Nel campo dell’organizzazione dell’università e della ricerca in Italia, non vi è veramente nulla di nuovo da inventare. Si tratta casomai di studiare la situazione attuale in Italia, e di avere ben presente come in altri paesi Europei, dove il sistema è simile al nostro, problemi specifici sono stati affrontati e risolti. Dunque si tratta di saper adattare soluzioni usate in altri paesi al nostro caso specifico. Questa considerazione vale per qualsiasi problema si discuta: dal reclutamento al pensionamento, dalla valutazione al finanziamento per fare degli esempio concreti ed attuali. Inoltre bisogna aver ben presente che non esistono riforme a costo zero e che le riforme serie richiedono interventi strutturali drastici ma adottati con moderazione nel tempo, immediati ma con un orizzonte temporale di un decennio almeno.

 

Questi sono alcuni fatti sull’università italiana:

1. Il corpo docente (professori ordinari, associati e ricercatori) è il più anziano tra i paesi OCSE. In particolare vi è un grande quantità di ultra-sessantenni (27% con età maggiore di 60 anni, di cui il14% con età maggiore di 65 anni) ed una piccola frazione di giovani (1,8 % sotto i 30 anni e 14% tra 30 e 40). E’ bene tenere presente che entrambe queste caratteristiche non si ritrovano in nessuno dei paesi sviluppati (e non !)

2. Dal 1980 al 2005, si osserva un innalzamento dell’età media di reclutamento che cresce di circa quattro mesi ogni anno, ovvero i ricercatori assunti nel 1980 erano mediamente di otto anni più giovani rispetto a quelli assunti nel 2005 (29 anni nel 1980 e 37 nel 2005) Questa tendenza non è caratteristica dei soli fisici, per i quali esistono studi sistematici, ma del sistema universitario nella sua interezza ed è un fenomeno di lungo corso.

3. In tutti gli altri paesi europei i docenti universitari vanno in pensione a 65 anni. In Italia, si arriva oltre i 70.

4. Gli stipendi dei ricercatori italiani, nei primi anni di attività, sono più bassi del 30%-50% di quelli degli altri paesi europei.

5. Lo stipendio degli ordinari a fine carriera è dell’ordine di un salario in una università USA.

6. Il numero di “precari” («giovani» ricercatori qualificati con contratti di lavoro temporanei) nell’università e negli enti di ricerca è stimato essere una frazione rilevante che coinvolgono circa il 50% del personale a tempo indeterminato.

Dal breve elenco di cui sopra si nota che l’Italia è il paese al mondo in cui è massimo il contrasto tra giovani ed anziani nel corpo docente. Nel caso (estremo) dei fisici troviamo solo il 2% dei docenti (ricercatori) sotto i 40 anni, mentre il 48% ha più di 60 anni (ed il 30 % più di 65 anni !). Dunque per rimetterci in linea con il resto del mondo la proposta di abbassare l’età pensionabile dei docenti a 65 anni è del tutto ragionevole e necessaria. Durante lo scorso governo Prodi, il Ministro Mussi ha inserito nella Finanziaria 2008 l’abolizione progressiva della collocazione fuori ruolo riducendo di fatto l’età pensionabile da 75 a 72 anni. Questo provvedimento era stato attaccato sulla base del fatto che negli USA non esistono limiti di età per i professori universitari, che non verrebbero quindi discriminati come avviene nei paesi Europei dove l’età della pensione è generalmente fissata a 65 anni. Ma l’esempio degli USA è fuorviante per la semplice ragione che la carriera oltreoceano non è basata sull’anzianità come da noi. Per ovviare al fatto che le competenze di grandi scienziati e scuole vadano perse, bisogna pensare a dei contratti temporanei (basati su una valutazione del merito) di insegnamento e/o di ricerca per coloro che vanno in pensione. Tuttavia è salutare per l’intero sistema che con la pensione si perdano tutte le cariche accademiche e che non si possa far più parte di commissioni. In questo modo solo coloro che sono davvero interessati all’insegnamento e/o alla ricerca potranno dedicarsi a queste attività, oltretutto liberi da incombenze burocratiche. All’estero succede così, non si capisce perché in Italia non sia possibile.

I punti da considerare quando si voglia portare l’età pensionabile a 65 anni nel sistema italiano, come recentemente proposto anche dal PD, sono tre. Il primo riguarda l’anomala distribuzione del personale docente nelle università italiane che è il frutto delle leggi che hanno regolato l’università negli ultimi trenta anni. Quello che sta per succedere tra pochi anni è il pensionamento massiccio e quasi contemporaneo di più del 25% del corpo docente, quello che era stato assunto con l’ope-legis (senza valutazione e senza concorso) del 1980 (circa 12,000 docenti entro il 2015 e 30,000 entro il 2020). Poiché nulla è stato fatto in una prospettiva lungimirante, e si aspetta dunque questo pensionamento massiccio come le stagioni dell’anno, ci si troverà con il problema del reclutamento di un quarto dei docenti universitari nel giro di pochi anni. Si rischia così di creare una nuova onda demografica che si propegherà per i prossimi trent’anni, bloccando di nuovo gli accessi in maniera periodica ed a danno di alcune generazioni nate negli anni “sbagliati”. Bisogna in genere evitare grandi discontinuità nell’assunzione del personale, proprio per evitare che vi siano delle generazioni che sono più avvataggiate rispetto ad altre (come ad esempio è successo nel 1980). Il secondo punto riguarda il fatto di considerare che l’età media dell’assunzione in ruolo è fisiologicamente aumentata e dunque bisognerebbe considerare attentamente il problema del riconoscimento dell’attività pregressa dei nuovi ricercatori di 40 anni per la ricostruzione della carriera ai fini pensionistici.

Infine il terzo punto, che andrebbe valutato nel quadro complessivo del finanziamento alla ricerca ed università, riguarda la disponibilità delle risorse finanziarie, visto che abbassare l’età pensionabile non è mai un intervento a costo zero. In ogni caso la discussione dovrebbe vertere sul come fare un intervento del genere e non sul se farlo ! Molto spesso si leggono editoriali scritti da giornalisti o anche docenti universitari la cui base comune è quella di non conoscere il sistema italiano attuale, vederne un piccola parte solamente e non avere la minima idea di quello che succede all’estero (e perché !).

D’altra parte la riforma Gelmini semplicemente e beatamente non considera nessuno dei punti sopra elencati come dei problemi su quali intervenire. Ed infatti si occupa di altro: del taglio orizzontale delle risorse, della riforma della governance universitaria o di abolire il ruolo di ricercatore sostituendolo con dei contratti temporanei di 3 anni. Dunque invece di cercare di intervenire sui problemi dell’università va esattamente nella direzione di aggravare la situazione: il problema della pensione non si pone proprio come non si considera il grande numero di precari nel sistema universitario e della ricerca ed il fatto che il numero dei docenti a contratto, su cui si basano tanti corsi universitari, è ormai dell’ordine dei docenti permanenti. A questo si aggiungono le recenti misure della Finanziaria che prevedono il blocco delle assunzioni nell’università per i prossimi due anni.

In questa situazione l’unica possibilità per le università rimane alzare le tasse universitarie il più possibile, senza dare in cambio nulla agli studenti, e subappaltare tanti corsi ai docenti a contratto, che tanto non costano nulla o quasi. Ma non c’è da sorprendersi del fatto che questo Governo vuole riformare l’università nel senso di smantellarla completamente: vi sono state ampie dimostrazioni che questa sia la linea. Sorprende, nel panorama politico, accademico e culturale l’assenza di una voce autorevole, competente ed efficace, che riesca in qualche modo a contrastare l’affossamento sistematico dell’università e della ricerca in Italia, e che riesca anche a proporre una visione di prospettiva del ruolo di queste nella società del futuro. Questo è davvero sconfortante.

Send to Kindle

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.