Investire di più in formazione superiore, puntare sulla crescita del numero dei laureati, sviluppare processi di valutazione a garanzia della qualità della formazione in linea con i paesi più avanzati, sono priorità assolute, scelte obbligate per la crescita del paese che, in loro assenza, è condannato ad un inevitabile declino economico, politico e sociale

Negli ultimi tempi sta crescendo il numero degli interventi che affrontano il tema del declino dell’università e che hanno il grande merito di porre sul tappeto, con estrema crudezza e chiarezza, due problemi davvero drammatici per l’Italia: quello del disinvestimento in formazione superiore e ricerca e quello dell’inarrestabile divaricazione tra gli atenei del nord e del sud, accentuata anche dalle scelte politiche adottate, nel generale apparente disinteresse della politica.

A tale proposito si vedano, ad esempio, il rapporto di ricerca 2015 della Fondazione Res Università in declino. Un’indagine sugli atenei da Nord a Sud (Donzelli Editore), le considerazioni svolte da Gianfranco Viesti in A proposito dell’assegnazione straordinaria di RTDb e anche l’articolo di fondo, pubblicato dal Corriere della Sera in edicola lo scorso 30 dicembre 2015, alla firma di Ernesto Galli della Loggia: Università, calano le matricole un declino da fermare.

Eppure i drammatici dati riportati sono noti da tempo a chi è addentro alle questioni della formazione superiore, e lo stesso Consiglio universitario nazionale, nella sua dichiarazione: ”Le emergenze del sistema” del 30 gennaio 2013, li aveva portati all’attenzione di tutte le sedi istituzionali e politiche del paese e degli organi di stampa, affermando che, in assenza di adeguate e tempestive misure, si sarebbe presto giunti ad una crisi irreversibile; oggi i dati sono ulteriormente peggiorati e a maggior ragione non possono non essere noti al ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca né potevano essere ignorati dai ministri che si sono succeduti negli ultimi anni. Un disastro annunciato dunque? Certamente si!

In un documento dell’aprile 2015 anche Eurostat certifica il disastro Italia. Secondo Eurostat infatti l’Italia è precipitata all’ultimo posto in Europa per cittadini in possesso di laurea nella fascia di età 30-34 anni; vi sono paesi che si collocano ormai ben sopra al 50%, come Lituania, Lussemburgo, Cipro e Irlanda, mentre dalla parte opposta della scala si collocano Italia, Romania, Malta, Slovacchia, e Repubblica Ceca. Ma l’Italia, con il suo imbarazzante 23,9%, è proprio il paese peggiore, il peggiore di tutti; e il crollo delle immatricolazioni lascia prevedere che la divaricazione sia destinata a crescere e che l’Italia rimarrà assai distante da quel 40% che l’Unione Europea si è posto come obiettivo per il 2020. Come è possibile che questi dati non comportino immediate e adeguate misure da parte di chi ha la responsabilità politica della formazione superiore in Italia?

Eppure tutti le analisi dei dati statistici concordano nell’affermare che la laurea, nonostante diffuse convinzioni contrarie, continua a offrire le migliori opportunità occupazionali e reddituali rispetto al solo diploma di maturità. La crisi ha colpito duramente i più giovani, ma gli effetti sono stati peggiori tra i giovani con i livelli di istruzione più bassi.

Inoltre la Banca d’Italia e l’OCSE sostengono, in maniera documentata, che la formazione superiore rappresenta il miglior investimento a lungo termine, perché garantisce un ritorno economico di gran lunga superiore a quanto investito, sia per il singolo individuo sia per lo Stato, per i maggiori introiti che derivano dalla tassazione sul reddito. È quanto recentemente dichiarato dallo stesso governatore della Banca d’Italia, Vincenzo Visco e, anni prima e in tempi non sospetti, da Carlo Azeglio Ciampi.

L’Ocse, analizzando paese per paese i benefici derivanti dall’investimento in formazione superiore, conclude anzi che l’Italia è uno dei paesi in cui sia l’individuo che il contribuente trarrebbero i maggiori benefici a lungo termine. Non è certamente un caso che i paesi più accorti abbiano tagliato le spese in altri settori, aumentando invece in maniera consistente l’impegno in formazione superiore e ricerca. A maggior ragione appare davvero incomprensibile che i governi che si sono succeduti non ne abbiano tratto le dovute conseguenze.

E non vanno nemmeno sottovalutati i costi sociali dei mancati investimenti in formazione superiore o, come si può anche dire, i costi diretti e indiretti dell’ignoranza. L’ignoranza e la scarsa competenza producono infatti effetti che rendono l’organizzazione sociale e il funzionamento dei servizi inefficienti, costosi e arretrati. In un mondo nel quale la conoscenza sta alla base dello sviluppo e della crescita, la carenza di formazione superiore va considerata in modo non dissimile dell’analfabetismo nei primi anni dell’unità d’Italia.

Investire di più in formazione superiore, puntare sulla crescita del numero dei laureati, sviluppare processi di valutazione a garanzia della qualità della formazione in linea con i paesi più avanzati, sono priorità assolute, scelte obbligate per la crescita del paese che, in loro assenza, è condannato ad un inevitabile declino economico, politico e sociale e ad una posizione di arretratezza tra i paesi dell’Unione.

pubblicato il 7 marzo 2016 su il Bo

 

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4 Commenti

  1. Che vuol dire investire in formazione e che correlazione c’è tra questo ed il calo degli iscritti? Non è mica vietato iscriversi all’Università. Se ci fossero più iscritti il sistema sarebbe in grado di erogare la didattica, anche senza ulteriori investimenti. Se ci fosse un sistema di regole che consentisse e valorizzasse l’acquisizione di risorse esterne, forse il sistema sarebbe ancora in grado di produrre risultati e ricerca, anche senza ulteriori investimenti. Quanto al 50% di laureati di altri paesi bisognerebbe vedere che tipo di lauree sono, visto che quando i nostri laureati vanno all’estero quasi sempre ‘sgommano’ e trovano facilmente lavori qualificati a scapito dei laureati locali. Non sempre sistemi diversi sono direttamente confrontabili. A noi la capacità di ‘copiare’ o ispirarsi al meglio di altri sistema, capacità che purtroppo non esiste, visto che, sistematicamente, stiamo sempre a copiare il ‘peggio’ di ogni sistema e sappiamo solo lamentarci.

  2. “in linea con i paesi più avanzati”.

    Nei “paesi più avanzati”, e mi riferisco ai concorsi della Pubblica Amministrazione, non hanno le prove scritte ed orali come da noi, ma conta IL CURRICULUM.
    Avere un PhD nel CURRICULUM per loro, i Paesi Avanzati, è già molto e ti apre le porte, in Italia avere il PhD o non averlo per le P.A. è indifferente.

    Conclusione: se nel mondo del lavoro, cosa ancor più grave nel mondo del LAVORO PUBBLICO NON CONTA IL DOTTORATO, E’ INUTILE PARLARE DI INVESTIMENTI NELL’ UNIVERISTA’.

    Poi, è ovvio che ci sarebbe bisogno un massiccio investimento nell’Università e Ricerca a prescindere.
    Certo è che se il PhD contasse e anche molto, l’urgenza dell’investimento in Università verrebbe sentita di più!
    Siete d’accordo?

  3. Mi pare chiaro che ormai il problema più serio è strettamente economico e non può essere impostato (per urgenza) diversamente.
    Poi si può parlare di riconoscimento lavorativo del PHD, etc.
    La battaglia ora deve avere due finalità chiare (oltre, ovviamente, ad una difesa del ruolo giuridico-amministrativo): 1) drenare più risorse nel sistema universitario in proporzione al PIL; 2) chiedere posti fissi in entrata (rtdB e associati) tali da coprire una parte di quelli persi. Secondo me bisognerebbe anche fare in modo che le assegnazioni coprano gli SSD che ne hanno persi di più negli ultimi dieci anni.
    E’ impensabile lasciare al Far West (lotte intra-universitarie) la decisione sulla morte o la vita di interi settori scientifici. Vedi il discorso fatto qualche tempo da Zannini sulla storia moderna. Ma si potrebbero fare molti altri esempi.

  4. dati cineca appena consultati, assolutamente a caso, su settori in cui l’inversione dei rapporti di forza mi pareva a naso molto forte:
    – storia economica, 221 strutturati nel 2001 (60 ordinari), 163 oggi (30 ordinari)
    – politica economica, 295 strutturati nel 2001 (113 ordinari), 335 oggi (95 ordinari)

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