    Insomma mi sembra che abbiano proposto un pasticcio per risolvere un altro pasticcio.
    La vera differenza sarebbe che si garantisca, alla fine dei 5 anni, previa valutazione interne della didattica e ricerca la conferma nel ruolo di professore aggregato (o come cavolo lo volete chiamare) in pratica un RTI.

    Infine cosa non da poco, queste figure a tempo, non hanno riconosciuti gli scatti di anzianità. Questa è una condizione poco attrattiva, soprattutto se si pensa che potrebbe essere reiterata una volta.

  5. Vorrei commentare le prime due note.
    La nota (1) in maniera non troppo implicita fa presente che l’assegno di ricerca non è compatibile con la carta europea dei ricercatori. Finalmente si inizia a prendere atto dell’inadeguatezza contrattuale del post-doc in Italia, ruolo cruciale completamente dimenticato dalle varie riforme.
    La nota (2) dimentica la presenza dei precari che avevano già 5-10 anni di postdoc nel 2010 (e cui la riforma Gelmini ha “donato” la possibilita di altri 4 anni di assegno). Questi si vedono prospettare un ingresso in ruolo piu’ vicino ai 50 che ai 40 anni.
    Peccato non si accenni ai tanti precari che hanno già ora la ASN e sono in attesa di un lavoro…

    • Il secondo punto credo sia cruciale per il destino dell’università, se vogliamo davvero che ci sia un ricambio generazionale.
      Io, da post-doc abilitato, non vedo spiragli di sorta. Dopo l’illusione di un percorso “aperto a tutti” mi ritrovo ad essere una sorta di zombie che costa troppo in punti organico e, come altri colleghi nella mia stessa situazione, saltato a piè pari dall’ateneo, troppo impegnato con le poche risorse ad assumere gli interni strutturati.
      A questo si aggiunga l’ostruzionismo degli strutturati non abilitati, più che mai impegnati ad impedire la stabilizzazione dei precari.

    • Caro francesco, purtroppo anch’io condivido la tua situazione. Sono all’estero ma tornerei volentieri se ci fosse una qualche prospettiva. Quello che non comprendo del documento CUN è che sembra ignorare la presenza di precari senior. Sembra inoltre prevedere la possibilità che questi ottengano la ASN come una possibile eventualità futura, mentre è un dato di fatto che qualche migliaio di precari siano abilitati da associato.
      Quello che non capisco delle procedure valutative è questo: perchè spingere tanto sulla competizione e sull’eccellenza se poi a chi vince secondo le regole proposte non ottiene nessun beneficio ? Mi pare un albero della cuccagna molto alto e viscido…salito sul quale ti accorgi che i salami li ha già presi qualcun’altro…magari chi ti incitava a salire o chi aveva iniziato la sua salita prima di te…

  6. Cosa si intende, nella premessa, con “preoccupazione di assicurare … maggiore serenità nell’esercizio della professione”? Abbiamo già molti esempi di professionisti che, convertiti da docenti a contratto a RTDa, continuano a insegnare il loro corso, a non fare ricerca, e a gestire la propria attività professionale in assoluta serenità. Purtroppo alcuni atenei hanno usato lo strumento RTDa come surrogato della docenza a contratto, per superare vincoli di requisiti minimi. Spero che il CUN non intenda incoraggiare la stabilizzazione di tutti questi non-ricercatori. Con una abilitazione ammorbidita quale è quella che si profila all’orizzonte, ciò non sarebbe poi così difficile.

  7. Mi spiace che finalmente si sia arrivati alla proposta che doveva sostituire i concorsi nazionali Moratti con i concorsi locali “assumiamo chi vogliamo noi”. Peccato che questo a comportato il blocco di concorsi a norma di legge (visto che dal 2004 al 2013 gli unici concorsi da professore sono stati in deroga) e questo a richiesto 10 anni per eliminare il danno possibile dei concorsi secondo la legge Moratti. Per l’abilitazione abbiamo scherzato.. gli RTA e gli RTB sono stati uno scherzo….

    Sono senza parole.

    Mia proposta: divieto per i prossimi 10 anni a chi superato i 60 anni di eta’ di fare parte di senati accademici, concorsi da professore, commissione di valutazione, direttore di dipartimento e svolgere le funzioni di rettore. Non si può’ accettare che chi ha contribuito al disastro attuare decida del futuro dell’università.

  8. Dalle forme RTD alla ASN, passando per improbabili e inefficaci valutazioni di tutto quanto, materiale e immateriale, faccia parte del mondo universitario, la presa d’atto del fallimento delle, presunte, riforme degli ultimi anni è sotto gli occhi di tutti.
    In un paese civile, qualcuno dovrebbe essere chiamato a rispondere di tali fallimenti. In Italia, fingendo che le riforme siano discese dal cielo, ci accontentiamo di un’ampia presa d’atto degli stessi, sperando in una, pur lenta, convergenza verso soluzioni migliori.
    Il problema, al solito, è che le disastrose riforme sono state in buona parte condivise da quote non trascurabili di docenti universitari che, ancor oggi, hanno un ruolo di primo piano.
    Ciononostante, la proposta Cun mi pare ragionevolmente convergere verso l’idea di ruolo unico.
    Se a questo aggiungessimo la rimozione di forme di legalizzazione del precariato perenne come gli assegni di ricerca, potremmo guardare con maggiore ottimismo al futuro dell’università.
    Due sole perplessità.
    1. L’attuazione di qualsivoglia riforma rischia di infrangersi contro il muro di vecchie cordate e scuole. Guardando l’esito, abbastanza sconfortante, dell’ASN, immagino cosa potrà divenire il reclutamento di professori junior, ovvero futuri associati.
    2. Cosa dovrebbe accadere ai ricercatori attuali, spesso fermati dalla suddetta sconfortante dell’ASN? Inevitabilmente, alle condizioni attuali, si innescherà l’ennesimo conflitto generazionale.
    In alternativa, rivedendo le distorsioni dell’ASN e superando l’illogica ed anacronistica limitazione dei punti organico, alla sacrosanta proposta CUN dovrebbe essere associata una strategia a breve termine per i ricercatori a tempo determinato che, è il caso di ricordarlo, da tempo sono bloccati senza alcuna prospettiva reddituale e di gratificazione pur svolgendo in molti casi le mansioni della categoria superiore.
    In ultimo, l’esperienza recente dell’università di Torino dovrebbe insegnare a molti che la strada della condivisione (in alternativa ai ristretti tavoli baronali) è la soluzione migliore per riformare e formare il sistema universitario. Ancora una volta, mi pare di poter dire che la direzione presa dal CUN sia a più condivisibile.

  9. “La disponibilità delle risorse necessarie in caso di inquadramento in ruolo deve essere assicurata dall’ateneo nel momento in cui si costituisce il rapporto di lavoro con il professore a tempo determinato;”
    Quindi, se non ho capito male, niente risorse a monte della chiamata, nessuna possibilita’ per il professore associato a tempo determinato di essere chiamato e, di conseguenza, nessuna di essere confermato. Quindi esattamente come ora per gli RTb. O mi sbaglio?
    Se cosi’ fosse, anche questa proposta mi ricorda tanto un modo di dire che ripete spesso il mio simpaticissimo vicino di origini campane: “stucco e pittura, bella figura’.

  10. Segnalo questo simpatico articolo dal titolo: “How Academia resembles a drug gang”, che usa ironicamente – ma non troppo – un paragone ripreso da Freakonomics:
    http://alexandreafonso.wordpress.com/2013/11/21/how-academia-resembles-a-drug-gang/
    Si tratta di un articolo presentato di recente (2013 a Fiesole!) alla “European University Institute’s Academic Careers Observatory Conference.”
    Ci sono dati interessanti sull’aumento verificatosi pressocché ovunque dei precari rispetto agli strutturati, e su quello che avviene ed è avvenuto negli ultimi anni negli US, in Germania e negli UK.
    Nei tre casi si vede come le scelte pertinenti alle diverse figure, strutturate o meno, dipende in maniera rilevante dalle scelte fatte riguardo i responsabili a diverso titolo di attività di didattica o di ricerca.
    Negli US, la didattica è delegata a un crescente numero di “outsiders”, mentre i “tenured” sono percentualmente meno e fanno la metà circa della didattica da svolgere, riservandosi quindi un carico minore di ore di lezione per fare ricerca.
    In Germania pare invece esserci un limbo intermedio di gente precaria a vario titolo (compreso lo Juniorprofessuren… ja) e l’età della professorship stabile è piuttosto alta (“mid-40s”). Ma quello tedesco, è definito complessivamente un sistema “perverso” (va là che non siamo sempre noi italiani a farci riconoscere).
    In UK le cose vanno meglio dal punto di vista delle posizioni intermedie (principalmente “lectureships”), pur essendoci una percentuale di “outsiders” piuttosto strapazzati economicamente e usati a vario titolo (per pubblicazioni e ore di lezione).
    Si vede dunque che non è che guardando all’estero si trovi la Terra Promessa del precario e quindi un sistema da impacchettare e importare qui per migliorare il nostro, che, tutto considerato, a confronto, tanta pena non fa(ceva).
    Da noi il “problema” degli RTI è stato che sono sempre stati a tutti gli effetti anche professori, accollandosi (minimo mediamente) i 12 crediti di lezione. Non erano nati per essere delle “professorship”, ma lo sono diventate per la necessità di assicurare l’offerta formativa in Italia e anche in nome del fatto che il rapporto docenti/studenti da noi è sempre stato basso.
    Siccome le cose peggioreranno in futuro, vista la contrazione del numero dei docenti, non ha quindi senso ripristinare la figura degli RTI, che non era sbagliata ma che diventerebbe in tutti i casi una (inutile) terza fascia di docenza a TI.
    Sulla tenure di 5 anni ho delle perplessità, non mi sembra una durata necessaria. Probabilmente 3 anni sarebbero abbastanza e sarebbero compatibili coi tempi delle programmazioni a breve periodo dei dipartimenti.
    D’accordo sull’eliminare l’RTDa che succhia punti organico pur essendo a TD, una cosa insensata.
    In tutto questo, mi chiedo anche cosa avesse in mente la ministra quando parlava (parla ancora?) di 6000 ricercatori all’anno. Che tipo di ricercatori sarebbero?

  11. Credo che le proposte del CUN siano, anche comprensibilmente, condizionate dalla necessità di trovare soluzioni alla miriade di problemi causati dall’eliminazione della figura del RTI. In tal modo si rischia però di rendere la situazione ancora più intricata.

    Secondo me sarebbe giusto usare un approccio opposto, cioè partire da ciò che serve veramente alla Comunità e, con l’occasione, trovare una soluzione pratica a tutte le storture create dalla recente legislazione (precarietà, ingiustizie, gerontocrazia, conflitti di interesse etc).

    Le professionalità che la Comunità richiederebbe, io credo, sono:
    – ricercatori che facciano ricerca innovativa e libera e che, se vogliono e ne hanno i requisiti, possano anche insegnare o partecipare ai collegi di dottorato;
    – professori che siano in grado di trasmettere conoscenze e esperienze di ricerca.

    Capite che sono due ruoli diversi, e non necessariamente l’uno vale più dell’altro. Se uno è molto bravo a fare solo la ricerca, perché non dovrebbe esser ben pagato solo per questo? E perché dobbiamo costringerlo a fare didattica? Magari vuole anche viaggiare più spesso, interagire con il mondo industriale, ma è condizionato dalla didattica.

    Viceversa accettiamo che i professori siano selezionati senza prova didattica e costringiamo dei settantenni a fare ricerca agli stessi ritmi dei ventenni (ecco una delle cause del precariato).

    Non sarebbe bene fare una profonda riflessione sulla natura dei ruoli universitari prima di proporre ricette che potrebbero rivelarsi più indigeste di quella attuale?

  12. Ma ecco, e poi mi fermo, io vorrei anche capire il senso della “tenure track” in Italia. L’unico era il supposto periodo di prova in attesa di prendere un’abilitazione che doveva essere piuttosto selettiva. Ma forse solo l’ANVUR l’aveva intesa così, perché secondo il legislatore stesso doveva essere solo un titolo, non una procedura comparativa, e quindi non avere un vero valore selettivo.
    Resta dunque la domanda su quale significato possa avere una tenure track in Italia, dal momento che se si stanzia poi l’intero budget da PA all’inizio, avendo quindi già in mente una posizione a TI, non vedo neanche una reale possibilità di revoca.
    Leggendo qui sotto poi, la filosofia mi è ancora meno chiara:
    http://en.wikipedia.org/wiki/Tenure_%28academic%29#Criticisms_of_the_tenure_process

  13. «Solo gli imbecilli non cambiano mai opinione»
    Honoré Gabriel Riqueti de Mirabeau
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    Nel 2010, Dario Braga diceva con sicurezza che non è vero che la 240/2010 “butta a mare il futuro di generazioni di giovani studiosi”.
    Nel 2014, potendo “valutare in modo oggettivo i risultati del modello basato sul reclutamento universitario su tre passaggi a tempo determinato” osserva che “La teoria del temporary job alla base della legge 240 ha fallito”.
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    Dario Braga, 25 novembre 2010
    http://www.dariobraga.it/web/index.php?page=dicembre-2010
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    Il DL sull’Università non é il demonio – checché se ne dica (e molti di quelli che ne dicono non lo hanno nemmeno letto…) – anzi. Di molte cose contenute in quella legge abbiamo molto bisogno.

    Non é vero come alcuni vanno gridando che il DL smantella l’università pubblica (per quello basta chiudere i rubinetti dei finanziamenti) e non é vero che uccide la ricerca (per quello basta chiudere i rubinetti dei finanziamenti) e non é vero che butta a mare il futuro di generazioni di giovani studiosi.

    Il ragionamento che alcuni fanno sulla pelle degli studenti è tuttavia francamente disgustoso.
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    Dario Braga, 4 agosto 2014
    http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2014-08-04/non-e-ancora-paese-ricercatori-063710.shtml?uuid=ABNkx8gB
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    Chi è avvezzo alle scienze sperimentali sa che ogni teoria deve essere sottoposta al vaglio della sperimentazione per verificarne esattezza e robustezza. Questo vale anche per la teoria del temporary job universitario che sorregge le scelte della legge 240/2010 (Gelmini).
    A quasi quattro anni di distanza dall’entrata in vigore, è quindi possibile valutare in modo oggettivo i risultati del modello basato sul reclutamento universitario su tre passaggi a tempo determinato, l’ultimo dei quali in tenure track per poter accedere stabilmente alla carriera universitaria.

    La teoria del temporary job alla base della legge 240 ha fallito per due motivi:
    – perché non ha considerato migliaia di assegnisti già operanti nei dipartimenti al momento dell’entrata in vigore;
    – perché non ha previsto misure parallele per incentivare l’assunzione di ricercatori da parte delle imprese e del sistema pubblico non accademico.

    • Meglio tardi che mai, peccato si potesse capirlo ben prima. A febbraio 2011 scrissi:

      “Se una legge prevede una norma transitoria per definire i limiti temporali del mandato dei rettori in carica al momento dell’attuazione della norma (non più di cento persone in Italia) ma non una norma transitoria per definire la situazione contrattuale dei giovani precari (circa 40.000, forse molti di più) di cui una parte è in questi giorni costretta a lavorare gratis, evidentemente c’è qualcosa che non torna.

      Non torna il peso eccessivo che alcuni soggetti hanno avuto verso il Ministero, che invece di considerare come interlocutori fondamentali i precari della ricerca è facilmente influenzato da giudizi di personale universitario che per limiti anagrafici non farà parte dell’Università del domani e che propone soluzioni ai problemi di realtà che non conosce così bene come chi invece le vive dall’interno.

      Non torna il fatto che per l’ennesima volta tempo determinato fa rima con precariato e che, nel cambiamento delle regole del gioco, a rimetterci sarà automaticamnte l’anello più debole della catena. Non è giusto che la categoria che ha meno diritti sia anche quella a rimetterci maggiormente e per prima.

      Non torna il fatto che nella maggior parte (in tutti ?) gli atenei italiani i non strutturati non siano nominati negli statuti, così come non torna che non si sia finora pensata una rappresentanza elettiva degli Assegnisti, previsti dalla legge per portare avanti le ricerche ma che di fatto negli statuti e nelle procedure universitarie non sono nominati e di conseguenza hanno alcun diritto, non esistono.

      Crediamo che proprio questa assenza dei precari dagli statuti, dai registri, dalle rappresentanze spieghi perché si sia fatta una riforma dell’Università senza tener conto della loro presenza. La Legge 240/10 sarebbe adatta ad un paese senza precari, dove i contratti da ricercatore a tempo determinato possono venire offerti a giovani che hanno appena finito il dottorato (27-29 anni). Di fatto, come già detto, questi contratti verranno stipulati con chi ha già fatto una lunga gavetta ed ha un curriculum di primo livello, inevitabilmente migliore di quello dei più giovani, e ciò a 35-38 anni, ed ecco che il tanto atteso ringiovanimento dei docenti sarà una chimera.”
      (Intervento completo qui: http://iononfaccioniente.wordpress.com/2011/02/20/sui-precari-dell%E2%80%99universita-che-stanno-lavorando-gratis/)

    • Quello che era perfettamente prevedibile nel 2010 è stato ripetuto qui tante volte.
      Il problema non è consistito solo nell’illogicità di fondo delle due figure a tempo determinato create, ma nella contestuale pretesa di crearle senza alcun sostegno economico supplementare, in un momento storico nel quale, fra l’altro, coi concorsi che erano già bloccati da due anni e che sarebbero poi rimasti bloccati fino almeno a compimento della prima tornata dell’ASN (fra tutto ben 4 anni), si sarebbe creato uno stuolo di precari ben qualificati accanto allo stuolo di RTI e PA fermi nei loro avanzamenti di carriera da anni.
      I risultati, che erano in realtà già noti sulla carta, sono adesso sotto gli occhi di tutti e ora, di nuovo, non serve cambiare nome alle figure di precariato (seppur necessario) senza finanziare il loro reclutamento in maniera consistente.

  14. ..sì, sì, meglio tardi che mai, però mi pare che ai più sia sfuggito l’aspetto principale, e cioè che tale figura, ove accolta, non produrrà reclutamento in senso stretto, ma progressioni di carriera.
    Mi spiego meglio.
    Da sempre, ovverosia dalla riunione preliminare al MIUR, e poi in Parlamento, io ho sostenuto che non ci doveva essere lo sdoppiamento RTDA-RTDB, nonché che l’RTDa aveva “il marchio di caino” e avrebbe ucciso suo fratello, l’RTDB, così sancendo il fallimento della t.t. all’italiana, che pure doveva essere il fiore all’occhiello della riforma, oltre che del reclutamento in senso stretto (le progressioni sono altra cosa).
    In più la mostruosità dell’RTDB consiste nel fatto che, alla fine del percorso, non solo diventi da TD a TI (cioè ottieni la tenure), com’è dalle altre parti del mondo, ma, contemporaneamente, vieni pure promosso da ricercatore a professore.
    Quella era la parte più assurda, ma in realtà era strumentale contro gli RTI che si dovevano vedere superare a sinistra dalle nuove leve. La cosa si è risolta contro le intenzioni del suo ideatore, perché ovviamente -c’è ancora l’art. 3 Cost.-si è dovuto creare il comma 6 dell’art. 24 consentendo la promozione diretta anche da rti a pa, e da pa a po.
    Ma a cosa serviva la stranezza di un percorso di tenure che non ti porta solo il posto fisso ma anche la promozione?
    A non far partecipare gli RTI ai posti da RTDB. Mentre con la nuova figura di giovane professore, che guadagna come un associato e poi tale diventa, NON si potrà impedire agli RTI di partecipare a tali concorsi. E’ tutti gli rti vorranno parteciparvi, specie se già abilitati, mentre solo un non-abilitato potrebbe pensare “e se poi non mi abilito mi licenziano!): vabbé che, a mio avviso, l’idea è, dalla terza tornata in poi,è quellq di abilitare todos caballeros.
    Infatti, specie per chi abbia l’abilitazione già in tasca si tratta chiaramente di concorsi da associato, anche se per 5 anni ti chiamano con un nome diverso.
    La verità, invece, è che, se si vuole sbloccare il reclutamento in senso stretto, aiutando i precari, si deve istituire un professore di terza fascia che COSTI 0,5 (o perfino 0,4) punti budget, magari anche con un percorso di t.t., visto che tanto piace.
    Insomma una figura sulla quale vadano a concorre solo i precari, e non gli RTI, ripristinando una terza fascia a basso costo, proprio come era quella degli RTI, con in più obblighi di didattica…visto che i cdl sono in crisi.
    Tom Bombadillo

    • Caro Tom/Vito, voglio proprio vederlo un RTI che partecipa a concorsi per posti a tempo determinato! Almeno finché non sia stato avvistato da qualche parte in Italia il primo esemplare di una nuova specie: il RTD tipo b che ha OTTENUTO la tenure (come sa qualsiasi cittadino italiano, un conto è promettere, ben altro è mantenere).
      La soluzione al pasticciaccio degli RT di ogni genere, e all’altra farsa della retribuzione della didattica degli RTI lasciata al capriccio e al bilancio dei singoli atenei, sarebbe stata molto semplice: se si voleva che ogni categoria di accademici fosse costretta contrattualmente ad insegnare, che le categorie fossero in tutto due e che i precari avessero una reale chance di ingresso nel sistema, sarebbe bastato lasciare gli RTI com’erano, integrando il loro stipendio, a partire dalla conferma, con una quota aggiuntiva (ad es. il + 30% previsto dalla 240 per gli RTDb rispetto agli RTDa) resa necessaria dal mutamento del loro stato giuridico nel senso dell’obbligo di insegnamento (obbligo da quantificare, magari, in un corso/60 ore) e rendendo più seria, e simile a una tenure, la conferma dopo il triennio; mettendo ad esaurimento, piuttosto, la fascia dei PA. Sarebbe anche servito a eliminare la farsa, esistente solo in Italia, di due fasce (PO e PA) di docenza con identici obblighi ma diseguali diritti e retribuzioni. Ma si sa, in Italia è sempre dal basso che si inizia a falciare…

  15. Infatti, Tom, anche secondo me la nostra figura di RTI non era sbagliata, perché dava una stabilizzazione ad un costo minore di un associato (0.5 piuttosto che 0.7, ma anche meno in pratica se si tolgono questi maledetti punti organico). E giustamente, a meno di non trovare altre soluzioni per sostenere l’offerta formativa, non dovrebbe più chiamarsi ricercatore. Nel contempo, però, dovrebbero essere differenziate le mansioni rispetto ad un PA, altrimenti diventa un PA di serie B.
    Per il resto, toglierei anch’io i limiti temporali agli assegni di ricerca e magari prevederei dei miglioramenti stipendiali dopo i quattro anni.

  16. ..sì, Lilla, però al Miur fin qui sono stati granitici: il sistema dei punti organico non si tocca. Per il resto, si tratterebbe di un professore di serie c, non b. Ma non vedo il problema, in fondo già ora il pa è di serie b, o meglio di seconda fascia, con compiti identici al po, ma ruolo e stipendio inferiori.
    Caro Fausto, SE il CdS non mi licenzierà e SE sarò abitato (due se ognuno dei quali è grosso come una casa), ci andrò io a concorrere da piccolo professore, perché non è (rectius: sarebbe) una posizione precaria, anche in considerazione del fatto che i soldi per la tenure stanno da parte sin dall’ inizio, e quindi non vedo rischi.
    Tom
    p.s. su internet preferisco il mio nome de guerre

  17. Anche io avrei preferito una terza fascia a tempo indeterminato (meglio se ‘fascia docente”) pensata sopratutto per I precari: il tentativo di ‘convogliare’ promozioni dei ric.t.i. e le assunzioni a tempo indeterminato di giovani nella stessa fascia (quella dei PA) normalizzando per l’eta’ accademica i parametri bibliometrici mi lascia molto perplessa:
    Sono d’accordo che nel valutare la produzione scientifica di ciascuno bisogna considerare un po’ anche l’eta’, ma secondo me per abilitare una persona a PA, bisognerebbbe che avesse dimostrato anche un po’ di continuita’ e perseveranza nel tempo nella produzione scientifica, e anche autonomia dai relatori di tesi: in certi settori sono stati abilitati a PA persone molto giovani con poche pubblicazioni: superavano le mediane, sembrano giovani brillianti, ma personalmente prima di abilitarli a PA, mi sembrerebbe giusto vedere come lavorano in un arco di tempo maggiore e lontani dai relatori….(e magari facendo anche un po’ di didattica contemporaneamlente….)
    D’altra parte e’ innegabile che nei dipartimenti si stanno per ora soprattutto promuovendo rti con buona pace dei precari per quanto bravi siano (e qualcuno tutt’altro che giovane….)

    All contrario

  18. Scusate: ho sottomesso il precedente messaggio senza volere e prima di finirlo, termino adesso.

    Al contrario di quel che a volte ho letto in qualche commento, non penso che ai tempi della protesta contro la riforma Gelmini, una terza fascia a tempo indeterminato sia stata voluta ma non ottenuta perche’ la protesta dei ricercatori non fu appoggiata dai prof a sufficienza; credo piuttosto che la maggior parte dei ricercatori non volesse piu’ una terza fascia tempo indeterminato, nella speranza forse che questo portasse a piu’ promozioni… e sostanzialmente la maggior parte dei prof non si interesso’ piu’ di tanto a quello che veniva scritto nelle mozioni delle varie facolta’ lasciando fare ai ricercatori…..

    Credo sia stato un grosso errore purtroppo….

    • Elena,
      evitiamo di dare ai ricercatori la “colpa” di non aver cambiato la l. 240. Il ruolo RTI era stato messo ad esaurimento già dalla Moratti, e nel 2010 c’era in parlamento un ampio consenso trasversale sull’eliminazione del ruolo ricercatore. In altre parole non c’era niente da fare: è già tantissimo che si sia ottenuto il comma 6 dell’art. 24 e il piano straordinario associati, visto che l’intera legge era stata scritta CONTRO gli RTI.
      Le recriminazioni sul “non vi siete opposti abbastanza” lasciamole fare alle ex-cheerleader della Gelmini, per favore.

  19. Sono d’accordo con te sul fatto che probabilmente era molto difficile far lasciare una terza fascia a tempo indeterminato: cio’ non cambia pero’ il fatto che molti ricercatori e anche prof non la volessero proprio……secondo me sbagliando
    Quanto all’essersi oppositi abastanza o no credo che in genere I ricercatori abbiano fatto moltissimo per opporsi alla legge Gelimini; quello su cui sono sempre stata perplessa e’ cosa veniva richiesto da loro e piu’ in genere dal mondo universitario non tanto la forza della protesta…

    • Credo fosse impossibile articolare una proposta alternativa vista l’assenza di una qualsiasi sponda politica credibile (PD incluso: il PD, salvo la visita di circostanza sui tetti delle facoltà, condivideva di fatto le linee guida della cosiddetta “riforma”).
      Soprattutto ricordiamo la formidabile preparazione mediatica, condotta in totale assenza di contrasto. Il personale di ruolo nell’Università era stato ridotto, agli occhi del paese, a una miserevole accolita di “baroni” (gli ordinari) e “raccomandati”-“nullafacenti” (noi ricercatori, gli associati non esistono in questa rappresentazione). Poi c’erano i “precari”, unici meritevoli e uniche vittime della situazione così dipinta.
      Non fosse per ROARS, staremmo ancora annaspando in quella fogna.

  20. Istituire la terza fascia avrebbe voluto dire aumentare lo stipendio a più di 20.000 strutturati – questo l’ordine di grandezza degli RTI.
    Con l’ASN ne sarebbe invece passato un certo numero, possibilmente basso (con le simpatiche mediane si poteva fare una stima a tavolino), e si potevano stanziare i soldi del piano straordinario solo per loro.
    Invece di riconoscere ufficialmente la docenza a tutti i ricercatori, è stata poi lasciata libertà agli atenei di retribuire i loro corsi con un compenso.
    Le nostre proteste (in molti eravamo in trincea, io no sui tetti per via delle vertigini) sono state purtroppo poco sostenute da buona parte delle due fasce di docenza.
    A noi dissero di sospendere il ritiro delle disponibilità di supplenza (che era la prima arma di protesta) perché questo ci si sarebbe ritorto contro. La contrazione dei corsi di studio avrebbe infatti legittimato la loro chiusura, rendendo inutile un numero maggiore di docenti.

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