Il Jobs Act, nella bozza di documento sulla Buona Università sembra pensato per la didattica, ovvero per l’inserimento con tutele crescenti di docenti per attività formative. Esso potrebbe sostituire l’attuale figura del ricercatore a tempo determinato di tipo B e, in parte, surrogare gli attuali co.co.co. dei docenti a contratto. Nelle Università però non si fa solo didattica, ma anche ricerca, sviluppo, innovazione, assistenza sanitaria e tante altre cose. È praticamente impossibile che un “contratto unico” possa essere in grado di rispondere a tutte queste esigenze diverse. E per quanto riguarda la ricerca sono assolutamente necessarie tre cose …

Qualche anno fa il Governo decise di mettere mano al riordinamento della docenza universitaria, dei corsi di studio e dell’organizzazione degli Atenei, ed ebbe un’idea geniale: fare una riforma dell’intero sistema. Era da troppo tempo infatti che nessuno riordinava – addirittura dal DPR 382/1980 – e anche a quell’epoca le cose non erano state per niente semplici, per cui si fece ricorso a un Decreto del Presidente della Repubblica in attuazione di una delega al Governo, prendendo pragmaticamente atto che con un disegno di legge la missione sarebbe stata impossibile.

Inizia così, con il nuovo millennio, un’incredibile serie di riforme e di controriforme, che complessivamente hanno prodotto un drastico ridimensionamento del numero di docenti e di studenti nelle Università italiane, determinando nel contempo la moltiplicazione dei ruoli e delle tipologie di contratto.

Oggi infatti nelle Università ci sono i professori ordinari e associati – che già c’erano prima – i ricercatori a tempo indeterminato a esaurimento, i ricercatori a tempo determinato ex-legge Gelmini di tipo A e di tipo B, i contrattisti di ricerca ex-Moratti residuali, i docenti a contratto, i Co.co.co. e i Co.co.pro. approvati dalla Corte dei Conti, gli assegnisti di ricerca di tipo A e di tipo B ex-Gelmini, quelli ex-449/97 superstiti, i borsisti di studio e quelli di ricerca, i dottorandi di ricerca suddivisi rigorosamente nei loro assurdi cicli. E sicuramente mi sarà sfuggito qualcosa.

L’Associazione Rete29Aprile da qualche tempo propone di fare ordine, portando avanti con convinzione una proposta di istituzione del “ruolo unico” della docenza universitaria. In estrema sintesi, senza voler essere semplicistici, l’idea è la seguente: poiché professori ordinari, associati e ricercatori nelle Università svolgono grosso modo gli stessi compiti e le stesse funzioni, distinguiamo il reclutamento dalle progressioni di carriera. Il reclutamento per pubblico concorso potrebbe così essere limitato all’ingresso nel ruolo unico, con un giudizio di conferma dopo tre anni per l’inserimento stabile a tempo indeterminato. All’interno di questo ruolo unico le progressioni di carriera sarebbero a questo punto solo stipendiali, da regolare mediante semplice valutazione. Anche le cosiddette figure cosiddette di pre-ruolo potrebbero essere inquadrate in un percorso unico e certo, per confluire in tempi ragionevoli nel ruolo unico.

Il CUN ha recentemente proposto di superare le attuali due tipologie di ricercatori a tempo determinato – A e B – con un’unica figura di pre-ruolo denominata Professore Iunior, perché evidentemente si erano esauriti gli aggettivi del vocabolario italiano per qualificare l’ennesima nuova figura introdotta.

Qualche settimana fa è stato diffuso, con le stravaganti modalità che ROARS ha efficacemente descritto, il documento del PD sulla Buona Università e la Buona Ricerca, in cui si dichiara genericamente l’intenzione di introdurre un “contratto unico” per l’Università (cosiddetto Jobs Act).

Da un lato le tre proposte – Rete29Aprile, CUN e Jobs Act – sembrano molto diverse, tanto che per esempio la Rete29Aprile ha duramente criticato il documento del PD. Dall’altro le tre proposte appaiono molto simili.

Non sono pregiudizialmente contrario a ipotesi del genere, anche perché il ruolo unico nelle Università lo abbiamo già conosciuto: fu introdotto dal Decreto del Presidente Repubblica 11 luglio 1980, n. 382 Riordinamento della docenza universitaria, relativa fascia di formazione nonché sperimentazione organizzativa e didattica. Per la verità il DPR di ruoli ne istituiva due: quello dei professori universitari, a sua volta suddiviso in due fasce (ordinari e associati), e quello dei ricercatori. Per passare da un ruolo all’altro, o anche da una fascia all’altra, era previsto un concorso e un giudizio di conferma dopo tre anni.

Il cursus honorum accademico completo prevedeva pertanto tre concorsi e tre giudizi di conferma. Con l’introduzione del dottorato poi si aggiunsero un concorso e almeno quattro giudizi di idoneità, tre alla fine di ciascuna annualità con commissione locale, più uno alla fine del dottorato con commissione nazionale o esterna. Con l’arrivo poi delle borse post-dottorato, degli assegni di ricerca e dei contratti di ricercatore a tempo determinato ex-Moratti, i concorsi e i giudizi di idoneità cominciarono a moltiplicarsi diventando praticamente annuali.

Il ruolo però era di fatto unico, perché quando un ricercatore veniva confermato poteva ricostruire la carriera, e i periodi di pre-ruolo venivano riconosciuti ai fini dell’anzianità di servizio e della pensione. Anche quando il ricercatore passava al ruolo di professore, associato o ordinario, al momento della conferma, si procedeva sempre alla ricostruzione di carriera.

A tutto questo è stato posto fine con la Legge 240/2010 che, abolendo le ricostruzioni di carriera e il ruolo dei ricercatori a tempo indeterminato ha, di fatto, frazionato la carriera universitaria in ruoli diversi, non comunicanti fra loro e per lo più precari.

Le progressioni di carriera sono poi diventate macchinose e burocratiche in quanto prevedono almeno tre passaggi: abilitazione scientifica nazionale, procedura selettiva ex-art.18 o procedura valutativa ex-art.24, chiamata. Spesso poi i ricorsi al TAR aggiungono complessità a un sistema già di per sé farraginoso.

Noi professori ordinari siamo continuamente chiamati a partecipare a commissioni di valutazione, spesso in presenza di un solo candidato, con un’enorme perdita di tempo.

Il ruolo unico così come proposto dalla Rete29Aprile semplificherebbe forse le cose, poiché il concorso sarebbe solo all’inizio della carriera, mentre le progressioni verrebbero decise mediante valutazione di merito. Potrebbe essere anche una buona occasione per esercitare completamente l’autonomia della comunità accademica, troppo spesso frustrata da regole e numerologia calate dall’alto.

D’altra parte temo non poco i criteri che potrebbero essere adottati per le valutazioni. Ci vorrebbero regole chiare, condivise e trasparenti, mirate davvero a premiare l’impegno e il merito. Il rischio è che poi le progressioni dipendano da lobby di pressione, corporazioni e logiche para-sindacali.

La proposta del CUN sul Professore Iunior a mio parere migliorerebbe l’attuale situazione, permettendo il superamento dei RTD A e B, e introducendo di fatto la terza fascia della docenza con una tenure track meno precaria dell’attuale e forse più simile ai modelli anglosassoni.

La proposta di introduzione di contratti di ricercatore a tempo determinato a tutele crescenti (tipo Jobs Act) potrebbe andare nella stessa direzione, e forse anche coincidere con la proposta CUN. Dovrebbe essere ridotta il più possibile la burocrazia concorsuale. Gli indici strettamente “numerologici” e i parametri rigidi hanno fallito il loro scopo e le sentenze dei TAR lo stanno a dimostrare. Le Commissioni devono recuperare autonomia di decisione e non essere ridotte a mere funzioni di segreteria contabile della produzione scientifica.

Soprattutto non dovremmo discostarci troppo dai modelli internazionali. La distinzione in professori ordinari, professori associati, ricercatori/lecturer/assistant professor esiste in praticamente tutto il mondo e, accanto a queste, esistono inoltre moltissime altre figure a tempo determinato per scopi di ricerca, didattica, clinica.

Per quanto riguarda il cosiddetto pre-ruolo si deve realisticamente prendere atto che nelle Università esistono opportunità di reclutamento variegate e molto differenti fra loro.

Il Jobs Act, nella bozza di documento sulla Buona Università e nelle dichiarazioni, sembra pensato per la didattica, ovvero per l’inserimento con tutele crescenti di docenti per attività formative. Esso potrebbe sostituire l’attuale figura del ricercatore a tempo determinato di tipo B e, in parte, surrogare gli attuali co.co.co. dei docenti a contratto.

Nelle Università però non si fa solo didattica, ma anche ricerca, sviluppo, innovazione, assistenza sanitaria e tante altre cose. Sono quindi necessarie forme contrattuali specifiche per ciascuna attività ed è praticamente impossibile che un “contratto unico” possa essere in grado di rispondere a tutte queste esigenze diverse.

Per quanto riguarda la ricerca ritengo assolutamente necessarie tre cose:

  1. ripristinare la possibilità di fare contratti per ricercatore a tempo determinato per esclusiva attività di ricerca, così com’erano previsti dalla Legge 230/2005 cosiddetta Moratti, in modo da dare un’adeguata forma contrattuale ai ricercatori reclutati su progetti;
  2. salvaguardare in ogni modo gli assegni di ricerca introdotti con la Legge 449/1997 e successive modificazioni, che hanno fatto crescere in modo determinante la ricerca italiana portandola a essere competitiva a livello internazionale, nonostante la scarsità delle risorse investite;
  3. consentire a tutti i nostri migliori studenti l’accesso al dottorato di ricerca, eliminando gli attuali vincoli numerici e le assurde restrizioni spacciate sotto il nome di accreditamento.

Sono fermamente convinto del fatto che i dottorati e gli assegni di ricerca non debbano essere considerati forme di lavoro atipico necessariamente indirizzate al posto di ruolo, più o meno unico, nell’Università così come negli Enti di Ricerca. Il dottorato di ricerca è nato e deve rimanere il terzo livello della formazione, finalizzata alla ricerca. Gli assegni di ricerca devono essere considerati dei contratti temporanei a progetto, beneficiati da agevolazioni fiscali, per favorire l’accesso alla ricerca e alla specializzazione.

La maggior parte dei nostri dottori e assegnisti di ricerca deve trovare impiego stabile e qualificante fuori dalle Università: nelle imprese, nella pubblica amministrazione, nelle professioni e nelle attività produttive. Il Jobs act dovrebbe servire prima di tutto a questo, ovvero alla ripresa dell’occupazione fuori dalle Università. Finché questo non succede è a mio parere inutile pensare di estenderlo alle Università, il risultato sarebbe solo la drastica riduzione delle opportunità di accesso alla ricerca e alla formazione superiore, la creazione di nuova disoccupazione e l’aggravamento della fuga dei cervelli all’estero.

Quindi, pensandoci bene, non sono per niente convinto dell’idea di un ruolo unico in continuità con un pre-ruolo unico.

La migliore cosa da fare è, come sempre, tornare a com’era prima: ristabilire il ruolo dei ricercatori a tempo indeterminato, anche come terza fascia della docenza, e ripristinare le ricostruzioni di carriera anche per il periodo di pre-ruolo. Per tutto il resto è bene a mio parere non unificare troppo e non demonizzare le possibilità diversificate e specializzate che attualmente le Università offrono ai giovani capaci e meritevoli nei vari settori di attività.

Se vogliamo fare gli Americani – considerato che le recenti riforme sono andate verso un’americanizzazione del sistema universitario nazionale (3+2, tenure track, tempo determinato, etc.) – allora bisognerebbe avere il coraggio di farlo fino in fondo, e negli USA dopo il dottorato ci sono research fellows, research assistants, academic fellows, assistant professors, teaching fellows, adjunct professors e molto, molto altro. Ovvero esistono concrete opportunità di dedicarsi alla ricerca e alla didattica senza assurdi limiti e vincoli ministeriali.

Art. 5 della Costituzione:

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

I Padri costituenti avevano già capito tutto: di unico e indivisibile in Italia possono esistere solo le dichiarazioni di intenti.

Send to Kindle

4 Commenti

  1. Ho letto con piacere le precedenti puntate. In questa, in cui l’ autore presenta le sue idee sui ruoli universitari noto come, anche chi ha sufficiente spirito critico per sottolineare con arguta ironia le tante assurdita’ quotidiane a cui molti si abituano, su altri argomenti non riesca ad andare molto al di la’ del riproporre il mitico passato conosciuto nella propria gioventù, senza ricordarne i limiti di allora e vederne l’ improponibilità oggi.
    .
    Casagli non è l’ unico che vorrebbe reintrodurre il ruolo dei ricercatori a tempo indeterminato (RTI). Lascio stare per brevità le considerazioni sui limiti già riscontrati nel passato, del ruolo dei RTI. Sorvolo sul fatto che nella 382 il ruolo dei ricercatori non era neanche ben definito rimandandone la definizione a successive norma mai arrivate a destinazione. Mi limito ad una considerazione di fondo sul presente perché mi sembra, il ritorno al passato, un’ idea che non tiene conto delle altre variabili del contesto odierno profondamente mutate.
    .
    Il problema è che non viviamo nel migliore dei mondi possibili. E neanche in un mondo cosi’-e-cosi’. L’ Università ha subito e continua a subire un impoverimento nelle risorse disponibili che non può che provocare una contrazione continua delle posizioni disponibili e delle possibilità di carriera. Tra ASN, disponibilità di Punti Stipendiali, situazione economica dell’ ateneo, regolamenti interni dei singoli atenei, fare carriera nell’ accademia italiana, pur non essendo mai stato facile neanche in passato (quando i concorsi nazionali apparivano con la periodicità pluriennali delle comete) diventa una specie di lotteria multipla (per ogni ostacolo superato si vince solo il biglietto per la lotteria seguente) più che un meccanismo motivante per premiare il merito. Un meccanismo in 3 ruoli (al di là del nominalismo o delle petizioni di principio nella 382, di fatto oggi PA e PO sono due ruoli diversi in quanto corrispondono a diritti diversi ancorché a parità di doveri) nel sistema attuale significherebbe creare nei due ruoli “più bassi” un ghetto in cui collocare a tempo indeterminato le persone a prescindere dalle loro capacità/qualità. L’ effetto di sistema di una situazione del genere è devastante: chiunque abbia o ritenga di avere capcità sarà incentivato ad emigrare verso sitemi più premianti. Ancora peggio per quel che riguarda l’ attrattività internazionale di una posizione accademica in Italia, anche tenendo conto dei bassi livelli economici iniziali, non più compensati neanche dalla progressione economica. Speriamo davvero in questo modo di far arrivare in Italia non dico il mitico professore di Yale ma anche solo un brillante Post-Doc cinese o indiano ?
    .
    Perciò, meglio lasciar stare proposte di tornare all’ *unico* buon sistema del passato e piuttosto chiedere un’ inversione di rotta a 180 gradi sulle risorse relative a formazione e sistema universitario. O, se si giudica impossibile la battaglia, almeno immaginare scenari diversi da quelli conosciuti nei nostri venti anni in un’ Università profondamente diversa da quella di oggi.

    • Non so se avremo a breve delle inversioni a U, ma è chiaro che le risorse sono il punto chiave su cui premere. Avevamo già uno dei sistemi universitari meno finanziati dell’OCSE e, nonostante ciò, dal 2008 si è percorsa con decisione la rotta di un downsizing sostanziale (-20% se non di più). Per l’Italia, già ultima per percentuale di laureati, qualcuno (consapevolmente o meno) ha scelto una vocazione da nazione di serie B (o peggio), inevitabilmente associata a una cristallizzazione della stratificazione sociale (lo smantellamento del diritto allo studio perseguito più che pervicacemente) e a un aumento della disuguaglianza. Se questa deriva venisse fermata restituendo le risorse sottratte, avere nuovamente una figura di ricercatore a tempo indeterminato (o una terza fascia docente) potrebbe essere una soluzione ragionevole per ridurre la precarietà. La questione dei “ruoli ghetto” deriva invece dalla “geometria” degli organigrammi. Se prevale la piramide (pochi ai vertici e molti alla base) avremo senza dubbio i ghetti. Una ragione per cercare di mantenere una configurazione non troppo lontana dal “cilindro” che, come ho mostrato altrove era la concezione originale della 382/80:
      https://www.roars.it/online/una-lezione-di-aritmetica-e-altro-per-ernesto-galli-della-loggia/

    • Purtroppo la situazione generale e’ rapidamente evoluta in peggio. Se anche domani si sbloccassero significative risorse (temo che sia un periodo ipottico dell’ irrealta’) per un certo numero di anni sarebbero monopolizzate per ripristinare livelli di *docenza* sostenibile, a scapito di qualsiasi idea di carriere maggiormente orientate alla ricerca.
      .
      Questo indipendentemente da altre considerazioni. Io personalmente vedo male nell’ universita’ ruoli a tempo indeterminato di sola ricerca: sarebbe un doppione inutile degli Enti pubblici di ricerca continuando a perpetuare la confusione tra ruolo di questi e dell’ Universita’. Proprio l’ ultima cosa di cui abbiamo bisogno in una situazione di risorse scarse.
      .
      Comunque mi e’ chiaro che stiamo discutendo del ripieno delle brioches in un mondo in cui e’ scomparso il pane… Sarebbe importante portare questo all’ attenzione della politica. Quando leggo sui giornali di questi giorni la “sorpresa” per gli indicatori di sottosviluppo del meridione e faccio 2+2 con la politica di smantellamento delle universita’ del sud, non posso non pensare che stiamo assistendo al preview di quel che ci aspetta a livello nazionale nei prossimi anni. Anni di coabitazione con gli scienziati dell’ ICTP e di conoscenza dei problemi degli scienziati nei paesi in via di sviluppo mi fanno vedere abbastanza chiaramente i segnali di allarme rosso.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.