La Repubblica del 19 gennaio ospita un editoriale del Prof. Andrea Graziosi, già Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Valutazione della Università e della Ricerca (ANVUR) che contiene, accanto ad affermazioni condivisibili, opinioni e giudizi  sui quali è lecito, e forse doveroso,  discutere. Si parla di una “buona” legge Gelmini, quando invece questa legge ha accentuato il localismo nelle assunzioni dei docenti, il cosiddetto “inbreeding”,, che era e resta uno dei principali difetti del nostro sistema universitario. La riforma Gelmini ha anche ridotto da tre a due i ruoli (o fasce) della docenza, un’operazione che avrebbe potuto risultare priva di effetti negativi se fosse stata adeguatamente finanziata, ma che, in presenza di una diminuzione dei finanziamenti ha di fatto bloccato l’ingresso dei più giovani nei ruoli della docenza: i pochi fondi disponibili sono stati spesi per promuovere i molti (ma non tutti)  meritevoli che appartenevano alla “terza fascia” che la legge aveva soppresso. Ma il danno a lungo termine maggiore della legislazione recente e dell’azione del Ministero e dei suoi organi (in particolare l’ANVUR) è quello causato dall’introduzione di parametri numerici gabellati per “oggettivi” per la valutazione della ricerca scientifica. Nessuna attività creativa può essere valutata “oggettivamente”, tuttavia se una autorità centrale condiziona assunzioni, promozioni e finanziamenti al superamento di “soglie” di parametri numerici, i ricercatori, in particolare i più giovani, saranno costretti ad inseguire i parametri, anziché seguire la loro curiosità e la loro personale valutazione di che cosa è, o può divenire, importante o significativo.

Alessandro Figà Talamanca

Professore di Analisi Matematica a r.

Sapienza Università di Roma

 

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22 Commenti

  1. A. Graziosi: “E le discipline umanistiche e giuridiche soffrono di una crisi legata al declino delle culture nazionali europee e dell’Europa: malgrado eccezioni, esse stentano ad aprirsi al mondo rimettendo in gioco le proprie tradizioni, come dimostrano le polemiche sull’uso dell’inglese nei progetti.”
    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/01/19/atenei-larte-di-valutare28.html
    Chi vuole commentarlo?

    • Sono d’accordo sul fatto che ci sia una crisi e anche sul fatto che quelle discipline stentino ad aprirsi al mondo. Sono meno d’accordo sull’affermazione che l’unica causa di questa crisi sia il declino delle culture nazionali europee e dell’Europa; penso ci siano anche altre cause, che risiedono proprio nelle culture di partenza.

      Faccio un esempio che riguarda la nostra: la radice idealistica del sistema educativo italiano, specie per quello che attiene le discipline umanistiche e giuridiche, e’ difficilmente contestabile. Per questo, trovo utile citare quello che sostiene uno dei piu’ influenti pensatori della nostra tradizione e importante uomo politico: “Non si può col pensiero revocare in dubbio il pensiero e trattarlo a mo’ di una cosa che può non esser vera, giacché esso stesso è la verità” (B. Croce). Vorrei invitare chi legge a riflettere dove si approda partendo da una posizione culturale del genere.

      Un punto piu’ specifico ma per me ancora piu’ importante: mi chiedo se i colleghi, che hanno autorevoli ruoli nelle discipline umanistiche e giuridiche, stiano usando il dottorato per permettere alle nuove leve di crescere o meno. Qualche dubbio a proposito ce lo avrei, quando prendo atto che tanti di loro il dottorato non l’hanno proprio fatto e non sempre lo rispettano.

      Il caso Bellomo ha messo sotto gli occhi della opinione pubblica un fatto inoppugnabile: l’accesso alle carriere forensi passa attraverso scuole di specializzazione private e biennali. Il dottorato e’ pubblico ed almeno triennale: quindi e’ potenzialmente piu’ formativo, e’ piu’ controllato, e per giunta viene pagato con le tasse dei concittadini. Mi chiedo: che senso ha metterlo in secondo piano? E ancora, quanto tempo passera’ prima che qualche amministratore dello stato esibisca con orgoglio il suo titolo di PhD?

      Noto che Graziosi fa una affermazione importante a proposito, anche se molto succinta: “i dottorati di ricerca hanno bisogno di più attenzione” che spero preluda ad una discussione. Siccome non sono un idealista, credo che la prima cosa da fare per migliorare sia un esame accurato e senza pregiudizi del punto da cui si parte. Poi bisognerebbe chiedersi: come lo usiamo? Che ruolo gli diamo nella nostra societa’? Come lo armonizziamo con il resto del mondo?

  2. Articolo totalmente condivisibile anche nella sua brevità: i mali dell’attuale legislazione e normativa li conosciamo bene, ma non si riesce a venirne a capo o a modificare alcunché. Il MIUR è spesso contro l’Università nelle sue normative, l’ANVUR è addirittura fuori dall’Europa (non membro ENQA) e la legislazione attuale (Gelmini) non solo è deleteria ma disapplicata nelle sue parti migliori (le Commissioni Etiche istituite sono quasi sempre inutili se non diseducative) e di una farraginosità esemplare: c’è una legge scritta peggio?
    C’è un limite al peggio? La prossima ministra dell’Università sarà ancora Gelmini? Gelmini II il ritorno? Speriamo nei neutrini, sicuramente la ministra in pectore sarà in grado di spiegare i loro sapori e la loro massa… con o senza tunnel…

  3. Figà Talamanca sintetizza in modo molto efficace i tre problemi più gravi dell’Università italiana di oggi. Se ne può dedurre a mio avviso quali siano i punti programmatici sui quali occorrerebbe convergere: 1) Misure per il contenimento del localismo nelle carriere e per l’incentivazione della mobilità tra atenei; 2) Ripristino di una terza fascia della docenza a tempo indeterminato; 3) Ridimensionamento delle attribuzioni dell’Agenzia di valutazione, e rifiuto assoluto nei confronti dell’applicazione in automatico di parametri fintamente ‘oggettivi’ (penso alla ridicola classificazione delle riviste umanistiche in ‘fascia A’ e simili). A questi punti dovrebbe aggiungersi, ovviamente, il ripristino di un adeguato finanziamento del sistema. C’è una forza politica che, in vista delle prossime elezioni, proponga nel suo programma questi punti? A me non sembra. Nei programmi che ho spulciato (per quel che valgono i programmi elettorali) delle forze di opposizione, ossia 5 stelle e LEU, vedo che si parla di temi pur importanti ma non essenziali come l’open access, il prolungamento dell’abilitazione, la governance degli atenei, l’offerta formativa online e la creazione di agenzie centralizzate per la ricerca. Nel programma del centrodestra di università e ricerca semplicemente (e per fortuna, direi) non si parla. Per quanto riguarda il PD, se non sbaglio di uno straccio di programma ancora non c’è traccia (sul loro sito ho trovato il logo in più formati grafici, ma nessuna indicazione sul programma elettorale). Del resto, certamente non saranno il PD di Renzi e Forza Italia a mettere mano a una riforma che hanno fortissimamente voluto (leggasi: che hanno fortissimamente voluto regalare a Confindustria).

    • Veramente LEU ha pubblicato un lungo approfondimento programmatico su Università e ricerca, qui, che merita di essere discusso, perché tocca molti dei temi che ci stanno a cuore. Qui mi limito a segnalarlo, perché non ho il tempo di scriverne un’analisi dettagliata.

      L’open access, se connesso a un ripensamento della valutazione della ricerca (non importa più in quale rivista ad accesso chiuso privatizzi il tuo articolo, ma che tu lo renda pubblico e lo sottoponga all’uso pubblico della ragione) potrebbe essere un tema non solo importante, ma essenziale. Perfino sul piano economico: se cominciassimo a pubblicare sulle nostre infrastrutture (in stile europeo
      o anche in modo più radicale) potremmo investire in ricercatori quanto risparmieremmo smettendo di acquistare i marchi venduti a carissimo prezzo dalle multinazionali dell’editoria.

      Infine, una notazione storica: Humboldt prevedeva che fossero le università, perifericamente, a darti la venia legendi (Habiliation), con la quale potevi insegnare come libero docente, ma che fosse lo stato ad assumerti come professore – esclusivamente a condizione che una qualche università ti avesse abilitato. Questa soluzione si basava su una specie di divisione di poteri fra due potenziali nemici della libertà accademica: lo stato, da una parte, e i colleghi di facoltà, dall’altra. Questa sistema, per il quale il potere amministrativo spettava allo stato e la valutazione della ricerca alle università, era pensato per limitare l’interferenza scientifica del primo e il potere locale dei secondi.
      Il regime italiano attuale è esattamente l’opposto: la valutazione è di stato, mentre l’assunzione è dipartimentale. Food for thought?

    • Peccato che la sintesi del programma prometta “più valutazione seria per tutti” fatta da individui inattaccabili. Oltre a discutere sarebbe anche bene guardarsi le spalle 😉

    • @A. Baccini Non ho nessuna simpatia per Leu, sono “un PD” non “il PD buono” 🙂 Hanno votato tutte le leggi etc.

      Però in questo caso penso “inattaccabili” stia a significare “non impresentabili”. E ce ne sarebbe bisogno! Poi, chiaramente, i lapsus e l’uso di termini ambigui… c’è chi sostiene che qualcosa denotino.

      In generale, libro dei sogni, magari ben scritto, ma da persone di cui non mi fido e che, andassero – contro ogni pronostico – al governo, certo non realizzerebbero (ovvio, sensazione personale).

      A parte tutto questo, “abolire l’Anvur o ridefinirne dalle fondamenta il mandato per un’agenzia della valutazione con un governo partecipato dalla comunità scientifica e garanzia di autonomia dalla politica” mi pare condivisibile.

    • Non ho (quasi) nulla da dire sul documento lungo di LeU. Il problema è la sintesi. Dove si legge: “È irrinunciabile un investimento […] sulla valutazione seria della ricerca definendo nuovi criteri e finalità della valutazione dei singoli e delle istituzioni.” Solo dopo una lunga e aspra discussione facebook è apparso il link ai “documenti lunghi”. Chiunque può vedere che la sintesi sulla valutazione è una sintesi di cose che non stanno nel documento lungo. Riemergere di pulsioni profonde (da non dimenticare che i padri di ANVUR ora militano da quelle parti). http://liberieuguali.it/programma/#istruzione

    • Avevo letto il programma ‘lungo’ di LEU, e confermo la mia idea che manchi l’indicazione sintetica e concreta di alcuni provvedimenti specifici che, in ipotesi il giorno dopo la formazione del governo, vadano a risolvere gli evidentissimi e facilmente risolvibili problemi che ci sono.
      Quanto all’ANVUR, a mio avviso il problema non è tanto ‘ridefinirne dalle fondamenta il mandato per un’agenzia della valutazione con un governo partecipato dalla comunità scientifica e garanzia di autonomia dalla politica’, quanto piuttosto ripristinare una situazione di legalità democratica in cui l’agenzia di valutazione – a prescindere da come è costituita – si limiti a fare il suo ruolo, ossia le valutazioni, e le decisioni politico-strategiche tornino in capo a un Ministero dotato di una qualche visione dell’Universita e non messo sotto tutela dal MEF.

    • Avevo già commentato su Twitter il programma breve proprio nel senso dell’ultimissimo commento di Fausto Proietti.

      Il documento di approfondimento uscito dopo ha un pregio – quello di indicare abbastanza chiaramente i nostri problemi – e, per quanto concerne le soluzioni, un difetto: quello di dare l’impressione che gli “o” siano intesi nel senso di “vel” quando la natura delle opzioni avrebbe suggerito un “aut”:

      (1) abolire l’Anvur **o** (2) ridefinirne dalle fondamenta il mandato per un’agenzia della valutazione con un governo partecipato dalla comunità scientifica e garanzia di autonomia dalla politica

      A me sembra che (1) e (2) siano due opposti e non due distinti e che la scelta dell’uno o dell’altro implichi due progetti di riforma incompatibili: (1) infatti richiederebbe di spiegare come intendono ridividere i poteri, rovesciando l’attuale regime anti-humboldtiano; (2), invece, richiederebbe di spiegare in che modo l’Anvur ridefinita possa diventare partecipativa e autonoma dalla politica.

    • Il documento di approfondimento PRECEDE la sintesi, purtroppo.Qualcuno ha sintetizzato l’aut tra le due opzioni, che come noti giustamente sono incompatibili, in una terza opzione “investimenti in valutazione”. L’apparizione del link al documento nel programma di sintesi serve evidentemente a placare chi all’interno di LeU ha protestato per la sintesi.

    • Capito. Sarebbe utile se la redazione avesse il tempo di analizzare tutti i programmi elettorali su scuola e università. Questo, per esempio, deve aver avuto una genesi meno tormentata, perché è molto più breve e chiaro:

      Per garantire maggiore uguaglianza nelle opportunità e al tempo stesso migliorare l’offerta formativa dell’università italiana, deve essere data agli studenti una reale facoltà di scelta: agli studenti meritevoli devono essere garantite le risorse, mediante borse di studio, perché possano decidere dove studiare senza essere condizionati dal reddito della famiglia. (1) Le università migliori – individuate secondo parametri che includano la quantità e la qualità della produzione scientifica e valorizzino la reputazione acquisita tra gli studenti – devono beneficiare di maggiori risorse, mentre le università peggiori andranno penalizzate. (2) Agli atenei deve essere garantita l’autonomia sufficiente per costruire un’offerta formativa adeguata, anche per quanto riguarda l’assunzione e la retribuzione dei docenti e dei ricercatori. (3) Anche l’abolizione del valore legale del titolo di studio sarebbe funzionale a generare una competizione virtuosa tra atenei sulla base dell’effettiva qualità dell’offerta formativa e non di un pezzo di carta uguale per tutti.

      Certo (1) sembra presupporre come agente valutatore lo stato, mentre (2) e (3) sembrano preferire, almeno nella lettera, il mercato, ma perché perdersi nei dettagli? 🙂

    • A me (1) e (2) di questo programma di E+ sembrano quasi contradditori. Se penalizzi le università peggiori, non potranno mai avere l’autonomia sufficiente per costruire un’offerta formativa adeguata. A questo punto è più coerente e onesto dire che devono chiudere (cosa su cui non sono assolutmanete d’accordo, sia chiaro).

      Eppoi (3) contraddice tutto il resto. perchè abolire il valore legale del titolo di studio, significa praticamente abolire la nozione stessa di università…

    • Letto anche lo spottone elettorale del PD. Come previsto, sull’Università niente di niente (del resto, la riforma ormai l’hanno già fatta, e secondo loro va benissimo…), tranne la sparata a alzo zero di ‘10.000 ricercatori di tipo B da ssumere nei prossimi 5 anni’. Certo, come no.

  4. @Marinella Lorinczi
    COMMENTO IO la frase:
    “E le discipline umanistiche e giuridiche soffrono di una crisi legata al declino delle culture nazionali europee e dell’Europa:”
    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/01/19/atenei-larte-di-valutare28.html
    Se le discipline giuridiche sono in crisi, la colpa è della POLITICA,
    INFATTI
    1) IL CONCORSO IN MAGISTRATURA funziona malissimo, eccessivamente mnemonico, sicuramente pieno di psicofarmaci (sono necessari quando occorre memorizzare enciclopedia intere del diritto), con le prove scritte impossibili, peraltro senza nessun riferimento alla teoria dell’interpretazione (scandalo), ma con 10 materie all’orale, che poi diventano 15 (ad es., alla lett. e. (ad es.) del bando, diritto costituzionale, amministrativo e tributario vengono considerate una materia sola – questo è un inganno sono 3 materie diverse).
    Scandalo Bellomo, e la politica che fa?
    cambia le regole? No!
    2) La professione di AVVOCATO è in crisi
    (mettere su Google.it “avvocati in crisi” e vedere quello che esce fuori)
    e il processo telematico (voluto dalla politica) crea crisi di ansia e interi pomeriggi con la paura di non aver depositato nei termini perché i sistemi informatici della cancelleria, del programma dell’avocato e del ministero non comunicano bene.
    3) LA MANCATA VALORIZZAZIONE (voluta dalla politica) DEL CV ACCADEMICO (dottorato, docenze a contr., pubblicazioni di articoli, di libri ecc.) all’interno dei CONCORSI della PUBBLICA Amministrazione
    SVILISCE un’alta formazione giuridica che si può conseguire nel post lauream,
    anche perché in molti concorsi pubblici ci sono diverse prove scritte e orali
    di diritto che “in un Paese serio” dovrebbero essere “abbonate” per uno che ha un curriculum accademico con dottorato e 1.000 pubblicazioni sulle stesse materie DI DIRITTO.

  5. “il cosiddetto “inbreeding”,, che era e resta uno dei principali difetti del nostro sistema universitario.”

    Il principale difetto del nostro sistema universitario è la mancanza di grana.

    Problemino che affligge tutta la macchina statale. Causato da … le politiche di austerità e la deflazione a cui ci costringe la permanenza nell’eurozona? Mi raccomando, continuiamo a spaccare il capello in quattro mentre il paese affonda. Pensavo di vivere in una torre eburnea ma in realtà sono un dilettante!

    • “Il principale difetto del nostro sistema universitario è la mancanza di grana. Problemino che affligge tutta la macchina statale.”

      Questo non mi torna, pensando al bilancio della Difesa, alla TAV Torino – Lione, al Terzo Valico, etc. etc.

      A me pare che siamo davanti a delle scelte, non ad una mancanza di risorse. Magari avremmo preferito una riduzione del debito pubblico o un maggiore investimento in educazione, ma sulle scelte, in estrema (e forse eccessiva) sintesi, conta come si vota alle elezioni.

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