Lo slogan massimalista della “abolizione del valore legale dei titoli di studio” invocato per curare tutti i mali del sistema universitario, ha reso difficile una discussione concreta sul valore legale che, in Italia, è minuziosamente attribuito, a ciascun diploma di laurea.

Non c’è dubbio che, come qualsiasi obbligo di certificazione da parte di una autorità centrale, il valore legale dei titoli di studio universitari costituisca un ostacolo alla concorrenza. Tuttavia i fautori della sua abolizione totale raramente si preoccupano della concorrenza tra laureati e non laureati o tra laureati in discipline diverse. Per loro il valore legale è solo un ostacolo alla concorrenza tra sedi universitarie. Si arriva al punto che un fautore della “abolizione” (Pietro Manzini su Lavoce.info, 14 novembre 2008)  propone addirittura di istituire una minuziosa certificazione della qualità delle lauree nelle diverse sedi, allo scopo di superare il conferimento dello stesso “valore legale” a lauree di qualità diversa. La proposta di Manzini creerebbe ostacoli ancora più forti alla concorrenza tra laureati, anche della stessa disciplina. Il laureato di una sede che risulta in fondo alla classifica avrebbe grosse difficoltà a dimostrare di essere più bravo di chi proviene da una sede classificata tra le prime.

Il sistema universitario italiano è in effetti caratterizzato da una connessione troppo forte e troppo minuziosamente articolata tra la formazione universitaria e l’esercizio di attività professionali. Questa eccessiva connessione che, in qualche modo trascura il valore puramente culturale della formazione universitaria, parte da lontano. L’intero Capo II (articoli 167 – 184) del Testo Unico del 1933, “Titoli accademici ed esami di stato” era dedicato al collegamento tra titoli accademici ed esercizio professionale o accesso agli impieghi pubblici. Alle professioni di medico, avvocato, notaio, dottore commercialista, medico veterinario, farmacista, chimico, agronomo, perito forestale, ingegnere ed architetto, il secondo comma dell’art. 179 del TU aggiungeva la professione di “insegnante delle materie che si impartiscono nei Regi istituti medi di istruzione”, stabilendo che “Per l’esercizio di tale professione è istituito un albo speciale…”  cui si potevano essere iscritti solo coloro che avessero “conseguito almeno l’idoneità negli esami sostenuti in concorsi a cattedre degli istituti predetti. Tali esami hanno valore di esami di Stato.” L’effetto di queste disposizioni era che tutte le facoltà, anche quelle apparentemente dedicate alla “libera” formazione scientifica ed umanistica, come “Lettere e Filosofia” e “Scienze Matematiche Fisiche e Naturali”, avevano il compito di preparare a professioni ben definite cui si accedeva mediante un esame di stato. Nemmeno la Facoltà di Scienze Politiche era una vera eccezione. Infatti l’art. 168 del TU stabiliva che “La laurea in scienze politiche è equipollente alla laurea in giurisprudenza agli effetti dell’ammissione a tutti i concorsi per le amministrazioni governative, salvo per la carriera giudiziaria”. In altre parole la laurea in scienze politiche dava accesso alla professione di funzionario pubblico.

La successiva evoluzione del sistema universitario italiano risente di queste condizioni iniziali. Assieme ai corsi di laurea, sono aumentati gli albi professionali. Alle professioni “regolate” elencate sopra si sono aggiunte le nuove professioni di “geologo”, “biologo”, “psicologo”, per le quali si richiedono lauree specifiche. C’è un corso di laurea specifico anche per la professione di “attuario”. In ogni legislatura sono stati presi in esame, su sollecitazione di associazioni di laureati, disegni di legge per l’istituzione di altri ordini professionali: per “fisici”, “informatici”, “naturalisti”, “ambientalisti”, “statistici”, “interpreti e traduttori”. L’ordine dei giornalisti ha condotto una serrata azione di “lobbying” a favore dell’istituzione della laurea in scienze della comunicazione, avendo in mente di non consentire l’accesso alla professione a chi non sarà munito di questa laurea. L’idea prevalente in Italia è che le attività che possono richiedere una formazione universitaria siano minuziosamente attribuite, in modo esclusivo, ad un numero finito (ma crescente con il tempo) di figure professionali, ognuna delle quali formata da uno specifico corso di laurea. A questa idea fa purtroppo riscontro, in ambito accademico, l’idea che lo scibile umano sia minuziosamente ripartito tra settori scientifico-disciplinari che, a loro volta, fanno riferimento a microcomunità scientifiche (spesso formate complessivamente da non più di qualche decina di persone). Ogni corso di laurea è quindi, a sua volta, minuziosamente spartito tra i settori scientifico – disciplinari che vi afferiscono. Ne risulta, o almeno ne è risultata, un’incredibile rigidità nei percorsi didattici, un affollamento di nozioni e di specialismi all’interno di ogni percorso didattico, che è una delle cause dell’allungamento dei tempi per il conseguimento dei titoli.

Questa concezione dell’istruzione universitaria è stata fatta propria dagli ordini professionali, la cui influenza si è fatta sempre sentire nella definizione delle “tabelle”, e più recentemente dei “crediti” riservati a ciascun settore.

Questa eccessiva rigidità danneggia l’istruzione universitaria, la scienza e la cultura, ed è un ostacolo alla concorrenza. Tuttavia non ha senso puntare alla soluzione massimalista, mal definita, e comunque impossibile, di “abolire il valore legale della laurea”.

Non è pensabile intanto un superamento della disciplina europea per le professioni che sono regolate dalla comunità, per le quali cioè vengono indicati in apposite direttive gli specifici contenuti dell’insegnamento impartito agli studenti.

Non è nemmeno possibile non regolare sulla base di una coerente formazione universitaria l’accesso alle professione legali e alla magistratura. E’ anche ragionevole, in assenza di un sistema ben funzionante di concorsi, che l’accesso all’insegnamento secondario e al pubblico impiego in ambiti che richiedono specifiche competenze sia condizionato ad un’adeguata formazione universitaria.

Detto questo, gli ordinamento didattici non dovrebbero essere condizionati dalle esigenze corporative degli ordini professionali e delle associazioni di laureati. Per facilitare la concorrenza tra laureati delle diverse discipline (ed anche non laureati) sarebbe invece opportuno attenuare il valore legale dei titoli universitari. Escludendo, naturalmente, le professioni regolate in sede europea, sarebbe intanto opportuno superare il nominalismo che associa ad ogni attività un ben definito corso di laurea. Facciamo l’esempio dell’insegnamento secondario. Accettare che i laureati in lettere possano (e quindi debbano, se se ne presenta l’esigenza) insegnare la matematica è certamente privo di senso. Ma non è necessario richiedere che chi insegna matematica sia laureato in matematica. Basta richiedere che un insegnante di matematica abbia conseguito durante il percorso universitario crediti quantitativamente e qualitativamente sufficienti. Questo è quello che avviene già per i laureati in fisica, in ingegneria e che potrebbe facilmente avvenire per altri laureati (ad esempio in statistica, in economia, in informatica). Con una certa cautela questo sistema potrebbe essere esteso a tutte le lauree (la cautela è necessaria per evitare che si attribuisca credito universitario di matematica a insegnamenti di livello estremamente basso). L’apertura ad altre lauree sarebbe poi completa se si consentisse di integrare il proprio curricolo universitario dopo la laurea, con l’acquisizione di crediti opportunamente certificati. Alla fine dei conti un laureato in filosofia che abbia ottenuto crediti universitari adeguati in matematica dovrebbe poter insegnare matematica nelle scuole. Questo sistema consentirebbe anche di riciclare in modo virtuoso i docenti di materie che scompaiono: basterebbe rispedirli all’università per un anno per acquisire i crediti necessari per cambiare disciplina di insegnamento.

Un simile approccio dovrebbe essere utilizzato in tutti gli ambiti per i quali è necessaria una specifica competenza, acquisibile tramite studi universitari. L’accesso alle professioni e agli impieghi per i quali è richiesta una laurea specifica dovrebbe essere aperto a tutti i laureati (triennali, e di qualsiasi classe di laurea) che abbiano conseguito opportuni crediti nelle discipline che caratterizzano la laurea.

Un discorso a parte merita il caso della laurea di secondo livello (Laurea Magistrale, non a ciclo unico.) L’attenuazione del valore legale della Magistrale comporterebbe una valorizzazione della Laurea (di primo livello), e favorirebbe, assieme ad una migliore distribuzione delle risorse, anche la “competitività” del sistema, che, a parole, è auspicata dai fautori massimalisti dell’abolizione totale del valore legale.

Ad esempio,  all’esame di stato per l’accesso al  “livello senior” degli albi professionali dovrebbe essere ammesso anche chi non ha conseguito la Laurea Magistrale, ma risulta iscritto al livello “junior” da almeno cinque anni.

Dovrebbe anche essere resa cogente la disposizione del Ministro della Funzione Pubblica che impone alle amministrazioni pubbliche di non richiedere nei concorsi, per qualifiche non dirigenziali, la Laurea Magistrale, e che stabilisce che l’impiegato pubblico assunto sulla base di una Laurea triennale, dopo cinque anni di servizio, ha diritto di concorrere per posizioni dirigenziali anche senza possedere la Laurea Magistrale. Queste disposizioni sono attualmente ignorate, senza che si prevedano sanzioni per chi non le osserva.

Interventi di questo tipo nel riordino delle professioni regolate, e nel pubblico impiego, renderebbero appetibile l’uscita dal sistema universitario dopo il conseguimento della prima Laurea. Gli studenti, non essendo più obbligati da leggi e regolamenti a conseguire la Laurea Magistrale per accedere alle professioni e agli impieghi, sceglierebbero di proseguire gli studi dopo la prima Laurea solo se la Laurea Magistrale è in grado di fornire conoscenze ed approfondimenti veramente utili per il loro futuro lavoro. Probabilmente la maggioranza degli studenti preferirebbe inserirsi nel mercato del lavoro subito dopo la prima Laurea. Ci sarebbe quindi un effettivo risparmio sui costi a carico della collettività e delle famiglie. Ne risulterebbe anche un controllo indiretto della qualità degli studi. Per mancanza di studenti dovrebbero chiudere le Lauree Magistrali che si reggono solo sul loro valore legale e non sul valore aggiunto dell’istruzione che viene impartita. Ecco quindi promossa indirettamente una forma di competitività tra le diverse sedi universitarie.

Comunque, se solo una minoranza degli studenti proseguisse con la Laurea Magistrale, il sistema universitario, senza aumentare i costi, potrebbe concentrare gli sforzi sulla Laurea di primo livello, puntando ad un aumento dei laureati di primo livello fino a raggiungere la soglia del 40% della popolazione giovanile, indicata dall’OCSE.

Ho lasciato per ultimo l’ostacolo più difficile nell’attuazione di questo programma. La Laurea Magistrale è ora richiesta per l’accesso all’insegnamento di ogni ordine e grado. Questa è  la conseguenza di una azione di “lobbying” organizzata da diverse corporazioni di docenti universitari, timorosi di perdere un uditorio coatto per le loro lezioni. Bisognerebbe invece consentire  l’accesso alla formazione specifica per l’insegnamento secondario anche a chi ha solo la Laurea triennale ed è in grado di superare il concorso di ammissione al cosiddetto “Tirocinio Formativo Attivo”. Bisognerebbe anche riformare l’ordinamento della Laurea per la formazione primaria consentendo l’accesso ai concorsi per il ruolo di maestro elementare anche a chi ha solo una laurea triennale.

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1 commento

  1. Questo intervento di Figà Talamanca mi pare dimostri come sia possibile fare un discorso sensato sulla abolizione del valore legale del titolo di studio che eviti il massimalismo di coloro che vedono nella sua eliminazione tout court una sorta di soluzione per tutti i mali dell’università. Mi pare particolarmente giusto ed esatto aver individuato nella rigidità dei percorsi universitari uno dei cancri dell’attuale sistema di formazione; e mi pare che tale rigidità sia una tipicità solo italiana: la pretesa di creare un percorso di laurea per ciascuna delle innumerevoli tessere di cui è composto il puzzle delle professioni e delle competenze necessarie in una società complessa e globalizzata; insomma una sorta di voler mettere le brache al mondo. E’ di questo che dobbiamo discutere. Come è del tutto giusta l’idea che ad importare è l’aver acquisito i necessari crediti per insegnare certe discipline, non l’aver effettuato un predefinito percorso di laurea.
    L’unica perplessità che mi nasce è quella circa la possibile svalutazione tout court della laurea magistrale. In questo caso mi pare che la mancata valorizzazione della laurea triennale è dovuto al fatto che non siano stati previsti i possibili settori (almeno in ambito pubblico) dove essa poteva proficuamente essere spesa, sicché poi tutti sono costretti a prendere quella magistrale. Anche in questo caso la situazione potrebbe essere ovviata con una maggiore flessibilità normativa. Ad es., nel caso dell’insegnamento – portato come un caso di lobbying – non v’è dubbio che per insegnare matematica alla scuola media possa anche essere sufficiente una laurea triennale; forse per farlo al liceo scientifico, magari non è più sufficiente. E lo stesso discorso può farsi per altre discipline. Anche in questo caso il problema è la rigidità del sistema, non il valore legale in sé. Inoltre non trascuriamo il fatto che, per il livello a cui è ridotto ormai l’insegnamento universitario, una laurea triennale spesso (almeno nelle scienze umanistiche) equivale alla preparazione che una volta veniva fornita da un buon liceo, per cui il rischio di ritenerla sufficiente sarebbe quello di abbassare ulteriormente il livello di qualità del capitale umano e di preparazione dei laureati. Infine, per quanto riguarda il Tirocinio Formativo Attivo, questo è prevalentemente basato su materie pedagogiche e di didattica, in cui il rischio è che la didattica della matematica venga fatta da un pedagogista che a stento sa fare le quattro operazioni. Esso non fa acquisire maggiori competenze, ma corre il rischio di suonare arie pedagogiche sul deserto delle conoscenze.

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