Il dottorato di ricerca, per com’è adesso, non va bene.

«E allora?», si dirà. Il dottorato di ricerca riguarda un numero molto esiguo di giovani italiane e italiani: una faccenda interna all’università, come la questione dei crediti o delle propedeuticità. Ben altri problemi ha l’istruzione in Italia.

Vero: ben altri problemi ha l’istruzione in Italia. Ma il dottorato, per quanto esiguo sia il numero delle persone coinvolte, è in realtà uno dei problemi più gravi, perché al dottorato si preparano – oltre ai ricercatori, agli scienziati e ai professionisti degli ambiti più vari – tutti i futuri docenti universitari, i quali a loro volta prepareranno i futuri insegnanti della scuola primaria e secondaria. Per questo il problema di pochi è in realtà il problema di tutti; e per questo nelle nazioni avanzate l’investimento in questo settore dell’istruzione è massimo.

Il dottorato di ricerca, per come è adesso, non va bene e va riformato. Ma nel progetto di riforma contenuto nel decreto del MIUR 8.2.2013 n. 45 (G.U. del 6.5.2013), probabilmente l’ultimo firmato dal ministro Profumo, non tutto va nella giusta direzione. Giusto è il proposito di ridurre il numero dei dottorati, per evitare che crescano come funghi anche in sedi universitarie che non hanno i mezzi per gestirli (denaro, personale docente); giusto lo stimolo all’internazionalizzazione e al coinvolgimento di enti di ricerca diversi dall’università.

Ma ridurre il numero delle sedi di dottorato non dovrebbe voler dire ridurre anche la loro varietà, ovvero: semplificare si può se la semplificazione investe l’articolazione delle strutture, non se investe la qualità dell’offerta formativa. Ma è a questa seconda semplificazione che incoraggia, anzi che obbliga, il decreto in questione. Il decreto asseconda infatti la tendenza in atto da alcuni anni a questa parte a costituire scuole di dottorato d’ateneo che, sotto titolature di necessità molto generiche (poniamo: «Studi linguistici e letterari»), tengono insieme studiosi di discipline tra loro lontanissime. Questa genericità ha un costo: anziché ricevere un’istruzione professionalizzante nella loro disciplina, anziché entrare in contatto con gli esperti nazionali e internazionali della loro disciplina, i dottorandi finiscono per assistere – quando va bene – a lezioni-conferenze tenute quasi sempre dagli stessi docenti che avevano di fronte alla triennale e alla biennale, lezioni-conferenze che riguardano spesso argomenti estranei al loro campo di ricerca. Per essere chiari: chi vuole specializzarsi in paleografia ha bisogno, soprattutto, di seminari di paleografia tenuti dai migliori specialisti della materia, e non di lezioni-conferenze di storia come quelle che si organizzano (ripeto: quando va bene) in una scuola di dottorato in «Studi Umanistici con indirizzo storico».

Ora, per ovviare a questa difficoltà, per fare in modo che i paleografi o i biologi marini imparino a fare i paleografi o i biologi marini, la soluzione c’è, ed è quella del consorzio: un certo numero di docenti appartenenti ad atenei diversi unisce le forze per dare vita a un dottorato con una forte impronta disciplinare (non più «Studi umanistici» ma, poniamo, «Paleografia e diplomatica»). Oltre e meglio che i dottorati di sede, dottorati di rete/network, in cui la massa critica di docenti e risorse è ottenuta grazie alla collaborazione di più atenei, su base regionale o interregionale o magari nazionale. Il decreto del MIUR ammette questa possibilità, ed è una delle novità di grande rilievo per la riforma del sistema («Possono richiedere l’accreditamento dei corsi di dottorato […] consorzi tra università»), ma pone dei vincoli sbagliati. Obbliga cioè ogni sede consorziata a garantire «almeno tre borse di studio» (art. 4 comma 1 lettera c); e stabilisce che il numero delle sedi consorziate non possa essere superiore a quattro. Perché questi vincoli sono sbagliati? Perché è ben difficile che, all’interno di un settore disciplinare magari ‘debole’ (ma, pur nella sua debolezza e settorialità, fondamentale: valga sempre l’esempio della paleografia), un qualsiasi ateneo possa garantire tre borse di dottorato. E per molti atenei, anche tra i maggiori, tale impossibilità rischia di coinvolgere anche settori tutt’altro che marginali, stanti le ristrettezze di bilancio che affliggono il sistema universitario.

Fermo restando il proposito di razionalizzare l’offerta nella formazione di terzo livello, basterebbero allora due piccole modifiche. (1) Si ammetta cioè la possibilità che ciascuna sede garantisca non almeno tre ma almeno una borsa di studio. (2) E si aumenti il numero delle sedi consorziate: non quattro bensì sei. In questo modo resterebbe alto il numero di borse necessario per l’accreditamento (almeno sei); ma sarebbe possibile costituire a livello nazionale due o tre consorzi per ogni grande settore disciplinare e/o concorsuale. Si conterrebbero i costi, ma si salvaguarderebbe la qualità della formazione – formazione che, al livello del dottorato, non può non essere formazione specialistica.

 

 

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8 Commenti

  1. PROPOSTA.

    Non capisco perchè si insista tanto sul dottorato, quando poi nei concorsi pubblici vale (per dire) 0,2 – un valore miserrimo – nei concorsi da ricercatore RU oppure RTD non è mai stato valutato come pre-requisito necessario, molti sono diventati ricercatori, senza mai essere stati dottori di ricerca.

    Obiettivo: eliminare gli RTD, ritornare a RU, oppure fare RTD di lunga durata (es: 10-15 anni ecc…)
    da ultimo: nei concorsi pubblici non universitari mettere ad. es: (dottorato punti 20, in modo da dare un vantaggio a chi ha sputato sangue su studio e ricerca).

    Chi condivide questa idea, magari da sottoporre al nuovo Ministro?

    Grazie,
    Anto

  2. Come il dottorato in Italia è strutturato è sicuramente importante e da riformare. Il problema principale però non è questo, ma il valore che questo titolo di studio ha, praticamente pari a 0. Il dottorato dovrebbe essere requisito irrinunciabile per la carriera universitaria e dovrebbe dare accesso a salari più alti per chi lavora nel privato. La situazione di oggi invece è che molto prossimamente verranno abilitate a PA e PO numerose persone sprovviste di dottorato, il che è una vergogna. Dell’importanza che un’azienda privata dà a questo titolo, non parliamo nemmeno…
    V.

  3. concordo pienamente con Vladimir e ripropongo la mia proposta.

    vi è di più: nel CONCORSONE della scuola superiore, il dottorato vale ZERO, le pubblicazioni sostanzialmente ZERO, io, ad esempio sono precario e ho 2 monografie, oltre ad altri articoli di diritto, oltre al dottorato ecc…., ma se avessi fatto domanda per il Concorsone, i miei 2 LIBRI avrebbero nel punteggio complessivo totalizzato ZERO.
    E’ UNA VERGOGNA!!!!!!!!!!!!!!!!!11

  4. TUTTI I TITOLI (SOPRATTUTTO DOTTORATO) e PUBBLICAZIONI SCIENTIFICHE devono contare tanto,nei concorsi universitari e nei CONCORSI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE!!!!!!!!!

    basta con le prove scritte ed orali nei vari concorsi ai Ministeri, alla Banca d’Italia,negli enti locali,
    Perchè non si riconosce la fatica di chi ha sputato sangue nella ricerca per anni e anni, producendo anche significativi risultati scientifici?
    VERGOGNA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  5. Esprimo una mia idea non certo da difensore dei pasticci ministeriali (basta ricordare le molteplici vicissitudini redazionali del decreto 94 e le sue imprecisioni terminologiche). La previsione di un alto numero di borse per sedi consorziate può essere vista come un incentivo a superare la situazione dei posti senza borsa (lasciamo stare la questione borsa/non borsa). Quella di un massimo di sedi consorziate come un “warning” a evitare carrozzoni ingestibili. Si pensa forse che quattro sedi (possibilmente abbastanza vicine da assicurare una effettiva collaborazione e reali attività comuni) non siano in grado di garantire una buona qualità di formazione dottorale ? Infine: lo specialismo. A parte il fatto che il decreto, dopo aver rinunciato agli elenchi di titolazioni ammissibili (un bell’esempio di dirigismo burocratico-culturale) fa riferimento ad ambiti disciplinari “ampi, organici e chiaramente definiti” (quindi andrebbe nella direzione qui auspicata), sarebbe largamene preferibile evitare i paletti di ogni tipo. Specialismi e definizioni burocratiche condividono il difetto di ostacolare qualsiasi progetto innovativo, qualsiasi iniziativa che vada oltre i confini delle discipline, qualsiasi novità. Chi parla in un certo modo di “studi umanistici con indirizzo storico” dovrebbe prima sapere di che si parla precisamente e poi eventualmente esprimere un’opinione. Diversamente si giudica solo sulle etichette. E questo è mentalità burocratica che privilegia le definizioni alla sostanza. O, perfino peggio, vichiana boria delle discipline.

  6. Mi sembra, però, che si liquidi troppo frettolosamente la questione delle borse, anche se motivata dall’esclusivo punto di vista, certo, della sostenibilità della spesa. Non si considera che la borsa è qualcosa che ha a che fare, almeno lontanamente, con il diritto allo studio e le cosiddette pari opportunità? Ridurre ulteriormente le già scarsissime possibilità di avere una borsa di dottorato significa andare a legittimare la situazione del famigerato “ascensore sociale bloccato”; e priverebbe l’università di potersi avvalere di persone che potrebbero arricchirla ma non si possono permettere, dopo gli svariati anni di università, altri 3 anni di studio a spese proprie. Altro che meritocrazia, poi.

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