Sono una ricercatrice italiana in filosofia. A settembre mi sono trasferita a Helsinki dopo un dottorato in Olanda con periodi di ricerca presso altre università straniere. In quattro anni, ho vissuto in cinque città e nazioni diverse: Tilburg, Parigi, Monaco di Baviera, Pittsburgh e adesso Helsinki, intrecciando esperienze lavorative molto diverse. Dopo tanto movimento da sud a nord, ho raccolto una serie di elementi che mi permettono di confrontare i sistemi di accesso alla carriera accademica all’estero e in Italia.

Premessa: ieri mattina ho inviato una domanda di lavoro presso un’università inglese. In confronto con l’Italia, quanta semplicità. All’estero, le offerte di lavoro sono regolarmente pubblicizzate su riviste online di settore. L’applicazione – ossia la domanda in sé – si può inviare online. Si caricano sul sito apposito il proprio CV in formato pdf, le pubblicazioni, si forniscono le informazioni necessarie, si indicano i professori a cui l’università ospitante potrà chiedere le lettere di referenza.

Stamattina, accedo al sito del Miur – Ministero per l’istruzione, la ricerca e l’università. A chi ci si imbatte, auguro tanta fortuna. Dopo ore di navigazione, si scopre che le informazioni sui bandi si possono ottenere da un altro sito Miur-Cineca (allora a cosa serve il sito per la ricerca?). Noto che c’è molto poco da scegliere: solo due università offrono qualcosa in tutta Italia. Ad ogni modo, seleziono un bando dell’università di Torino. Per accedere a questo sito, e quindi avere accesso ai bandi, bisogna registrarsi e ottenere codici e password, il tutto per avere accesso ad un altro portale. Così si dà il via a un’altra lista interminabile di nomi utente, password, etc. Il passaggio al terzo sito è necessario per creare un profilo personale del candidato: per farlo bisogna riscrivere da zero il CV (ho quindici pagine di CV, non sarebbe più facile caricare un file già scritto e aggiornato?). Per inserire qui le pubblicazioni bisogna prima registrarsi a un ennesimo sito per le pubblicazioni scientifiche. E attenzione: lo si può fare solo e soltanto se ci si trova fisicamente nella sede universitaria riconosciuta, altrimenti il portale non riconosce l’indirizzo IP e non c’è possibilità di caricare le pubblicazioni. Ma non hanno inventato internet apposta per evitare questo tipo di problemi? No, in questo caso prima devo occuparmi del sito internet, poi del resto. Comunque, fatto tutto ciò, mi rimane ancora una grande domanda sullo sfondo: ma questi bandi alla ricerca a chi sono rivolti nello specifico e quali sono i professori a cui rivolgersi? Sul sito, non si fa riferimento a niente di tutto ciò. E allora di nuovo cerca cerca cerca cerca cerca cerca cerca cerca (ogni ‘cerca’ e’ un anello della catena di link che serve per arrivare al risultato) ed ecco che spunta un documento intitolato “Bando”, di venti pagine, in cui le prime dieci sono una lista di leggi, decreti, regolamenti, di ‘Visto il decreto Abc’ e così via tra una terminologia astrusa e riferimenti indecifrabili.

Insomma, si salvi chi può.

Ovviamente, dopo questa odissea, scopro che per una ricercatrice in filosofia non c’è nessun bando aperto, ma la lista dei dipartimenti offerenti è solo a pagina venti del documento, cioè l’ultima.

Ecco, questo il risultato del confronto tra il sistema italiano e gli altri per accedere alla carriera accademica. Al di là del mio esempio specifico, viene da chiedersi: perché si parla tanto di ricerca in Italia, di rientro dei cervelli, se invece tutto questo sistema sembra impermeabile, oscuro e respingente? Non stiamo parlando di finanziamenti alla ricerca, ma di un dettaglio tecnico: inviare una semplice domanda di lavoro. Niente su cui spaccarsi la testa. Spero ancora di poter fermare il mio ‘cervello in fuga’ e che questo breve resoconto serva a qualcosa per altri che come me stanno cercando di orientarsi nel panorama lavorativo italiano. Anzi, per un ennesimo confronto lo manderò a riviste italiane e straniere, per vedere se e quali saranno più orientate a dargli spazio e capire in questo modo se anche i nostri quotidiani possono dare prova di fare informazione in un paese per giovani.

Send to Kindle

26 Commenti

  1. Invia la lettera all’Economist e al Times ( al link contact us), in genere sono attenti all’Italia e in Italia al blog Italians del Corriere. L’accesso è reso volutamente difficile per scoraggiare le domande, in quanto è sempre già stato deciso chi assumere.

    • Grazie. Avevo individuato questa pagina, ma la cosa piu’ semplice e ovvia sarebbe avere questo link nella sezione ‘Ricerca’ del sito del Miur (al momento non c’e’).

  2. Gentile Chiara,
    si vede che manca dall’Italia da un po’.
    La procedura non è affatto complessa, anzi è tra le più semplici del mondo.
    Si decide chi vince, poi si bandisce il concorso. I regolamenti, bolli, controbolli, persino la legge sono solo quisquilie.
    Se il vincitore è lei faccia pure con comodo, qualsiasi domanda compilerà andrà bene.
    In caso contrario può evitare di perdere tempo.

    • E’ così.Quando viene fatto il bando il posto è già stato assegnato: il concorso, tutto regolare ovviamente, è solo una pratica burocratica per legittimare la decisione. Non lasci stare, scriva all’Economist e al Times e anche a tutti i quotidiani e riviste che ritiene opportuni. La situazione italiana è nota, ma un bell’articolo sull’Economist o sul Times potrebbe muovere questo stagno.

    • Certo certo. Anche un mio amico, con il quale gioco a calcio da 25 anni, pensa che “senza raccomandazione non si va da nessuna parte”.

      E come dargli torto: lui frequentava sempre la Parrocchia…ed ora lavora alla stamperia del Massaggero di S. Antonio.

      Ah, dimenticavo: il mio amico e’ comunista da sempre, ed ora vota M5S.

    • Un altro mio amico, mio compagno di classe al liceo (era il piu’ bravo della classe) e di studi in Fisica all’universita, anche lui comunista da sempre (ma che non vota M5S), ce l’ha proprio con me:

      secondo lui in quanto PA devo sicuramente aver praticato qualche “fellatio accademica”.

      Confermo tutto: però non lo fo per piacer mio ma SOLO per poter regalare l’Aston Martin Vanquish a mio fratello.

    • Gentile Luca Salasnich,
      il disprezzo, suo e dei suoi colleghi, per noi falliti non mi sorprende più ormai da anni.
      Anzi, è il motore più intimo che muove tutto il sistema.
      Se i vari Governi non vi avessero promesso di allargare la platea dei disperati a dismisura, forse non avrebbero attenuto la stessa bulgara (questa sì) adesione alle cosiddette riforme che ora fingete di criticare.
      Si goda le sue possibilità di fare ricerca, e stia bene.

    • Il mio amico calciatore non e’ mai stato un giorno senza stipendio in vita sua (siamo in Veneto). L’altro pure, ed e’ tecnico laureato all’Universita’ (responsabile di un laboratorio di elettronica).

      Piu’ che “falliti” direi “eternamente brontoloni”.

    • Ah, dimenticavo: il primo ha ottenuto il “posto fisso” a 19 anni (appena finita l’IPSIA). Il secondo a 26 anni (appena laureato, ed ha rinunciato al dottorato per il “posto fisso”
      (non poteva mettersi in aspettativa?).

      Io invece a 33 (a Scuola) e a 41 (al CNR). E mi sono laureato a 24.

    • Non credo che ROARS sia il luogo adatto in cui innescare polemiche personali.
      Quindi concludo ringraziandola per i suoi commenti contro i comunisti, i bamboccioni e i brontoloni. Sono molto efficaci e rivelatori.
      Buona ricerca.

    • Se non si è capito, trovo i commenti che descrivono TUTTA l’Università Italiana come un “covo di raccomandati” particolarmente irritanti.

      Ripeto, per n-esima volta, che nel nostro gruppo di ricerca gli ultimi 2 RU a TI NON avevano MAI lavorato a Padova, ne con gli staff members di Padova.
      Stessa cosa si puo’ dire segli ultimi 2 assegnisti assunti.

      Sono dati INCONTROVERTIBILI.

      Quindi, se proprio si vuole parlare male dell’Università italiana, la frase deve SEMPRE iniziare cosi:

      “A parte il gruppo teorico della materia condensata dell’Universita’ di Padova, …”

      Il criterio del nostro gruppo è l’assoluta eccellenza. L’idea e’ di pubblicare nelle migiori riviste e di essere molto citati per i nostri risultati teorici. Per fare questo abbiamo bisogno dei MIGLIORI, ovunque essi siano. E la mia idea e’ di non mandare MAI VIA una persona valida, se possibile.

    • “Se non si è capito, trovo i commenti che descrivono TUTTA l’Università Italiana come un “covo di raccomandati” particolarmente irritanti”
      Sono proprio d’accordo.
      A.

    • Che meraviglia ricostruire la verginità del mondo accademico dando addosso a quegli sfigati dei precari, o meglio ancora a chi è a spasso.
      E funziona, lo garantisco.
      Vedi un po’, che alla fine questo reclutamento funziona eccome. Noi siamo dentro, dico bene? Vuol dire che siamo i migliori.
      Se uno non è nel magico mondo di Padova (2 assegnisti non raccomandati: wow, siamo salvi!) o non ha un nonno professore/senatore, ci sarà pure un motivo, no?
      Che si credono?
      Buona ricerca, e sogni d’oro.

  3. Il primo presidente della Caritas, diversi anni fa, in diversi libri, ha scritto che “gli occidentali sono TUTTI colpevoli” della poverta’ dell’Africa.

    La frase “i docenti universitari siete TUTTI colpevoli” mi sembra molto un giochino Caritas-like.

    Con tutto il rispetto, la mia risposta in entrambi i casi è: “cambia pusher”.

  4. Per esperienza peronale, concordo assolutamente con quanto scritto da Chiara. All’estero, la procedura per rispondere ad un’offerta di lavoro all’universita’ o ad un bando per un post-doc e’ generalmente molto piu’ semplice che in Italia, dove ci si perde tra le pagine internet delle varie universita’ e ministeri e si spreca tempo a riempire le caselle dei profili personali quando basterebbe caricare un file. E infatti io ho trovato lavoro all’estero.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.