Tra i criteri per accedere alle procedure di valutazione per le abilitazioni scientifiche nazionali alla docenza universitaria tornano, in modo fortemente vincolante, le famigerate riviste di fascia A. Un criterio aberrante per vari motivi. Ora basta.

Ora basta. Tra i criteri per accedere alle procedure di valutazione per le abilitazioni scientifiche nazionali alla docenza universitaria tornano, in modo fortemente vincolante, le famigerate riviste di fascia A, più propriamente la richiesta di un tot di articoli in rivista di fascia A come soglia che concorre ad ammettere o ad escludere dalla valutazione. Un criterio aberrante per vari motivi. E’ illegittimo: non è degno di un’etica scientifica che ambisca a questa dizione; distorce la libertà della ricerca e meccanismi di mercato editoriale; sottrae al principio della peer review, o ne facilita ad alcuni l’accesso precludendolo ad altri.

E’ illegittimo perché l’Anvur dovrebbe avere terzietà nella costruzione dei parametri di valutazione dell’esercizio libero della ricerca. Terzietà che nell’indicare come parametro dirimente la presenza di articoli in riviste di fascia A viene platealmente meno, perché è la stessa Anvur a determinare con apposita commissione quali sono le rivista di fascia A; di fatto l’Anvur produce i criteri di cui dovrebbe garantire la terzietà. Un’autentica falsificazione di un’etica scientifica che si ispiri ad una libertà non condizionata della ricerca, e meno aulicamente ad una sua effettiva indipendenza da un mercato “accademico” dei criteri precostituito. Mercato che per altro induce sul mercato editoriale un favor contrario ai principi della libera concorrenza per le aziende editoriali editrici delle riviste di fascia A (sul punto sarebbe interessante un approfondimento indipendente sulle relazioni personali tra case editrici – proprietà, direzioni scientifiche, consulenze – e presenze nella governance dell’Anvur a vari livelli: troverei impropri intrecci tra valutatori della ricerca e strutture editoriali; si darebbe il caso che valutatori dei prodotti valuterebbero prodotti delle aziende editoriali in cui sono a vario titolo implicati. Il problema si risolve in modo molto semplice: nessun favor editoriale, di legge, a nessun contenitore editoriale. Il favor è solo quello reputazionale, che non ha mai avuto bisogno di nessun elenco ‘ufficiale’ ). Ancora più grave sul medio periodo è la distorsione della libertà della ricerca: se per stare in rivista di fascia A, devo scrivere sulle teorie pincopalliniane di una disciplina e ne va della mia carriera, tempo una generazione di studiosi e le linee di ricerca (la varietà biologica dell’intelligenza) sarà ridotta alle linee di ricerca delle riviste di fascia A.  A parte il risibile corollario che il criterio della fascia A premia il contenitore, la rivista, e non il contenuto, l’articolo, che potrebbe star lì per il mercato di relazioni accademiche a tutti noto e non altro. In ultimo al giudizio tra pari, fondamento della reputazione nella comunità scientifica, si accederebbe ad libitum di un segmento della comunità, guarda caso di chi gestisce il consorzio di relazioni fattuali tra sistema di valutazione e produzione e indirizzo della ricerca. Qualcuno – gli allievi delle scuole con rivista in fascia A, per uscire dalle metafore – è più pari degli altri per accedere al giudizio tra pari, che alla fine finiranno per essere gli stessi che gli hanno aperto le porte alle riviste di fascia A. I favorevolmente “pre-giudicati” saranno ammessi ad essere giudicati nell’empireo valutativo, per esservi definitivamente santificati. Credo possa bastare.

Ho voluto tenere in queste riflessioni un tono fortemente polemico, perché penso che su questo andazzo dobbiamo in scienza e coscienza ognuno noi prendere posizione. Dicendo se ci va bene, o se bisogna smetterla. E’ implicito l’invito a ognuno di noi a fare la sua parte, se ritiene.

Un cordiale saluto a tutti

12.07.2016

 

Lettera inviata alla mailing list della SISEM

Cari Colleghi,

chiedo scusa in anticipo della lunghezza di questa mia, ma al punto cui è arrivata la discussione, tra consensi alle mie osservazioni e perplessità sulla loro traducibilità operativa, credo sia necessario.

Dividerò questa comunicazione in tre punti.

Breve ricapitolazione generale dei problemi che suscita la comunicazione dell’Anvur al Cun circa i valori soglia, alla luce delle, per me, fondate obiezioni del Cun.

a) Per tutti i settori bibliometrici e non bibliometrici si fa di nuovo, nei fatti, ricorso alle mediane, con una surrettizia precomparazione dei potenziali candidati alle abilitazioni, e per conseguenza dei potenziali commissari, tramite l’accesso non a criteri assoluti ma a fasce statistiche di percentili. Questo riduce al 55% per cento la platea potenziale di chi può accedere all’abilitazione (e alla lista dei commissari). Un modo per lasciare fermi nei ruoli di appartenenza, senza possibilità di farsi valutare, un paio di generazioni di studiosi. In alcuni settori non c’è, pare, un ricercatore a tempo indeterminato che superi le soglie. Fondamentalmente una surrettizia gestione, necessitata dalle dinamiche del FFO, delle aspettative del personale, che forse tutela le singole amministrazioni da fibrillazioni e pressioni interne, ma non i diritti soggettivi ad essere valutati dai docenti strutturati con criteri noti e fruibili per tutto il periodo che concorre a poterli conseguire, e non noti ex post. Per intenderci, come potevo proporre a una riviste di fascia A, ad esempio, un articolo prima della loro definizione regolamentare?

b) Per i settori bibliometrici ricorre, se l’interpretazione del Cun risultasse confermata, l’autentica assurdità del non considerare (ai fini dell’assolvimento dei valori soglia) le citazioni ricevute negli ultimi 10/15 anni (relativamente per associati e ordinari) da ricerche condotte prima, sicché ad esempio se nel 2002 ho scritto un lavoro cardiologico che ha rivoluzionato gli studi e le cure dopo una sperimentazione durata alcuni anni ed ho ricevuto 100 citazioni a partire dal 2005, poniamo, queste citazioni non valgono e magari non posso concorrere. Insomma un’autentica idiozia. È come per Kant fosse vivo non valessero le citazioni della Critica della ragione pura perché è stata scritta più di 15 anni fa. Criterio che rafforza, unito all’uso dei percentili per determinare i valori soglia, l’ablazione dalla concorsualità di un paio di generazione di studiosi.

c) Per i settori non bibliometrici è un dato di fatto, e non un’opinione di chi non apprezza il criterio, il patente venir meno della terzietà dell’Anvur tra comunità scientifica e Miur nel proporre criteri di valutazione, giacché il criterio delle riviste di fascia A vede lo stesso ente, l’Anvur, determinare un criterio che dovrebbe essere terzo ma che in realtà produce essa stessa decidendo le riviste che possono erogarlo. Un conflitto di interesse che cederebbe in ogni tribunale.

Illegittimità e inappropriatezza scientifica per i settori non biblibliometrici della definizione, ai fini dell’accesso alla concorsualità, delle riviste di fascia A.

Tra i criteri per accedere alle procedure di valutazione per le abilitazioni scientifiche nazionali alla docenza universitaria tornano (in modo vincolante, considerato che viene eliminata la motivata deroga per le commissioni per la vincolatività dei criteri della circolare Profumo, che nelle scorse abilitazioni consentì di tutelare l’effettiva autonomia del giudizio delle commissioni) le riviste di fascia A, più propriamente la richiesta di un tot di articoli in rivista di fascia A come soglia che concorre ad ammettere o ad escludere dalla valutazione. Un criterio aberrante per vari motivi. E’ illegittimo; non è degno di un’etica scientifica che ambisca a questa dizione; distorce la libertà della ricerca e meccanismi di mercato editoriale; sottrae al principio della peer revieuw, o ne facilita ad alcuni l’accesso precludendolo ad altri.

E’ illegittimo perché l’Anvur dovrebbe avere terzietà nella costruzione dei parametri di valutazione dell’esercizio libero della ricerca. Terzietà che nell’indicare come parametro dirimente la presenza di articoli in riviste di fascia A viene platealmente meno, perché è la stessa Anvur a determinare con apposita commissione quali sono le rivista di fascia A; di fatto l’Anvur produce i criteri di cui dovrebbe garantire la terzietà. Un’autentica falsificazione di un’etica scientifica che si ispiri ad una libertà non condizionata della ricerca, e meno aulicamente ad una sua effettiva indipendenza da un mercato “accademico” dei criteri precostituito. Mercato che per altro induce sul mercato editoriale un favor contrario ai principi della libera concorrenza per le aziende editoriali editrici delle riviste di fascia A (sul punto sarebbe interessante un approfondimento indipendente sulle relazioni personali tra case editrici – proprietà, direzioni scientifiche, consulenze – e presenze nella governance dell’Anvur a vari livelli: troverei impropri intrecci tra valutatori della ricerca e strutture editoriali; si darebbe il caso che valutatori dei prodotti valuterebbero prodotti delle aziende editoriali in cui sono a vario titolo implicati. Il problema si risolve in modo molto semplice: nessun favor editoriale, di legge, a nessun contenitore editoriale. Il favor è solo quello reputazionale, che non ha mai avuto bisogno di nessun elenco ‘ufficiale’ ). Ancora più grave sul medio periodo è la distorsione della libertà della ricerca: se per stare in rivista di fascia A, devo scrivere sulle teorie pincopalliniane di una disciplina e ne va della mia carriera, tempo una generazione di studiosi e le linee di ricerca (la varietà biologica dell’intelligenza) sarà ridotta alle linee di ricerca delle riviste di fascia A.  A parte il risibile corollario che il criterio della fascia A premia il contenitore, la rivista, e non il contenuto, l’articolo, che potrebbe star lì per il mercato di relazioni accademiche a tutti noto e non altro. In ultimo al giudizio tra pari, fondamento della reputazione nella comunità scientifica, si accederebbe ad libitum di un segmento della comunità, guarda caso di chi gestisce il consorzio di relazioni fattuali tra sistema di valutazione e produzione e indirizzo della ricerca. Qualcuno – gli allievi delle scuole con rivista in fascia A, per uscire dalle metafore – è più pari degli altri per accedere al giudizio tra pari, che alla fine finiranno per essere gli stessi che gli hanno aperto le porte alle riviste di fascia A. I favorevolmente “pre-giudicati” saranno ammessi a essere giudicati nell’empireo valutativo, per esservi definitivamente santificati.

Mi dilungo sul punto perché so che le opinioni tra noi colleghi sono diverse, e persino in alcuni casi presumo antitetiche. Proprio per questo però, al di là del merito opinabile della mia personale valutazione su cosa significa fascia A per una rivista, se non una considerazione reputazionale difficile da costruire per consenso generale, il punto è l’illegittimità del criterio della fascia A per contribuire a dare o meno accesso alle abilitazioni. E’ un dato della missione statuaria dell’Anvur offrire al Miur una terzietà nella proposta dei criteri, che palesemente non c’è nel criterio di rivista di fascia A, dal momento che il criterio stesso è ‘costruito in casa’ dall’Anvur medesima. A parte l’ovvia situazione in cui veniamo a trovarci quasi tutti per patenti conflitti di interesse tra nostra presenza nella governance di riviste di fascia A e eventuale posizione giudicante della qualità degli articoli in esse presenti. Insomma illegittimità nella costruzione del criterio – chi propone il criterio è lo stesso soggetto che lo determina – e potenziali conflitti di interesse in cui possono essere coinvolti i soggetti chiamati ad impiegarlo nelle procedure, non sono giudizi di valore opinabili, ma punti di diritto. Quindi o il criterio è illegittimo, o non lo è.

Nel secondo caso nessuna questione. E’ decisione di politica accademica in capo a chi ne ha la titolarità, Ma se il criterio è illegittimo va cassato, anche se lo scrivente ne fosse il più convinto assertore come discrimine tra chi fa buona ricerca e chi no. Se illegittimo, il criterio va abolito, anche se fossimo tutti d’accordo sulla sua bontà. Al più potremmo chiedere al legislatore di cambiare le regole di ingaggio sulla terzietà dell’Anvur.

Detto questo, ammesso e non concesso che il criterio sia tenibile, è credibile che un articolo in fascia A valga agli effetti dell’acceso alla valutazione 10 articoli in riviste scientifiche standard? Non ripugna al nostro buon senso una sproporzione di tal genere? Sproporzione che in un contenzioso avrebbe vita difficile a poter essere sostenuta nel generale principio di proporzionalità richiesto in diritto. Potrei capire, e non condividere, che 1 articolo in fascia A generi gli stessi effetti a definire diritti soggettivi di colleghi a essere giudicati (o a poter essere commissari) di due o tre articoli in fascia standard; ma così è veramente un puro favor premiale ad alcuni a danno di altri. Giustamente un collega mi ha fatto notare che oltre tutto il criterio si applica ad una distensione temporale. Di 15 anni, poniamo, per ordinari. Ma la  vita del criterio (computando da quando è nato con le escogitazioni dell’Anvur) è più breve del lasso temporale su cui è parametrato. Credo di due terzi. Così che se mi si chiedono 3 articoli in fascia A in quindici anni, in realtà ci sono dieci anni di assenza di criterio in cui non sapevo neanche a quali riviste proporre i miei lavori per conseguirlo; ne discende che per equalizzarlo (credo si dica così, ma non sono sicuro e chiedo venia) bisognerebbe riferire il numero degli articoli esigibili agli anni avuti a disposizione per conseguirlo; nel caso di specie dovrebbe bastare 1 articolo. Mi sono addentrato nella logica interna della criteriologia fascia A per argomentarne l’inappropriatezza persino nella sua attuazione. E sono stato costretto a dilungarmi, abusando della pazienza di chi legge, perché è difficile ‘logicizzare’ l’illogico, o dispositivi normativi talmente arbitrari da essere difficili da normalizzare in base ai loro stessi principi.

In ultimo merita attenzione (riprendo pressoché alla lettera ossservazioni che mi sono state proposte) anche la richiesta – inderogabile – del superamento di due soglie invece che una. Quello che viene fatto passare come un semplice innalzamento dell’asticella – come si usa dire – provoca effetti fortemente distorsivi. Non soltanto, di nuovo, dando un peso decisivo agli articoli nelle riviste di fascia A, stante l’incredibile sproporzione rispetto a quelli pubblicati in riviste semplicemente “scientifiche” (che di fatto programmaticamente vanifica quest’ultima soglia). Ma anche andando a mettere in questione prassi ampiamente riconosciute nei nostri ambiti: un ordinario, vado per iperboli ma per farmi capire, potrebbe aver scritto “solo” 10 validisssime monografie e non essere ritenuto idoneo, o sempre per iperboli, avrebbe potuto scrivere 9 monografie, 4 articoli di fascia A e 34 articoli scientifici e ugualmente essere ritenuto scientificamente non qualificato, se poniamo si chiede di assolvere ai valori di 2 monografie o 5 articoli in fascia A ovvero 35 articoli scientifici (l’iperbole si può facilmente verificare per le tabelle di alcuni settori).

Penso sia sufficiente a far comprendere, tutto ciò, la mia convinzione che richieste di aggiustamento al Miur poco tolgono all’arbitrarietà sostanziale del criterio e alla sua difficoltosa tenuta in un contenzioso che ne nascesse. E che pertanto la richiesta da fare è cassare il criterio.

Cosa fare e cosa si può fare.

Cosa fare mi sembra deducibile dal complesso dell’argomentazione. Chiedere all’Anvur e al Miur di accogliere le osservazioni del Cun su improprio utilizzo di percentili e validità temporale delle citae per quanto riguarda le riviste di fascia A proporre valori soglia per le riviste di fascia A e le riviste scientifiche tali da depotenziare l’ineguale accesso ai criteri da parte dei candidati e l’incongruità di dover avere in curriculum un criterio avanzato ex post al percorso di ricerca che a quel curriculum ha portato. Bisognerebbe che per la conseguibilità del criterio degli articoli scientifici, se ne possano chiedere al massimo tre per ogni articolo richiesto in fascia A; cosicché se in un settore il criterio fascia A è assolto da 4 articoli, per gli articoli scientifici esso dovrebbe essere assolto al massimo da 12.

In prospettiva si dovrebbe ottenere che venga cassato il criterio delle riviste di fascia A, o al più tenerlo a condizione della sua definizione da parte della comunità scientifica di riferimento (la proposta di Leonardi va in questo senso), e non deciso da commissioni nominate da un ente a suo volta nominato dal governo. Più in generale, il peso dato agli articoli in rivista – A e standard – rispetto alle tradizionali monografie, minaccia seriamente in molti settori l’attitudine all’approfondimento originale della ricerca, costruendo un ricercatore attorno all’idea di “campionature” per quanto egregie su questo o su quel tema; cosa che una volta facevano da “corona” all’approfondito lavoro monografico. In molti settori umanistici a un curriculum consono può ben chiedersi una monografia ogni cinque anni, che in definitiva si risolverebbe nell’evoluzione della tesi dottorale per un primo approccio, di una seconda monografia per concorrere all’abilitazione alla II fascia, di una terza monografia per concorrere alla I. Il buon tempo antico procedeva più o meno così, e non mancavano a corona articoli eccellenti o scientificamente validi. Rischiamo di diventare succubi di una cultura dell’articolo che viene dagli ambiti scientifici, dove la monografia è tradizionalmente sistemazione trattatistica, ma non innovazione di ricerca. Per molti settori questo è un rischio molto forte di indebolimento culturale e critico. E credo che un discorso su questo dobbiamo pur affrontarlo, anche se il Miur produce DM. Adeguarsi alla ricezione, magari malpancista, di un indirizzo di governo della ricerca che si va sempre più burocratizzando, non solo fa e farà male all’università italiana, ma condurrà noi tutti – soprattutto gli “inutili” saperi umanistici – all’irrilevanza culturale e sociale, perché un’università che non sappia più da sé cosa deve “produrre” come potrà dare un contributo non solo “esperto” a richiesta, ma “critico” al progresso del suo Paese? Questa non è nessuna rivendicazione di una torre eburnea, ma al più di un avamposto (neanche una torre perché rischiano di non esserci i mattoni) di guardia.

 

Ringrazio davvero tutti della pazienza.

18.7.2016

 

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11 Commenti

  1. Ognuno conosce bene la propria comunità. Ma io non vedo troppe differenze tra bibliometrici e non bibliometrici se si astrae dai tecnicismi e si va al cuore della questione:
    esistono comunità scientifiche con le loro tradizioni e le proprie scale di valori. Un’ agenzia di valutazione come l’ anvur non dovrebbe neanche sognarsi di modificare lo stato di fatto sui criteri di merito scientifico. Dovrebbe interrogare la comunità dei pari e certificarne “da terzo” il giudizio e la sua coerenza alle prassi dei diversi settori.
    .
    Questo è, o dovrebbe essere, tutto. Il resto è un clamoroso attentato alla libertà di ricerca che è un valore della comunita’ scientifica internazionale e (ancora) presente nella stessa Carta Costituzionale. Occorrerebbe non stancarsi di dirlo e gridarlo a tutti.
    .
    In prospettiva, visto l’andazzo preso dall’ agenzia, non vedo mezze misure. Questa agenzia non è riformabile. “Anvur delenda est” e ripartiamo con un diverso approccio alla valutazione prima che il panorama della ricerca italiana sia completamente sconvolto.

  2. “troverei impropri intrecci tra valutatori della ricerca e strutture editoriali”: purtroppo mi sa tanto che questa sia la regola. So per certo che alcuni tra coloro che decidono sulla collocazione in fascia A delle riviste sono, a loro volta, membri di comitati di redazione di altre riviste (tutte ovviamente in Fascia A), quanto a conflitto di interessi Berlusconi era un boy scout, al confronto…
    Riguardo alla regola che entreranno in fascia A (in questo cavolo di fascia A) solo le riviste i cui articoli superino una soglia della valutazione Vqr, bhé…aspettiamoci un killeraggio sistematico nei confronti di coloro che alla Vqr 2011-2014 hanno sottoposto (e non “sottomesso”, come scrive l’Anvur…, che tornino a scuola) articoli pubblicati in riviste “nemiche” da escludere dalla fascia A .
    Mentre il governo attuale sta liquidando quel che resta dell’università italiana, a noi docenti ci fanno scannare l’uno con l’altro con questi giochetti perversi che non fanno altro che alimentare la nostra tensione e farci mancare la serenità necessaria per fare ricerca.

    • sottomesso da submit: ho scoperto anche la nascita di fittare da ‘fit’. Tutti burocrati che credono di essere in gradi valutare gli altri…

  3. 1) ANVUR delenda e non ‘riproponenda’ in forme anche solo vagamente analoghe.
    2) Le liste di riviste di fascia A, che non sono tornate perchè non se n’erano andate, non sono molto diverse, nello spirito, dalle liste di proscrizione e dagli indici dei tristi proibiti che mai sono mancati nelle epoche più buie.
    3) Quando so che uno che pubblica in fascia A è allievo del Direttore della rivista (e casi analoghi), semplicemente non lo leggo, e non leggo nemmeno il Direttore. Per me non sono degni di scrivere nemmeno ricette.
    4) E’ giusto “sottomesso”!! Prima eravamo sottoposti. Ora siamo sottomessi.
    5) Se pubblico in fascia A ma in tutt’altro settore, sono da premiare o da punire?

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